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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
AI MINISTRI GENERALI DEGLI ORDINI FRANCESCANI
NELL'VIII CENTENARIO DELLA NASCITA DI SAN FRANCESCO

 

Ai diletti figli Giovanni Vaughn, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori;
Vitale Bommarco, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali;
Flavio Carraro, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini;
Roland Faley, Ministro Generale del Terz’Ordine Regolare di san Francesco:
nell’ottavo centenario della nascita di san Francesco d’Assisi.


A voi, diletti figli, il saluto e l’apostolica benedizione.

1. “Splendeva come fulgida stella nell’oscurità della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre”: con queste parole Tommaso da Celano ha presentato san Francesco d’Assisi, del quale fu il primo biografo (Vita prima sancti Francisci, n. 37: Analecta Franciscana, 10, Ad Claras Aquas, 1926-1941, p. 29).

Mi piace rinnovare tale elogio, nell’occasione della celebrazione dell’ottavo centenario della nascita di quest’uomo tanto famoso. In verità già il 3 ottobre 1981 abbiamo parlato ai numerosissimi Fratelli dei quattro Ordini Francescani, religiosi e non, che seguono il Serafico Padre nel cammino della vita, riuniti a celebrare la vigilia della festa del Santo nella Basilica di S. Pietro, e abbiamo parlato anche, per radio, ai numerosissimi fedeli, riuniti nella cattedrale di Assisi per la celebrazione presieduta dal Vescovo, per iniziare l’anno dedicato alla detta ricorrenza.

Ma ora, quasi come prosecuzione di quel discorso, ci siamo proposti di mettere in luce, con questa Lettera, alcuni punti fondamentali del magistero evangelico da lui messo in pratica, e comunicare a voi e per mezzo vostro a quanti più possibile l’annuncio che egli stesso sembra portare agli uomini del nostro tempo. Nei “Fioretti di S. Francesco” si narra che Frate Masseo, uno dei suoi primi seguaci, un giorno gli abbia chiesto: “Donde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?”. Dopo otto secoli dalla nascita del Santo d’Assisi questa domanda ha ancora il suo peso, anzi si impone con una forza ancora maggiore.

Infatti non solo è cresciuto il numero di quelli che più da vicino seguono le sue orme, assumendo come Regola per la loro vita quella da lui redatta, ma anziché essersi affievolite nel corso del tempo l’ammirazione per lui e la disponibilità a seguirlo, – come invece di solito accade nelle vicende umane – sono penetrate più profondamente negli animi e più ampiamente si sono diffuse; i loro segni sono fortemente impressi nella spiritualità cristiana, nell’arte, nella poesia, in quasi tutte le forme della cultura occidentale. La nazione italiana, che ha l’onore di aver dato i natali a un uomo tanto grande, lo ha scelto come suo patrono insieme ad un’altra sua grande figlia, Caterina da Siena.

La sua fama poi ha varcato i confini dell’Europa, tanto che si possono riferire a lui giustamente le parole del Vangelo: “In tutto il mondo, dovunque sarà predicato questo Vangelo, si dirà anche quello che egli ha fatto” (cf. Mt 26,13). Francesco certamente si presenta con una tale personalità da trovare il consenso di tutti; infatti tutti coloro che hanno conosciuto il suo modo di vivere, concordemente riconoscono l’esempio di umanità che egli ci propone. Perciò non sembra fuori luogo ripetere in quest’anno, sacro alla sua memoria, la domanda posta da Frate Masseo nella semplicità del suo animo: perché tutto il mondo segue S. Francesco d’Assisi?

A questa domanda almeno in parte si può rispondere affermando che gli uomini ammirano e amano quest’uomo Celeste poiché in lui vedono realizzati – e certamente in modo mirabile – quegli ideali a cui soprattutto tendono, ma che tuttavia spesso nella loro vita non riescono a conseguire, vale a dire la letizia, la libertà, la pace, la concordia e l’unità tra gli uomini e con le cose. Davvero tutte queste ed altre qualità risplendono di un singolare fulgore nella vita del Povero d’Assisi. Innanzitutto rifulge la letizia, proprio perché Francesco è a tutti noto come l’uomo della perfetta letizia. In tutta la sua vita “ebbe come più grande e particolare tensione quella di essere sempre attento ad avere interiormente e nel rapporto con gli altri (e) a conservare in sè la letizia spirituale”.

