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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
AL SIGNOR K. K. S. DADZIE, SEGRETARIO GENERALE
DELLA CONFERENZA DELLE NAZIONI UNITE
PER IL COMMERCIO E LO SVILUPPO

 

Al Signor K.K.S. Dadzie,
Segretario Generale della Conferenza delle Nazioni Unite
per il Commercio e lo Sviluppo

Nata dall’esigenza di risalire alle fonti per ravvivare le intuizioni che hanno portato alla sua fondazione ed attingervi nuove energie, si tiene a Ginevra la VII Sessione della Conferenza delle Nazioni unite sul Commercio e lo Sviluppo (CNUCED). Mi è gradito ricordare che la Santa Sede ha attivamente contribuito alla creazione di questo organismo nel 1954 e da quel momento non ha cessato di offrirgli tutto il suo appoggio.

Esattamente venti anni fa, il mio predecessore Paolo VI scriveva la lettera enciclica Populorum Progressio, facendosi portavoce dei “popoli della fame (che) interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza” (Pauli VI, Populorum Progressio, 3) e dedicando molte pagine all’equità nelle relazioni commerciali” (Ivi, 56-65). Io stesso, fin dalla mia prima enciclica (4 marzo 1979) ho presentato la nostra epoca come un “gigantesco sviluppo della parabola biblica del ricco epulone e del povero Lazzaro” (Ioannis Pauli PP. II, Redemptor Hominis, 16).

Oggi, il quadro presenta un contrasto ancora più netto rispetto al passato, malgrado le numerose iniziative pensate e concertate, intraprese dalla comunità internazionale. Così, in un mondo affranto, intorpidito dal disinganno, vorrei offrire ai membri di questa assemblea un messaggio di speranza, di una speranza rafforzata oggi dalla nostra più viva consapevolezza dell’eguale dignità e della responsabilità solidale di tutti gli uomini. Non basta che i Paesi riconoscano nella necessità economica o politica la loro interdipendenza. Solo il senso etico di una vera corresponsabilità permetterà loro di aprire vie nuove per la giustizia internazionale, di rispettare fino in fondo gli impegni presi solidalmente e contratti strutturalmente.

In questo spirito, potrete affrontare risolutamente i punti importanti del vostro ordine del giorno: le risorse necessarie allo sviluppo che l’onere dell’indebitamento internazionale compromette gravemente; i prodotti di base i cui prezzi reali non sono mai stati tanto bassi da cinquant’anni a questa parte; il commercio internazionale, dove la violazione dei regolamenti multilaterali va a discapito dei più deboli. Quanto all’attenzione particolare che date da qualche tempo ai paesi definiti “meno avanzati” (per la maggior parte situati in Africa), voi lo sapete, i loro sforzi coraggiosi di sviluppo non potranno avere esito favorevole senza il sostegno totale e costante di tutti.

Il problema del debito estero, questa piaga aperta nel fianco delle relazioni internazionali, è stato esaminato, su mia richiesta, dalla Pontificia Commissione Iustitia et Pax. Mi auguro che le sue riflessioni sul piano etico incoraggino “le diverse parti a trovare un accordo per condividere, in modo equo, gli sforzi di assestamento e i sacrifici necessari, tenuto conto della priorità delle esigenze delle popolazioni più bisognose. I paesi più ricchi devono assumersi una responsabilità maggiore”.

Il vostro compito è molto importante: in cooperazione con le altre istituzioni competenti, vi conduce a riconsiderare, come ha scritto, “le strutture e i meccanismi finanziari, monetari, produttivi e commerciali che ( . . .) reggono l’economia mondiale: essi si rivelano incapaci sia di riassorbire le ingiuste situazioni sociali, ereditate dal passato, sia di far fronte alle urgenti sfide ( . . .) del presente” (Ioannis Pauli PP. II, Redemptor Hominis, 16). Il vostro compito è ben arduo, sempre attento, per far fronte all’instabilità dei tassi di cambio, alla manipolazione dei mercati all’irrigidimento del protezionismo e a ben altre minacce che si nutrono di sfiducia e di egoismo.

Ma la vostra missione è anche molto esaltante poiché, al di là dell’economia essa si rivolge all’uomo, a tutto l’uomo, nella sua dimensione culturale e spirituale. In questo senso non vi sono da un lato paesi sviluppati e dall’altro paesi in via di sviluppo; ma ogni paese è chiamato allo sviluppo integrale dell’uomo e, fortunatamente, la nostra epoca è meno tentata di identificare lo sviluppo con la sola crescita economica o la semplice riproduzione di modelli di paesi industrializzati. Inoltre, lo sviluppo non può essere né spontaneo né istantaneo, né decretato né concesso: esso esige una vasta e libera adesione degli stessi popoli, pazientemente educati a divenire artefici del proprio destino.

Di tutto cuore, imploro la benedizione divina sui vostri lavori. Non si può mancare a questo nuovo incontro tra i popoli: l’attesa è troppo grande, troppo pressante, perché nuovi impegni non siano presi dalla vostra Conferenza e perché questi impegni presi non vengano poi rispettati dalla volontà politica dei vostri paesi. Il momento è favorevole. Che voi possiate aprire vie nuove alla speranza dei popoli!

Dal Vaticano, 30 giugno 1987

 IOANNES PAULUS PP. II

 

© Copyright 1987 - Libreria Editrice Vaticana

 

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