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VIAGGIO PASTORALE IN SENEGAL, GAMBIA E
GUINEA
CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER I
SACERDOTI, I RELIGIOSI, I SEMINARISTI E I RAPPRESENTANTI DEL LAICATO NELLA
CATTEDRALE DI CONAKRY
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO
II
Conakry (Guinea) -
Lunedì, 24 febbraio 1992
1. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto” (Gv 15, 5). Cari
fratelli e sorelle, vi saluto dal profondo del mio cuore. Lasciatemi esprimere
tutta la mia gioia di inaugurare i miei incontri pastorali con voi a Conakry,
capitale del vostro Paese e sede dell’arcivescovado. Infatti, durante i miei
viaggi, l’incontro con le forze vive delle diocesi rappresenta sempre per me
un momento privilegiato.
In questa cattedrale di Santa Maria, dove siamo riuniti, il mio pensiero si
rivolge innanzitutto a Colei che amiamo proclamare benedetta fra tutte le
donne per il frutto che ha portato nel suo grembo: “Benedetta tu fra le donne,
e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1, 42). Che Nostra Signora
della Guinea interceda presso suo Figlio affinché questa celebrazione
eucaristica ravvivi la nostra fede e il nostro amore! Ringrazio sinceramente
il vostro Arcivescovo, Monsignor Robert Sarah, per il suo discorso di
benvenuto e, in particolare, per i sentimenti che ha espresso a tutti a vostro
nome. Vorrei salutare qui con deferenza Madame Henriette Conté, prima Signora
del Paese. Rivolgo ora i miei saluti più cordiali ai miei fratelli nel
sacerdozio; ai religiosi e alle religiose impegnati sulla via dei consigli
evangelici; ai coraggiosi catechisti a cui la Chiesa della Guinea deve molto;
ai seminaristi che sono la speranza di questa stessa Chiesa; ai membri dei
Consigli parrocchiali e a tutti i fedeli laici impegnati nel servizio del
Vangelo. Salutandovi, il Papa desidera esprimervi tutto l’affetto che prova
per dei fratelli e delle sorelle che hanno sofferto a causa del nome di Gesù e
hanno resistito. Con questi stessi sentimenti rivolgo un saluto fraterno a
Monsignor Raymond-Marie Tchidimbo che conosco sin dall’epoca del Concilio
Vaticano II. Egli ha condotto la “dura lotta” di cui ci ha parlato l’Apostolo
(Col 2, 1), ha sofferto per Cristo e per la Chiesa; per questo motivo,
ha diritto a una stima e a un affetto particolari da parte dei cristiani.
2. La Chiesa ci parla oggi attraverso la bellissima allegoria della vite e
dei tralci. Questa allegoria è riportata nel Vangelo di S. Giovanni, nel
contesto delle parole di addio che Cristo rivolge ai suoi Apostoli alla
vigilia della sua passione e della sua morte in croce. Adempiendo il servizio
della Parola di Dio che le è stato affidato, la Chiesa annuncia il mistero
rivelato contenuto in questa Parola. Il mistero è innanzitutto Cristo stesso.
Perché Lui è la vera vite. Nell’allegoria egli parla di se stesso: “Io sono la
vera vite e il Padre mio è il vignaiolo” (Gv 15, 1). Questa attenzione
divina per la vite si manifesta nella cura con cui i tralci sono trattati. E
tutti noi siamo i tralci, ciascuno e ciascuna di voi. Tutti noi siamo chiamati
dal Padre a portare frutto restando in Cristo, così come i tralci portano
frutto solo se rimangono uniti alla vite. Il Maestro dice: “Chi rimane in me e
io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv
15, 5).
3. Voi tutti qui riuniti desiderate portare molto frutto per la Chiesa che
si è radicata in questa terra africana. Da quando la Chiesa proclama Cristo in
questo Paese, i ministri della Parola di Dio, i ministri del Vangelo si
impegnano in ogni modo “per rendere ciascuno perfetto in Cristo” (Col
1, 28). Si prodigano instancabilmente sull’esempio dell’Apostolo Paolo che ha
penato e ha lottato con tutta la forza di Cristo la cui potenza agiva in lui (Col
1, 29). E lo scopo di questa lotta spirituale era, e sarà sempre, che i cuori
degli uomini “vengano consolati e così, strettamente congiunti nell’amore,
essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena intelligenza, e giungano a
penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio” (Col 2, 2). A
questi tesori di saggezza e di conoscenza, che sono celati in Cristo (Col
2, 3), ognuno può accedere secondo il dono che ha ricevuto, secondo la sua
vocazione in Cristo e nella Chiesa.