2. Spesso, come è documentato nelle memorie che riguardano gli episodi della sua vita, non riuscì a trattenere l’impeto della gioia che gli urgeva dentro, tanto che come un cantore errante, accompagnandosi con bastoncini di legno, imitando i suonatori della cosiddetta “viella” (cf. Tommaso da Celano, Vita prima sancti Francisci, n. 127: Analecta Franciscana, p. 205), cantava in francese le lodi di Dio. La gioia, che riempiva il cuore di S. Francesco, è nata dallo stupore con il quale nella semplicità e nell’innocenza del suo animo contemplava tutta la realtà e gli eventi; ma specialmente nasceva dalla speranza che alimentava nel cuore e mosso dalla quale esclamava: “Tanto è il bene che mi aspetto, ch’ogni pena m’è diletto”. Sebbene quasi mai usasse la parola libertà, tuttavia nei fatti tutta la sua vita fu una singolare dimostrazione della libertà evangelica. Da ogni suo gesto, da ogni sua azione traspariva la libertà interiore e lo spontaneo atteggiamento che fece della carità la sua legge suprema e che totalmente pose le sue radici in Dio.

Uno dei numerosissimi esempi di ciò è la libertà che concesse ai suoi confratelli, in conformità al Vangelo, di mangiare di tutti i cibi che venivano loro serviti. La libertà invero che Francesco ha seguito ed esaltato, in nessun modo è in contrasto con l’obbedienza alla Chiesa, e persino “a tutte le autorità che sono nel mondo”, ma nasce al contrario proprio da questa. Infatti quella perfetta forma originaria dell’uomo, in virtù della quale è libero e padrone dell’universo, brilla in lui di una luce particolare. In questa sono contenute anche quella singolare familiarità e docilità, che tutte le creature dimostravano verso questo Povero di Cristo. Avvenne perciò che gli uccelli ascoltassero la sua santa predica, il lupo – secondo il noto racconto – diventasse mansueto, lo stesso fuoco, mitigando il suo ardore, fosse reso “curialis” cioè benevolo.

E così, come afferma il suo biografo sopra citato, “camminando nella via dell’obbedienza e abbracciando perfettamente il giogo della divina sottomissione, nella obbedienza delle creature raggiunse una grande dignità davanti a Dio”. Ma soprattutto la libertà di San Francesco deriva da una povertà volontaria, grazie alla quale si sottraeva ad ogni desiderio e preoccupazione terrena, così che divenne uno di quegli uomini che, secondo le parole dell’Apostolo, “nulla hanno e tutto possiedono”. Francesco, oltre ad essere stato insigne per la perfetta letizia e la libertà, non smise mai di essere venerato come soavissimo amante della pace e della fraternità universale. La pace poi, della quale Francesco godeva e che diffondeva, come da una fonte viene attinta da Dio, cui si rivolse pregando con queste parole: “Tu sei la mansuetudine, tu sei la sicurezza, tu sei il riposo”.

Questa pace ha preso forma umana e forza in Cristo Gesù, che è “la nostra pace”: in Lui, come Francesco scrisse seguendo S. Paolo, “tutte le cose che sono nel cielo e sulla terra hanno trovato pace e sono state riconciliate con Dio onnipotente”. “Il Signore ti dia la pace”: con queste parole, secondo l’insegnamento della divina rivelazione, salutò tutti gli uomini.

Fu davvero un “operatore di pace”, o meglio un fautore e promotore della pace – un uomo di tal genere nel Vangelo viene detto “beato” – poiché “tutta la compagine delle sue parole scorreva per spegnere le inimicizie e per ristabilire la pace”. Alla pace e alla concordia richiamò i vari ordini di cittadini della sua città, che erano in lotta accanita e sanguinosa, mettendo in fuga con le sue preghiere i demoni, fautori delle discordie. Riporto la pace tra città divise da forti contrasti, tra il clero e il popolo e perfino, come si tramanda, tra uomini e belve.

La pace tuttavia, come era convinzione di Francesco, si costruisce sul perdono; perciò per indurre alla pace il podestà e il Vescovo di Assisi, che erano in lite, fece aggiungere queste notissime parole al ‘Cantico di frate sole’: “Laudato si mi Signore per quelli che perdonano per lo tuo amore”.

