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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
AL PROFESSOR FABIO ROVERSI MONACO
RETTORE MAGNIFICO DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BOLOGNA

 

Al professor Fabio Roversi Monaco
Rettore Magnifico dell’Università degli Studi.

La mia visita all’Università degli studi di Bologna, in occasione delle celebrazioni del IX centenario della sua fondazione, risponde al desiderio di rendere onore ad un’istituzione culturale di eccezionali tradizioni e di alto prestigio. Essa è chiamata, a buon diritto, “Alma Mater Studiorum”, poiché da essa trassero origine ed ispirazione le altre università. Giovani da tutta l’Europa confluivano infatti nella “città dotta” per lo studio del diritto civile e canonico, ritornando poi come maestri nei loro Paesi di origine, nei quali diffusero il modello di quella libera “società” di docenti e di studenti che, all’alba del XII secolo, si costituì attorno ad Irnerio, “fax iuris”.

Le vicende secolari di codesta università, che ha radice nella cultura cristiana, sono strettamente intrecciate con la storia della Chiesa e, in particolare, della Sede apostolica. Culla del diritto, l’Università bolognese fu, nell’età medievale, interlocutrice e collaboratrice privilegiata dei Pontefici romani nella compilazione e nella sistemazione delle leggi ecclesiastiche. Significativamente, sui sigilli dell’epoca era apposta l’iscrizione: “Legum Bononia mater, Petrus ubique pater”, quasi ad esprimere il singolare rapporto tra l’attività dei giuristi, che resero celebre l’università, ed il ministero del successore del principe degli apostoli.

Tale legame trovò un’espressione particolare nell’uso di promulgare le raccolte autentiche delle Decretali pontificie, inviandole ai professori ed allievi dell’Università di Bologna, e poi anche di altre università. Vi diede inizio il mio predecessore Innocenzo III, nel 1210, trasmettendo “universis magistris et scholaribus Bononiae commorantibus”, con la Bolla “Devotioni vestrae”, la “Compilatio III antiqua” - prima raccolta autentica di Decretali pontificie - perché fosse usata “tam in iudiciis quam in scholis”. Lo stesso fece Papa Onorio III, nel 1226, inviando la “Compilatio V antiqua”, all’arcidiacono di Bologna, al quale competeva di attribuire le lauree nell’università. E ancora Papa Gregorio IX, provvedendo con il “Liber extra” alla più importante compilazione di Decretali “extra Decretum vagantes”, nel 1234 volle indirizzarne la Bolla di promulgazione “filiis doctoribus et scholaribus universis Bononiae commorantibus”.

Non si trattava soltanto di un gesto di peculiare considerazione verso l’università in cui, sin dai tempi di Graziano, eminenti giuristi avevano operato il riordinamento e la sistemazione scientifica delle leggi della Chiesa. I Pontefici avvertivano la necessità che le Decretali, oltre ad incontrare pronta e fedele adesione da parte della comunità ecclesiale, suscitassero una riflessione approfondita sul patrimonio di sapienza giuridica che appartiene alla Chiesa, e trovassero un’applicazione adeguata alla loro natura e finalità pastorali. Per questo essi si rivolgevano principalmente allo studio bolognese, dal quale proveniva lo stesso autore del “Liber extra”, san Raimondo di Peñafort, e nel quale si preparavano i maestri canonisti di tutta l’Europa.

Non diversamente, nel 1298, procedette Papa Bonifacio VIII, all’atto della promulgazione del “Liber Sextus”. Inviando la Bolla “Sacrosanctae Romanae Ecclesiae” ai dottori ed agli studenti dell’Università di Bologna, come di altre, egli volle rendere esplicita la sua preoccupazione con le seguenti parole: “Universitati vestrae igitur per apostolica scripta mandamus, quatenus librum huiusmodi cum multa maturitate digestum, quem sub bulla nostra vobis transmittimus, prompto suscipientes affectu, eo utamini de cetero in iudiciis et in scholis”. Espressioni analoghe, infine, impiegò Papa Giovanni XXII che, nel 1317, inviando con la Bolla “Quoniam Nulla” le “Clementinae”, auspicava fossero accolte “prompto affectu et studio alacri”.

