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VIAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA (31 MAGGIO - 10 GIUGNO 1997)

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Spianata della Chiesa dei Primi Martiri Polacchi (Gorzów)
 Lunedì, 2 giugno 1997

 

1. "Chi ci separerà . . . dall'amore di Cristo?" (Rm 8, 35). E' la domanda posta da san Paolo nella Lettera ai Romani.

Oggi la ripetiamo nella liturgia, in occasione della visita alla Chiesa di Gorzów Wielkopolski. Nello spirito di questo amore, saluto cordialmente tutto il Popolo di Dio della diocesi. Saluto il Vescovo Adam, Pastore di questa Chiesa, e i suoi Vescovi ausiliari, il clero, ed anche i pellegrini giunti dalle diocesi vicine e dall'estero. Sono lieto di poter pregare oggi insieme con voi, celebrando questa Liturgia della Parola. Rendo grazie alla Divina Provvidenza per questo incontro.

Ringrazio i Cardinali, gli Arcivescovi e i Vescovi che partecipano al nostro incontro.

La vostra comunità ha come patroni alcuni martiri, che è accanto a sant'Adalberto - sono i più antichi testimoni di Cristo in terra polacca. La tradizione della Chiesa ha conservato il ricordo di questi eremiti, i cui nomi erano: Benedetto, Giovanni, Matteo, Isacco e Cristino. Essi vissero qui, dalle parti vostre, ai tempi di Boleslao il Prode. Come la morte per martirio di sant'Adalberto, così anche il loro martirio è stato descritto nella cronaca di san Bruno di Querfurt, apostolo e Vescovo missionario che, ai tempi di Boleslao il Prode, svolse un'opera di evangelizzazione nei territori della Polonia occidentale e a nord. Vengono chiamati Fratelli Polacchi, benché tra loro fossero degli stranieri. Due di essi vennero in Polonia dall'Italia, per trapiantare qui la vita monastica secondo la regola di san Benedetto. La loro morte per martirio, accanto a quella di sant'Adalberto, si pone in un certo senso alla soglia del millennio del cristianesimo nelle nostre terre.

2. I martiri sono eccezionali testimoni del Dio Altissimo, Padre e Figlio e Spirito Santo. Il testo della Lettera ai Romani appena letto ci ricorda il mistero trinitario da cui prende inizio la redenzione del mondo. Dio, scrive l'Apostolo, "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi"; sulla base di questa constatazione, Paolo poi domanda: "Come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8, 32). Ecco: Gesù Cristo, che per noi morì e il terzo giorno risuscitò, sta alla destra di Dio e intercede per noi. Proprio da questo amore di Cristo nulla ci potrà separare (cfr Rm 8, 34-35). Siamo ad esso uniti mediante la fede. E questa fede nella potenza redentrice della morte e della risurrezione di Cristo è la fonte della vittoria: "In tutte le cose noi riportiamo la piena vittoria grazie a colui che ci ha amati" (cfr Rm 8, 37). Il suo amore redentore ci unisce a Dio. Esso è la fonte della nostra giustificazione. Da esso attingiamo la certezza della vittoria annunciata dall'Apostolo.

Questa certezza della vittoria l'ebbero i primi martiri in terra polacca. L'ebbero i martiri della Chiesa di tutti i tempi. Mentre, tuttavia, ammiriamo la loro testimonianza, da cui appare che "l'amore è più forte della morte" (cfr Ct 8, 6), nel cuore di ciascuno di noi nasce spontanea la domanda: mi basterebbe la fede, la speranza e la carità che posseggo, per dare una testimonianza così eroica? Sembra che la risposta venga dalla preghiera liturgica che ho appena recitato: "O Dio, tu hai santificato gli albori della fede nella nazione polacca con il sangue dei santi martiri Benedetto, Giovanni, Matteo, Isacco e Cristino; sostieni con la tua grazia la nostra debolezza, affinché imitando i martiri che per te non esitarono a morire, ti professiamo coraggiosamente con la nostra vita". E' Dio colui che con la sua grazia sostiene la nostra debolezza. Lui, con la potenza del suo spirito ci rafforza, affinché siamo capaci di rendere con coraggio una testimonianza di fede.

