The Holy See
back up
Search
riga

VISITA ALLA PARROCCHIA DI SAN GIUSEPPE MOSCATI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 21 febbraio 1993

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. Stringendovi a lui, pietra viva [...] anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale (1 Pt 2, 4-5). L’affermazione della I Lettera di Pietro indica il senso profondo della liturgia che stiamo celebrando in questa chiesa, che già da qualche tempo vi accoglie, ma che oggi, col solenne rito della dedicazione, assumerà pienamente la sua funzione. Viviamo un’ora di gioia che, ne sono certo, si inciderà profondamente nella vostra memoria. Questo tempio fa ormai tutt’uno con la vostra Comunità parrocchiale e col vostro territorio. Fra le vostre case sarà testimone del nascere e del morire, della crescita dei vostri figli, della fatica del vivere quotidiano. Tra i tanti luoghi di culto di Roma, voi sentirete questo come il “vostro”. Ma al di là di tale significato affettivo e funzionale, esso avrà per voi un senso ancora più alto, quale simbolo della Chiesa, mistero di comunione, immagine nel tempo dell’eterna vita trinitaria. Non a caso, fin dall’antichità, il termine “chiesa” è stato usato per indicare sia la Comunità sia il luogo in cui essa si riunisce. Le due realtà si richiamano a vicenda: il luogo rimanda al mistero. A tale mistero vuole appunto introdurci la parola di Dio appena proclamata.

2. “Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza” (Ne 8, 10). La prima lettura, tratta dal Libro di Neemia, ci ha riportati ad un momento significativo nella storia del popolo dell’Antica Alleanza, quando finalmente, negli anni successivi all’esilio, si poté ricostruire il tempio, e intorno ad esso, pur tra tante difficoltà, rifiorì l’adesione alla legge del Signore. Rifiorì il popolo dell’Antica Alleanza. È importante sottolineare questa connessione tra il tempio e la legge: di fronte alla facile tentazione di una religiosità ridotta a cultualismo, la riforma di Esdra e Neemia chiedeva innanzitutto un impegno spirituale testimoniato nell’esistenza. L’alleanza di Dio col suo popolo doveva essere celebrata non solo nei riti del tempio, ma soprattutto nel culto della vita. Sappiamo quale parte avesse il tempio nell’antico Israele, ma anche quanto frequente fosse la tendenza a ridurlo a luogo di pratiche religiose, non radicate nel cuore e nella vita. Ai tempi di Gesù, esso era stato ricostruito per la terza volta, e la sua monumentale bellezza riempiva di orgoglio gli israeliti. Gesù dovrà difenderlo severamente dagli abusi di una religiosità superficiale e mercantile: “Non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato” (Gv 2, 16). In questo modo il Signore, con il peso della sua divina autorità, ribadiva gli sforzi tante volte compiuti dai profeti per riportare il popolo di Dio sulla strada dell’autentica fedeltà all’Alleanza. L’intero Libro di Neemia si muove in questo solco, presentandoci un popolo deciso finalmente a tornare alla legge del Signore, di cui il nuovo tempio sarà custodia e simbolo. Un ritorno ricco di esultanza: “La gioia del Signore è la vostra forza”.

3. Cristo è la “pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1 Pt 2, 4). Come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, egli sarà d’ora in poi il tempio di Dio fra gli uomini, tempio della Nuova ed eterna alleanza, tempio che trascende le misure terrene, che ha il suo compimento nel cielo, nella vita divina. Con Gesù, infatti, anche la teologia del tempio era destinata ad una svolta. Proprio nel tempio di Gerusalemme egli annuncia una nuova economia di grazia, additando la sua persona come il nuovo tempio, che gli uomini cercheranno di abbattere, ma che la potenza di Dio in tre giorni ricostruirà (cf. Gv 2, 19-22). È chiara l’allusione alla risurrezione, che farà rifulgere la sua divinità nel tempio vivente del suo corpo. “Piacque a Dio – dice Paolo nella Lettera ai Colossesi – di fare abitare in lui ogni pienezza” (Col 1, 19). Appunto tale pienezza, messianica e divina, è confessata da Pietro, nel brano del Vangelo appena proclamato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16).

4. Ma perché dunque siamo qui, a dedicare questo edificio al Signore, se ormai non c’è che un solo tempio, una sola “pietra viva”, un solo luogo di salvezza, nella persona di Gesù? In realtà, questo tempio ha senso proprio perché esprime tale realtà soprannaturale interamente centrata sul Redentore. La Comunità cristiana, fin dai primordi della sua storia, ha avuto bisogno di località per radunarsi. All’inizio erano le case stesse dei cristiani a fungere da chiese. Poi nacquero edifici destinati specificamente al culto. Tuttavia, mai va dimenticato il nuovo significato del tempio cristiano: al di sotto delle architetture c’è una vita, e questa vita, in ultima analisi, è il mistero di Cristo, simboleggiato in particolare dall’altare, da cui ogni giorno, nella celebrazione eucaristica, si irradia nei credenti la luce del mistero pasquale.

