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LETTERA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
PER LA NOMINA DEL CARDINALE
AGOSTINO CASAROLI A LEGATO PONTIFICIO
ALLE CELEBRAZIONI IN ONORE DEI SANTI CIRILLO E METODIO

 

Al venerato fratello,
il signor cardinale Agostino Casaroli,
legato per le celebrazioni in onore dei santi Cirillo e Metodio.

Desiderando prender parte in qualche misura ai solenni festeggiamenti che la Chiesa in Jugoslavia ha indetto per celebrare degnamente l’XI centenario della morte di San Metodio, ho deciso di affidare a lei, signor cardinale, l’incarico di recarsi fra quelle dilette popolazioni in qualità di mio legato. Ho voluto scegliere per questo compito proprio lei, venerato fratello, che più da vicino mi coadiuva nella quotidiana fatica connessa col ministero pastorale universale, per testimoniare anche con questo gesto l’affetto vivissimo che mi lega ai fedeli di quella amata nazione e insieme per esprimere la venerazione profonda che provo per San Metodio e per il fratello San Cirillo, gli indimenticabili apostoli dei popoli slavi. Con questo appellativo di “Slavorum Apostoli” li ho appunto salutati nell’epistola enciclica che ho recentemente presentato per invitare tutti i cristiani a “leggere nella loro vita e attività apostolica i contenuti che la sapiente Provvidenza divina vi iscrisse, affinché si svelassero in una nuova pienezza nella nostra epoca e portassero nuovi frutti” (Giovanni Paolo II, Slavorum Apostoli, 3).

Sono certo che tale epistola sarà accolta con grande interesse dalle Chiese di Jugoslavia, perché mi è ben noto lo spontaneo culto che in quelle terre è universalmente tributato dalle popolazioni a quei primi araldi del messaggio evangelico fra le genti slave. Significativamente la regione ecclesiastica di Croazia e Slovenia fin dall’erezione canonica, avvenuta nel 1852, riconobbe nei due santi fratelli i propri patroni; e così pure ad essi, come a patroni principali, si sono affidate le arcidiocesi di Ljubljana e di Beograd, mentre la diocesi di Maribor e Lavant li venera come compatroni. Testimonianze eloquenti di tale devozione sono rinvenibili anche nella vita e nell’opera di illustri figli della Jugoslavia, né mancano insigni cultori degli studi cirillo-metodiani, che ebbero i natali entro i confini di quella diletta nazione.

Per la Chiesa che è in Jugoslavia non giunge quindi inatteso né estraneo il mio appello rivolto “ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà, a cui stanno a cuore il bene, la concordia e l’unità dell’Europa”, affinché guardino “alle eminenti figure di Benedetto, di Cirillo e di Metodio come a concreti modelli e sostegni spirituali per i cristiani della nostra età e, specialmente, per le nazioni del continente europeo, le quali, già da tempo, soprattutto grazie alla preghiera e all’opera di questi santi, si sono radicate consapevolmente nella Chiesa e nella tradizione cristiana” (Ivi, 2). Di ciò hanno mostrato di avere viva consapevolezza le comunità cristiane della Jugoslavia, le quali, per bocca dei loro vescovi, hanno indicato nella lettera preparatoria del giubileo del centenario i valori che i santi Cirillo e Metodio trasmettono anche alla presente generazione quale pegno e speranza per l’avvenire. Essi sono il desiderio che l’annuncio evangelico elevi in senso culturale e spirituale ogni popolo, introducendolo con la sua originalità e dignità propria nell’economia storica della salvezza; la convinzione circa la possibile unione del mondo cristiano in una ragionevole diversità pur nella sostanziale unità; l’opposizione tenace ad ogni discriminazione tra gli uomini e le nazioni.

Sono valori riconosciuti anche dai pontefici che mi hanno preceduto sulla cattedra di Pietro. Essi hanno esaltato l’attualità e il ruolo esemplare dei due evangelizzatori e maestri dei popoli slavi per l’intera Chiesa contemporanea, spesso dirigendo specificatamente la loro parola ai vescovi della Jugoslavia: così Leone XIII con l’epistola apostolica Etsi perspecta dell’8 gennaio 1881 all’arcivescovo di Zadar e agli altri vescovi della Dalmazia, e Pio XI con l’epistola Quod Sanctum Cyrillum del 13 febbraio 1927 agli arcivescovi e vescovi serbi, croati e sloveni (cf. Pio XI, Quod Sanctum Cyrillum, 13 febbraio 1927: AAS 19 [1927] 93-96).

Più di ogni altro il primo Papa di origine slava si sente spiritualmente legato ai santi apostoli dei popoli slavi. La religione cristiana, praticata nello Spirito Santo secondo il perenne insegnamento del Vangelo, non ha mai diminuito o impedito, ma anzi favorisce ed esalta la consapevole e responsabile appartenenza di ogni credente al proprio tempo, mentre, d’altra parte, accresce in lui un rispetto sincero verso tutti i popoli e tutte le culture, facendolo persuaso ovunque misteriosamente possono svilupparsi i semi del Verbo divino.

Quanto è avvenuto nel passato fra i popoli slavi, per opera dei santi Cirillo e Metodio e di coloro che si sono ispirati ai loro insegnamenti ed esempi, continui ad avvenire oggi grazie al concorde impegno di quanti riconoscono in esso i celesti patroni, sempre pronti ad intervenire in soccorso di quanti li invocano. Questo avvenga in particolare fra le care popolazioni della Jugoslavia, per le quali conservo sempre un speciale posto nel mio cuore.

Voglia, signor cardinale, rendersi interprete di questi miei sentimenti presso i venerati fratelli, vescovi delle Chiese che sono in Jugoslavia, e presso i fedeli affidati alle loro cure pastorali, a tutti partecipando, pegno di copiosi favori celesti, la mia apostolica benedizione.

Dal Vaticano, 28 giugno 1985, anno settimo di pontificato.

GIOVANNI PAOLO II

 

© Copyright 1985 - Libreria Editrice Vaticana

 

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