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VISITA PASTORALE IN
CADORE
CELEBRAZIONE EUCARISTICA IN PIAZZA
ROMA
OMELIA DI GIOVANNI
PAOLO II
Santo Stefano di Cadore (Belluno) -
Domenica, 11 luglio 1993
1. “Uscì di casa e si sedette in riva al mare” (Mt 13, 1).
Gesù è il Maestro; lo è anche nel modo di guardare la natura. Nei
Vangeli sono numerosi i passi che lo presentano immerso nell’ambiente naturale
e, se si presta attenzione, si può cogliere nel suo comportamento un chiaro
invito ad un atteggiamento contemplativo di fronte alle meraviglie del creato.
Così avviene, ad esempio, nel racconto evangelico di questa Domenica. Vediamo
Gesù seduto in riva al lago di Tiberiade, quasi assorto in meditazione.
Il divino Maestro, prima dell’alba o dopo il tramonto, e in altri momenti
decisivi della sua missione, amava ritirarsi in un luogo solitario e
silenzioso, in disparte (cf. Mt 14, 23; Mc 1, 35; Lc 5,
16), per poter rimanere a tu per tu col Padre celeste e dialogare con lui. In
quei momenti Egli non mancava certo di contemplare anche il creato, per
raccogliervi un riflesso della bellezza divina.
2. Sulla sponda del lago lo raggiungono i suoi discepoli e molta gente.
“Egli parlò loro di molte cose in parabole” (Mt 13, 3). Gesù parla “in
parabole”, cioè utilizzando vicende dell’esperienza quotidiana ed elementi
tratti dalla contemplazione del creato.
Ma perché Gesù parla “in parabole”? È ciò che si domandano i
discepoli, e noi con loro. Il Maestro risponde, riecheggiando Isaia: Perché
guardino e non vedano, ascoltino e non intendano (cf. Mt 13, 13-15).
Che significa tutto ciò? Perché parlare in parabole e non invece “apertamente”
(cf. Gv 16, 29)?
3. Carissimi Fratelli e Sorelle! In realtà, la creazione stessa è come
una grande parabola. Quanto esiste – il cosmo, la terra, i viventi, l’uomo
– non costituisce forse una sola, immensa parabola? E chi ne è l’Autore, se
non Dio Padre, con cui Gesù dialoga nel silenzio della natura? Gesù parla in
parabole perché questo è lo “stile” di Dio. Il Figlio unigenito ha lo
stesso modo di fare e di parlare del Padre celeste. Chi vede Lui vede il Padre
(cf. Gv 14, 9), chi ascolta Lui ascolta il Padre. E ciò concerne non
solo i contenuti, ma anche i modi; non solo il che cosa Egli dice, ma pure il
come lo dice.
Sì, il “come” è importante, perché manifesta l’intenzione profonda
di chi parla. Se il rapporto intende essere dialogico, il modo di
parlare deve rispettare e promuovere la libertà dell’interlocutore.
Ecco la ragione per la quale il Signore parla in parabole: perché chi ascolta
sia libero di accogliere il suo messaggio; libero non solo di ascoltarlo, ma
soprattutto di comprenderlo, di interpretarlo e di riconoscervi l’intenzione
di Colui che parla. Dio si rivolge all’uomo in modo che sia possibile
incontrarlo nella libertà.
4. Il creato è, per così dire, il grande racconto divino. Il
significato profondo di questo meraviglioso libro della creazione,
tuttavia, sarebbe rimasto per noi difficilmente decifrabile, se Gesù – Verbo
fatto uomo – non fosse venuto a “spiegarcelo”, rendendo i nostri occhi capaci
di riconoscere più agevolmente nelle creature l’impronta del Creatore.
Gesù è la Parola che custodisce il significato di tutto ciò che esiste. È
il Verbo in cui riposa il “nome” di ogni cosa, dalla particella
infinitesimale alle immense galassie. Egli stesso è allora la
“Parabola” piena di grazia e di verità (cf. Gv 1, 14), con la quale
il Padre rivela se stesso e la sua volontà, il suo misterioso disegno d’amore
e il senso ultimo della storia (cf. Ef 1, 9-10). In Gesù, Dio ci ha
detto tutto ciò che aveva da dirci.
5. “Ecco, il seminatore uscì a seminare” (Mt 13, 3).
L’Incarnazione del Verbo è la più grande e più vera “semina” del
Padre. Alla fine dei tempi avverrà la mietitura: l’uomo sarà allora
sottoposto al giudizio di Dio. Avendo ricevuto molto, di molto gli sarà
domandato conto.
L’uomo è responsabile non solo di se stesso, ma anche delle altre
creature. Lo è in senso globale: a lui infatti è legata la loro sorte nel
tempo e al di là del tempo. Se egli obbedisce al disegno del Creatore e
ad esso si conforma, conduce nel regno della libertà l’intero creato,
così come l’ha trascinato con sé nel regno della corruzione, a causa
della disobbedienza originale. Questo ha inteso dirci oggi San Paolo
nella seconda Lettura.