Francesco non considerava nessuno nemico, ma vedeva in ognuno un fratello. Accadde perciò che superasse tutte le barriere che dividevano gli uomini di quei tempi, e annunciasse l’amore di Cristo agli stessi Saraceni, gettando i semi della disponibilità al dialogo e dell’istituzione dell’ecumenismo tra uomini diversi per cultura, stirpe, religione, conquiste che sono tra le più importanti della nostra epoca. Anzi, dilatò questo sentimento della fraternità universale a tutti gli esseri creati, persino alle cose inanimate: al sole, alla luna, all’acqua, al vento, al fuoco, alla terra, che chiamò secondo il genere di ciascuno fratelli e sorelle, e tratto con una sorta di soave riverenza.

Per quanto riguarda questo aspetto, troviamo che fu scritto di lui: “Abbraccia tutte le cose con una inaudita devozione e parla ad esse di Dio e le esorta a lodarlo”. Considerando queste cose e volendo venire incontro al desiderio di coloro che oggi giustamente si preoccupano della natura nella quale gli uomini vivono, abbiamo proclamato S. Francesco d’Assisi il patrono celeste di tutti gli ecologi, con una Lettera apostolica del 29 novembre 1979 con il sigillo del Pescatore. Tuttavia l’esempio di Francesco a questo proposito, serve come testimonianza certissima che le creature e gli elementi della natura non sono immuni da una ingiusta e dannosa profanazione, a meno che, alla luce biblica della creazione e della redenzione, non vengano viste come creature, e l’uomo non sia legato ad esse dal rispetto; non possono essere lasciate in balia del suo arbitrio e devono aspettare con lui e desiderare di “essere liberate dalla schiavitù della corruzione per la libertà della gloria dei figli di Dio”.

3. Fin qui abbiamo parlato dei motivi per i quali il genere umano giustamente si gloria di Francesco d’Assisi e non smette di ammirarlo, vogliamo dire la letizia, la libertà, la pace, la fraternità universale. Se però ci fermassimo solo a questi aspetti si tratterebbe di una ammirazione ancora vuota, che non avrebbe che scarsissima o nessuna forza per insegnare agli uomini del nostro tempo come raggiungere quegli ideali che abbiamo detto prima; sarebbe la stessa cosa che voler cogliere i frutti senza curarsi del tronco e delle radici dell’albero. È necessario dunque, perché la celebrazione dell’ottavo centenario della nascita di S. Francesco agisca sulle coscienze e vi lasci un segno, che si ricerchino le radici per conoscere come la vita dell’uomo Serafico abbia potuto dare frutti tanto meravigliosi.

E infatti la pace, la letizia, la libertà, l’amore non furono donate per un caso dalla fortuna o dalla natura a Francesco, nè per caso ornarono il suo animo, ma furono il risultato di una decisione consapevole e di una vita assai austera, che egli stesso ha sintetizzato nelle parole “fare penitenza”, come ha scritto all’inizio del suo Testamento: “Il Signore ha concesso a me, frate Francesco, di cominciare in questo modo a far penitenza. Quando ero nei peccati, mi sembrava troppo ripugnante la vista dei lebbrosi. Ma lo stesso Signore mi ha condotto tra di loro e fui misericordioso nei loro confronti. E quando mi allontanai da essi, ciò che mi sembrava insopportabile si trasformò per me in dolcezza per l’anima e per il corpo; poco dopo mi ritirai dalla vita del mondo”. “Fare penitenza” o “vivere in penitenza”: queste espressioni negli scritti di S. Francesco ritornano spessissimo, poiché in forma essenziale molto bene esprimono tutta la sua vita e la santa predicazione.

Quando si trattò di dare un nuovo indirizzo alla sua vita – momento certamente di grande importanza – egli stesso, chiedendo a Cristo di guidare la sua decisione, aprì il Vangelo e trovò lì formulata la risposta, alla quale conformò la sua vita da quel momento fino alla morte: “Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso”. L’abnegazione (il rinnegare se stesso) fu proprio la via sulla quale Francesco ritrovò l’anima “ovvero la vita”. Raggiunse la letizia nella sopportazione della fatica, la libertà nell’obbedienza e ritrovò totalmente se stesso nell’abnegazione, l’amore verso tutte le creature nel fatto che odiava se stesso, cioè, come insegna il Vangelo, perché sconfisse l’amor proprio. Una volta facendo la strada con Frate Leone gli spiegò che la perfetta letizia è sopportare ogni tormento e tribolazione per amore di Cristo. “Vivere in penitenza” secondo S. Francesco significa riconoscere il peccato in tutta la sua gravità; essere di fronte a Dio in un atteggiamento costante di contrizione; introdurre nel quotidiano della propria vita questo sentimento di compunzione e di dolore con un austero impegno ascetico. In questo egli andò tanto avanti che, prima di morire, quasi chiedendo perdono, confessò di “aver molto peccato verso fratello corpo” che aveva tormentato con tanto gravi maltrattamenti durante la vita.

