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VIAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA CON GLI AMMALATI E I SOFFERENTI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Martino a Tours - Sabato, 21 settembre 1996

 

Cari Fratelli e care Sorelle,
1. “Beati voi, perché vostro è il Regno dei cieli”!

Saluto tutti voi con affetto, poiché attribuisco una grande importanza a questo nostro incontro. I vostri volti esprimono la speranza; i vostri volti parlano anche di Dio, poiché voi avete valore ai suoi occhi. San Martino ci riunisce questo pomeriggio nella Basilica che accoglie la sua tomba. In tutta la sua esistenza, egli cercò di vivere pienamente il messaggio delle Beatitudini, proprio quello che abbiamo appena riascoltato. Egli ci accompagna invisibilmente; io gli chiedo di venire ad illuminarci, dal momento che egli fu uno dei più grandi Apostoli del Vangelo sulla terra del vostro Paese. In lui, la Chiesa riconosce l’esempio del cristiano totalmente rivolto verso il suo prossimo: egli donò la sua vita per i suoi fratelli nella sequela di Cristo.

Ognuna delle Beatitudini è stata vissuta da san Martino: povero di cuore, egli attese ogni cosa da Dio, senza contare sulle proprie forze fisiche, intellettuali o spirituali. In uno spirito d’abbandono, sapeva che la volontà di Cristo su di lui era la sua unica ragione di vita. Di natura dolce, egli abbandonò le armi per servire il suo prossimo. Commosso dinanzi alla miseria spirituale della sua epoca, percorse le campagne, “annunciando ai poveri la Buona Novella, ai prigionieri la liberazione, agli afflitti la gioia”. Affamato e assetato di giustizia, seppe stabilire uno stile di vita conforme alla giustizia di Dio, che supera quella degli uomini. “Unito al Signore da una tenerissima misericordia” (Sulpicio Severo), fu un uomo di perdono e andò in soccorso dei poveri che Dio pose lungo il suo cammino. Uomo dal cuore puro, seppe resistere alle tentazioni. Artefice di pace, riuscì a risolvere numerosi conflitti della sua epoca, senza rifiutare “il peso della giornata e il caldo” (Mt 20, 12). Perseguitato a causa della giustizia, mostrò che Cristo riempie tutta la vita e merita di essere seguito, costi quel che costi.

2. Nella società attuale conosciamo troppe forme di povertà, di tristezza e di afflizione. La povertà materiale, la malattia, la sofferenza fisica, i diversi tipi di esclusione che affliggono i nostri contemporanei, le forme di infelicità sono molteplici: nessuno può essere sicuro di sfuggire ad esse nel corso della propria vita. Alcuni ne subiscono più di una, poiché esse si generano a vicenda. Arriva un momento in cui ogni via d’uscita sembra chiusa, in cui la vita non appare più come un dono di Dio, bensì come un fardello. È allora che la beatitudine degli afflitti acquista tutto il suo senso. Cristo ha osato proclamare che coloro che piangono sono beati e saranno consolati (cf. Mt 5, 5). Ha affermato che essi sono chiamati alla felicità eterna. Grazie al suo amore infinito, il Signore risponde così al desiderio di felicità che dimora nel cuore di ogni uomo. Cosa c’è, infatti, di più grande e di più importante dell’essere amati e riconosciuti per se stessi, per la bellezza del proprio essere interiore, che non dipende né dalle apparenze né dall’interesse immediato che si può rappresentare per gli altri?

Come san Martino, siamo invitati ad aprire gli occhi e a riconoscere nel povero che sta morendo di freddo alle porte della città, nel forestiero che bussa alla nostra porta, un fratello da accogliere e da amare. Una società viene giudicata dallo sguardo che rivolge ai sofferenti della vita e dall’atteggiamento che adotta nei loro confronti. Ognuno dei suoi membri dovrà un giorno rispondere delle proprie parole e dei propri atti nei confronti di coloro che nessuno guarda, nei confronti di coloro dai quali ci si allontana. Il poverello di Amiens, si narra nella Vita di San Martino, “per quanto supplicasse i passanti di avere pietà della sua miseria, tutti proseguivano senza fermarsi” (3,1). Per la loro indifferenza, essi non hanno saputo riconoscere il proprio fratello. Ignorando il prossimo, si sono fatti beffe di una parte della loro stessa umanità. Quel giorno nessuno di essi è stato capace di vedere Cristo che moriva di freddo nella persona del povero.

Ogni essere straziato nel corpo o nello spirito, ogni persona privata dei propri diritti fondamentali, è un’immagine vivente di Cristo. “Nei poveri e nei sofferenti, la Chiesa riconosce l’immagine del suo Fondatore povero e sofferente” (Lumen gentium, 8). Con la sua morte sulla croce, Cristo, che ha conosciuto la sofferenza estrema, resta vicino a noi. Contemplando il mistero della sua Passione, noi scopriamo tuttavia la speranza offerta dal Signore. Tramite il suo amore per noi, Egli ci ha aperto un nuovo cammino. Con la sua Risurrezione il mattino di Pasqua, Egli attesta che la morte e la sofferenza non hanno più l’ultima parola sull’uomo e che un futuro è sempre possibile. Un’esistenza che, sul piano umano, poteva sembrare rinchiusa in un vicolo cieco, è diventata un passaggio. Sì, cari amici, voi che portate il peso della sofferenza, siete ai primi posti tra coloro che Dio ama. Come a tutti coloro che Egli ha incontrato lungo le vie della Palestina, Gesù vi ha rivolto uno sguardo ricolmo di tenerezza; il suo amore non verrà mai meno. Poiché sin dalla vostra origine siete figli di Dio, voi occupate nella Chiesa, Corpo di Cristo, un posto privilegiato.

