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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELLA FINE
DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 11 giugno 1995

 

1. “Gloria Tibi, Trinitas aequalis, una Deitas; et ante omnia saecula et nunc et in perpetuum”.

Quante volte ho cantato questa antifona nella Cattedrale di Wawel in Cracovia iniziando la solenne liturgia della Pasqua! La Risurrezione di Cristo è la conferma della verità rivelata del Dio vivente, Padre, Figlio e Spirito Santo nell’unità della natura divina. Dio esiste eternamente, prima del mondo e di tutti i secoli, Signore anche di ogni tempo futuro: “et nunc et in perpetuum” (“ora e sempre”).

Dio tutto comprende; in Lui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28). Egli è l’onnipotenza, che nella morte e risurrezione di Cristo s’è rivelata come amore (cf. Gv 4, 8.16).

Da ciò trae ispirazione quest’inno in onore della Santissima Trinità, inno che proclama la gloria di “Colui che è, che era e che viene” (Ap 1, 4). Esso risuona con singolare potenza espressiva nel giorno di Pasqua, segnando l’inizio del periodo pasquale, durante il quale la Chiesa rivive il mistero della Risurrezione, dell’Ascensione di Cristo e della effusione dello Spirito Santo. Oggi, prima domenica dopo Pentecoste, Festa solenne della Santissima Trinità, la Chiesa canta quest’inno trinitario con rinnovato trasporto.

La vita della Chiesa e del cristiano è compresa e pervasa dalla presenza della Santissima Trinità e dalla sua azione salvifica. Lo pone bene in luce ogni segno di croce che facciamo all’inizio e al termine della giornata, incominciando la preghiera o il lavoro, e in tante altre occasioni. Lo sottolinea la dossologia che chiude ogni salmo nella Liturgia delle Ore: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli”. E quando ci rivolgiamo a Dio con una preghiera di impetrazione, terminiamo sempre con le parole: “Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli”.

La Santissima Trinità è, dunque, incessantemente sulla bocca e nel cuore dei cristiani. Ed oggi l’adoriamo in modo particolare: “Gloria Tibi, Trinitas aequalis, una Deitas; et ante omnia saecula, et nunc et in perpetuum”.

2. Quest’anno, nella solennità della Santissima Trinità, commemoriamo il cinquantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale e riferiamo questo evento a Dio, Signore della storia, in religioso ascolto della sua parola, fissando lo sguardo sul mistero della divina Sapienza. Siamo aiutati dalle parole del Libro dei Proverbi, nelle quali la Sapienza di Dio, presentandosi agli uomini come capolavoro del Creatore, dice di sé: “Dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra” (Pr 8, 23). La terra ed ogni opera divina sono state create alla luce di questa eterna Sapienza.

Il Salmo responsoriale, invece, si concentra su quell’opera eminente della Sapienza di Dio che è l’uomo. Il Salmista domanda: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sal 8, 5-7). Ecco l’uomo! Immagine e somiglianza di Dio. Riflesso della sua gloria. Egli solo, nel grande libro del cosmo, può leggere l’eterno mistero della Sapienza divina. Il mondo gli è stato affidato, perché in esso viva e si sviluppi facendo buon uso delle creature e custodendo l’Alleanza stretta da Dio con l’intera creazione. Questa è un’Alleanza di pace!

A tale Alleanza di pace è contraria ogni guerra, perché la guerra scaturisce dall’odio e dalla violenza. Con la guerra l’uomo trasforma il mondo creato in luogo di morte e di distruzione. Così facendo lo priva del suo senso profondo, lo spoglia della gloria di Dio in esso riflessa e lo sottomette ad interessi per lo più miopi, per i quali ogni creatura, e prima di tutto l’uomo stesso, paga il prezzo della distruzione e della morte.

La seconda guerra mondiale, che s’è conclusa cinquant’anni fa, non costituisce forse la più evidente conferma di questa dolorosa verità? Tutti i sopravvissuti lo sanno per esperienza. Coloro che caddero vittime meritano oggi un particolare ricordo davanti a Dio. Per loro eleviamo il nostro suffragio in questa Santa Messa, nella quale sono presenti, tra i Concelebranti, alcuni Confratelli nell’episcopato o nel sacerdozio che durante l’ultima guerra mondiale furono feriti o fatti prigionieri o deportati in campi di concentramento o che sono Pastori in città allora drammaticamente colpite dalla guerra come Hiroshima e Nagasaki. Li saluto cordialmente insieme con quanti hanno voluto prender parte a questo solenne rito: in primo luogo il Presidente della Repubblica Italiana, poi i membri del Corpo Diplomatico in rappresentanza dei vari Paesi, le Autorità civili e militari, l’Associazione degli ex combattenti e tutti coloro che hanno sofferto a causa della guerra.

