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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN LEONARDO
MURIALDO
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Domenica, 22 marzo 1992
Carissimi fratelli e sorelle della parrocchia di “San Leonardo
Murialdo”!
1. In questa terza domenica del tempo quaresimale, Dio ci fa conoscere nel
brano dell’Esodo, il suo nome. Apparso a Mosè, in un roveto che ardeva senza
consumarsi, Dio gli rivelò di voler liberare il popolo eletto dalla schiavitù
d’Egitto. E Mosè disse a Dio: “Ecco, io arrivo dagli israeliti e dico loro: il
Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io
che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi
disse: “Dirai agli israeliti: “Io-Sono” mi ha mandato a voi” (cf. Es 3,
13-14). Questa parola “Io-Sono”, che si esprime anche con il termine Jahvè,
dice che Dio è l’esistente e il trascendente, cioè che in Lui essere ed
esistere sono la stessa cosa, che Egli possiede l’esistenza senza limiti, che
non riceve l’esistenza da nessuno, ma tutti la ricevono da Lui. Da ciò si
comprende che Jahvè non può essere che unico, un Dio solo.
2. Rivelare agli uomini il proprio nome, cioè la propria intima essenza, è
da parte di Dio un segno di grande benevolenza. Ma questo è solo l’inizio. Col
passare dei secoli, attraverso le parole dei profeti e le gesta dei suoi
interventi, Dio farà conoscere di sé molte altre cose. Abbiamo appreso così
che Egli è pastore, padre, madre e sposo del suo popolo. Dalla rivelazione del
Signore Gesù abbiamo saputo esplicitamente che Dio, pur essendo uno nella
essenza, esiste in Tre Persone, tra loro uguali e distinte, il Padre, il
Figlio e lo Spirito Santo. Abbiamo saputo che la scelta del popolo d’Israele
nell’Antico Testamento era finalizzata a preparare l’avvento del Messia, ma
che, con la venuta di Gesù di Nazaret, vero uomo e vero Dio, l’intera umanità
è stata chiamata alla dignità di popolo di Dio. Soprattutto abbiamo saputo (ed
è la parola più alta detta di sé da Dio), che Dio è Amore, cioè che in Lui
essere e amare sono la stessa cosa, che possiede l’amore senza limiti, che non
riceve la capacità di amare da nessuno, ma tutti la ricevono da Lui.
3. Quanto amore ha riversato Dio sulla terra e nei nostri cuori! Lo ha
fatto attraverso lo Spirito di Gesù, lo Spirito Santo, effuso nel giorno della
Pentecoste sulle persone riunite nel Cenacolo, e, da quel giorno, su tutti i
credenti, nelle varie forme, in cui la grazia si comunica alle anime. Lo ha
fatto con la sua grazia che è la vita nuova portata da Gesù, a prezzo del suo
sacrificio; che è dono concreto trasfuso nell’intimo delle nostre persone, per
cui partecipiamo sempre più intensamente all’amore di Dio, se non gli
opponiamo ostacoli; che è la vita stessa di Dio dentro di noi: la vita eterna
anticipata già su questa terra. Tutto questo si realizza in noi mediante la
continua conversione. Conversione infatti significa eliminare gli ostacoli che
si interpongono tra noi e lui, tra noi e la sua grazia, e lasciare che si
instauri in noi la sua vita. Convertirsi vuol dire darsi una mentalità nuova,
per cui vediamo come vede Gesù, vogliamo come vuole Gesù e viviamo come ha
vissuto Gesù. Vivere di lui e come lui è il fine del cristiano, al punto da
poter dire con San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Gesù che vive in me”
(Gal 2, 20).
4. Nel brano evangelico di Luca, vediamo come Gesù prenda lo spunto dalla
cronaca del tempo per istruire il popolo e per predicare la conversione: si
tratta della feroce uccisione di un gruppo di Galilei e dell’improvviso crollo
di una torre che aveva travolto 18 persone. Circa il primo episodio dice Gesù:
“Credete che questi Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver
subito una tale sorte?” (Lc 13, 2). Con queste parole intende eliminare
il pregiudizio che una disgrazia sia necessariamente una punizione del
peccato. Riguardo al secondo episodio Gesù ammonisce: “Se non vi convertirete,
perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13, 5). Qui il discorso è più
articolato: Gesù vuole far riflettere sul fatto che una catastrofe ha anche un
significato simbolico; è un richiamo a verificare il proprio stato di
coscienza. Quando si è peccatori incalliti, si va incontro a una tragica
sorte, più tragica degli eventi citati, perché il destino ultimo di ciascuno
riguarda l’eternità. Ma, pur nella severità dell’ammonimento, Gesù è
longanime, pieno di amore e di misericordia. Lo si vede nella parabola del
fico che non dà frutto. Dopo tre anni, il padrone ordina di tagliarlo. Ma il
vignaiolo implora una proroga. Quel vignaiolo è Gesù, il quale, nel suo grande
amore, ci offre ancora tempo per ravvederci, per convertirci e vivere da veri
cristiani. Anche San Paolo, nel brano odierno dalla prima Lettera ai Corinzi,
ci esorta a non illuderci: non basta essere stati battezzati ed essersi
nutriti alla stessa mensa eucaristica, se non si vive bene e non si è vigili!