Di fronte al moltiplicarsi degli attentati alla dignità e all’integrità delle persone, di fronte all’aumento del numero degli esclusi, occorre trovare nuovi stili di vita personali e collettivi che permettano di superare le crisi, soprattutto in quei Paesi che, come il vostro, dispongono di abbondanti risorse umane e naturali. Occorre porre in essere delle nuove forme di solidarietà, sia all’interno di ogni società che tra le nazioni. Per garantire a tutti l’accesso al lavoro, non converrebbe rivedere alcune pratiche e favorire una più equa distribuzione dei beni? Coloro che hanno la fortuna di avere redditi sufficienti sono pronti a condividerli maggiormente con coloro che non riescono a vivere in maniera accettabile? Uno stile di vita più sobrio permetterebbe a molti di evitare gli sprechi e di essere più attenti alle necessità del prossimo.

Ogni essere umano, per quanto bisognoso, è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, e nulla può fargli perdere questa dignità. Qualunque sia la sua origine, qualunque sia il peso della sua prova, rifiutare di vederlo significa condannarsi a non comprendere nulla della vita.

3. Ascoltiamo il messaggio delle Beatitudini: “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia”! (Mt 5, 7). La misericordia di cui parla Cristo è la tenerezza di Dio; il perdono ne è un’espressione importante. Il cuore misericordioso si lascia così commuovere dalla miseria altrui e rimane inquieto finché non ha fatto tutto quanto è in suo potere per recare conforto a quanti sono nel bisogno. Per entrare nel Regno, occorre avere questo cuore misericordioso, non soltanto sensibile al bisogno, ma anche capace di alleviare la sofferenza, di infrangere la solitudine e di impegnarsi attivamente per accogliere i propri fratelli e le proprie sorelle meno fortunati.

I misericordiosi otterranno misericordia. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25, 40), dirà loro Cristo nell’ultimo giorno. La felicità dell’eternità sarà la felicità di vedere Dio e di riconoscerlo nella persona di tutti coloro che saranno stati posti da Lui sul nostro cammino, con i quali vivremo per sempre dell’amore che non finirà mai. Questa felicità, noi la percepiamo sin da oggi. Il Vangelo ci invita ad agire fraternamente nei confronti del nostro prossimo, proprio perché in lui Dio è presente e ci attende. Il rapporto con Dio è indissociabile dall’amore per il prossimo, e in particolare per il povero che incontriamo.

4. L’attenzione rivolta ai poveri costituisce uno dei criteri fondamentali dell’appartenenza a Cristo. Essa deve caratterizzare l’impegno temporale del cristiano. La fede deve essere accompagnata da un’azione in favore dei nostri fratelli in umanità, poiché “l’amore del Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14) a servire ogni uomo, quello che amiamo e quello che non amiamo abbastanza. Ecco perché lancio un appello a favore di una solidarietà reale fra tutti. Quando dunque sarà davvero rispettato il diritto di ognuno al lavoro, alla casa, alla cultura, alla salute, ad un’esistenza degna di questo nome? La Chiesa verrebbe gravemente meno alla sua missione se non ricordasse questo imperioso dovere di fare tutto il possibile, nelle società ricche dell’Occidente e in ogni società, per debellare i flagelli che non cessano di imperversare sulla superficie del nostro pianeta. Cristo è venuto per “annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc 4, 18). Nessuno dei suoi discepoli, nessuno dei suoi fratelli è dispensato dal prendere parte a questa opera impegnativa, salutare e gratificante.

5. Che san Martino vi guidi ogni giorno! Che egli vi ispiri le parole, i gesti, gli atteggiamenti d’amore, di fraternità, di compassione che vi aiuteranno a vivere! Da milleseicento anni egli intercede presso il Padre a favore di coloro che sono ricorsi a lui con fiducia. Se lo pregate, egli non abbandonerà nessuno di voi, nessuno di coloro che vede soffrire lungo le vie tortuose della vita. Alle porte di Amiens, Martino donò metà del suo mantello. Che egli continui ad essere il nostro modello di carità reale ed autentica!

Come segno dell’amore che proviene da Dio, come pegno della speranza fondata sul Cristo, vi imparto di tutto cuore la Benedizione Apostolica e la estendo a tutti coloro che voi rappresentate, a quanti soffrono a causa di una ferita e chiedono al Signore di venire a guarirla. Voglio dirlo al nostro mondo: la condivisione è fonte di felicità! La gioia è possibile! Che Dio vi custodisca sempre!

 

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

 

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