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SANTA MESSA PER I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I MEMBRI DEGLI
ISTITUTI SECOLARI E DELLE SOCIETÀ DI VITA
APOSTOLICA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Festa della Presentazione del Signore Basilica
Vaticana - Mercoledì, 2 febbraio 1994
1. “Alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria” (Sal 24,
7).
Con queste parole del salmo la liturgia della festa odierna saluta Gesù,
nato a Betlemme, mentre per la prima volta varca la soglia del tempio di
Gerusalemme. Quaranta giorni dopo la sua nascita, Maria e Giuseppe lo
portano al tempio, per adempiere la legge di Mosè: “Ogni maschio primogenito
sarà sacro al Signore” (Lc 2, 23; cf. Es 13, 2.11).
L’evangelista Luca mette in evidenza che i genitori di Gesù sono fedeli alla
legge del Signore, la quale consigliava la presentazione del neonato e
prescriveva la purificazione della madre. Tuttavia, non è su questi riti che la
parola di Dio intende attirare la nostra attenzione, bensì sul mistero del
tempio che oggi accoglie colui che l’antica Alleanza ha promesso e i profeti
hanno atteso.
A lui il tempio era destinato. Doveva arrivare il giorno in cui egli vi
sarebbe entrato come “l’angelo dell’alleanza” (cf. Ml 3, 1) e si sarebbe
rivelato come “luce per illuminare le genti e gloria del popolo (di Dio),
Israele” (Lc 2, 32).
2. La festa odierna è come una grande anticipazione: essa anticipa la
Pasqua. Nei testi e nei segni liturgici, infatti, intravediamo, quasi in un
solenne annuncio messianico, quanto dovrà compiersi al termine della missione di
Gesù nel mistero della sua Pasqua. Tutti i presenti nel tempio di
Gerusalemme si trovano ad essere quasi testimoni inconsapevoli dell’anticipo
della Pasqua della Nuova Alleanza, di un evento ormai vicino nel misterioso
Bambino, un evento atto a conferire nuovo significato ad ogni cosa.
Le porte del santuario si aprono al mirabile re, che “è qui per la rovina e la
risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc 2, 34).
Al momento, nulla lascia trasparire la sua regalità. Quel neonato di
quaranta giorni è un normale bambino, figlio di genitori poveri. I più intimi
sanno che è nato in una stalla nei pressi di Betlemme. Ricordano i canti
celestiali e la visita dei pastori, ma come possono pensare, persino i più
vicini, persino Maria e Giuseppe, che quel bambino - secondo le parole della
Lettera agli Ebrei - è destinato a prendersi cura della discendenza di
Abramo, unico sommo sacerdote davanti a Dio per espiare i peccati del mondo
(cf. Eb 2, 16-17)?
In realtà la presentazione di questo bambino al tempio, come di uno dei
primogeniti delle famiglie d’Israele, proprio di questo è segno; è l’annuncio di
tutte le esperienze, le sofferenze e le prove alle quali egli stesso si
sottoporrà per venire in aiuto all’umanità, a quegli uomini che la vita molto
spesso mette a dura prova.
Sarà lui, misericordioso, unico ed eterno Sacerdote della nuova ed immutabile
Alleanza di Dio con l’umanità, a rivelare la misericordia divina. Lui, il
rivelatore del Padre, che “ha tanto amato il mondo” (Gv 3, 16). Lui luce,
luce che illumina ogni uomo, nel succedersi delle varie fasi della storia.
Ma, sempre per questo motivo, in ogni epoca Cristo diventa “segno di
contraddizione” (Lc 2, 34). Maria che oggi, come giovane madre, lo porta
in braccio, diventerà, in modo singolare, partecipe delle sue sofferenze:
l’anima della Vergine sarà trapassata da una spada, e questo suo soffrire
insieme al Redentore servirà a portare la verità nei cuori degli uomini (cf.
Lc 2, 35).
3. Il tempio di Gerusalemme diventa così teatro dell’evento messianico.
Dopo la notte di Betlemme, ecco la prima eloquente manifestazione del mistero
del divino Natale. È una rivelazione che viene come dal profondo dell’Antica
Alleanza.