Sentiamo accanto a noi la sterminata schiera delle vittime della guerra. Se la memoria degli uomini è di breve durata, certamente le innumerevoli anime dei civili e militari caduti, dei torturati a morte nei campi di sterminio, sono nelle mani del Dio vivente (cf. Sap 3, 1). Con la sua morte e risurrezione Cristo, il Figlio dell’eterno Padre, tutte le ha abbracciate e per la potenza dello Spirito Santo ha accolto anche questa grande ecatombe della storia nel suo Sacrificio redentore. Al di sopra del mondo che passa, al di sopra dell’uomo che muore, vi è infatti il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo; vi è quella pienezza di Vita, che tutto comprende e tutto sostiene mediante l’amore, nello splendore dell’eterna gloria.

3. Scrive san Paolo nella Lettera ai Romani: “Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5, 1). La solennità della Santissima Trinità è un singolare appello alla pace. La pace è gloria di Dio nell’alto dei cieli, come annunciano gli angeli nella notte di Natale, ed è in terra eredità degli uomini di buona volontà (cf. Lc 2, 14).
Che cosa fare perché permanga e si consolidi la buona volontà indispensabile all’umanità per vivere nella pace? Come far sì che i popoli dell’Europa e del mondo intero vivano in pace al termine del ventesimo secolo e costruiscano un ponte di pace verso i secoli e le generazioni del terzo millennio? Come fare per spegnere i focolai di guerra presenti, purtroppo, nei Balcani, nel Caucaso, nel Rwanda ed in altre parti della terra?

Cristo risponde con le parole dell’odierno Vangelo secondo san Giovanni. Il giorno prima della sua passione, Egli annunzia agli Apostoli nel Cenacolo la venuta dello Spirito Santo: “Quando verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 13).

La Chiesa si pone in ascolto di queste parole del Redentore, con la convinzione che soltanto lo Spirito di verità può consolidare nell’uomo e tra gli uomini il bene prezioso della pace. Se, infatti, la pace è opera della giustizia, opus iustitiae pax, a sua volta condizione della giustizia è la verità: ogni verità, e specialmente la verità sull’uomo.

Non fu per questo che, al termine della seconda guerra mondiale, si sentì il bisogno di ritornare anzitutto alla verità sull’uomo? Tale è il significato dell’universale “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, della quale l’Enciclica Pacem in Terris del mio venerato predecessore Giovanni XXIII offre, alla luce della fede, un commento di grande autorevolezza.

Come sono attuali le parole di quegli articoli! Come sono a volte, purtroppo, tragicamente attuali! E come è indispensabile che tale Dichiarazione diventi un costante criterio di condotta per gli Stati e per la Comunità internazionale! Quanto è importante che venga dappertutto rispettato il primo e fondamentale diritto dell’uomo, cioè il diritto alla vita, dal primo istante dell’esistenza nel grembo della madre fino al suo tramonto naturale!

Sant’Ireneo insegna che “la gloria di Dio è l’uomo vivente” e le sue parole costituiscono un’eco della preghiera di Cristo che nel Cenacolo, riguardo allo Spirito Santo, preannuncia: “Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 14-15). Queste parole riguardano tutti gli uomini, perché esprimono la piena verità sulla vita alla quale è chiamato ogni essere umano. Se, infatti, la gloria di Dio è l’uomo vivente, “la vita dell’uomo – completa subito Ireneo – è la visione di Dio”, cioè la partecipazione alla vita trinitaria di Dio. Ecco la definitiva vocazione dell’uomo in Gesù Cristo.

Mentre rinnoviamo la nostra adesione di fede a tale stupenda vocazione, ci accostiamo all’altare contemplando il Mistero della morte e risurrezione di Cristo ed intoniamo con tutta la Chiesa l’inno in onore della Santissima Trinità, fonte e termine di ogni essere e di ogni vita. Lo facciamo nel giorno in cui la Chiesa commemora con tutti i popoli d’Europa e del mondo il cinquantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, ricordando davanti a Dio coloro che sono caduti e tutte le vittime: Gloria Tibi, Trinitas! Gloria Tibi, Trinitas! Gloria Tibi, Trinitas aequalis, una Deitas nunc et in perpetuum!

Amen!

 

© Copyright 1995 - Libreria Editrice Vaticana

    

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