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VISITA ALLA PARROCCHIA DI SANTA MARIA CONSOLATRICE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 2 aprile 1995

 

“Grandi cose ha fatto il Signore per noi” (Sal 126, 3).

1. Il periodo di quaranta giorni della Quaresima fa costante riferimento ai quarant’anni del cammino compiuto dagli Israeliti, dopo l’uscita dalla schiavitù egizia, verso la Terra promessa. La prima lettura odierna, tratta dal Libro del profeta Isaia, evoca appunto l’esodo, che costituisce l’evento “pasquale” dell’Antica Alleanza. Non si tratta, tuttavia, di rivolgersi al passato. Dice infatti il Profeta: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (Is 43, 18-19).

Con le parole del profeta Isaia, la Chiesa ci introduce più profondamente nel senso cristiano della storia: gli eventi passati costituiscono come una grande profezia. Dio costantemente conduce il suo Popolo verso la nuova Pasqua. Di questo parla il Salmo responsoriale, col cui ritornello poc’anzi abbiamo insieme manifestato la nostra riconoscenza: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi” (Sal 126, 3).

2. Domenica scorsa la Liturgia ci ha presentato la parabola del “figliol prodigo”. Oggi, il Vangelo secondo Giovanni pone davanti ai nostri occhi una scena tra le più toccanti della vita di Cristo, e per l’esistenza di ogni uomo. Viene condotta a Gesù una donna sorpresa in adulterio. Postala nel mezzo, gli scribi e i farisei interpellano il Maestro: “Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” (Gv 8, 5). L’Evangelista aggiunge: “Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo” (Gv 8, 6). Gesù accetta la prova – non è del resto la prima volta – e fornisce la risposta.

Dapprima rimane in silenzio, e quel silenzio possiede una particolare, misteriosa eloquenza. Gesù infatti, senza dir nulla, comincia a scrivere col dito per terra (Gv 8, 6). Nulla ci è detto di ciò che Egli scrisse in quel momento, l’unico in cui ci è dato di sapere che Gesù abbia scritto. I Vangeli infatti ci trasmettono le parole da Lui pronunziate, ma di Cristo non ci è giunto alcun documento scritto.

Quel silenzio non soddisfece gli scribi e i farisei, i quali aspettavano una risposta chiara e univoca. Se Gesù infatti avesse graziato la donna, sarebbe caduto in palese conflitto con la legge di Mosè. E poiché, come leggiamo altrove nel Vangelo, Gesù era accusato di essere “amico dei peccatori” (cf. Mt 11, 19), anche questa volta qualcuno auspicava una risposta in contrasto con la legge. Continuavano dunque ad insistere, attendendo la risposta.

Ed ecco che Gesù cessa di scrivere per terra, si alza e proferisce una frase concisa: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Gv 8, 7).

3. In che cosa consiste l’importanza di questa memorabile risposta di Gesù? Egli si appella alla coscienza di ciascuno dei presenti. La Legge, norma oggettiva della moralità degli atti umani, si attua sempre per il tramite della coscienza, la quale ha la facoltà di accusare interiormente l’uomo di peccato. E la risposta di Gesù suona alla mente degli accusatori più o meno in questi termini: la vostra coscienza non vi accusa di niente? Avete il diritto di condannare questa donna? O piuttosto anche voi siete complici degli stessi peccati?

Impostazione del problema che si dimostra efficace. “Quelli – infatti – udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo” (Gv 8, 9).

Ognuno degli accusatori è costretto a riconoscere di non essere senza peccato e di non avere il diritto di condannare quella donna, in particolare di non possedere i requisiti morali per eseguire la condanna a morte prevista in quel caso dalla legge di Mosè. In tal modo, Gesù dimostra ai suoi interlocutori che Dio solo ha il diritto di punire i peccatori, e che Dio non vuole prima di tutto punire, ma salvare (cf. Ez 18, 23)! Ancora una volta Gesù si colloca nell’ambito della tradizione come fautore di una nuova “economia” morale, che porta a compimento la Legge mosaica. Dio, che mediante Cristo offre alla donna adultera la possibilità del riscatto, è il Padre ricco di misericordia che accoglie il figlio prodigo e gioisce per il suo ritorno.

4. Ma riflettiamo ancora sulle ultime parole dell’odierno brano evangelico. Rimasto solo con la donna salvata dalla lapidazione, Gesù le chiede: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella risponde: “Nessuno, Signore”. E Gesù: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (cf. Gv 8, 10-11).

