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CELEBRAZIONE EUCARISTICA IN ONORE DI MARIA SANTISSIMA
MADRE DI DIO NELLA XXVIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Basilica Vaticana - Domenica, 1° gennaio 1995
1. “Quando venne la pienezza del tempo...” (Gal 4, 4).
Oggi, primo giorno del Nuovo Anno, siamo indotti a riflettere sul significato
del tempo. Con le parole “venne la pienezza del tempo” l’Apostolo Paolo sembra
voler indicare il fatto che il tempo tende ad un compimento. Il tempo,
infatti, non è soltanto una dimensione del divenire a cui è soggetta ogni realtà
creata, e dunque anche l’uomo. Il tempo è soprattutto la misura del “tendere”
dell’uomo verso l’assoluto e, come tale, è attesa di un compimento.
L’essere umano inscrive nella sua storia personale e in quella dell’intera
umanità questo secondo e più importante significato.
“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”
(Gal 4, 4). Dando alla luce un figlio, ogni donna dà inizio, in un certo
senso, ad un nuovo “tendere”. La stessa nascita di un figlio è il compimento
delle attese dei genitori e, in particolare, della madre. D’altra parte,
costituisce l’inizio di una nuova attesa, indissolubilmente unita all’essere
umano che è nato.
Venendo al mondo l’uomo porta già con sé l’annuncio della propria morte.
Una certa corrente della filosofia contemporanea interpreta l’esistenza come una
vita intrinsecamente orientata alla morte. Ma l’uomo non può realizzarsi nella
morte: egli raggiunge il proprio compimento soltanto mediante una vita piena e
definitiva. Se il tempo umano è un’attesa, e se questa è aspirazione al
compimento, allora nel tempo umano si nasconde la consapevolezza di una vita
oltre il limite della morte. Tale consapevolezza è evidenziata in tutte le
religioni e, in modo particolare, nella semplice e primordiale venerazione degli
antenati, che costituisce una conferma dell’attesa dell’immortalità, innata
nell’uomo.
2. Queste riflessioni indicano che il tempo umano costituisce già una
certa partecipazione all’eternità di Dio, il solo veramente eterno. Ogni
nato da donna viene alla luce per lasciare questo mondo attraverso la morte;
viene al mondo già orientato verso l’immortalità. Immortalità che non è una
dimensione propria del mondo, ma lo trascende e rivela l’eternità divina.
Dicendo: “venne la pienezza del tempo” l’apostolo Paolo sembra non solo voler
indicare tutto questo, ma affermare qualcosa di più e di assolutamente nuovo:
nella venuta di Cristo Dio ha colmato il tempo umano con la sua eternità in
maniera nuova e prima sconosciuta. Egli prosegue: “Dio mandò il suo Figlio,
nato da donna... perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4-5).
La divina figliolanza è allora il contenuto più profondo della nostra
immortalità. L’uomo partecipa all’eternità di Dio non solo attraverso
l’immortalità per cui la sua anima non può morire, ma soprattutto mediante la
figliolanza adottiva, attraverso la quale prende parte alla vita stessa di Dio,
a somiglianza di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
3. “Dio mandò il suo Figlio”.
Nell’odierna liturgia approfondiamo il significato dell’evento celebrato otto
giorni fa e che pervade di gioia tutta l’Ottava del Natale. La nascita del
Figlio di Maria a Betlemme è la risposta di Dio al mistero della
“pienezza del tempo”.
Nel Natale di Cristo, infatti, si compie la vocazione dell’uomo
all’immortalità. L’invio del Figlio nel mondo è la rivelazione
della verità sul significato del tempo, prima sconosciuta ad ogni altra
religione e filosofia umana.
L’Apostolo parla dell’invio del Figlio in stretta relazione con
l’invio dello Spirito Santo: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio
ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal
4, 6). Queste ultime parole confermano la totale novità di quanto ha portato con
sé la prima venuta di Cristo. La figliolanza adottiva non è pertanto
un’espressione vuota di contenuto, è piuttosto autentica realtà interiore,
svelata dallo Spirito Santo come dimensione soprannaturale dell’esistenza umana
in Dio. Soltanto se è veramente figlio adottivo l’uomo trova in sé la piena
garanzia per dire a Dio: Abbà, Padre! Lo Spirito Santo, che procede dal Padre e
dal Figlio, fa sì che questa figliolanza soprannaturale diventi uno stato reale
nella vita dell’uomo, lo stato della grazia santificante.
4. La riflessione sul significato cristiano del tempo è un complemento
indispensabile nella straordinaria ricchezza della liturgia e dell’annuncio
natalizio. Possiamo ancora domandarci se questa verità sul compimento del tempo
si riferisca soltanto all’era cristiana intesa in senso storico. In tal
caso, tutto ciò che accadde prima della venuta di Cristo rimarrebbe escluso
dalla dimensione soprannaturale del tempo.