Discorso misterioso, il suo, ma affascinante. Accogliendo Cristo, l’umanità
è in grado di immettere un flusso di vita nuova nella creazione. Senza Cristo,
il cosmo stesso paga le conseguenze del rifiuto umano di aderire liberamente
al piano della salvezza divina. Per la speranza nostra e di tutte le creature,
Cristo ha seminato nel cuore dell’uomo un germe di vita nuova ed immortale.
Germe di salvezza che imprime alla creazione un orientamento nuovo: la gloria
del Regno di Dio.
6. Come la pioggia e la neve – abbiamo ascoltato dal Libro del Profeta
Isaia – scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver fecondato la terra ed
averla fatta germogliare, così la Parola del Signore non tornerà a me senza
aver compiuto ciò per cui l’ho mandata (Is 55, 11).
A ciascuno, dunque, la responsabilità di essere “terra buona” e di
accogliere Cristo, affinché il Vangelo porti frutti di vita nuova già in
questo mondo, oltre che per la vita eterna.
Il cristiano deve guardarsi dall’essere superficiale o incostante, non deve
lasciarsi sopraffare dalle preoccupazioni del mondo e dall’inganno delle
ricchezze (cf. Mt 13, 19-22).
Corrispondendo alle sollecitazioni della grazia, egli ha il compito di
rendersi “terra buona”, capace non soltanto di accogliere la Parola, ma anche
di farla fruttificare con abbondanza.
7. Carissimi fratelli e sorelle di Santo Stefano di Cadore!
L’incantevole ambiente naturale, nel quale si svolge la vostra vita, vi
aiuta a meglio comprendere la vostra vocazione di credenti. Riconoscendo in
esso l’impronta del Padre celeste, sappiate lodare con animo grato la
Sua grandezza ed impegnarvi a corrispondere a tanta generosità con la
testimonianza di una vita veramente cristiana. Qui, in queste vostre vallate,
veramente “tutto canta e grida di gioia” (dal Salmo Resp.). Fate in modo che
la vostra intera esistenza, echeggiando il messaggio che sale dalla natura,
diventi lode al Signore che visita la terra e la disseta ricolmandola dei suoi
doni.
Con tali sentimenti saluto il vostro Pastore, il caro Mons. Maffeo Ducoli,
che impersona la squisita ospitalità dell’intera Chiesa locale. Rivolgo un
cordiale pensiero alle numerose autorità civili e militari presenti, in
particolare ai Sindaci del Cadore e specialmente alla civica amministrazione
di Santo Stefano, cui esprimo riconoscenza per la delibera comunale approvata
in vista dell’odierno incontro. Ringrazio tutti voi, Fratelli e Sorelle, che
gremite oggi la piazza di questo bel centro montano, ed estendo il mio
riconoscente saluto a quanti si uniscono a noi nelle case e nelle chiese della
zona.
Carissimi! Sforzatevi di far fruttificare i semi di vocazione sparsi
dal divino seminatore a piene mani: penso alle famiglie che cercano di
vivere con letizia ed impegno la via dell’amore coniugale e della paternità e
maternità responsabile; penso ai Sacerdoti, alle Religiose e ai
Religiosi, consacrati al servizio del regno di Dio nella Chiesa; penso,
infine, ai laici, chiamati ad essere testimoni coraggiosi nei vari ambienti di
vita e di lavoro.
8. Incoraggio volentieri soprattutto il vostro impegno per la formazione
cristiana delle famiglie. Quale “chiesa domestica”, la famiglia
costituisce una singolare parabola dell’Amore, atta ad assicurare all’intera
società il senso autentico dei valori.
Affido tutti i vostri progetti apostolici e pastorali alla intercessione
dei Santi Patroni del Comelico, detti patroni delle “Regole”, o
“Comunioni familiari”. Veglino sempre sui ritmi della preghiera e del lavoro
delle vostre Comunità, garantendo loro una costante memoria di quelle radici
profonde, che si alimentano alle sane tradizioni dei padri.
C’è una singolare catena di “posti di guardia” a presidio della vostra
bella terra: è costituita dai capitelli mariani posti sulle cime dei
monti. Penso, in particolare, alla Madonna collocata sul Monte Col, proprio
sopra Santo Stefano. Voglia Maria Santissima proteggere sempre le Comunità del
Comelico, benedire il Cadore e l’intera vostra famiglia diocesana. Vi sia
sempre accanto, per rendervi pronti a camminare fedelmente sulla retta via.
9. “Concedi, o Dio, – abbiamo pregato all’inizio della Celebrazione
eucaristica – a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che
è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme”. L’impegno che
ci è stato suggerito dalla riflessione sulla liturgia odierna si fa qui
preghiera.
La parola di Dio seminata nel nostro cuore porti frutti di salvezza eterna:
questa è l’invocazione che Ti rivolgiamo oggi, Signore.
Ti rendiamo grazie, Signore Gesù, parabola del Padre./ Tu visiti la nostra
terra/ e benedici i suoi germogli (Rit. del Salmo Resp.). Rendici terra
feconda in cui possa germogliare un’abbondante messe per la vita eterna. Amen!
© Copyright 1993 - Libreria Editrice Vaticana
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