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SANTA MESSA PER I MEMBRI DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Festa della Presentazione del Signore
Venerdì, 2 febbraio 1996

 

1. "Lumen ad revelationem gentium" (Lc 2, 32).

Le letture, che poc’anzi abbiamo ascoltato, ci rivelano la triplice dimensione dell’odierna celebrazione: la dimensione del tempio, la dimensione del sacrificio e la dimensione della profezia. È con queste tre dimensioni che la festa della Presentazione del Signore ci viene incontro. Festa singolare è quella di oggi, che da una parte richiama il mistero del Natale e, contemporaneamente, ci orienta alla Pasqua del Signore, costituendo così come una sorta di cerniera fra questi due tempi forti dell’anno liturgico.

Seguendo una ormai consolidata tradizione, in questo giorno si incontrano nella Patriarcale Basilica di San Pietro rappresentanti degli Istituti religiosi maschili e femminili, per rinnovare insieme la loro consacrazione a Dio mediante i voti. Lo fanno non soltanto a nome proprio, ma anche a nome dei confratelli e delle consorelle del mondo intero.

"Lumen ad revelationem gentium": la luce di Cristo, che caratterizza la liturgia odierna, ricorda quella "luce per il mondo" che ogni consacrato è chiamato a diventare. "Voi siete la luce del mondo" (Mt 5, 14), dice il Signore.

Vi saluto cordialmente, cari Fratelli e Sorelle! Saluto voi, qui presenti, e quanti sono uniti spiritualmente al nostro incontro. Un pensiero speciale rivolgo al Signor Cardinal Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ringraziandolo per il servizio che, insieme al Segretario e a tutti i suoi collaboratori, egli compie in questo importante settore della vita ecclesiale.

2. La dimensione del tempio: "Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il Bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore" (Lc 2,22). Colui che era atteso da intere generazioni entra nel tempio di Gerusalemme. Ne parla la prima lettura tratta dal Libro del profeta Malachia: "Entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza che voi sospirate" (Ml 3,1). Il suo ingresso nel tempio passa inosservato, tuttavia la liturgia gli attribuisce un carattere particolarmente solenne, come ben evidenzia il Salmo responsoriale: "Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia (...) Chi è questo re della gloria? Il Signore degli eserciti è il re della gloria" (Sal 23, 7-8.10). Il piccolo che viene presentato da Maria e Giuseppe al tempio è vero Dio e vero uomo: il Signore degli eserciti, forte e potente in battaglia. Egli viene al tempio per annunziare il grande combattimento che dovrà intraprendere, affrontando le potenze del male. Redimerà l’uomo mediante il proprio sacrificio.

3. "Mediante il proprio sacrificio". La legge dell’Antico Testamento prescriveva che un maschio primogenito, quaranta giorni dopo la nascita, doveva essere offerto al Signore. Ed in tale occasione veniva presentata al tempio l’offerta di una coppia di tortore o di giovani colombi. Scrive l’Autore della Lettera agli Ebrei: "Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita" (Eb 2, 14-15). Egli stesso "doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2, 17-18).

Ministro del sacrificio, il sommo sacerdote è descritto dalle parole della Lettera agli Ebrei. L’Autore aggiunge significativamente che Cristo, in questo modo, "della stirpe di Abramo si prende cura" (Eb 2, 16). Lo fa mediante il suo sacrificio, fonte di redenzione e di santificazione per tutti i figli e le figlie del popolo di Dio.

4. La dimensione della profezia: nell’odierna liturgia questa dimensione viene messa in rilievo attraverso le parole del vecchio Simeone. Si può dire che non soltanto le parole, ma tutta l’esistenza di quest’uomo fu una profezia. Non diversamente, del resto, dall’esistenza della profetessa Anna, la quale, essendo vedova, non abbandonava mai il tempio, servendo Dio con digiuni e preghiere. Essa partecipò anche alla presentazione di Cristo al tempio. Benché non siamo a conoscenza delle sue parole, tuttavia l’Evangelista dice che lodava Dio e parlava del Messia a quanti attendevano la liberazione di Gerusalemme.

La profezia di Simeone invece si espresse con parole. Come scrive l’Evangelista, quel giorno venne al tempio mosso dallo Spirito: essendo uomo retto e pio, in attesa della consolazione di Israele, egli agiva sotto il suo influsso. Lo Spirito Santo era su di lui e gli aveva rivelato che non avrebbe conosciuto la morte prima di vedere il Messia del Signore. Lo Spirito aveva preparato entrambi, e specialmente Simeone, a questo momento.

Quando, il quarantesimo giorno dopo la nascita, Maria e Giuseppe portarono Gesù al tempio, Simeone prese dalle loro mani il Bambino e pronunciò sopra di lui quelle meravigliose parole che ben conosciamo, perché fanno parte della Liturgia delle Ore: "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (Lc 2, 29-32). "Nunc dimittis servum tuum, Domine...". Che parole stupefacenti! Simeone è testimone del compimento di tutte le profezie. E quasi a coronamento, dopo questo cantico ispirato, aggiunge altre parole, che costituiscono in un certo senso la definizione stessa di Cristo-Redentore del mondo: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione" (Lc 2, 34). "Segno di contraddizione!". Cristo è certamente "segno di contraddizione". Segno che lo presenta come indomito annunciatore del Vangelo, ma prima di tutto come "il Crocifisso". Simeone, del resto, si volge a Maria con parole che, in un certo senso, confermano fino in fondo questa visione messianica: "E anche a te una spada trafiggerà l’anima (...) perché siano svelati i pensieri di molti cuori" (Lc 2, 35).

5. Carissimi Fratelli e Sorelle! È certamente provvidenziale che da molti anni ormai, in occasione della festa della Presentazione del Signore, il Vescovo di Roma si incontri con i rappresentanti degli Istituti di vita consacrata nella Basilica di San Pietro. Le tre dimensioni dell’odierna liturgia parlano, infatti, sotto vari aspetti, della speciale vocazione dei religiosi e delle religiose. Ne parlano la dimensione del tempio, la dimensione dell’offerta e la dimensione della profezia. La vocazione religiosa non è una singolare partecipazione alla missione profetica di Cristo stesso? Non si tratta forse di un così eloquente segno escatologico che mette in evidenza la vocazione dell’uomo all’eternità, alla partecipazione alla vita di Dio stesso?

La vostra vocazione, carissimi Fratelli e Sorelle, non costituisce, a sua volta, un’offerta? Ciascuno e ciascuna di voi, lasciandosi guidare dall’amore sponsale di Cristo, porta come offerta la sua vita, donata al Signore mediante i voti di povertà, di castità e di obbedienza. Questa vostra vocazione non è dunque legata al tempio, come segno della presenza di Dio nel mondo? In vari modi voi siete al servizio di tale presenza: soprattutto siete voi stessi questo tempio, secondo le parole di san Paolo: "Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?" (1 Cor 3, 16).

Carissimi, cercate, come Cristo, di "prendervi cura della stirpe di Abramo". Cercate di essere per tutti gli uomini luce che illumina il cammino dell’esistenza terrena. Il Sinodo dei Vescovi, dedicato alla vita consacrata nella Chiesa, è stato lo scorso anno un evento di grande importanza. È ormai prossima la pubblicazione dell’Esortazione postsinodale, nella quale intendo raccogliere i frutti del lavoro svolto in tale assemblea. Auspico che essa costituisca una luce, mediante la quale Cristo parli a voi, alla Chiesa e a tutta la famiglia umana: la luce della notte di Betlemme e dell’Epifania, la luce della notte di Pasqua.

"Christus, lumen gentium!". Amen.

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

   

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