3. "In tutte le cose noi riportiamo la piena vittoria grazie a colui che ci ha amati" (cfr Rm 8, 37). Fratelli e Sorelle, là dove non è richiesta la testimonianza del sangue, ancor più leggibile dovrà essere la testimonianza della vita quotidiana. Si deve testimoniare Dio con le parole e con i fatti dovunque, in ogni ambiente: in famiglia, nei luoghi di lavoro, negli uffici e nelle scuole. Nei luoghi dove l'uomo fatica e dove riposa. Bisogna confessare Dio mediante la fervente partecipazione alla vita della Chiesa; attraverso la premura per chi è debole e per chi soffre, ed anche assumendosi la responsabilità per le questioni pubbliche, in spirito di sollecitudine per il futuro della nazione, edificato sulla verità del Vangelo. Un atteggiamento di questo genere esige una fede matura, un impegno personale. Chiede di realizzarsi in fatti concreti. A volte, un atteggiamento così deve essere pagato con l'eroismo di una totale abnegazione. Anche nei nostri tempi e nella nostra vita non abbiamo forse sperimentato varie forme di umiliazioni, per mantenere la fedeltà a Cristo e in tal modo conservare la dignità cristiana? Ogni cristiano è chiamato, sempre e dovunque lo pone la Provvidenza, a riconoscere Cristo davanti agli uomini (cfr Mt 10, 32).

Come non ricordare qui la testimonianza di fedeltà alla tradizione e alla Chiesa, che davate in tempi per voi molto difficili? Molti di voi portano nel cuore le dolorose esperienze della seconda guerra mondiale. Dopo la fine della guerra, in questi territori in un certo senso ricominciavate una nuova vita, venendo da varie parti della Polonia, e perfino da fuori dei suoi confini. Sradicati dai vostri territori d'origine, avete tuttavia conservato le radici della fede. Nel difficile periodo delle trasformazioni foste vicini alla Chiesa, che cercava di venir incontro ai vostri bisogni spirituali e materiali, come una buona madre premurosa per i propri figli. Esprimo la mia gratitudine al clero e alle religiose, che non esitarono a lasciare le diocesi d'origine per intraprendere qui un generoso servizio. Aiutavate insieme a costruire la casa comune, non soltanto quella materiale, ma prima di tutto quella spirituale, nei cuori degli uomini. Nei momenti difficili eravate il sostegno di questa gente, portando loro la luce della fede e indicando Cristo come unica fonte di speranza. Non posso qui elencare tutti i nomi, ma voglio almeno ricordare con gratitudine il defunto Monsignor Wilhelm Pluta, grande Pastore di questa diocesi. Fu in un certo senso lui a porre le fondamenta di questa diocesi, in tempi molto difficili per il nostro Paese. Per lunghi anni governò la Chiesa di Gorzów, prima come Amministratore, e poi come suo primo Vescovo. Oggi è certamente qui con noi. Ti ringrazio, Vescovo Wilhelm, per quanto hai fatto per la Chiesa in queste terre. Ti ringrazio per la tua fatica, per il tuo coraggio, per la tua saggezza e per la tua grande religiosità. Ti ringrazio anche per quanto hai fatto per la Chiesa in Polonia.

Un grande contributo allo sviluppo della vita religiosa in questi territori è venuto dal vostro Seminario Maggiore, dalle cui mura sono uscite schiere di sacerdoti così attesi e tanto necessari qui. Oggi tutto questo produce una messe abbondante. Rendiamo grazie alla Divina Provvidenza perchè oggi la Chiesa nella vostra diocesi si sviluppa così rigogliosa. Questa terra ai suoi albori fu bagnata dal sangue dei santi martiri Fratelli Polacchi, i quali come fiaccole ardenti guidano oggi la vostra Chiesa verso i tempi nuovi. I tempi nuovi, il terzo millennio che si sta approssimando, continueranno a richiedere la vostra testimonianza. Davanti a voi saranno dei nuovi compiti. Non abbiate paura di assumerli.

