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ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONSIGNOR
NERSES DER NERSESSIAN
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Basilica di San Pietro - Martedì,
17 novembre 1992
1. “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito quale sentinella sopra la casa
d’Israele”. La sentinella ha due compiti: osserva e vigila. Scruta
l’orizzonte, per comprendere meglio la realtà, per coglierne i mutamenti, i
pericoli incombenti o le occasioni che consentono strategie di vittoria,
Veglia, perché mentre l’accampamento dorme, il nemico non sopraggiunga a
derubare e distruggere.
2. Osservare e vegliare è compito della Chiesa e, in essa, di ogni
cristiano. Il suo vegliare non è l’atteggiamento di chi per paura si
paralizza, come il servo che sotterra il suo talento. Il vegliare della Chiesa
è l’ansia, la trepidazione di chi attende un ritorno, di chi sa che il suo
domani dipende da un amico che sta per giungere: Cristo, Salvatore del mondo.
Essa lo aspetta, lo invoca, lo desidera, perché la sua trepidazione sia
appagata e la sua speranza coronata. Nel far questo il suo occhio non è mai
stanco di cogliere, nelle cose e negli eventi, le tracce consolanti della sua
venuta. E, quando le ha scorte, corre ad annunciarle ai fratelli, perché la
sua gioia sia una festa per tutti.
3. Ma osservare e vegliare sono, nella Chiesa, un preciso mandato per chi
riceve dallo Spirito la pienezza del sacerdozio. Quando il gregge a lui
affidato si interroga con timore, il vescovo lo conforta e rafforza,
comunicando la ferma certezza a lui partecipata dall’amore di Dio, che parla
nella Scrittura Santa, che si comunica nei Sacramenti, che si rifrange nei
mille volti degli uomini. Quando il gregge si attarda, egli lo sprona, lo
esorta, lo rimprovera se necessario, sempre indicandogli i segni della
presenza dell’Amico lontano, ma ogni giorno più vicino, quell’Amico che egli
ha atteso vegliando nella notte dal suo posto di sentinella.
4. Osservare e vegliare sono da oggi il tuo compito particolare, caro
fratello che la Chiesa armena presenta al Successore di Pietro, perché gli
imponga le mani per il servizio episcopale. Ti hanno condotto qui i tuoi
fratelli nell’episcopato, sotto la guida del Patriarca degli Armeni cattolici,
che ne è padre e capo. A loro va il mio saluto e il mio bacio di pace,
nell’assicurazione che questa casa, la casa di Dio costruita sulla tomba
dell’Apostolo Pietro, è la loro casa in cui sono accolti con gioia e speranza.
Ti hanno condotto qui col pensiero i tuoi fedeli, che non possono essere oggi
presenti a causa dei disagi economici che ancora attraversa il popolo armeno.
Essi pure partecipano spiritualmente a questo momento straordinario di grazia,
offrendo a Cristo, l’Amico che viene, il loro pianto, la loro sofferenza, ma
anche la loro fiducia, e l’affetto e la venerazione che nutrono per te. E per
te intercedono dal Cielo i sacerdoti armeni cattolici che, nei decenni
passati, sono stati strappati alle loro comunità e condotti a morire lontano.
Tu non hai esitato a lasciare la vita protetta del tuo monastero, dove per
cinquant’anni sei vissuto nella lode di Dio e nello studio operoso, per
condividere con loro la speranza di una rinascita, così fortemente mescolata
al travaglio del parto. Essi non cessano di ringraziare Dio e la Chiesa per il
dono della tua persona e del tuo servizio. Gli Armeni cattolici a te affidati
hanno bisogno di un padre, oggi più che mai: un padre che renda presente
l’universalità della Chiesa, la sua sollecitudine, la forza della verità che
le è affidata. Non dimenticare che nelle tue vene scorre il sangue di tuo
padre, che fu testimone di Cristo e confessore della fede. Con loro si
rallegrano gli Armeni cattolici della diaspora, che si impegnano a conservare
la loro fede e la loro cultura, ben coscienti di essere figli di martiri. I
loro Vescovi hanno portato con sé una rappresentanza dei loro fedeli: ad essi
vanno il benvenuto e la benedizione del Papa.
