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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
A P. ANDRÉ POISSON, MINISTRO GENERALE
DELL'ORDINE DEI CERTOSINI IN OCCASIONE DEL IX
CENTENARIO DI FONDAZIONE DELL'ORDINE

 

Al diletto figlio André Poisson, ministro generale dell’ordine Certosino.

È noto che la preoccupazione fondamentale e lo scopo dell’ordine dei Certosini, che tu presiedi, è “dedicarsi al silenzio e alla solitudine della cella” (cf. Statuta renovata Ordinis Cartusiensis, 1971, cap. 4 § 1). I fratelli di tale ordine, seguendo la singolare chiamata di Dio, si sono trasferiti, per vivere nella dedizione a Dio, “dalla tempesta di questo mondo nella sicura e serena stabilità del porto” (S. Brunonis, Epistola ad Radulphum, in «Lettres des premiers Chartreux» : Sources Chrétiennes, Parisiis 1962, p. 74).

“Una vita di tal genere, nascosta in Cristo” (cf. Col 3, 3) codesto ordine già conduce da 900 anni con lodevole vigore e fermezza. Questo fatto deve essere posto nella giusta luce in questo momento in cui si celebra la memoria della fondazione. Infatti circa il 24 giugno dell’anno 1084, giorno già sacro a San Giovanni Battista, che, “il più grande dei profeti e cultore dell’eremitaggio” (Cf. Hymnus ad Laudes in sollemnitate nativitatis S. Ioannis Baptistae) i Certosini venerano, dopo la beatissima Vergine Maria, come patrono celeste, san Brunone, uomo esimio, con alcuni compagni, nella località chiamata Chartreuse e nel territorio della diocesi di Grenoble, diede inizio a questa regola di vita, lontana dal mondo.

Nel ricordo di un tanto felice evento voglio gioire con voi, mi congratulo con voi di cuore per tanto lunga fedeltà, e volentieri approfitto di questa occasione per manifestare a tutta la famiglia dei Certosini la mia immensa stima e il mio paterno affetto.

Nel tempo più antico della Chiesa ci furono eremiti, uomini dediti all’orazione e al lavoro nel deserto, cioè “coloro che, abbandonato tutto, davano il loro nome per il regno di Dio” (S. Athanasii, Vita S. Antonii, PG 26, 866); da questi uomini ebbe origine la pratica della stessa vita religiosa. Il loro esempio provocò l’ammirazione degli uomini e spinse molti alla vita ascetica. San Gerolamo, per fare un esempio, con parole ardenti predicò quelli che si possono chiamare i nascondigli dei monaci: “O deserto, allietato dai fiori di Cristo! O solitudine, nella quale nascono le pietre, con cui nell’Apocalisse si costruisce la città del gran re! O eremo, che godi di una stretta familiarità con Dio!” (S. Hieronymi, Epistola 14; PL 22, 353-354).

I Pontefici romani più volte approvarono questa vita ritirata e la lodarono, come, per quanto vi riguarda, in tempi più vicini a noi, Pio XI nella costituzione apostolica, che inizia con la parola “Umbratilem”, e Paolo VI nella lettera che ti ha inviato per il Capitolo generale (Pii XI, Umbratilem: AAS 16 (1924) 385 ss.; Pauli VI, Epistula ad Ministrum Generalem Ordinis Cartusiensis ob Capitulum Generale data: AAS 63 (1971) 447 s). Il Concilio Vaticano II poi valorizzò molto la stessa vita nella solitudine, nella quale i fratelli seguono più da vicino Cristo in contemplazione sul monte, e ne asserì l’arcana fecondità, che da essa promana nella Chiesa (cf. Lumen Gentium, 46; Perfectae Caritatis, 7). Infine il Codice di diritto canonico, appena uscito, conferma questo in modo significativo: “Le istituzioni che hanno come fine la vita contemplativa, hanno nel corpo mistico di Cristo una parte privilegiata” (Codex Iuris Canonici, can. 674).