L’Apostolo sembra, in realtà, indicare che quanto appartiene alla “pienezza
del tempo” compie l’intera estensione temporale dell’esistenza umana sulla
terra. Questa inizia con la creazione dell’uomo; infatti già il primo Adamo
portava in sé la vocazione ad entrare in comunione con l’eternità divina,
mediante la partecipazione filiale alla stessa vita di Dio. Era però necessaria
la venuta di Cristo – secondo Adamo – affinché tale vocazione, offuscata dal
peccato, rinascesse per poter giungere alla sua piena e consapevole attuazione e
diventare “Vangelo”, la Buona Novella.
5. Il brano della Lettera ai Galati oggi proclamato è l’unico testo
paolino in cui si parla della Madre di Cristo. Ciò che san Paolo dice qui
in modo sintetico, contiene però quanto il Nuovo Testamento afferma di Maria,
ricollegandosi a tutto l’Antico Testamento.
Che cosa è la maternità se non l’inizio di una vita che porta già in sé la
prospettiva dell’immortalità? Tutte le madri, cominciando da Eva, partecipano
intimamente a quella aspirazione di vita che sconfina oltre il tempo; prendono
parte all’attesa di un essere chiamato all’immortalità. Più esse se ne
rendono conto e più ricca diventerà spiritualmente la loro maternità.
Esistono nell’Antica Alleanza, nella tradizione cristiana, come pure in altri
contesti religiosi, straordinarie figure di madri, che testimoniano questa
tensione all’eternità di Dio: ad esempio, la madre dei Maccabei (cf. 2 Mac
7, 1-41), la vedova di Nain, a cui Gesù risuscitò il figlio (cf. Lc 7,
11-17), santa Monica madre di sant’Agostino e, nel nostro secolo, la Beata
Gianna Beretta Molla. Soprattutto per opera di Maria, grazie al suo “fiat”, la
“pienezza del tempo” si è manifestata come il compimento del soprannaturale
donarsi di Dio all’uomo. Con la sua maternità il valore del tempo si unisce
singolarmente al mistero dell’adozione degli uomini, chiamati ad essere
figli di Dio; si unisce all’invio nei nostri cuori dello Spirito del Figlio, lo
Spirito Santo che grida: Abbà, Padre! Davvero grandi e profondi sono allora i
motivi per cui la Chiesa, in questo primo giorno dell’anno, celebra con tanta
solennità la maternità della Madre di Dio!
6. A Maria la Chiesa affida in questo giorno le aspirazioni di verità e di
giustizia, di solidarietà e di pace che abitano il cuore d’ogni credente. Essa
invoca Maria, Madre di Dio, Madre del Principe della pace. Ogni anno, poi, da
quando il mio venerato predecessore, il servo di Dio Paolo VI, istituì la
Giornata Mondiale della Pace, il Papa rivolge per l’odierna circostanza uno
specifico Messaggio. Quest’anno il tema è “La donna, educatrice alla pace”.
Facendo seguito a quello dello scorso anno incentrato sul rapporto tra la
famiglia e la pace, ho voluto sottolineare quanto siano importanti il ruolo e la
missione della donna, chiamata ad essere testimone, messaggera e maestra di
pace. La donna ha una peculiare vocazione in ordine alla promozione della pace
in famiglia e in ogni ambito della “vita sociale, economica e politica a livello
locale, nazionale ed internazionale” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II,
XVII/2 [1994] 1013).
Possano le donne credenti, guardando a Maria, prendere sempre più viva
coscienza del loro compito nella Chiesa e nel mondo ed offrire il loro decisivo
contributo alla realizzazione del disegno divino relativo all’intera umanità.
7. Celebriamo oggi nel primo giorno del Nuovo Anno solare la divina
Maternità di Maria. Con tale celebrazione la Chiesa che cosa vuole dire? Non
vuole forse attestare che la nostra speranza è colma d’immortalità (cf. Sal
3, 4)? Non vuole essa insegnare che ogni tempo umano, e dunque anche
quest’anno che inizia, è compreso nell’eternità di Dio, alla quale siamo
chiamati come esseri creati a sua immagine e somiglianza?
Sì! La Chiesa desidera che tutti i fedeli vivano nella consapevolezza di
questa adozione a figli in Cristo: figli che, avendo ricevuto lo Spirito
Santo, gridano a Dio: Abbà, Padre! Figli che, consapevoli della loro condizione,
diventino nell’esistenza quotidiana sempre più coerenti eredi del Regno, portato
nel mondo ed offerto agli uomini dal Figlio di Dio.
Figli nel Figlio, per la crescita nel mondo del Regno di Dio.
Amen!
© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana
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