I compiti che Dio ci pone dinanzi sono a misura di ciascuno di noi. Non superano le nostre possibilità. Dio ci viene in aiuto nei momenti della nostra debolezza. Solo Lui la conosce veramente. La conosce meglio di noi stessi, e tuttavia non ci respinge. Al contrario, nel suo amore misericordioso si china sull'uomo, per confortarlo. Questo conforto l'uomo lo riceve attraverso il vivo contatto con Dio. Vorrei richiamare la vostra particolare attenzione su questo aspetto. In mezzo alle solite occupazioni umane non possiamo perdere il contatto con Cristo. Abbiamo bisogno di momenti speciali destinati esclusivamente alla preghiera. La preghiera è indispensabile, sia nella vita personale che nell'apostolato. Non vi può essere testimonianza cristiana autentica, senza prima essere stati corroborati dalla preghiera. Essa è fonte di ispirazione, di energia, di coraggio di fronte alle difficoltà e agli ostacoli; è fonte della perseveranza e della capacità di prendere iniziative con forze rinnovate.

La vita di preghiera si nutre innanzitutto della partecipazione alla liturgia della Chiesa. Per potersi sviluppare, la vita interiore richiede la partecipazione alla Santa Messa e l'uso del Sacramento della Riconciliazione. In questo modo tutta è l'esistenza viene pervasa da Cristo: da Lui stesso, dalla sua grazia. Infatti è stato Lui a dire: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui" (Gv 6, 56). L'Eucaristia è il cibo spirituale da cui attingiamo in modo particolare la forza spirituale nel cammino della testimonianza e possiamo portare frutto abbondante. Perciò è così importante la partecipazione alla Santa Messa domenicale. Né le preoccupazioni familiari, né altre questioni dovrebbero rimanere fuori dell'ambito della vita spirituale. Ogni attività umana acquista in Cristo un più profondo significato, divenendo autentica testimonianza. Radicata nello spirito di preghiera, l'anima si apre, di conseguenza, al Dio infinito ed eterno. Vuole servire questo Dio e da Lui attingere la forza e la luce perchè il suo agire sia cristiano. Grazie alla fede, riconosciamo nella nostra vita l'attuazione del piano divino dell'amore, scopriamo la costante premura del Padre, che è nei cieli.

Cari Fratelli e Sorelle, i Fratelli Polacchi martiri ci danno l'esempio di una tale vita. Furono proprio essi, Benedetto, Giovanni, Matteo, Isacco e Cristino nel silenzio dei loro eremi, a dedicare molto tempo alla preghiera e in questo modo si prepararono al grande compito che Dio nei suoi inscrutabili disegni aveva loro preparato: a dare la somma testimonianza a Lui, ad offrire la vita per il Vangelo. I Fratelli Polacchi - come li chiamiamo - mediante il loro tributo di sangue, offerto a Dio agli inizi della nostra nazione e della Chiesa in questa nazione, volevano dire a tutti quelli che sarebbero venuti dopo che per dare testimonianza a Cristo occorre prepararsi. La testimonianza, infatti, nasce, matura e si nobilita nell'atmosfera di preghiera, di quel profondo e misterioso colloquio con Dio. In ginocchio! Non si può mostrare Cristo agli altri, se prima non lo si è incontrato nella propria vita. Soltanto allora la testimonianza avrà vero valore. Diventerà germoglio per l'umanità, sale della terra e luce che dirada le tenebre ai nostri fratelli in cammino sulle vie di questo mondo.