5. Un arduo compito ti attende al tuo ritorno. La tua, la vostra patria è
stretta nella morsa di immani disagi, mentre il sangue continua a scorrere
nella terra benedetta e martoriata del Caucaso. Eppure, in quest’ora storica
la speranza torna a fiorire tra le rocce d’Armenia con una tenacia e un
entusiasmo carichi di immense potenzialità. Quel popolo, nel quale il
cristianesimo ha radici antichissime, vede oggi realizzato il sogno della
libertà, tanto attesa, tanto amata, e così raramente posseduta. Ora tutti si
adoperano, e le Autorità civili in particolare, per offrire ai giovani una
prospettiva che consenta di spendere ogni sforzo per un domani migliore. Essi
sanno bene che per far questo occorrono ideali possenti, che giustifichino il
sacrificio e l’attesa, una pazienza a volte eroica e un impegno senza sosta.
Sanno bene che ciò può venire soltanto dalla fede in Cristo, il Signore della
storia, il Dio fattosi uomo per la libertà piena e completa di ogni uomo.
Sanno che nel nome di Cristo tanto sangue armeno, nel corso dei secoli, è
stato sparso sull’altare della storia. Essi vedono che ciò non è stato vano.
Ma comprendono pure che il tempo della prova non è finito: la speranza
continua a costare un prezzo altissimo. La fiaccola della fede è stata
mantenuta accesa in questi anni dai Cristiani che hanno pagato a caro prezzo
la loro costanza. Essa si è conservata viva anche nelle comunità cattoliche,
per decenni prive di ogni presenza sacerdotale, e che pure, nel nome
dell’unico Signore Gesù Cristo, non hanno cessato di attendere e di pregare,
insieme ai loro fratelli della Chiesa armena apostolica. A Sua Santità il
Catholicos Vazken I, all’intera Gerarchia e ai fedeli di quella Chiesa va ora
il mio pensiero di venerazione e di affetto.
6. Fratelli dell’Armenia, il Papa oggi vi dice: Ricordatevi di chi siete
figli. Non dimenticate che se il nome di Cristo è ancora onorato in alcune
terre, ciò è merito dei vostri padri che non hanno rinunciato alla fede. Il
chicco di grano sepolto rinasce e germoglia. Cristo non delude. Non
abbandonatelo, per accontentarvi di facili risposte, che sono un cibo che
perisce. Egli solo vi offre un cibo che dura per la vita eterna. Egli vi offre
il suo Regno, già qui, oggi. Vi promette che non morirete, come persone e come
popolo. E così un giorno voi incontrerete di nuovo i vostri antenati, che vi
hanno preceduto, seguendo san Vartan e gli altri martiri, nella certezza che è
meglio morire che rinunciare alla Verità. La Chiesa cattolica, il Vescovo di
Roma non cesseranno di pregare per voi e di adoperarsi in ogni modo per
alleviare le vostre sofferenze, insieme alle sofferenze di tutti i popoli che
con voi soffrono e sperano.
7. A voi in particolare, amatissimi cattolici del Caucaso, io chiedo di
ricevere il vostro Arcivescovo con lo stesso canto, con il quale lo avete
accolto la prima volta, quel giorno in cui si è recato in un vostro villaggio
tra le montagne, primo sacerdote armeno cattolico dopo tanti anni. È un canto
scritto dall’abate Mechitar, vanto del popolo armeno e fondatore della
Congregazione Monastica, cui il vostro Arcivescovo appartiene e alla quale va
la gratitudine per averlo donato. È un canto che per tanti anni non avete
dimenticato, perché nelle famiglie le mamme non hanno smesso di insegnarlo ai
loro bambini.
“Ti prego, Madre di Dio, / che sei tempio del Verbo incarnato, / alta e
luminosa sopra il sole, / supplica per me tuo Figlio”.
Cantatelo anche per il Papa che oggi, nell’imporre le mani su colui che vi
è padre e fratello, tutti vi abbraccia nel nome del Cristo e della Sua Vergine
Madre.
© Copyright 1992 - Libreria Editrice Vaticana
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