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ORDINAZIONE EPISCOPALE
NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica Vaticana - Sabato, 6 gennaio 1996

 

1. La festa che celebriamo oggi, 6 gennaio, porta il nome di “Epifania”. La parola greca epiphàneia significa “rivelazione”, “manifestazione”. È detto nella Lettera a Tito: “Si è rivelata la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini . . .” (2, 11), ed ancora: “Si sono rivelati la bontà di Dio, Salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini . . .” (3, 4). La rivelazione è appunto lo svelarsi del mistero di Dio salvatore. Vi è uno stretto legame di significato tra l’una e l’altro, tra rivelazione e mistero della salvezza.

Il Creatore ha dato all’uomo la capacità di conoscere il mondo, le cose visibili, i fatti storici; gli ha dato anche la capacità di penetrare con la propria ragione oltre la superficie di ciò che è sensibile. Ma Dio è venuto incontro all’uomo anche parlandogli direttamente. La rivelazione consiste appunto in questo: Dio ha parlato all’uomo rivelandogli ciò che Egli conosce e pensa di se stesso, dell’uomo, del mondo. Così, grazie alla rivelazione, noi conosciamo il pensiero di Dio. Lo conosciamo con la nostra ragione, ma non in virtù della nostra ragione. Ciò che Dio rivela noi lo accettiamo perché ci fidiamo di Lui. Questo nostro affidarci all’autorità di Dio rivelante si chiama fede.

Siamo consapevoli che soltanto Dio stesso può istruire l’uomo sulle realtà divine. Nella Costituzione conciliare Dei Verbum sulla Divina Rivelazione leggiamo: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare Se stesso e manifestare il mistero della sua volontà (cf. Ef 1, 9) . . . Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile (cf. Col 1, 15; 1Tm 1, 17) nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (cf. Es 33, 11; Gv 15, 14-15) e si intrattiene con essi (cf. Bar 3, 38), per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé” (n. 2).

Il fatto che Dio abbia voluto rivelare all’uomo la verità su se stesso, verità che è mistero, testimonia che l’uomo è per Dio una creatura molto cara, una creatura fatta a sua somiglianza, l’unica nel mondo visibile con la quale Dio può dialogare, alla quale può affidare la verità su se stesso e sulla propria vita intima, la verità dei suoi divini Misteri.

2. “Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo” (Mt 2,2).

I Magi d’Oriente pronunciarono queste parole a Gerusalemme, di fronte al re Erode, il quale non solo le intese in modo puramente umano, ma addirittura con perfida invidia. Esse, invece, riassumono la rivelazione circa la nascita del Signore. I Saggi d’Oriente, insieme con i pastori di Betlemme, sono coloro che da Dio stesso sono stati introdotti, potremmo dire, sono stati iniziati al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. I pastori si trovavano già quasi sul luogo, nei pressi della “Città di Davide”. I Magi invece vi giunsero da lontano, interpretando i segni che indicavano il tempo e il luogo della nascita del Salvatore. E un segno particolare fu la stella, che li guidò verso il paese di Israele: prima a Gerusalemme, e poi a Betlemme.

Nel segno visibile della stella parlava loro il Dio invisibile. Com’era potuto accadere che, tra tante stelle osservate dai Saggi nella volta celeste, quell’unica parlasse loro della nascita del Figlio di Dio nella carne umana? Ciò fu possibile soltanto mediante la fede. I Magi, giunti a Gerusalemme, cercarono presso gli scribi, esperti della rivelazione di Dio a Israele, la conferma della loro intuizione. E ottennero la risposta: il profeta Michea aveva annunziato che il Messia sarebbe nato a Betlemme (cf. Mi 5, 1). Si recarono dunque a Betlemme ed entrarono nella casa dove si trovava il Bambino insieme con sua Madre e Giuseppe; caddero in ginocchio ed offrirono i loro simbolici doni. Tutto questo testimonia che la fede li aveva introdotti per la giusta via al centro stesso del mistero del Natale del Signore.