Chi è infatti Simeone, le cui parole ispirate dallo Spirito Santo risuonano
sotto la volta del tempio di Gerusalemme? È uno di coloro che “aspettavano il
conforto di Israele”, la cui attesa era colma di fede incrollabile (cf. Lc
2, 25). Simeone viveva della certezza che non sarebbe morto prima di aver visto
il Messia del Signore: certezza proveniente dallo Spirito Santo (cf. Lc
2, 26).
E chi è Anna, figlia di Fanuele? Una vedova anziana, chiamata dal Vangelo
“profetessa”, che non lasciava mai il tempio e serviva Dio con digiuni e
preghiere giorno e notte (cf. Lc 2, 36-37).
4. I personaggi, che prendono parte all’evento oggi commemorato, sono tutti
compresi in un grande simbolo: il simbolo del tempio, il tempio di
Gerusalemme, costruito da Salomone, i cui pinnacoli indicano le vie della
preghiera per ogni generazione d’Israele. Il santuario è in effetti il
coronamento del cammino del popolo attraverso il deserto verso la Terra
promessa, ed esprime una grande attesa. Di questa attesa parla tutta la
liturgia odierna.
Il destino del tempio di Gerusalemme, infatti, non si esaurisce nel
rappresentare l’Antica Alleanza. Il suo vero significato era sin dall’inizio
l’attesa del Messia: il tempio, costruito dagli uomini per la gloria di Dio
vero, avrebbe dovuto cedere il posto ad un altro tempio, che Dio stesso avrebbe
edificato lì, a Gerusalemme.
Oggi, viene al tempio colui che dice di compierne il destino e lo deve
“riedificare”. Un giorno, proprio insegnando nel tempio, Gesù dirà che quell’edificio
costruito dalle mani dell’uomo, già distrutto dagli invasori e ricostruito,
sarebbe stato distrutto di nuovo, ma tale distruzione avrebbe segnato come
l’inizio di un tempio indistruttibile. I discepoli, dopo la sua
risurrezione, capirono che egli chiamava “tempio” il suo corpo (cf. Gv
2, 20-21).
5. Oggi, dunque, carissimi, stiamo vivendo una singolare rivelazione del
mistero del tempio, che è uno solo: Cristo stesso. Il santuario, anche
questa Basilica, non deve servire tanto al culto, quanto alla santità.
Tutto ciò che ha a che fare con la benedizione, in particolare con la
dedicazione degli edifici sacri, anche nella Nuova Alleanza, esprime la
santità di Dio, che si dona all’uomo in Gesù e nello Spirito Santo.
L’opera santificatrice di Dio tocca i templi fatti dalla mano dell’uomo, ma
il suo spazio più appropriato è l’uomo stesso. La consacrazione degli
edifici, pur architettonicamente magnifici, è simbolo della santificazione che
l’uomo attinge da Dio mediante Cristo. Per mezzo di Cristo ogni persona, uomo o
donna, è chiamata a diventare un tempio vivo nello Spirito Santo: tempio in cui
realmente abita Dio. Di un tale tempio spirituale Gesù parlò nel colloquio con
la samaritana, rivelando chi sono i veri adoratori di Dio, coloro cioè che gli
rendono gloria “in spirito e verità” (cf. Gv 4, 23-24).
6. Carissimi, la Basilica di San Pietro è rallegrata oggi dalla vostra presenza,
cari Fratelli e Sorelle, che, provenendo da svariate comunità,
rappresentate il mondo delle persone consacrate. È una bella tradizione
che siate proprio voi a formare la santa assemblea in questa solenne
celebrazione di Cristo “luce delle genti”. Nelle vostre mani portate i ceri
accesi, nei vostri cuori portate la luce di Cristo, uniti spiritualmente a tutti
i vostri fratelli e sorelle consacrati in ogni angolo della terra: voi
costituite l’insostituibile ed inestimabile tesoro della Chiesa.
La storia del cristianesimo conferma il valore della vostra vocazione religiosa:
soprattutto a voi, attraverso i secoli, è legata la diffusione della potenza
salvifica del Vangelo tra i popoli e le nazioni, nel continente europeo e poi
nel Nuovo Mondo, nell’Africa e nel lontano Oriente.
Vogliamo ricordarlo specialmente quest’anno, nel corso del quale si terrà
l’assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata alla vita consacrata nella Chiesa.
Dobbiamo ricordarlo per rendere gloria al Signore e per pregare perché una così
importante vocazione, unitamente a quella familiare, non venga soffocata
in alcun modo nel nostro tempo, e neppure nel terzo millennio ormai prossimo.
