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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO
A TRENTA ARCIVESCOVI METROPOLITI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità dei Santi Pietro e Paolo
Basilica Vaticana - Sabato 29 giugno 1996

 

1. "Il Signore... mi ha strappato dalla mano di Erode" (At 12, 11).

Nell’odierna solennità, riascoltiamo queste parole di Pietro e quelle analoghe di Paolo: "Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli" (2 Tm 4, 18).

Oggi la Chiesa intera e, in modo particolare, la Chiesa che è in Roma, rende gloria a Dio per i santi apostoli Pietro e Paolo: "Benedetto il Signore che libera i suoi amici" (Ritornello al Salmo Responsoriale, cf. Sal 33, 5). Gli Apostoli furono liberati da ogni timore in virtù della potenza che proviene da Dio. Umanamente parlando, anch’essi, come tutti i mortali, erano deboli creature. Debolezza che in Pietro si manifestò più volte e specialmente al momento della prova, quando rinnegò il suo stesso Maestro (cf. Gv 18, 15-27). La debolezza di Paolo risalta nell’accanimento, che sconfina quasi nella crudeltà, con cui perseguitò i seguaci di Cristo.

Il Signore, tuttavia, agì in loro come se non tenesse conto di questa umana fragilità, come se vi passasse sopra, procedendo secondo il proprio misterioso piano di salvezza. A Pietro rivelò che egli era la "pietra" su cui avrebbe edificato la sua Chiesa (cf. Mt 16, 18). Di Paolo disse che era "strumento eletto" per annunziare il Vangelo in mezzo a tutti i popoli (cf. At 9, 15). Entrambi erano consapevoli di compiere la missione loro affidata mediante la potenza dello stesso Signore. Lo compresero in modo particolare proprio qui, a Roma, mentre si disponevano ad affrontare la prova suprema del martirio.

2. Negli Atti degli Apostoli leggiamo che il re Erode "fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro" (At 12,2-3), con il proposito "di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua" (At 12,4).

Pietro allora, chiuso in prigione durante le feste di Pasqua, ebbe modo di meditare con particolare intensità sugli eventi dell’Ultima Cena e della Passione di Gesù arrestato, condannato, flagellato, caricato della croce, crocifisso sul Golgota. Veramente Egli era stato "obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2, 8). Erano passati alcuni anni da quella Pasqua ed ora Pietro si trovava ad attendere, a sua volta, in carcere la condanna a morte, che Erode avrebbe emesso in modo analogo a quanto aveva fatto Pilato. Il movente sarebbe ancora stato quello di accattivarsi la simpatia della folla. L’Apostolo sentiva di avere poco tempo davanti a sé, ma non dimenticava le parole di Cristo: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16, 18).

3. Ed ecco accadere qualcosa di inaspettato. Per la potenza di Dio, manifestata mediante l’intervento di un angelo, egli fu liberato dalla prigione di Gerusalemme: la porta del carcere si aprì da sola e si ritrovò libero. "Dunque, non è ancora la mia ora" - dovette pensare in quel momento l’Apostolo, e poco dopo lasciò Gerusalemme per recarsi ad Antiochia e successivamente a Roma. A Roma, ad oltre venti anni dagli avvenimenti della Pasqua di Cristo, Pietro avvertì che il suo momento era ormai giunto. Avvenne all’epoca della persecuzione dell’imperatore Nerone, quando tanti fratelli e sorelle nella fede morirono martiri. Con loro pure Pietro.

Quanto a Paolo, che da qualche tempo dimorava a Roma, anch’egli suggellò nel sangue la propria testimonianza a Cristo. Nella Lettera a Timoteo scrive: "Il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno" (2 Tm 4, 6-8).

Paolo, cittadino romano, fu sottoposto al supplizio non della croce, ma della decapitazione mediante la spada.

Analoghe considerazioni avrebbe potuto svolgere Pietro il giorno in cui, raggiunto dalla mano del persecutore, venne condannato a morte sulla croce. Una venerabile tradizione narra che egli chiese di morire con la testa in giù, poiché non si sentiva degno di essere crocifisso come il divino Maestro.

4. "In nessun altro c’è salvezza" (At 4, 12). Nell’odierna solennità, la Chiesa ricorda e si sofferma in meditazione. Al culmine di una grande epopea apostolica, se ne vanno questi grandi pionieri del Vangelo, che non solo con le parole e con le opere, ma soprattutto con la testimonianza della vita hanno trasmesso la verità di Cristo crocifisso e risorto.

Grazie al dono dello Spirito Santo, erano diventati uomini nuovi, sì che forse era difficile perfino a loro riconoscere dentro di sé quelli che erano stati un tempo. Il Signore comunicò ad essi una misteriosa potenza divina. Così avvenne per Paolo sulla via di Damasco. Così successe a Pietro quando, nei pressi di Cesarea di Filippo, rispose alla domanda del Maestro riguardo a chi fosse il Figlio dell’uomo. Soltanto Pietro, a differenza della gente, proclamò la verità su Cristo, posta a fondamento della Chiesa: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). Gesù di Nazaret è più grande di Mosè e di Elia, più dei profeti, più di Giovanni Battista: Egli è il Figlio del Dio vivente.

"Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre": così i Concili di Nicea e di Costantinopoli hanno enucleato la fede della Chiesa. Questa solenne professione, tramandata dai cristiani fino a noi, è contenuta già in quella di Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".

Si tratta di un’espressione-chiave del "Credo", da cui la Chiesa non può allontanarsi, se non vuole rinnegare se stessa. È una professione di fede che non è opera soltanto di un uomo, di Pietro, come afferma lo stesso Maestro: "Beato te, Simone figlio di Giona; perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16, 17). In un certo senso, in essa è contenuto l’inizio della Chiesa. Lo evidenzia il seguito della risposta di Gesù: "E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt 16, 18-19).

5. Questa professione di fede costituisce il fondamento del singolare ruolo che, all’interno del Collegio apostolico, riveste Pietro, il primo nel giorno di Pentecoste ad annunciare Cristo e ad accogliere i convertiti provenienti dal popolo di Israele. In virtù della sua professione di fede si è, dunque, formata la Chiesa, che si è diffusa dappertutto nello spirito di tale professione e della risposta di Cristo.

Quanto accadde nei pressi di Cesarea di Filippo si ripete in ogni luogo e in ogni tempo con l’annuncio della Buona Novella. Si rinnova a Roma, in particolare, quando Pietro, a capo della Comunità cristiana della Città, sente avvicinarsi l’ora della suprema testimonianza del sangue ed è consapevole che la sua confessione di fede insieme alla risposta di Cristo rimangono stabilmente nella Chiesa. La verità da lui pronunciata con la forza di un’illuminazione divina sopravvive alla sua morte. Questa verità rappresenta un elemento decisivo per l’identità apostolica della Chiesa di generazione in generazione, lungo lo scorrere dei millenni.

6. L’intera Comunità ecclesiale, raccolta nel ricordo di Pietro e di Paolo, ripete oggi questa professione di fedeltà a Cristo. Tale comunione di fede si esprime nell’odierna solenne celebrazione anche mediante il significativo gesto dell’imposizione del Sacro Pallio da parte del Successore di Pietro a numerosi Arcivescovi Metropoliti, provenienti da diverse parti del mondo.

Venerati Fratelli nell’Episcopato, i palli che voi oggi ricevete sono espressione di quella unità con la Sede di Pietro e di quella concorde testimonianza della fede cristiana, che debbono caratterizzare il vostro Ministero episcopale. Nell’accogliere ciascuno di voi come fratelli diletti nel Signore, saluto con affetto le Comunità ecclesiali affidate alle vostre cure pastorali ed a tutti assicuro uno speciale ricordo nella preghiera.

7. La solennità e la gioia di questo giorno è arricchita, inoltre, dalla presenza della Delegazione fraterna, che Sua Santità Bartolomeo I ha qui inviato, per prendere parte insieme con noi alla festa dei santi Pietro e Paolo.

Cari Fratelli in Cristo, sono lieto di rivolgervi un cordiale benvenuto e vi ringrazio per la vostra partecipazione a questa liturgia. L’incontro fraterno nella preghiera rafforza davanti al Signore l’impegno di fare tutto il possibile per superare le difficoltà che ancora permangono, al fine di vedere presto realizzato il desiderio della piena comunione e della partecipazione all’unica Eucarestia. La preghiera comune è, infatti, il nutrimento dei pellegrini; essa ci fortifica nel cammino, orientandoci verso la meta di ogni serio sforzo ecumenico. A tutti voi giunga il mio cordiale e fraterno saluto, insieme con quello dell’intera Comunità ecclesiale di Roma!

8. "O Roma felix, quae tantorum principum es purpurata pretioso sanguine" (Inno dei primi Vespri nella Solennità dei SS. Pietro e Paolo).

Così canta la Chiesa, venerando i santi apostoli Pietro e Paolo, "colonna e fondamento della città di Dio" (Inno Ufficio delle Letture).

Ti rendiamo grazie, o Dio, per la particolare forza che hai donato a questi deboli uomini, affidando loro la missione evangelizzatrice.

Pietro e Paolo hanno suggellato tale missione con la suprema testimonianza del martirio. Hanno donato se stessi per la salvezza del mondo.

Ti lodiamo, o Signore, per la fede che essi hanno conservato; Ti ringraziamo per la Verità per la quale hanno sparso il loro sangue.

"Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome" (
Sal 33, 2.4).

Esaltiamolo insieme, nella speranza che venga presto il giorno in cui tutti i credenti in Cristo possano ritrovarsi pienamente uniti a lodare quel Nome, al di fuori del quale non è data agli uomini possibilità di salvezza (cf. At 4, 12).

Amen!

 

 © Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

    

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