 |
VISITA PASTORALE IN SICILIA
CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA
VALLE DEI TEMPLI
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Agrigento -
Domenica, 9 maggio 1993
1. “Signore, mostraci il Padre” (Gv 14, 8). Nell’ora culminante e
conclusiva dell’attività messianica di Gesù di Nazaret, alla vigilia della sua
passione e morte in croce, gli Apostoli riuniti nel cenacolo, e in particolare
Filippo, domandano al Maestro: “Signore, mostraci il Padre”. Gesù risponde
loro: “Chi ha visto me ha visto il Padre... Io sono nel Padre e il Padre è in
me” (Gv 14, 9. 11). L’ultimo colloquio dei discepoli con il loro
Maestro è denso di profondi contenuti; in esso convergono, e in qualche modo
vengono racchiusi, gli elementi più profondi della buona Novella. Durante la
sua missione terrena Gesù aveva continuamente parlato del Padre, era vissuto
sempre unito a Lui, in tutto si era riferito a Lui. Egli, che è totalmente da
Lui e per Lui, aveva comandato ai discepoli di pregarlo chiamandolo: “Padre
nostro”. Al momento dell’ultima Cena, rispondendo alla domanda di Filippo,
dice: “Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi
dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere...
credetelo per le opere stesse” (Gv 14, 10-11).
2. Chi è Dio? La risposta a questo interrogativo è senz’altro prioritaria e
fondamentale per la vita dell’uomo. Le risposte alle domande: “Esiste Dio?” e
“Chi è Dio?” si possono trovare in sovrabbondanza nella Buona Novella
enunciata da Cristo. “Il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha
rivelato” (Gv 1, 18). Egli ci ha rivelato Dio nella sua gloria
infinita. Pur rimanendo per noi esseri umani sempre un mistero, questo Dio –
Padre, Figlio e Spirito Santo – ci permette di chiamarlo per nome. Già
nell’Antica Alleanza fu rivelato il suo Nome agli uomini: Jahvè, “Colui che
è”. Nella rivelazione evangelica questo Nome di Dio, senza perdere l’identità
primordiale, è stato in certo senso ulteriormente aperto all’intelligenza
dell’uomo: “Colui che è”, è Padre, Figlio e Spirito Santo. Ai credenti è stato
dato così di conoscere mediante la fede l’unità imperscrutabile della Trinità.
3. Al tempo stesso, questo Dio infinito e misterioso nel suo Unigenito
Figlio si è avvicinato all’uomo in modo ineffabile: in Lui, Verbo fatto carne,
Dio è diventato uomo. Per questo ora l’uomo può vedere Dio: “Chi ha visto me
ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Ma Dio ha fatto ancora di più: Cristo,
il Figlio di Dio, è venuto in mezzo agli uomini come Via al Padre. Egli
stesso, che proviene dal Padre e ritorna al Padre mediante la sua croce e la
sua risurrezione, diventa per tutti noi la Via. Attraverso di Lui, anche noi
“andiamo” al Padre: per Cristo nello Spirito Santo. Mediante Lui possiamo
partecipare alla pienezza della Verità e della Vita propria di Dio: Jahvè,
cioè “Colui che è” è appunto questa assoluta Pienezza divina, che in Cristo ci
viene partecipata. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv
14, 6), dice Gesù. In Lui la vita umana ritrova il suo fine ultimo in Dio, che
si manifesta quale “dimora” eterna per l’uomo, la cui esistenza sulla terra è
come un pellegrinaggio in cerca dell’Assoluto. “Nella casa del Padre mio vi
sono molti posti” (Gv 14, 2): dunque sono molti coloro che vi
abiteranno. Agli interrogativi e alle difficoltà dell’umana intelligenza, che
davanti a questa affermazione si domanda come ciò sarà possibile, Gesù
risponde: “Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto...” (Gv
14, 2). Siamo così condotti al vertice della nostra fede e della nostra
speranza: l’attività messianica di Cristo, che annuncia il Vangelo del Regno e
realizza il mistero pasquale, costituisce un’unica preparazione alla
definitiva comunione con Dio. Mediante tale missione salvifica, il Figlio ci
prepara un posto nella casa del Padre. Siamo dunque tutti dei “chiamati”,
siamo cioè invitati ad abitare nelle dimore eterne, a partecipare e godere di
quella pienezza della Verità e della Vita che è Dio stesso.
4. L’invito ad abitare nelle dimore eterne è rivolto a tutti noi, carissimi
Fratelli e Sorelle, raccolti in questa incantevole Valle, testimone
dell’antica e gloriosa Chiesa di san Libertino. Ci troviamo dinanzi al più
grande complesso di templi antichi ancor oggi esistente. Esso ci parla del
profondo bisogno di Dio presente nel cuore dell’umanità in ogni epoca e in
ogni cultura. E sono lieto di poter leggere ed interpretare con voi questo
Vangelo giovanneo dell’odierna domenica. Sono lieto che queste colonne antiche
dei templi greci possano ascoltare la viva voce del Vangelo, della Rivelazione
cristiana, dopo tanti millenni. Stiamo vivendo, questa sera, al chiudersi
della mia visita alla vostra Diocesi, una speciale esperienza di fede e di
comunione. Provenienti dalle varie regioni dell’Isola, carissimi fedeli, vi
siete raccolti insieme col Successore di Pietro, per rinnovare la vostra
adesione a Cristo, “pietra angolare” che struttura l’intero edificio di Dio.