"Chi ci separerà . . . dall'amore di Cristo?". Così esclama oggi per noi san Paolo. Che questo grido penetri fino in fondo ai cuori e alle menti! Siate vigilanti, affinché nulla vi separi da quest'amore: nessun falso slogan, nessuna ideologia errata, nessun cedimento alla tentazione di scendere a compromessi con ciò che non è da Dio, o con la ricerca del proprio tornaconto. Respingete tutto ciò che distrugge e indebolisce la comunione con Cristo. Siate fedeli ai comandamenti di Dio e agli impegni del Battesimo.

4. "E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima" (Mt 10, 28). Sono parole di Cristo, tratte dal Vangelo di Matteo. La Chiesa le riferisce ai martiri, e nel nostro contesto a sant'Adalberto e ai santi Fratelli Polacchi. Il martirio è la più alta espressione della fortezza di un uomo che, collaborando con la grazia, si rende capace di una testimonianza eroica. Nel martirio la Chiesa vede "un segno preclaro" della sua santità. Un segno prezioso per la Chiesa e per il mondo, "perchè aiuta ad evitare il più grave pericolo che può toccare all'uomo: il pericolo della confusione del bene e del male, il che rende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei singoli e delle comunità. Sono proprio i martiri, ed insieme a loro tutti i santi della Chiesa, grazie all'esempio eloquente ed affascinante della loro vita, a costruire il senso morale. Mediante la loro testimonianza resa al bene, diventano rimprovero per tutti coloro che trasgrediscono la legge" (cfr Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, 93). Guardando all'esempio dei martiri, non abbiate paura di rendere testimonianza. Non abbiate paura della santità. Abbiate il coraggio di aspirare alla piena misura dell'umanità. Esigetelo da voi stessi, anche se altri non dovessero esigerlo da voi!

L'uomo ha un naturale timore non soltanto della sofferenza e della morte, ma anche delle opinioni diverse dalle sue, specialmente se diffuse con mezzi di comunicazione così potenti da diventare mezzi di pressione. Perciò spesso egli preferisce adattarsi all'ambiente, alla moda vigente, piuttosto che correre il rischio di testimoniare la fedeltà al Vangelo di Cristo. I martiri ricordano che la dignità della persona umana non ha prezzo; è una dignità che "non è mai permesso di svilire o di contrastare, sia pure con buone intenzioni, qualunque siano le difficoltà" (Veritatis splendor, 92). "Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima?" (Mc 8, 36). Perciò ripeto con Cristo ancora una volta: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima" (Mt 10, 28). La dignità della coscienza non è più importante di qualsiasi profitto esteriore? I Fratelli Polacchi martiri, che ricordiamo oggi nella liturgia, sant'Adalberto, san Stanislao, sant'Andrea Bobola, san Massimiliano Maria Kolbe e i martiri di ogni tempo, tutti testimoniano il primato della coscienza e la sua indistruttibile dignità, il primato dello spirito sul corpo, il primato dell'eternità sulla temporalità. Ciò che accadde qui all'inizio di questo millennio del cristianesimo, ai tempi di Boleslao il Prode, ha trovato molte volte una eco nella storia e, da ultimo, anche nella storia del nostro secolo. Quanti sono stati in questo secolo coloro, uomini e donne, che hanno confessato eroicamente Cristo davanti agli altri! Crediamo che la morte che subirono per essere fedeli alla propria coscienza, per essere fedeli a Cristo, troverà una risposta nei cuori dei credenti: la loro testimonianza rafforzerà i deboli e i pusillanimi, sarà la semina di una nuova vitalità della Chiesa in questa terra dei Piast. Cristo ci assicura che riconoscerà davanti al Padre celeste tutti coloro che non hanno esitato a riconoscerlo davanti agli uomini (cfr Mt 10, 32-33), anche a costo di massimi sacrifici. Cristo ci mette in guardia anche contro il rinnegamento della fede e contro la rinuncia a testimoniarlo davanti agli altri. E la Chiesa intera attinge oggi le grazie in virtù della mediazione dei martiri. La Chiesa intera gioisce per la loro coraggiosa confessione di fede, nella quale trova conforto la nostra debolezza. E' per noi il segno della speranza!