(cf. 1 Cor 10, 3-4).
5. Con questi pensieri nel cuore, insieme al Cardinale Vicario, Camillo
Ruini, e al Vescovo Ausiliare del Settore, Monsignor Clemente Riva, vi saluto
tutti, cari Fedeli di questa Comunità parrocchiale di San Leonardo Murialdo.
Rivolgo il mio grato pensiero al Parroco, Padre Domenico Paiusco, e a tutti i
suoi Confratelli della Congregazione di San Giuseppe del Murialdo, ai quali è
affidata la cura pastorale di questa circoscrizione. Rivolgo inoltre un
cordiale saluto alla Delegazione ufficiale proveniente da Praga, Repubblica
Federativa Ceca e Slovacca. Desidero abbracciare con affetto tutte le
categorie di persone che compongono la comunità cristiana: i neonati, i
bambini, i fanciulli, gli adolescenti e i giovani; auspico per essi una vita
serena e degna della migliore tradizione cristiana di Roma. Saluto le coppie
cristiane che si preparano al matrimonio, e quelle che in tale sacramento già
vivono, mostrando la bellezza e la fecondità dell’amore di Dio. Saluto le
Religiose Stimmatine, che tanto bene vanno prodigando da anni in questa
Parrocchia. Saluto gli adulti impegnati nel lavoro e gli anziani che hanno il
merito di aver già dato il meglio di sé alla società e alla Chiesa, e che
trascorrono la loro vecchiaia in opere feconde di bene. Saluto particolarmente
gli infermi, i bisognosi, i tribolati, tutti coloro che sono messi alla prova
dalla sofferenza, saluto con gratitudine tutti quelli che mettono la loro vita
al servizio degli altri, per amore di Cristo. So quanto impegno pastorale i
vostri sacerdoti pongono nella cura delle vostre anime. E quanta rispondenza
trovano in molti di voi, nonostante gli ostacoli. So che il progetto pastorale
della Parrocchia è in linea con le direttive della CEI e con il Sinodo
diocesano a cui date il vostro contributo, e che il vostro Consiglio pastorale
parrocchiale è molto attivo. Conosco il vostro coinvolgimento nella catechesi
ordinaria e nel cammino neocatecumenale, con le sue propaggini missionarie a
Roma e fuori, anche in ragioni assai lontane. Vi incoraggio nel vostro impegno
nella liturgia e nelle iniziative di carità: portate avanti con generoso
slancio il vostro impegno sociale e spirituale nell’ambito dell’Associazione
Reffo, del centro Vojta, del Gruppo impegno per i Nomadi, dell’Oratorio Anspi
per ragazzi e per anziani e del Gruppo Agesci Roma 36. Mi rallegro con voi e
ringrazio il Signore per il dinamismo cristiano che esiste in questa Comunità
parrocchiale. Perseverate nel bene. Non abbassate la guardia contro il male.
Testimoniate la vita nuova che si vive in Gesù Cristo: Roma ne riceverà un
impulso determinante, in grado di far progredire l’urgente impegno per la
nuova evangelizzazione, alle soglie del terzo millennio.
Dopo questo saluto, torniamo ancora a contemplare questo mistero che ispira
la terza domenica di Quaresima. Dio ci ha rivelato il suo Nome, Dio ha offerto
a noi il suo profondo mistero: il mistero della divinità e il mistero della
comunione, della Trinità. Rimaniamo così nella contemplazione di questo
mistero del Nome di Dio per comprendere meglio il mistero della Quaresima, la
conversione, che è conversione attraverso il sacrificio di Cristo, attraverso
il suo mistero pasquale. Sia lodato Gesù Cristo.
© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana
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