Questa via che Francesco seguì, nel linguaggio cristiano con una parola sintetica si chiama croce.

Egli stesso fu ed è ancor oggi precursore e portatore dell’annuncio mediante il quale la Chiesa viene molto fermamente richiamata alla primaria importanza che riveste la predicazione della croce, come se Dio mediante il suo povero servo Francesco avesse voluto piantare di nuovo “nel mezzo della città” cioè nella Chiesa, l’albero della vita. Perciò, quando in questo anno dedicato alla memoria del Santo, mi sono recato in pellegrinaggio alla sua tomba, ho formulato questa preghiera: “L’arcana ragione delle tue ricchezze spirituali stava nella Croce di Cristo... Insegnaci, come l’Apostolo Paolo ti ha insegnato, a non gloriarci se non della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo”. Cristo crocifisso fu la guida del viaggio per S. Francesco dall’inizio della sua nuova vita fino alla morte; e sul monte della Verna gli impresse le sacre stimmate così che anche agli occhi degli uomini “si presentasse come crocifisso”. Francesco si rese simile e si conformò all’esempio del Crocifisso e il motivo principale per cui scelse la povertà, fu la sequela del Crocifisso.

Quando ormai era vicino alla morte, compendiò la sua esperienza spirituale in queste semplici ma altissime parole: “Conosco Cristo povero e crocifisso”. In verità, da quando si convertì, visse come chi è stato segnato dalle stimmate di Cristo. Ritorniamo ora alla domanda posta all’inizio: “Donde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?”; ormai la risposta è diventata chiara, ed è contenuta in queste parole di Gesù Cristo: “Quando sarò innalzato da terra trarrò tutti a me”. Tutti gli uomini certamente sono attratti da san Francesco, perché egli, nella sequela del suo divino maestro, volle in un certo senso “essere innalzato da terra”, e cioè essere crocifisso, così che non vivesse più per se stesso, ma Cristo in lui, se è lecito riferire a lui le parole dell’Apostolo. Agli uomini della nostra epoca, che cercano in ogni modo di evitare il dolore, ma non vi riescono assolutamente, anzi tanto più duramente sono colpiti dalla sofferenza, quanto più accanitamente cercano di allontanare quelle che ritengono le cause principali dei loro dolori, San Francesco con poche parole, ma reso credibile dalla grandissima autorevolezza della sua vita, indica la via cristiana che conduce a quella meta: si tratta appunto di eliminare la causa ultima del dolore e dell’ingiustizia, che è il peccato, specialmente il peccato del disordinato amor proprio.

Se crocifigge l’amor proprio, l’uomo vince quella debolezza in balìa della quale si preoccupa solo di sè, senza curarsi della società, e riferisce tutto alla propria utilità; e, se crocifigge l’amor proprio, spezza, per così dire, quel cerchio di ferro della vecchiaia e della morte e entra in un mondo nuovo, al cui centro sta Dio e nei cui confini trovano posto tutti i fratelli; diventa, insomma, “una creatura nuova in Cristo”. Dopo aver esposto tali motivi, ci sembra che l’anno dedicato alla memoria di S. Francesco, anno che volge al termine, sia una provvidenziale preparazione al Sinodo dei Vescovi, che si celebrerà nel 1983, e che avrà questo tema: “La riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa”. Egli stesso che sperimentò la singolare fecondità della decisione, per la sua vita, di fare penitenza”, anche a noi, cristiani di questi tempi, ottenga il dono di saper fare nostra questa verità, e cioè che non possiamo diventare uomini nuovi capaci di godere della letizia, della libertà, della pace, se non riconosciamo umilmente il peccato che è in noi, se non ci purifichiamo col lavacro del vero pentimento e infine “facciamo degni frutti di penitenza”.