5. Questo chiama in causa noi, “pietre vive” destinate ad essere, secondo la parola della Prima Lettera di Pietro, unite a Cristo, “pietra angolare”, per formare un edificio spirituale, un sacerdozio santo. Questa dimensione ecclesiale del “tempio” ci viene richiamata, da altra angolatura, anche dal brano del Vangelo appena proclamato, lì dove esso addita il ruolo fondamentale di Pietro nell’edificio vivente che è la Chiesa: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Così abbiamo una visione neotestamentaria: tempio vivo, pienezza della dimora di Dio con tutto il genere umano, è Cristo, che con Pietro fonda la sua Chiesa chiamandola Pietra viva. E, all’interno di questa istituzione vengono edificate le pietre vive che siamo noi quando ci riuniamo intorno a Cristo attraverso il ministero di Pietro e di quelli che lo condividono. E così ogni tempio cristiano, come quello che oggi dedichiamo, sta ad indicare il “Christus totus”, il Cristo capo e le sue membra. La Chiesa-edificio è a servizio della Chiesa-comunione: è strumento della sua unità, della sua crescita, della sua santità. Alla luce di questo significato spirituale del tempio, si comprende anche il senso dell’antica consuetudine, per cui ogni chiesa deve avere un titolo desunto da qualche aspetto del mistero divino o dal riferimento alla celeste Madre di Dio o ad un Santo. Non si tratta solo di dare il nome ad un edificio, ma di richiamarne la sacralità, ricordando al popolo cristiano la vocazione alla santità di ogni battezzato.

6. A voi, carissimi Fratelli e Sorelle, questa altissima vocazione sarà ricordata da un luminoso testimone del nostro tempo, san Giuseppe Moscati, che ho avuto la gioia di elevare agli onori degli altari. La sua fu la santità di un laico, immerso nella realtà e nei problemi della vita quotidiana, ma radicato profondamente nella contemplazione. Era, come sapete, un medico: si ricorreva a lui per le sofferenze del corpo, ma da lui si riceveva ben più di una prescrizione sanitaria. Egli sapeva guardare alle persone con gli occhi di Dio. Non si poneva come un arido professionista: era il fratello, che sapeva farsi tutt’uno con il dolore dei pazienti, avvolgendoli con la tenerezza del suo cuore. Si può dire che curasse gli ammalati, oltre che con le risorse della sua riconosciuta competenza, con il calore della sua umanità e la testimonianza della sua fede. Certo non gli mancarono difficoltà e fatiche, ma aveva scoperto nell’Eucaristia, nell’ascolto della Parola di Dio, nella partecipazione alla vita della Comunità cristiana, la sorgente inesauribile a cui attingere per ritemprare le forze. Oggi, in questa particolare circostanza, San Giuseppe Moscati ripete a voi, membri di questa Comunità che lo ha scelto come patrono: coraggio, come è stato detto a me all’inizio di questa visita. Abbiamo bisogno di essere incoraggiati tutti da tutti. Coraggio, la santità è possibile; è possibile in qualunque situazione, nonostante i condizionamenti del male. Alla crisi del nostro tempo può dare una risposta adeguata solo una grande fioritura di santità. Per questo ci vuole coraggio, il coraggio che ci danno i Santi e una chiesa dedicata a un Santo ci dà coraggio attraverso il profondo mistero di Cristo vissuto, attuato e compiuto da San Giuseppe Moscati.

7. In questo nuovo tempio, carissimi Fratelli e Sorelle, voi avete un grande aiuto. Qui potrete sperimentare, ogni volta che lo vorrete, la potenza rigeneratrice della preghiera personale e comunitaria. Vi incontrerete tra queste mura non come estranei, ma come fratelli, capaci di darsi volentieri la mano. Con questi sentimenti tutti di cuore vi saluto: dal Cardinale Vicario Camillo Ruini, al Vescovo Ausiliare di Settore, Mons. Giuseppe Mani, al vostro parroco, don Francesco Porcelli, ai sacerdoti collaboratori, ai Religiosi, alle Religiose, a quanti attivamente operano a servizio del popolo cristiano, a voi tutti qui presenti. So che vostro sforzo diuturno è percorrere insieme un vero cammino di fede. Vi incoraggio a proseguire con generosità nel vostro sforzo, avendo un’attenzione speciale per la famiglia, cellula fondamentale della Chiesa e della società. Vi sono tra voi molte famiglie giovani. Non manchi loro l’aiuto e il calore della comunità, perché si conservino solide nella fede e nell’amore e, all’occorrenza, si sentano sostenute anche nelle loro necessità materiali.

Da una attenta cura pastorale ai nuclei familiari si potrà sperare un incremento delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, ma soprattutto un incremento delle vocazioni alla vita cristiana. È sempre il Signore che chiama, ma occorre favorire l’ascolto della sua chiamata e incoraggiare la generosità della risposta. Siate solleciti nel seguire i giovani, perché non si sentano abbandonati a se stessi, tra le mille difficoltà della vita. In parrocchia possano trovarsi come a casa loro, respirando un clima di fede e di fraternità, e siano in grado così di scoprire la gioia dell’impegno, la capacità del servizio, la fiducia nel futuro. Carissimi parrocchiani, la Diocesi di Roma conta anche su di voi per la riuscita del grande sforzo di evangelizzazione e di rinnovamento avviato col Sinodo pastorale. È un grande progetto, per la cui realizzazione occorre che ogni parrocchia, ogni associazione e movimento ecclesiale, ogni cristiano di Roma, raccolga le sfide dell’odierna società ed offra le opportune risposte. E devo dirvi che le informazioni che ci giungono da questa Assemblea Sinodale che intensamente lavora in questi mesi sono molto incoraggianti.

8. “La gioia del Signore sia la vostra forza”. La parola di Dio, proclamata in questa assemblea liturgica, viene opportunamente ad incoraggiarci nell’itinerario della nostra vita cristiana. Cristo è la pietra viva, fondamento della speranza e dell’impegno di ogni credente.

A lui siamo invitati a volgere fiduciosi lo sguardo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”! Stringiamoci a lui e anche noi saremo “impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”: per la costruzione della sua Chiesa, di questa Chiesa il cui simbolo rimarrà la costruzione materiale della vostra chiesa dedicata a San Giuseppe Moscati. Vi auguro che sia centro della vostra vita cristiana ed umana e che sia per voi una benedizione e una ispirazione che accompagni la vita di ciascuno.

Amen!

 

© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana

 

top