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VIAGGIO APOSTOLICO IN UNGHERIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Ipari Park di Gyor - Sabato, 7 settembre 1996

 

Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Cari sacerdoti, religiose e religiosi,
Carissimi fedeli!

1. Abbiamo ascoltato la toccante parola di Gesù: “Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11).

La Chiesa, comunque la si consideri, è indissolubilmente legata all’immagine del buon Pastore. Il pastore si prende cura del gregge e, davanti ai pericoli e alle aggressioni dei lupi, non abbandona le sue pecore e non fugge. Non è un mercenario; per questo è disposto a difendere le pecore anche a rischio della sua vita (cf. Gv 10, 11-12).

Questa immagine, raccolta ed apprezzata fin dagli inizi, spinse la comunità cristiana verso una precisa coscienza della propria identità. La figura del buon Pastore, già presente durante le persecuzioni dei primi secoli, come si può notare dagli affreschi delle catacombe, continuò ad orientare l’azione della Chiesa anche quando le fu concessa la libertà, diventando per così dire il modello del suo nuovo rapporto con il mondo e del suo impegno missionario. La Chiesa sentì il dovere di radunare e di guidare le pecore che non appartenevano ancora al suo ovile e che erano alla ricerca della pace e della salvezza, affinché, secondo la volontà di Cristo, si costituisse “un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10, 16).

Così, passo dopo passo, nel corso del primo millennio, diverse Nazioni entrarono nell’ovile di Cristo: vi trovarono accoglienza anche i popoli dell’Europa centro-orientale e, nel decimo secolo, venne a farne parte la vostra stessa Nazione. Cari fratelli e sorelle, con il battesimo i vostri antenati acquisirono la coscienza di una nuova appartenenza, quella del gregge al proprio Pastore, da cui si sente difeso e protetto. Consapevoli di essere proprietà di Cristo, gli abitanti della Pannonia, l’odierna Ungheria, scoprirono una loro più profonda identità culturale, diventando Nazione in modo nuovo. Essi si resero conto che Qualcuno aveva dato la vita per loro e capirono di possedere un valore speciale, perché erano stati “liberati... con il sangue prezioso di Cristo” (1 Pt 1, 18-19). Tutto ciò portò ad un arricchimento della coscienza sia delle persone che della Nazione: un arricchimento ovviamente non materiale, ma di grande importanza per lo spirito di una società che si andava formando.

Il millenario dell’abbazia di Pannonhalma, che abbiamo festeggiato ieri, è parte integrante di questa eredità. Esso conferma che nel vostro Paese, da mille anni, è presente e opera una comunità di uomini per i quali la redenzione compiuta da Cristo costituisce una chiamata che permea tutta la vita. Queste persone considerano come fine principale della loro vita la testimonianza da rendere a Cristo e al suo Vangelo, al fine di annunciare la buona novella della redenzione del mondo e del rinnovamento dell’uomo in Cristo: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10, 11).

2. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla” (Sal 23, 1).

Le parole del Salmo responsoriale, cantato poco fa, esprimono bene la nuova coscienza che venne maturando nelle persone, tra le quali questa abbazia sviluppa da mille anni la sua provvidenziale attività. Il popolo comprese molto bene che la premura di Cristo, buon Pastore, si rifletteva nell’attività della Chiesa. Con il proprio ordinamento gerarchico, articolato in diocesi e parrocchie affidate a Vescovi e sacerdoti e riunite intorno al Primate di Esztergom, la Chiesa veniva promuovendo, come conseguenza della sua azione spirituale, anche una nuova forma di vita nazionale. Quale comunità sacerdotale, la Chiesa sapeva di essere mandata a celebrare l’Eucaristia, mediante la quale si edifica il popolo di Dio, chiamato ad assolvere il triplice compito sacerdotale, profetico e regale sotto la guida di coloro che erano partecipi della successione apostolica.

Da quando, dunque, Hungaria coepit habere episcopum, la vita del popolo cristiano fu storicamente strutturata in diocesi, fra le quali quella di Gyor, che oggi ho l’onore di visitare. Gli inizi della Chiesa in queste terre non furono, tuttavia, un evento solo spirituale; essi ebbero un influsso anche sull’aspetto civile, segnando l’inizio di un nuovo periodo della storia e della cultura della vostra Nazione. Nel corso dei secoli varie volte il vostro Paese ha dovuto ricominciare daccapo e con esso anche la Comunità cristiana.

Ultimamente questo si è verificato nel 1989. In questo contesto vorrei esprimere il mio apprezzamento ai Pastori della Chiesa in Ungheria per il lavoro svolto nel corso degli ultimi cinque anni. Voi, Venerati Fratelli nell’episcopato, avete conservato l’unità della Chiesa e promosso di nuovo, nelle condizioni di riconquistata libertà, l’azione missionaria in tutti i campi della vita cristiana. Avete incontrato difficoltà non piccole, ma non avete perso la speranza! Nella ricostruzione spirituale del Paese voi potete ora contare su Ordini e Congregazioni religiose che si stanno rinnovando, nonché su insegnanti cattolici e su laici impegnati.