4. A questa Lettera, con la quale celebriamo l’ottavo centenario della nascita di S. Francesco, non vogliamo porre fine senza ricordare la particolare osservanza del Santo verso la Chiesa e i vincoli di affetto e di amicizia, dai quali era unito come un figlio ai Pontefici romani della sua epoca. Essendo convinto che chi non “raccoglie” con la Chiesa, “disperde”, l’uomo di Dio fin dall’inizio ebbe la preoccupazione che la sua opera avesse l’approvazione e fosse consolidata e protetta dalla tutela della “Santa Romana Chiesa”; tale proposito dichiarò apertamente con queste parole nella Regola: “sempre soggetti e sottomessi ai piedi della medesima santa Chiesa cattolica, saldi nella fede (cf. Col 1,23) osserviamo la povertà, l’umiltà e il Santo Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, secondo il voto che abbiamo fermamente fatto”.

Il primo biografo dice di lui: “Tra tutte le cose e sopra tutte le cose riteneva che si dovesse osservare, venerare e imitare la fede nella Santa Romana Chiesa, solo nella quale sta la salvezza di coloro che devono essere salvati. Venerava i sacerdoti e amava tutto l’ordine ecclesiastico con una straordinaria affezione”. La Chiesa ripagò la fiducia posta in essa dal Povero di Cristo, non solo con l’approvazione della sua Regola ma anche con l’attribuzione al Santo di onore e benevolenza particolari. Abbiamo ricordato questo amore di Francesco per la Chiesa, all’inizio dell’anno dedicato alla memoria del Santo, nel messaggio ricordato sopra, e tra le altre cose abbiamo detto: “Il carisma e il dono profetico di frate Francesco tendevano a mostrare concretamente che il messaggio evangelico è affidato alla Chiesa, e che deve essere vissuto ed incarnato primariamente ed esemplarmente nella Chiesa e con l’assenso e il sostegno della stessa Chiesa”.

Le condizioni attuali della vita della Chiesa sembrano richiamare a che si guardi più attentamente come S. Francesco, nella realtà del suo tempo, abbia avuto una parte attiva nella vita della Chiesa. Era fatto cospicuo e particolare di quei tempi l’urgenza di promuovere con energia un rinnovamento liturgico e morale della stessa Chiesa; questo sforzo di rinnovamento raggiunse il suo culmine nel Concilio Ecumenico Lateranense IV, nell’anno 1215. Sebbene non si sappia con certezza se Francesco abbia partecipato alle sessioni di quel Sinodo universale, tuttavia non c’è alcun dubbio che ebbe una approfondita conoscenza degli insigni decreti di quel Concilio e che lui stesso e l’Ordine da lui fondato abbiano contribuito a mettere in atto il rinnovamento, la cui forma il Concilio aveva tracciato. Certamente ai canoni di tale Sinodo universale e alla Lettera di Papa Onorio III si riferisce apertamente quel pio zelo, riguardo all’Eucaristia, con cui il Santo d’Assisi si adoperò perché si desse un decoro maggiore alle chiese, ai tabernacoli, ai vasi sacri, ma soprattutto perché di nuovo riprendesse forza l’amore per il Santissimo Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Francesco anzi abbracciò la decisione di rinnovare la penitenza, quando Papa Innocenzo III, nell’allocuzione agli astanti all’apertura del Concilio Lateranense lo propose.

In quel discorso il Sommo Pontefice, nostro chiarissimo predecessore, esortò tutti i cristiani, in particolare gli appartenenti al clero, al rinnovamento spirituale, alla conversione a Dio e all’emendamento dei costumi; e usando la parola del profeta Ezechiele, nel capitolo IX, affermò che la lettera thau (l’ultima dell’alfabeto Ebraico, che è fatta a forma di croce) e il segno di coloro che “hanno crocifisso la carne con i vizi e le concupiscenze” e che si dolgono e piangono perché gli uomini si allontanano da Dio: “Porta questo segno sulla fronte chi mostra nelle opere la virtù della croce”. Dalla bocca del Pontefice Romano, san Francesco attinse e fece propria questa esortazione a mettere in atto la purificazione e il rinnovamento della Chiesa. E infatti da quel giorno – come si tramanda – tenne in particolare onore il segno thau; lo trascrisse di sua mano nelle lettere – come nella lettera indirizzata a frate Leone – e lo incise nelle celle dei frati, lo ripetè nelle sue raccomandazioni “come se – dice san Bonaventura – tutto il suo zelo fosse segnare, secondo le parole del profeta, una thau sulle fronti degli uomini gementi e dolenti, veramente convertiti a Gesù Cristo”.