4. Cari fratelli sacerdoti, uniti al vostro Vescovo, sforzatevi di formare
un presbiterio fraterno; siate fedeli a Gesù Cristo e al vostro sacerdozio;
impegnatevi fermamente nell’annuncio della Buona Novella; per questo avete
ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Fate conoscere Gesù Cristo, rivelate “il
mistero nascosto da secoli e da generazioni” (Col 1, 26) e la cui
proclamazione ufficiale ha subìto una lunga eclissi nel vostro Paese. Guidate
i fedeli verso un rapporto autentico con Cristo. In questo momento della
vostra storia nazionale, siate più che mai riunificatori e agenti di unità.
Costruite e mantenete la comunione fra i cristiani, nella comunità che vi è
stata affidata e con le altre comunità diocesane. Il sacerdote, infatti, è il
ministro della comunione, colui che assicura l’unione in seno alla famiglia di
Dio. Abbiate una parola di speranza per tutti i fedeli, ma soprattutto per i
giovani, maggiormente esposti alle difficoltà della vita a causa della
improvvisa apertura al liberalismo, e duramente colpiti dalla disoccupazione.
Insegnate loro che innanzitutto è il cuore dell’uomo che deve cambiare, perché
cambino le cose. Il cuore, infatti, rende lo sguardo attento e benevolo, il
cuore suggerisce i gesti di concreta assistenza reciproca. È partendo da una
disposizione interiore a volere sinceramente il bene comune che si costruisce
l’unità. Incoraggiate la gioventù a intraprendere con entusiasmo, nell’amore e
nella speranza, i compiti di questo mondo che un cristiano non potrebbe
trascurare. Infine, fra le opere del vostro ministero sacerdotale ce n’è una
di grande valore e di attualità dopo tanti anni di sofferenze e di ricordi
dolorosi; mi riferisco al ministero della riconciliazione: siate gli artefici
della pace e fate capire a chi vi circonda che la Chiesa è formata da persone
riconciliate, che sono state lavate nel sangue di Cristo e hanno ricevuto lo
Spirito Santo, lo Spirito della pace.
5. Cari fratelli e sorelle, membri degli Istituti di vita consacrata, avete
scelto la vita religiosa per rispondere alla chiamata di Cristo ad essere
perfetti come “è perfetto il Padre nostro celeste” (Mt 5, 28), e, per diventare
tali, avete intrapreso la via evangelica della castità, della povertà e
dell’obbedienza. Sappiate che avete un ruolo insostituibile nella missione
della Chiesa. Con le rinunce che la vostra vocazione richiede, testimoniate il
primato dei valori spirituali e siete in un certo senso, per i vostri fratelli
e le vostre sorelle, un vivo invito a difendere questi stessi valori, che
essi, oggi, sarebbero più tentati di trascurare. Con la vostra preghiera e la
vostra vita di unione con Dio, mostrate la fonte dell’efficacia di ogni opera
per l’avvento del Regno: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi,
chiedete quel che volete e vi sarà dato” (Gv 15, 8). Ricordatevi che è
proprio grazie alla preghiera che la Chiesa della Guinea ha resistito durante
la tormenta. Continuate a diffondere la gioia che deriva dalla scelta di una
vita semplice, sulla linea delle Beatitudini e a dare l’esempio del lavoro,
necessario a ognuno per guadagnarsi la vita e fonte di orgoglio, perché
associa l’uomo all’opera divina della creazione sempre in atto.
