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CELEBRAZIONE DEL TE DEUM DI
RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL'ANNO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Martedì, 31 dicembre 1984
1. “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11).
Nella
celebrazione liturgica della notte di Natale abbiamo ascoltato ciò che scrive
l’Evangelista Luca: “Si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce
il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia,
perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,6-7).
Ciò che Luca racconta,
il Prologo del Vangelo di Giovanni, che poco fa abbiamo ascoltato, lo esprime
risalendo al principio. Il principio di ogni cosa è in Dio, è nel Verbo. Egli è
eterno come il Padre. Il Verbo: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza
di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3).
L’evento della
notte di Betlemme l’evangelista lo presenta in relazione a questo principio.
Dice infatti: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv
1,14). Ed è successo così che il Verbo “era nel mondo” (Gv 1,10) - il Verbo per
mezzo del quale “tutto è stato fatto”, per mezzo del quale è stato fatto il
mondo. “Eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non
l’hanno accolto”.
2. In tal modo l’Evangelista presenta non soltanto gli
avvenimenti della notte di Betlemme, ma l’intera missione messianica di Cristo
-
sia quella che Egli compì vivendo sulla terra, sia quella che continua a
compiere mediante l’azione della Chiesa.
Tuttavia, subito dopo la constatazione
del rifiuto opposto a Cristo della sua gente, il Discepolo prediletto passa a
parlare di tutti coloro che invece “l’hanno accolto” (cf.
Gv 1, 12). Ciò vale
prima di tutto per Maria e Giuseppe nella notte di Betlemme, ma vale pure -
sempre restando nella notte santa - per i pastori, i quali hanno seguito
l’annuncio degli Angeli e si sono recati dal Neonato con i doni. Vale per i Magi
arrivati dall’Oriente, seguendo la luce di una insolita stella. E che dire poi
del vecchio Simeone e della profetessa Anna nel tempio di Gerusalemme, e delle
altre persone di cui i Vangeli non parlano direttamente?
Il mistero del Natale,
vissuto dalla Chiesa nel corso di questa Ottava, delinea già entrambe le verità:
la verità di quanti non hanno accolto il Verbo Incarnato e di quelli che l’hanno
accolto. A questi egli ha dato il potere di diventare - a sua somiglianza -
figli di Dio.
3. Al sopraggiungere dell’“ultima ora” (cf. 1 Gv 2, 18) dell’anno
solare, la Chiesa medita - nel quadro dell’Ottava del Natale - questo duplice
mistero: l’accoglimento e il rifiuto del Verbo che si è fatto carne. A quasi
duemila anni dalla nascita del Redentore, questa meditazione si estende anche
agli avvenimenti che vanno al di là di ciò che è accaduto a Betlemme. Non si
tratta soltanto di singole persone, o eventualmente di ambienti indicati
espressamente nel Vangelo. Si tratta degli uomini fino ai confini della terra
- degli uomini e dei popoli - ovunque è giunta la Buona Novella circa l’Emmanuele,
nato dalla Vergine Maria, circa il Verbo Incarnato, che essendo la luce vera,
illumina ogni uomo che viene nel mondo (cf. Gv 1, 9). La Chiesa apostolica, che è
a Roma, approfondisce con particolare attenzione ed emozione tale aspetto
-
essenziale per la sua missione - dell’accoglimento o del rifiuto del Verbo e
della Luce, che è stata data all’umanità da Dio - del Verbo e della Luce, che è
Cristo.
4. Questa fondamentale sollecitudine, che la Chiesa ha ereditato dagli
Apostoli - e la Chiesa romana in modo particolare dai Santi Pietro e Paolo -,
costituisce il suo compito permanente ed incessante. Esso ha trovato una
singolare intensità nei lavori preparatori del Sinodo che nell’anno che volge
alla fine, hanno cercato di coinvolgere, nel modo più largo possibile, l’intero
Popolo di Dio che vive nella città Eterna.
5. Momento forte di tale
coinvolgimento sono state le Assemblee presinodali di Prefettura, svoltesi nella
prima parte dell’anno. Esse hanno rappresentato l’incarnarsi vivo del Sinodo
nella multiforme realtà delle parrocchie romane che volgendo, accanto ai
sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, un numero rilevante di laici, che
operano nei vari ambiti della pastorale. Non ho mancato di offrire anch’io il
mio contributo a tale impegno in occasione delle visite compiute nel corso
dell’anno a varie parrocchie della diocesi. I frutti della comune riflessione,
già vagliati e riordinati in sede diocesana, forniranno elementi e stimoli
preziosi per la celebrazione delle Assemblee plenarie che concluderanno il
Sinodo.