Questi e altri esempi dimostrano che il proposito di Francesco fu che la sua opera fosse umilmente a disposizione per i propositi di rinnovamento spirituale che la gerarchia ecclesiastica aveva concepito. Contribuì egli stesso a metterli in atto con la sua santità, aiuto che naturalmente non poteva essere sostituito da nulla. Essendosi precedentemente disposto all’obbedienza dello Spirito, in quanto si faceva simile a Cristo Crocifisso, divenne quasi uno strumento del quale lo Spirito stesso si servì per il rinnovamento della Chiesa, che doveva essere santa e immacolata”. L’uomo di Dio mosso da “divina ispirazione”, – come egli stesso amava dire – cioè sollecitato dal fervore dello Spirito Santo, fece tutte queste cose; in tutti cercò “Spirito e vita”, parole di San Giovanni che egli volentieri faceva proprie. Di qui certamente emanò una forza meravigliosa operatrice di rinnovamento, forza che era nella sua persona e nella sua vita.

Così egli fu, nel vero senso della parola, promotore del rinnovamento della Chiesa, non per i biasimi e le censure, ma per la sua santità. L’età che ora la Chiesa sta attraversando sotto certi aspetti è simile al secolo in cui visse S. Francesco. Il Concilio Ecumenico Vaticano II emanò molteplici proposizioni e decreti sul rinnovamento della vita cristiana. Tuttavia, come poco fa abbiamo scritto in una Lettera, a 1600 anni dal Concilio Costantinopolitano I e a 1550 dal Concilio di Efeso: “tutta l’opera di rinnovamento della Chiesa, che tanto provvidenzialmente promosse e suscitò il Concilio Vaticano II... non si può compiere se non nello Spirito Santo, con l’aiuto cioè della sua luce e della sua forza”. Tale azione dello Spirito Santo, che occupa un’importanza fondamentale, non avviene normalmente se non per mezzo degli uomini, negli animi dei quali lo Spirito di Cristo sia profondamente penetrato e che siano diventati come suoi strumenti, al punto da riuscire a comunicare e infondere lo stesso Spirito nei fratelli, pur in modi diversi.

Perciò la memoria della nascita di S. Francesco, che si celebra solennemente quest’anno, ci sembra essere, viste le considerazioni sopra esposte, proprio in relazione a questi tempi una grazia singolare elargita da Dio alla Chiesa. Da questo dono in particolare i movimenti dei fedeli e le nuove forze, che oggi per grazia divina sono stati suscitati nella Chiesa, sono richiamati a stare saldamente radicati con tutto il loro impegno nella Chiesa, come ha fatto Francesco, a mettere da parte la pretesa di far valere ogni loro proprio e particolare intendimento nel rinnovamento, ma a mettere invece a disposizione con umiltà il carisma che hanno ricevuto in dono, per i progetti intrapresi dalla Chiesa nel Concilio Vaticano II. Anche oggi, come ai tempi di S. Francesco, c’è bisogno di uomini che siano giunti a una novità di vita nella comunione con le sofferenze di Cristo e dei quali lo Spirito possa servirsi liberamente per l’edificazione del Regno. Se così non avviene, c’è il pericolo che gli insegnamenti e le direttive, anche le migliori, del Sinodo universale rimangano inefficaci o perlomeno non diano quei frutti che ardentemente si auspicano per il bene della Chiesa.

La Chiesa rivolge questa esortazione a tutti i suoi figli ma soprattutto, in questa occasione, a coloro che hanno voluto seguire più da vicino le orme dell’uomo di Assisi nei vari Ordini e Istituti, che hanno in lui il fondatore o che intendono seguire la sua insigne forma di vita. La Chiesa si aspetta che essi, infiammati da un rinnovato ardore spirituale, con la loro santità contribuiscano alla sua crescita, così che in un certo senso venga resuscitato quel grande dono che il mondo ebbe, nell’età passata, nella persona di S. Francesco di Assisi. Con questa speranza a voi, diletti figli e alle famiglie religiose che guidate e ai monaci e alle sorelle Francescane e a tutti i fratelli del Terzo Ordine di S. Francesco, impartiamo la benedizione apostolica, auspice dei doni celesti e testimonianza della nostra carità.

Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, 15 agosto 1982

GIOVANNI PAOLO II

 

© Copyright 1982 - Libreria Editrice Vaticana

   

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