3. Cari Fratelli e Sorelle! Non lasciatevi scoraggiare dalle difficoltà economiche e sociali, dalla disoccupazione, dall’impoverimento di molti, dalla caduta dei valori morali verificatasi nella generazione cresciuta senza la fede! La tentazione di lasciarsi andare, accettando passivamente la situazione, è grande. San Paolo descrive i pagani come “coloro che non hanno speranza!” (cf. 1 Ts 4, 13). Noi cristiani, però, viviamo della presenza di Cristo. Cristo è la nostra speranza! Non siamo mai soli! Siamo le pecore di Cristo buon Pastore, che è sempre con noi.

Avete esempi luminosi a cui guardare anche quando s’addensano le nubi. Soprattutto i martiri e i testimoni della fede degli ultimi quarant’anni rendono testimonianza alla luce di Cristo. Penso al Vescovo Vilmos Apor, che in questa città ha offerto la sua vita per coloro che gli erano stati affidati; penso al Card. József Mindszenty e alla strenua resistenza che egli oppose alla dittatura con la conseguente lunga “via crucis” che dovette percorrere; penso al medico dei poveri, László Batthyány Strattman, vero eroe della carità; penso ai sacerdoti, alle religiose ed ai religiosi, come pure a tanti laici cristiani che hanno donato la vita per Gesù. Rendiamo omaggio a tutti coloro che, nei decenni passati, hanno sopportato persecuzioni pur di non rinnegare la fede!

4. “Io sono il buon Pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (Gv 10, 14-15). Mostrare agli uomini il Padre, la sua misericordia e il suo amore: ecco quale fu per Gesù il compito più importante. Alla fine del ventesimo secolo, quanto grande è il bisogno della conoscenza di Cristo: della sua persona, della sua vita, del suo insegnamento! Numerose sono le ideologie e le correnti culturali che fanno propaganda per se stesse: promettono felicità, successo e libertà, ma non possono indicare lo scopo vero della vita.

Cristo soltanto è la Via, la Verità e la Vita. Egli non ha mostrato semplicemente la via della salvezza, ma ha detto: “. . .  chi crede ha la vita eterna” (Gv 6, 47). In lui si è rivelata la verità alla quale anelano tutti gli uomini nel profondo del loro cuore. Cristo, buon Pastore, è venuto “affinché noi abbiamo la vita e la abbiamo in pienezza”. L’Apostolo Giovanni scrive di lui: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 4). Di nessuno nel corso della storia fu mai fatta una simile affermazione. Solo Cristo, la Vita, ha sconfitto la morte. Egli solo ha potuto proclamare: “Io sono la resurrezione e la Vita” (Gv 11, 25).

5. Abbiamo udito poc’anzi san Paolo che esortava gli Efesini a comportarsi secondo l’insegnamento di Cristo: “Se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio..., l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici... Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 21-24). Queste parole, rivolte a cristiani appena convertiti dal paganesimo, non hanno perso nulla della loro attualità; esse valgono anche per gli uomini di oggi. La vita cristiana consiste nel continuo impegno di spogliarsi dell’uomo vecchio, segnato dalla triplice concupiscenza, ereditata col peccato originale: “La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita” (1 Gv 2, 16).

Non ci ricorda forse, l’esperienza quotidiana, che l’eredità del primo Adamo è presente in noi? Contemporaneamente sappiamo, però, che possiamo liberarci dal triplice peso ereditario, perché il potere di Cristo e la redenzione da Lui operata ci hanno messo in condizione di rivestirci dell’uomo nuovo, di rinnovarci nello spirito e di condurre un’esistenza autenticamente cristiana. Intere generazioni hanno operato per consolidare questa consapevolezza. Soprattutto grazie ai santi e ai beati, che sono una testimonianza viva del rinnovamento in Cristo di cui scrive l’Apostolo, la Chiesa semina il Vangelo nei cuori degli uomini e nella cultura dei popoli, generando in loro sempre nuovi frutti di santità e di civiltà. Il Vangelo ha fatto di voi, carissimi fedeli ungheresi, uomini nuovi, una nuova Nazione. “Rivestitevi dell’uomo nuovo!”, come fecero, mille anni fa, i vostri antenati convertendosi dal paganesimo sotto la guida di Santo Stefano!

Voi tutti conoscete la storia della vostra patria, sapete bene quanti pericoli essa ha dovuto superare nel corso della sua ormai lunga storia. Malgrado tutto, il nobile popolo ungherese è rimasto fedele perché, nei momenti decisivi, persino in mezzo alle più grandi tragedie, è riuscito a rinnovarsi nell’adesione alla fede e nella pratica della vita cristiana. Non sono mancate figure profetiche che, secondo l’insegnamento dell’apostolo Paolo, hanno aiutato i loro fratelli a “deporre l’uomo vecchio”.

Tra questi dobbiamo menzionare con affetto particolare coloro che, col sacrificio della loro vita, hanno reso testimonianza a Cristo e al suo Vangelo. Quale particolare grazia di Dio ci viene offerta oggi, 7 settembre, nel commemorare i tre martiri di Kassa, canonizzati un anno fa. Ne celebriamo la festa qui a Gyor, città in cui il Servo di Dio Mons. Vilmos Apor offrì la vita per coloro che gli erano affidati.