Maestri ed allievi dell’Università bolognese furono i primi a corrispondere al desiderio dei Pontefici ed alla loro rinnovata attività legislativa, sviluppando elaborazioni, commenti e metodi - ai quali si accompagnò la formalizzazione dei corsi e dei gradi accademici - e dando un impulso decisivo alla scienza del diritto canonico. Lo “ius decretalium” ebbe a Bologna cultori illustri, la cui opera segnò un’epoca dello studio giuridico ecclesiastico.

A distanza di secoli, l’incontro di oggi mi offre l’opportunità di ricollegarmi a tale significativa tradizione, presentandole il volume del Codex Iuris Canonici della Chiesa latina, che ho promulgato il 25 gennaio 1983, con la costituzione apostolica Sacrae Disciplinae Leges.

Esso è frutto di una lunga preparazione, avviata dal mio venerato predecessore Giovanni XXIII nel 1959 e condotta collegialmente, con l’apporto di tutto l’episcopato cattolico, della Curia romana, delle università e facoltà ecclesiastiche e di insigni periti. Soprattutto, esso rappresenta la revisione della legislazione del Codice Pio-Benedettino del 1917, alla luce degli insegnamenti del recente Concilio, ed è questo appunto che lo caratterizza.

Nella grande assise ecumenica, la Chiesa ha approfondito l’immagine che essa ha di se stessa alla luce della Parola del divino Maestro, e ripensato il proprio rapporto con il mondo contemporaneo. A tale impegno della Chiesa, il Concilio espresse fiducia che corrispondesse una rinnovata attenzione da parte degli uomini di cultura e di scienza. Trovandomi oggi in questa sede insigne dello studio e della ricerca, desidero confermare questa fiducia e questa attesa.

Confido che docenti e studenti dell’università vogliano dedicare alle nuove leggi della Chiesa latina il rigore disciplinare e la creatività intellettuale, che ne hanno distinto nei secoli l’opera accademica e scientifica. Nel vasto settore del diritto, lo studioso svolge un servizio all’uomo ed alla sua dignità, che riveste speciale rilevanza e delicatezza. Si tratta di una vocazione che non può non incontrare la sollecitudine della Chiesa, che - come scrissi nell’enciclica Redemptor Hominis - riconosce nell’uomo la “prima e fondamentale via da percorrere nel compimento della sua missione”.

Nelle leggi canoniche la Chiesa ha trasfuso, insieme con la dottrina rivelata di cui è depositaria, la sua secolare sapienza di maestra e di madre, la sua sollecitudine per i propri figli, per la loro armoniosa convivenza e per il loro destino eterno. Dai cultori della scienza giuridica, essa si attende un ministero di intelligenza e di amore nello sviluppo e nell’interpretazione dei principi di giustizia e di equità, per il maggior bene dell’uomo.

Vorrei esprimere l’auspicio che dall’incontro di oggi sia stimolato e favorito il solidale impegno di tutti i membri della vostra comunità universitaria nella promozione dei valori più alti dell’uomo e della società. Questa ricerca comune, perseguita con interiore libertà ed onestà, e nel rispetto di ogni persona, naturalmente richiama la fonte della verità, della giustizia e del bene, che è Dio.

In tal modo, questa “Alma Mater Studiorum” rinnoverà la sua tradizione in una perenne giovinezza di ispirazioni e di energie a servizio dell’umanità.

Con questo augurio, e con un pensiero deferente e cordiale, invoco da Dio su di lei, signor rettore, sui docenti, sugli studenti e su quanti collaborano alla vita dell’ateneo luce per le menti e sapienza per i cuori.

Dal Vaticano, 7 Giugno 1988, anno decimo del mio Pontificato.

GIOVANNI PAOLO II

 

© Copyright 1988 - Libreria Editrice Vaticana

 

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