7. L’odierna Celebrazione eucaristica raduna persone consacrate che operano a
Roma, ma con la mente e col cuore ci uniamo ai membri degli Ordini, delle
Congregazioni Religiose e degli Istituti Secolari, sparsi nel mondo intero, a
coloro specialmente che rendono a Cristo una particolare testimonianza,
pagandola con enormi sacrifici, non escluso talora il martirio. Con speciale
affetto penso ai Religiosi e alle Religiose presenti nelle regioni della ex
Jugoslavia e negli altri territori del mondo, vittime di una assurda violenza
fratricida.
Salutando voi, saluto anche gli altri rappresentanti della Congregazione per gli
Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il Cardinale
Prefetto, il Segretario e tutti i collaboratori. È la vostra festa comune.
Sia glorificato in voi, care Sorelle e cari Fratelli, Cristo luce del mondo! Sia
glorificato Cristo, segno di contraddizione per questo mondo. In lui vive
l’uomo: in lui ognuno diventa gloria di Dio, come insegna Sant’Ireneo (cf. Sant’Ireneo,
Adversus haereses, 4,20,7). Voi siete epifania di questa verità. Ecco
perché siete tanto amati nella Chiesa e diffondete una grande speranza
nell’umanità. Oggi, in modo particolare, supplichiamo il Signore perché il
lievito evangelico della vostra vocazione raggiunga sempre più numerosi cuori di
giovani e di ragazze e li spinga a consacrarsi senza riserve al servizio del
Regno.
Questo lo dico pensando anche agli altri presenti che sono venuti per l’udienza
generale del mercoledì. Certamente, molti di loro conoscono le persone
consacrate, si rendono conto del prezzo di questa consacrazione personale nella
Chiesa, devono tanto alle suore, ai fratelli religiosi che operano nelle
cliniche, nelle scuole, nei diversi ambienti di ciascun popolo del mondo,
attraverso tutta la terra. Vorrei invitare questi ospiti della nostra odierna
udienza generale, dedicata alla vita religiosa, a pregare per tutte le persone
consacrate del mondo, a pregare per le vocazioni. Forse questa preghiera
susciterà qualche vocazione nei cuori dei giovani.
8. Insieme con Maria e Giuseppe ci rechiamo oggi in spirituale pellegrinaggio al
tempio di Gerusalemme, città del grande incontro. E con la Liturgia
diciamo: “Alzatevi, porte antiche . . .”. Quanti appartengono alla discendenza
della fede di Abramo vi trovano un comune punto di riferimento. Tutti desiderano
che essa diventi un significativo centro di pace, affinché - secondo la
parola profetica dell’Apocalisse - Dio vi asciughi ogni lacrima dagli occhi
degli uomini (cf. Ap 21, 4), e quel muro, rimasto nei secoli come resto
dell’antico tempio di Salomone, cessi di essere il “muro del pianto”, per
diventare luogo di pace e di riconciliazione per i credenti nell’unico vero Dio.
Ci rechiamo oggi in pellegrinaggio a quella città, in modo particolare, noi che
dal mistero di Cristo abbiamo attinto l’ispirazione di tutta la vita: una vita
dedicata senza riserve al Regno di Dio. Il nostro pellegrinaggio culmina nella
comunione con il Corpo e il Sangue, che l’eterno Figlio di Dio ha preso per sé
facendosi uomo, per presentarsi al Padre, nella carne della sua umanità, quale
sacrificio spirituale perfetto, e dare così compimento all’Alleanza stretta da
Dio con Abramo, nostro padre nella fede e portata alla perfezione in Cristo (cf.
Rm 4, 16).
Il Vescovo di Roma guarda con amore verso Gerusalemme, da cui un giorno
partì il suo primo Predecessore, Pietro, e venne a Roma spinto dalla vocazione
apostolica. Dopo di lui anche l’apostolo Paolo.
Al termine del secondo millennio, il Successore di Pietro piega le ginocchia su
quei luoghi santificati dalla presenza del Dio vivo. Peregrinando per il mondo,
attraverso città, paesi, continenti, egli rimane in comunione con la luce divina
brillata proprio lì, nella terra veramente santa duemila anni fa per illuminare
le nazioni e i popoli del mondo intero per illuminarci, carissimi.
© Copyright 1994
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