Mentre la partecipazione responsabile delle varie componenti ecclesiali
a livello di parrocchia e di Prefettura deve continuare nelle forme opportune e
divenire una dimensione stabile della vita diocesana, nella seconda parte del
presente anno l’attenzione della Chiesa di Roma si è già rivolta a studiare le
modalità per rendere partecipi del cammino sinodale tutte le realtà vive di
questa grande Città nei termini che convengono a ciascuna di esse. Così la prima
parte del nuovo anno sarà caratterizzata dal “confronto” della Chiesa con la
Città, in spirito di solidale simpatia e di apertura missionaria verso tutta
l’umanità che vive in Roma, verso i suoi valori e i suoi problemi, talvolta
drammatici.
6. Contestualmente saranno interessate ai lavori del Sinodo le
Chiese e comunità cristiane viventi in Roma e non ancora in piena comunione con
noi, la comunità ebraica e i rappresentanti delle altre religioni, in vista di
un dialogo costruttivo e fecondo.
Particolarmente prezioso, per i fini di
comunione e missione che il Sinodo si propone, sarà inoltre l’inserimento sempre
più concreto nella riflessione sinodale, ma anche nella pastorale diocesana,
delle molteplici espressioni della Chiesa cattolica che vivono in Roma e a
partire da Roma svolgono il loro servizio a favore della Chiesa sparsa in ogni
parte del mondo.
Così questa realtà singolare, che è la Chiesa di Roma, si
appresta a dare un contributo, che con la grazia del Signore desideriamo il più
sostanzioso e generoso possibile, alla vita e al futuro di una Città come la
nostra, anch’essa per tanti versi singolare e unica. Mentre continua e si sforza
di intensificare il proprio servizio ai troppi poveri e sofferenti che
costituiscono una domanda e una sfida, rivolta alla coscienza dei pubblici
responsabili e di ogni cittadino, la Chiesa di Roma intende aiutare la Città a
comprendere e a vivere in profondità, con coraggio, generosità e lungimiranza,
il ruolo che anche oggi le assegna la Provvidenza di Dio, per il bene della
Nazione italiana, dell’Europa e di tutta la famiglia degli uomini.
Nel contesto
di questa riconfermata disponibilità a collaborare con le varie Istanze dei
pubblici poteri, sono lieto di salutare le Autorità civili e politiche presenti
a questa celebrazione di fine d’anno. Rivolgo, in particolare, un saluto
deferente al Presidente della Repubblica Italiana, al quale sono grato per la
partecipazione a questo momento di preghiera per ringraziare il Signore dei
benefici concessi nel corso dell’anno. Il mio saluto si estende al Sindaco della
Città e ai membri della Giunta capitolina. Nel porgere ad essi, come anche a
tutti i presenti e a tutti i romani, l’augurio di un nuovo anno sereno e
prospero, invoco sul loro lavoro il costante aiuto di Dio per un impegno
incisivo ed efficace a servizio della Città e dell’intera Nazione.
7. Ho la
gioia di avere al mio fianco in questa Concelebrazione il Cardinale Camillo Ruini, Vicario per la Città di Roma, che conclude il suo primo anno d’intensa
attività pastorale nell’Urbe. Il pensiero in questo momento va anche con
riconoscenza al suo predecessore, il Cardinale Ugo Poletti, che per tanti anni
s’è prodigato senza risparmio in un servizio pastorale di esemplare dedizione.
Sono accanto a me anche i Vescovi ausiliari, che spendono generosamente le loro
energie a vantaggio di questa privilegiata porzione del gregge di Cristo, di cui
vedo qui raccolta una significativa rappresentanza. Un cordiale saluto rivolgo
anche al Signor Cardinale Martìnez Somalo, titolare di questo tempio, e al P.
Peter-Hans Kolvenbach che, unitamente ai confratelli, ci accoglie in questa
Chiesa. Al termine di questo anno del Signore 1991, invito tutti ad unirsi a me
in un concorde sentimento di gratitudine, di pentimento di implorazione a Dio,
onnipotente e misericordioso, datore di ogni bene. Lo facciamo con le parole del
Salmo:
“Gioiscano i cieli, esulti la terra . . . davanti al Signore che viene, perché viene
a giudicare la terra. Giudicherà il mondo con giustizia e con
verità tutte le genti” (Sal 96, 11.13).
Il Salmo esprime la gioia delle creature
per il fatto che il Signore si è fatto vicino: mediante la sua nascita terrena,
nel corpo umano egli si è fatto vicino non soltanto all’uomo, ma all’intero
creato.
“Viene a giudicare la terra”, a giudicarla “con giustizia e con verità”.
Questo è ciò che il Dio eterno è infinitamente santo annunzia nell’eterno Verbo.
Il Verbo Incarnato ha rivelato questa verità al mondo nella “pienezza dei
tempi”.
“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito,
perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha
mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi
per mezzo di lui” (Gv 3, 16-17).
Nell’ultima sera dell’anno ormai al suo termine,
alla soglia dell’Anno nuovo che inizierà a mezzanotte, Roma intera preghi con
l’inno “Te Deum”, manifesti a “Colui che è, che era e che viene” (Ap 1-4) il
pentimento e il ringraziamento. Nel nome di Cristo Gesù, suo Figlio. Amen.
© Copyright 1991 - Libreria
Editrice Vaticana
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