Voi siete i testimoni di Gesù, Via, Verità e Vita dell’uomo in questa terra
siciliana. La vostra esistenza è chiamata a divenire sempre più segno
evangelico della riconciliazione e della risurrezione.
5. Quando l’uomo si apre alla fede, sperimenta che l’egoismo è sostituito
dall’altruismo, l’odio dall’amore, la vendetta dal perdono, la cupidigia dal
servizio amorevole, l’egoismo e l’individualismo dalla solidarietà, la
divisione dalla concordia – così come è chiamato questo antico tempio vicino
ad Agrigento –, la violenza dalla misericordia. Ciò avviene quando l’uomo si
apre alla fede. Quando, invece, si rifiuta il Vangelo e il suo messaggio di
salvezza, s’avvia un processo di logoramento dei valori morali, che facilmente
ha contraccolpi negativi sulla stessa vita sociale. Non è forse da ravvisare
in questo la ragione ultima del fallimento di una cultura impostata sul
tornaconto personale, che non considera i reali bisogni delle persone,
specialmente delle più povere, condannate a rimanere vittime delle ingiustizie
di una società sempre più competitiva e sempre meno solidale? La vera forza in
grado di vincere queste tendenze distruttive sgorga dalla fede. Questa, però,
esige non solo un’intima adesione personale, ma anche una coraggiosa
testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male.
Essa esige qui, nella vostra terra, una chiara riprovazione della cultura
della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana,
antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile.
6. Le gravi situazioni di povertà, che tanta sofferenza hanno provocato
nella vostra gente, costringendo un gran numero di uomini e donne a separarsi
dagli affetti più cari per emigrare in paesi lontani, hanno favorito
l’insorgere e l’espandersi di vere e proprie malattie del tessuto sociale,
come il latifondismo e i fenomeni mafiosi. Al tempo stesso, però, molte
persone, proprio in simili condizioni di difficoltà, hanno imparato a soffrire
con dignità, a lavorare con tenacia, a non perdere mai la speranza in Dio e
nell’uomo. Come in anni trascorsi il popolo siciliano ha saputo superare prove
lunghe e dolorose, così anche oggi esso dispone delle risorse necessarie,
insieme con il sostegno solidale della Nazione italiana, per rimarginare le
attuali ferite, molte delle quali sono il frutto di ataviche condizioni
sociali. La Chiesa siciliana è chiamata, oggi come ieri, a condividere
l’impegno, la fatica e i rischi di coloro che lottano, anche con discapito
personale, per gettare le premesse di un futuro di progresso, di giustizia e
di pace per l’intera Isola.
7. Vi sostenga, carissimi, in questo sforzo fraterno e concorde, la grazia
divina. “Volgiti a noi, Signore; in te speriamo” (Salmo responsoriale): la
liturgia ci ha fatto ripetere poc’anzi questa fiduciosa invocazione. Noi
speriamo nel Signore: questa è la salda certezza che sorregge i passi di
coloro che operano per la giustizia e la pace. Sia questo anche il conforto di
tutti voi, pietre vive dell’antico edificio della Chiesa di Dio pellegrinante
in Sicilia. Con tali sentimenti sono lieto di abbracciare nel Signore i
carissimi Vescovi della Regione, qui presenti insieme col Cardinale Salvatore
Pappalardo, Arcivescovo di Palermo. Saluto in particolare Monsignor Carmelo
Ferraro, Pastore della Diocesi di Agrigento, che ospita questa solenne
celebrazione. Lo ringrazio cordialmente per le cortesi espressioni, che ha
voluto rivolgermi a vostro nome. Il mio pensiero si dirige poi al Clero
secolare e regolare, ai sacerdoti, alle Religiose e ai Religiosi, ai Membri
degli Istituti secolari e delle Società di vita apostolica, come pure ai Laici
generosamente impegnati nella vita cristiana nei diversi campi, nelle diverse
vocazioni, nei diversi impegni. Rivolgo infine uno speciale, affettuoso
pensiero agli ammalati, quelli che sono qui presenti e tanti altri che voglio
accomunare nella mia preghiera e nelle mie intenzioni. Rimangono poi i
giovani. Hanno vegliato tutta la notte. Dovrebbero essere stanchi ed
affaticati, ma non si vede. Si vede la forza. Da dove è venuta questa forza?
Penso che sia venuta dallo Spirito che il Signore non nega a quanti lo
pregano. E questi giovani hanno pregato tutta la notte. Vi auguro, carissimi,
questa forza, la forza del bene, la forza per superare i disagi, le malattie
morali della vostra terra. La forza per un futuro migliore della Sicilia. In
questo contesto suonano bene le parole di Pietro Apostolo: “Voi siete stirpe
eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato
perché proclami le opere meravigliose” (1 Pt 2, 9) del Signore. Siate
tutti apostoli di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile
luce. Questa è la consegna che vi lascio. Specialmente a voi, giovani, e a
tutti voi membri di questa splendida comunità cristiana di Agrigento.
8. “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6): come parlò un
tempo agli apostoli, così Gesù parla a noi questa sera. Egli aggiunge ancora:
“Vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io
vado, voi conoscete la via” (Gv 14, 3-4), poiché: “Io vado al Padre”.
Noi tutti, seguendo Cristo, la sua preghiera, il suo Vangelo, ripetiamo
stasera “Padre nostro”. È la preghiera della nostra vita. Non solo ci
sforziamo di far nostre le invocazioni di questa preghiera, ma vogliamo amare
con tutto il cuore e con tutta la vita Cristo, unica Via al Padre.
Signore Gesù, “mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8).
Amen!
© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana
|