6. Di tutto cuore saluto il Signor Cardinale László Paskai, Arcivescovo di Esztergom-Budapest, nonché tutti i Cardinali presenti. Con particolare cordialità saluto il pastore che guida la diocesi di Gyor, il caro Mons. Lajos Pápai, e tutti i Vescovi presenti. Rivolgo un particolare saluto anche ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, specialmente a coloro che a causa del Vangelo hanno sofferto lunghi anni di prigionia e di umiliazioni: molti di loro sono oggi qui con noi presso l’altare del Signore. Il mio saluto s’estende poi a tutti i fedeli qui convenuti, in special modo ai giovani che vedo particolarmente numerosi.

Carissimi, sono lieto di incontrarvi in questo giorno così significativo e, nell’esprimervi il mio apprezzamento per la freschezza del vostro entusiasmo e per il generoso apporto alla vita della Chiesa nella vostra Patria, vi do fin d’ora appuntamento per l’agosto del prossimo anno, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Parigi. Rivolgo, altresì, un saluto fraterno ai pastori e ai fedeli delle Chiese non cattoliche qui presenti. Voglia Dio che l’amore e l’alta stima reciproci affrettino il cammino verso la piena unità di cui Cristo ha arricchito la sua Chiesa.

Saluto cordialmente, poi, le personalità del Governo e della Città qui presenti, esprimendo viva gratitudine per l’accoglienza che mi è stata riservata. Saluto, infine, i fratelli e le sorelle provenienti dai Paesi confinanti, in particolare i pellegrini di Austria e Germania, della Croazia, della Repubblica Ceca, della Slovacchia e della Romania. Saluto molto cordialmente i pellegrini giunti qui dalla vicina Austria e dalla Repubblica Federale Tedesca. Carissimi Fratelli e Sorelle, vi auguro di rafforzare sempre più i vostri sentimenti di amicizia e di collaborazione con i cittadini dell’Ungheria, terra con la quale esistono profondi legami di cultura, oltre che di adesione al comune patrimonio di valori religiosi. Saluto di cuore i fedeli provenienti dalla Croazia o originari di quella terra. Carissimi Fratelli e Sorelle, voi avete per secoli condiviso le vicende del popolo ungherese e oggi desiderate partecipare alla sua gioia nell’adesione ai medesimi valori cristiani. Siate fieri di questo patrimonio secolare!

Sarà sulla sua base che il vostro popolo potrà, insieme con i popoli vicini, costruire un futuro di serena convivenza nella solidarietà e nel reciproco rispetto. Con particolare cordialità mi rivolgo ora ai fedeli venuti dalla Slovacchia per pregare assieme ai fratelli e alle sorelle d’Ungheria. Carissimi, la vostra storia è strettamente legata alla storia ungherese. Dalle vicende liete e tristi del passato sappiate trarre opportune indicazioni per le scelte da operare nel presente. Prego Dio perché la comune fede cristiana unisca entrambi i popoli nella ricerca della pace e della solidarietà.

7. Cari Fratelli e Sorelle, guardate con fiducia al vostro futuro! Le previsioni pessimistiche di alcuni non vi scoraggino, gli ostacoli frapposti da altri non vi frenino. Con l’aiuto di Dio e con l’impegno vostro le difficoltà saranno superate e gli obiettivi proposti raggiunti. A voi il compito di “deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima”, per “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (cf. Ef 4, 22-24). Ecco l’incessante programma del cristianesimo: rinnovarsi nello spirito e nella mente rivestendo l’uomo nuovo che vive di Cristo, il Signore risorto.

Desidero salutare ancora i miei connazionali qui presenti, in particolare i partecipanti al pellegrinaggio organizzato dalla Pastorale dei Lavoratori dell’Arcidiocesi di Varsavia, provenienti da tutta la Polonia.

La partecipazione all’odierna Liturgia Eucaristica possa rafforzare la vostra fedeltà a Cristo e ai suoi insegnamenti. Dio benedica voi, le vostre famiglie e i vostri cari. Preghiamo insieme affinché la Nazione ungherese, rinnovata dal Vangelo di Cristo alle soglie del nuovo millennio, possa ricostruirsi più salda e più felice. Vi aiuti Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, per l’intercessione della “Magna Domina Hungarorum”! Amen!

Al termine della Concelebrazione Eucaristica il Papa ha detto:

Vorrei ringraziarvi per questo incontro eucaristico, per la partecipazione così numerosa da parte della Diocesi di Gyor. Vorrei ringraziarvi per la dignitosa preparazione, per i canti, per la preghiera, per tutto ciò che ci porta all’Eucaristia. Vogliamo ringraziare questo vento così forte. Sappiamo che quando è nata la Chiesa nel Cenacolo di Gerusalemme, tale evento è stato significato dal vento. Esso richiama lo Spirito Santo che soffia. Auguro alla vostra Patria, alla Chiesa che è in Ungheria questo forte soffio dello Spirito Santo.

Sia lodato Gesù Cristo!

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

 

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