Tutto questo riguarda la vostra vita, diletti monaci e monache Certosini, che, lontani dallo strepito del mondo, “avete scelto la parte migliore” (cf. Lc 10,41). Perciò nel vortice degli avvenimenti dal quale gli uomini del nostro tempo sono travolti, voi, ritornando continuamente allo spirito originario del vostro ordine, è importante che perseveriate nel vostro santo proposito con ferma volontà. Questi tempi infatti sembrano richiedere l’utile esempio di questo stesso vostro modo di vita: gli uomini, che si disperdono nelle più svariate opinioni in tanto movimento di pensiero, che spesso vengono turbati e sono anche messi in crisi da tanti scritti, che ovunque vengono pubblicati, ma specialmente dagli strumenti della comunicazione sociale, che hanno grande influenza sull’animo umano, questi uomini che talvolta rifiutano la verità e la dottrina cristiana, hanno bisogno di cercare e contemplare ciò che è confermato dalla testimonianza della vostra vita, cioè l’assoluto. È vostro compito dunque testimoniare loro questo.

Anche quei figli e figlie della Chiesa, che nel mondo si dedicano alle opere di apostolato, in mezzo alla precarietà e labilità della realtà circostante devono appoggiarsi alla stabilità di Dio e del suo amore, che devono vedere testimoniato in voi, che lo partecipate in modo particolare in questo pellegrinaggio terreno.

La Chiesa stessa, che deve offrire ininterrottamente come corpo mistico di Cristo il sacrificio di lode alla divina maestà - cosa che è uno dei suoi principali compiti - ha bisogno della pia solerzia di voi tutti che ogni giorno “perseverate nella divina vigilanza” (S. Brunonis, Epistola ad Radulphum, in «Lettres des premiers Chartreux» : Sources Chrétiennes, Parisiis 1962, p. 68). 

Si deve infine riconoscere che la vostra vita di eremiti, in questi tempi nei quali forse si dà troppa importanza all’azione, talvolta non è compresa appieno né è valutata come dovrebbe, tanto più che mancano tanti operai nella vigna del Signore. Contro un’opinione di tal genere si deve affermare con forza che i Certosini proprio in questo tempo devono conservare totalmente la loro identità. Questo è in pieno accordo con la normativa del nuovo Codice di diritto canonico che, mentre ricorda la necessità urgente dell’apostolato attivo, tuttavia asserisce e difende la particolare vocazione di coloro che sono membri degli istituti religiosi di vita contemplativa; questo avviene anche in ragione del servizio che essi offrono al popolo di Dio, che incitano con l’esempio e accrescono con l’arcana fecondità apostolica” (Codex Iuris Canonici, can. 674). Se dunque, per tale motivo, i vostri fratelli “non possono essere chiamati a prestare opera di aiuto nei vari ministeri pastorali” (Ivi), anche un’altra forma di apostolato, che consiste in questo, cioè nel dare la possibilità agli estranei, desiderosi di un ritiro religioso, di passare un periodo di tempo nei vostri monasteri, non deve essere da voi praticata, almeno non come regola, perché poco confacentesi all’intento della vita eremitica.

Senza dubbio quei molteplici e assai veloci cambiamenti, che si verificano nella nostra società, nuove cause psicologiche, che influiscono sull’animo, soprattutto dei giovani, e la tensione nervosa che colpisce oggi molte persone, possono creare alcune difficoltà alle comunità dei Certosini, soprattutto per quanto riguarda coloro che sono le nuove speranze dell’ordine. Perciò si dovrà agire con prudenza e fermezza - senza tralasciare nulla per capire le difficoltà dei giovani - perché il vostro vero carisma rimanga integro e non vi allontaniate dalla vostra regola. Solo la volontà infiammata dall’amore di Dio e pronta a servirlo nell’austerità della vita ritirata dalla compagine umana, farà in modo che si superino le difficoltà.

La Chiesa è al vostro fianco, diletti figli e figlie di san Brunone, e aspetta grandi benefici spirituali dalle vostre orazioni e dalle penitenze offerte a Dio. Già altrove ho detto, illustrando la vita consacrata a Dio: “Non importa tanto quel che fate, ma quel che siete” (cf. Ioannis Pauli PP.II, Allocutio ad presbyteros, missionarios, religiosos religiosasque sodales habita, die 1 oct. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/2 [1979] 487s.): questo sembra che riguardi in modo particolare voi che vi tenete lontani dalla cosiddetta vita attiva.

Mentre dunque fate memoria della vostra origine, certamente sentite di essere spinti ad aderire alla vostra eccelsa vocazione con un nuovo ardore spirituale e letizia.

Sia dunque segno della carità che mi ha dettato queste parole, e auspice di fecondi frutti celesti l’apostolica benedizione, che di cuore imparto nel Signore a te, diletto figlio e a tutti i monaci e le monache Certosini.

Dal Vaticano, 14 maggio 1984.

 

© Copyright 1984 -  Libreria Editrice Vaticana

 

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