3. Nella solennità dell’Epifania, secondo una significativa consuetudine, la Basilica di San Pietro ospita l’Ordinazione episcopale di alcuni sacerdoti chiamati a questo servizio ecclesiale. Come Betlemme accolse l’arrivo dei Magi, oggi Roma accoglie voi, venerati Fratelli, che qui siete giunti attraverso un lungo cammino di fede, e da qui ripartirete per la nuova missione che la Chiesa vi affida.

La Chiesa manda te, Mons. José Paulino Ríos Reynoso, nell’Arcidiocesi di Huancayo, in Perú; e invia te, Mons. Riccardo Fontana, in quella italiana di Spoleto-Norcia. Tu, Mons. Claudio Maria Celli, sei chiamato a svolgere, nella Curia Romana, l’ufficio di Segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. Tu invece, Mons. Jaime Vieira Rocha, guiderai la diocesi di Caicó, in Brasile; mentre a te, Mons. Kurt Koch, è affidata quella di Basel, da cui provieni.

La Chiesa consacra te, Mons. Ärvaldis Andrejs Brumanis, e te, Mons. Antons Justs, per le mani del Vescovo di Roma, per il servizio pastorale nelle Diocesi di Liepaja e di Jelgava, in Lettonia: un evento che ben può dirsi storico. Tu, Mons. Francisco Pérez González, sei inviato alla Comunità diocesana di Osma-Soria, in Spagna; e tu, Mons. Richard Burke, sulle vie della missione ad gentes, ti accingi ad assumere il compito di Vescovo Coadiutore di Warri, in Nigeria.

La luce di Cristo illumini te, Mons. Marko Sopi, e il tuo ministero di Ausiliare del Vescovo di Skopje-Prizren, nella ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia; illumini pure te, Mons. Rafael Conde Alfonzo, nel tuo ministero di Ausiliare dell’Arcivescovo di Caracas, in Venezuela.

Anche tu, Mons. Riccardo Ruotolo, Ausiliare dell’Arcivescovo di Manfredonia-Vieste, sii testimone di Cristo, luce del mondo, nel compito che ti è affidato; tu, Antal Mainek, lo sarai nella regione ucraina della Zakarpatia, come Ausiliare dell’Amministratore Apostolico; e tu, infine, Mons. Stanisław Riłko, come Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, dovrai dare alla tua sollecitudine pastorale un respiro universale.

Con l’Episcopato, carissimi Fratelli, voi diventate in pienezza custodi del grande mistero, amministratori di quella “rivelazione” di cui ci ha parlato san Paolo nel brano della Lettera agli Efesini, poc’anzi proclamato (cf. Ef 3, 2-3.5-6). In questo consiste la vostra particolare vocazione nella Chiesa. Ogni Vescovo è ministro dei misteri di Dio, cioè custode del mistero salvifico, nel quale Dio rivela se stesso, si avvicina agli uomini, li cerca, conduce ciascuno nella comunità della Chiesa sul cammino della fede.

Custodire il Mistero non significa nasconderlo, ma trasmetterlo, come appunto sottolinea l’Apostolo nel medesimo brano. Per questo Dio vi ha chiamati da vari paesi e continenti, per essere ordinati in questa Basilica, in sintonia con lo spirito dell’odierna Solennità. L’Epifania, infatti, annuncia la vocazione alla fede di tutti i popoli della terra.

4. “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te... Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio” (Is 60, 1.3-4).

I Magi, giunti a Betlemme dall’Oriente, costituiscono le primizie del grande pellegrinaggio della fede, che procede di generazione in generazione, avvicinando gli uomini, i popoli e le nazioni a Cristo luce del mondo. A questo pellegrinaggio, che dura ormai da quasi duemila anni, hanno preso parte molti popoli e molte nazioni. E la luce, che sorse su Gerusalemme nella pienezza dei tempi, non si spegne, ma brilla con fulgore sempre nuovo. Essa illumina il cammino dell’umanità in mezzo alle tenebre, che avvolgono la terra. E continuamente, attraverso la notte di cui parla il profeta Isaia (cf. Is 60, 2), risuona il grido dei pastori, dei Magi, di tutti i credenti di ogni epoca: “Christus apparuit nobis, venite adoremus!”.

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

       

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