Questo breve dialogo contiene un messaggio di grandissimo valore. La domanda di Gesù non si riferisce alla sola esecuzione della sentenza. “Condanna” qui vuol dire rifiuto della persona a causa del male morale. Cristo dunque constata: quegli uomini non hanno potuto respingerti a causa del tuo peccato, perché si sono resi conto di essere loro stessi peccatori. Rimane tuttavia la questione della tua colpa, che può rovinare il tuo rapporto con Dio e condurti alla perdizione. Perciò, non peccare più! Io non ti condanno. Non sono venuto per condannare l’uomo (cf. Gv 3, 17). Lo scopo della mia missione è del tutto opposto: sono venuto per cercare e salvare ciò che era perduto (cf. Lc 19, 10). D’ora in poi, dunque, non peccare più! Questa esperienza, questo pericolo per la tua vita, ti aiutino a non tornare più al peccato. Ecco che cosa desidero per te: la tua salvezza.

Ci troviamo qui ad un punto di enorme importanza per il nostro itinerario quaresimale. Carissimi Fratelli e Sorelle, valorizziamo l’odierna liturgia della Parola per l’opera della nostra conversione personale. Il Vangelo dell’adultera ci può essere, al riguardo, di grande aiuto.

5. Vi saluto tutti con affetto, sacerdoti, religiose e laici che formate la famiglia parrocchiale di Santa Maria Consolatrice! In particolare saluto il Cardinale Vicario, con il suo predecessore, Cardinale Poletti. Saluto pure il Cardinale Ratzinger, già titolare di questa chiesa, il Cardinale Canestri che ne fu parroco. Vorrei congratularmi con voi per il fatto di incontrarci con quattro Cardinali. Uno era il vostro parroco, uno è un mio grande collaboratore. Quando pronuncio il nome del Cardinale Ratzinger, penso alla Veritatis Splendor ed anche all’Evangelium Vitae. E quando faccio riferimento al Cardinale Poletti, penso subito a Santa Maria Maggiore e alla Salus Populi Romani. Saluto poi gli Arcivescovi Monsignor Maccari e Monsignor Appignanesi, rispettivamente primo, storico parroco e terzo parroco. Saluto l’Arcivescovo Storero, che qui ha collaborato ed ora è Nunzio Apostolico in Grecia. Infine saluto il Vescovo del vostro settore, Monsignor Mani. Si vede che siete contenti per aver avuto tanti insigni parroci e di avere tanti concelebranti in questa visita pastorale.

Ringrazio il Signore di trovarmi in mezzo a voi nel cinquantesimo anniversario della Parrocchia, eretta nel 1945 a Casal Bertone. Una serie di parroci zelanti ne ha accompagnato la crescita, imprimendo alla Parrocchia uno stile di grande comunione, favorito dalla presenza operosa e fedele dell’Azione Cattolica. Oggi, si tratta di dedicarsi con entusiasmo ad una rinnovata evangelizzazione, per attirare i credenti ad una vita sacramentale sempre più fervorosa e al tempo stesso per raggiungere tante persone la cui fede è come imprigionata da modi di pensare e di vivere scristianizzati.

Affido questo arduo ma affascinante impegno apostolico alla protezione di Maria Santissima, di cui sono lieto di incoronare oggi la bella effigie. Per sua intercessione, invoco doni abbondanti di fede e carità sul Parroco e i Viceparroci, sui Sacerdoti collaboratori, sulle Suore di Maria Consolatrice, sulle famiglie della parrocchia, sui bambini, sui giovani, sugli anziani e su tutti i sofferenti.

6. Vi auguro, carissimi, di approfondire in questa Quaresima la conoscenza di Cristo. Ecco infatti il valore supremo. San Paolo lo afferma nella seconda lettura di oggi (cf. Fil 3, 8), che viene a completare la riflessione a cui ci ha condotto il Vangelo. L’Apostolo afferma quale grande bene sia conoscere Cristo e trovarsi in Lui. E trovarsi in Lui vuol dire non affidarsi alla giustizia derivante dalla Legge, ma a quella che Dio ci ha rivelato per mezzo della Croce di Cristo e che è la via per la risurrezione. Un tema che ha bisogno di ulteriore approfondimento. “Ho lasciato perdere tutte queste cose – egli scrive – e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede” (Fil 3, 8-9). Ecco il nucleo centrale della dottrina paolina.

L’Apostolo è consapevole di essere stato un tempo nemico della Croce di Cristo e che la sua vita è gravata dal peccato, benché egli abbia perseguitato la Chiesa non per cattiva volontà ma per erronea convinzione. Tanto più egli apprezza la grazia della conversione, che gli permette di partecipare alla Croce di Cristo, fonte di eterna salvezza. Guidato da tale consapevolezza, Paolo dimentica il passato e si protende con tutte le forze verso ciò che gli sta dinanzi. Anche questa è una indicazione per la nostra Quaresima: camminiamo, anzi corriamo con entusiasmo verso la Pasqua ormai vicina, sorretti dall’esperienza rigenerante della divina misericordia. Essa ci fa esclamare: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi” (Sal 126, 3).

 

© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana

 

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