6. Quanto a voi, cari catechisti, avete preso il vostro posto nel Corpo di
Cristo, e in esso svolgete il vostro ruolo. Avete saputo colmare il vuoto
lasciato dalla partenza dei pastori durante gli anni della persecuzione. È
grazie a voi che i cristiani della Guinea, isolati, privati dei sacerdoti,
impossibilitati a comunicare con l’esterno, hanno resistito, poiché voi avete
continuato a istruirli, a far leggere loro la Bibbia e li avete aiutati a
pregare. Il Papa è lieto di rendere omaggio alla vostra opera apostolica e
alla vostra grande fedeltà.
Ringrazio per questo voi e i membri dei Consigli parrocchiali e tutti i
fedeli laici impegnati. In un’epoca in cui, in tutto il mondo, i cristiani si
rinnovavano sull’afflato del Concilio, voi già mettevate in pratica, senza
conoscerle, le sue direttive. Oggi che la Chiesa in Guinea riacquista la sua
forza, vi incoraggio a continuare l’evangelizzazione accanto ai vostri pastori
che apprezzano la vostra collaborazione. Mi auguro che possiate rinnovarvi in
tutto ciò che è utile al vostro ministero, che possiate inoltre nutrire e
rafforzare la vostra vita spirituale per compiere al meglio la vostra
missione.
7. Infine, mi rivolgo a voi, cari seminaristi che modellerete il volto
della Chiesa guineana del 2000. Cercate di diventare uomini di fede, per
annunciare in modo convincente la Parola di Dio, per sostenere i vostri
fratelli nelle loro convinzioni e confortarli nei loro dubbi. Cercate di
diventare uomini dei misteri di Dio, testimoni dell’Invisibile presso quanti
vi circondano, cristiani, musulmani o adepti di religioni ancestrali.
Diventate uomini della comunione, che sappiano cementare l’unione fra i membri
del Popolo di Dio attraverso l’Eucaristia. Per tendere a questo ideale occorre
che nutriate in voi una vita spirituale esigente perché l’impatto della vostra
attività pastorale ne è condizionata. Questo è il messaggio contenuto nel
passo del Vangelo che abbiamo ascoltato e in cui Gesù subordina la nostra
efficienza alla nostra unione con Lui: “Senza di me non potete far nulla” (Gv
15, 5). Il lavoro che vi attende non lo affronterete da soli. Lo svolgerete
con i vostri fratelli nel sacerdozio, con cui stabilirete legami di profonda
amicizia spirituale. Sulla base di questi legami e di quelli che nasceranno
dal contatto con le comunità parrocchiali, il vostro celibato acquisterà un
nuovo significato e vi condurrà sul cammino di un’autentica paternità
spirituale che porterà abbondante frutto.
8. Cristo è in mezzo a noi, speranza della gloria (cf. Col 1, 27).
Paolo ha ricevuto da Dio la missione di realizzare la sua parola (Col
1, 25); questa missione si può comprendere facilmente attraverso l’allegoria
della vera vite e dei tralci. Gesù dice: “Se rimanete in me e le mie parole
rimangono in voi, . . . in questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto
frutto” (Gv 15, 7-8). Come gli Apostoli anche noi siamo chiamati a
partecipare alla gloria di Dio con quello che dobbiamo fare quali discepoli di
Cristo. Anche se il cammino sul quale noi lo seguiamo comporta spesso la
sofferenza, questa, per l’Apostolo, è una fonte di gioia: perché nelle
sofferenze ciascuno di noi può completare nella sua carne “quello che manca ai
patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa” (Col 1,
24). Quanto è potente l’apostolato della sofferenza, benché sia umanamente
difficile capirlo se si considera la miseria dell’essere umano! Ma Cristo non
ha forse compiuto la redenzione del mondo spogliando se stesso? (Fil 2,
7). Questa è la pienezza del Mistero che è in Lui. Nel sacrificio della Croce
Cristo è per tutti gli uomini “la speranza della gloria”. “Non bisognava che
il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc
24, 26). Con la Croce e la Resurrezione, Gesù Cristo rimane in noi: è la vera
vite e chi rimane in lui dà molti frutti.
Che questo Mistero si diffonda nella vostra Chiesa! Che sia la sorgente e
la potenza che vi consentono di portare frutto nello Spirito Santo, per la
gloria di Dio e per la salvezza delle vostre anime!
© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana
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