"Chi ci separerà . . . dall'amore di Cristo? . . . Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8, 35.38-39).


Al termine dell' omelia il Papa ha aggiunto le parole che pubblichiamo in una nostra traduzione italiana:

Miei cari, quando vedo questa grande assemblea del popolo di Dio della diocesi di Gorzów, mi tornano alla memoria i tempi passati, ma non troppo lontani. Mi torna alla memoria il Millennio del Battesimo che abbiamo celebrato insieme qui nel 1966. E proprio allora noi tutti Vescovi polacchi abbiamo imparato a conoscere la nostra Patria. Abbiamo imparato a conoscere, una dopo l' altra, tutte le diocesi polacche. Dappertutto abbiamo cantato insieme "Te Deum Laudamus". Oggi desidero da qui ringraziare per quel particolare dono quale era per me il Millennio polacco.

Il 16 ottobre del 1978, memoria liturgica della santa Edvige di Slesia, durante il Conclave, dopo la mia elezione, il Primate del Millennio mi ha detto: "Ora devi condurre la Chiesa nel Terzo Millennio". E per questo motivo, miei cari sono venuto in Polonia. Sono venuto al Congresso Eucaristico di Wroclaw. Sono venuto per andare a Gniezno alle celebrazioni del Millennio di sant'Adalberto. Sono venuto per chiedere su questi itinerari millenari la grazia di poter compiere quella missione che forse la

Divina Provvidenza mi ha affidato nelle parole del grande Primate del Millennio. Ma, cari miei, gli anni passano e voi dovete supplicare Dio in ginocchio affinché io possa riuscirci.


Il saluto del Papa al termine della Celebrazione della Parola a Gorzów

Al termine della Celebrazione della Parola a Gorzów, Giovanni Paolo II ha salutato i numerosi fedeli presenti con le parole che pubblichiamo in una nostra traduzione italiana:

Per concludere desidero esprimere la mia gioia per aver potuto pregare insieme con voi. Ringrazio la Divina Provvidenza per quest' incontro a Gorzów. Molti ricordi mi legano alla vostra diocesi. Essa è immersa nella bellissima natura che ho potuto ammirare durante le mie gite a piedi e soprattutto durante quelle con il kajak. Questi ricordi rimangono per sempre nel mio cuore e nella mia preghiera. La terra di Gorzów è molto bella. Ringrazio questa terra perchè è stata sempre ospitale e cordiale con me.

Quei legami che mi univano allora alla vostra diocesi oggi si rinnovano mentre guardo voi qui riuniti in così gran numero in questa grande piazza davanti alla chiesa dei Fratelli Polacchi martiri.

Questi ricordi si rinnovano mentre vedo tra i vescovi Mons. Jerzy Stroba, Mons. Ignacy Jez, Mons. Józef Michalik. Saluto molti sacerdoti che conosco ma che mi sarebbe difficile elencare per nome.

Saluto tutti coloro che sono qui presenti. Ci sono tra di voi anche gli ex combattenti e i rappresentanti delle organizzazioni degli ex combattenti venuti dalla Polonia e dall'estero. Ringraziamo oggi questi figli della nostra Nazione per tutti i loro sacrifici offerti senza risparmio nella difesa dei valori più alti: della libertà e della dignità dell' uomo.

Con particolare affetto pensiamo agli ex deportati in Siberia, alle loro famiglie, a quelli di loro che sono qui presenti e a coloro che si trovano in altre parti della Polonia oppure all' estero.

Si potrebbero ricordare tante altre cose, ma bisogna finire.

Dio benedica tutta la vostra terra alla quale devo così tanto. Sia lodato Gesù Cristo.

 

© Copyright 1997 - Libreria Editrice Vaticana

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