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LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
AI SACERDOTI IN OCCASIONE DEL GIOVEDI' SANTO 1979

 

Per voi sono Vescovo, con voi sono Sacerdote

Cari Fratelli sacerdoti.

1. Agli inizi del mio nuovo ministero nella Chiesa, sento profondamente il bisogno di rivolgermi a voi, a voi tutti senza alcuna eccezione, Sacerdoti sia diocesani sia religiosi, che siete miei fratelli in virtù del sacramento dell'Ordine. Desidero fin da principio esprimere la mia fede nella vocazione, che vi unisce ai vostri Vescovi, in una particolare comunione di sacramento e di ministero, mediante la quale si edifica la Chiesa, corpo mistico di Cristo. A voi tutti quindi, che, in virtù di una grazia speciale e per una singolare donazione al nostro Salvatore, sopportate «il peso della giornata e il caldo» (cfr. Mt 20,12), tra le cure molteplici del servizio sacerdotale e pastorale, si son rivolti il mio pensiero e il mio cuore fin dal momento in cui Cristo mi ha chiamato a questa Cattedra, sulla quale un tempo san Pietro dovette, con la sua vita e la sua morte, rispondere fino alla fine alla domanda: «Mi vuoi bene? mi vuoi bene più di costoro...?» (cfr. Gv 21,15ss).

A voi penso incessantemente, per voi prego, con voi cerco le vie dell'unione spirituale e della collaborazione, perché, in virtù del sacramento dell'Ordine, che anch'io ricevetti dalle mani del mio Vescovo (il metropolita di Cracovia Cardinale Adamo Stefano Sapieha, di indimenticabile memoria), siete miei fratelli. Adattando, quindi, le note parole di sant'Agostino («Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus»: «Serm.» 340,1: PL 38, 1483), desidero oggi dirvi: «Per voi sono Vescovo, con voi sono Sacerdote». Oggi, infatti, c'è una circostanza particolare che mi spinge a confidarvi alcuni pensieri, che racchiudo in questa Lettera: l'avvicinarsi del Giovedì santo. E', questa, la festa annuale del nostro sacerdozio, che riunisce l'intero Presbiterio di ciascuna diocesi intorno al proprio Vescovo nella comune celebrazione dell'Eucaristia. E' in questo giorno che tutti i sacerdoti sono invitati a rinnovare, dinanzi al proprio Vescovo ed insieme con lui, le promesse fatte nel momento dell'Ordinazione sacerdotale; e ciò consente a me, insieme con tutti i miei Confratelli nell'Episcopato, di ritrovarmi con voi associato in una speciale unità e, soprattutto, di ritrovami nel cuore stesso del mistero di Gesù Cristo, a cui tutti partecipiamo.

Il Concilio Vaticano II, che in modo tanto esplicito ha messo in rilievo la collegialità dell'Episcopato nella Chiesa, ha dato anche una nuova forma alla vita delle comunità sacerdotali, tra loro collegate da uno speciale vincolo di fratellanza ed unite al Vescovo di ciascuna Chiesa particolare. Tutta la vita e il ministero sacerdotale servono all'approfondimento e al rafforzamento di questo legame; una particolare responsabilità, invece, per i vari compiti riguardanti questa vita e il ministero assumono, fra l'altro, i Consigli Presbiterali, che, conformemente al pensiero del Concilio e del Motu proprio «Ecclesiae Sanctae» (I art. 15) di Paolo VI, debbono essere operanti in ogni diocesi. Tutto ciò tende a far sì che ciascun Vescovo, in unità col suo Presbiterio, possa servire in modo più efficace la grande causa dell'evangelizzazione. Mediante questo servizio la Chiesa realizza la sua missione, anzi la sua propria natura. Quale importanza abbia qui l'unità dei Sacerdoti col proprio Vescovo, è confermato dalle parole di sant'Ignazio di Antiochia («Ep. ad Magnesios», VI,1): «Abbiate premura di compiere tutte le cose nella concordia a Dio gradita, sotto la presidenza del Vescovo che rappresenta Dio, e con i Presbiteri che rappresentano il collegio apostolico, e con i Diaconi, a me carissimi, ai quali è stato affidato il servizio di Gesù Cristo».

Ci unisce l'amore di Cristo e della Chiesa

2. Non è mia intenzione racchiudere in questa Lettera tutto ciò che costituisce la ricchezza della vita e del ministero sacerdotale. Mi riferisco a questo proposito, all'intera tradizione del Magistero della Chiesa e, in modo particolare, alla dottrina del Concilio Vaticano II, contenuta nei suoi diversi documenti, soprattutto nella costituzione «Lumen Gentium» e nei Decreti «Presbyterorum Ordinis» e «Ad Gentes». Mi ricollego, altresì, all'Enciclica del mio predecessore Paolo VI «Sacerdotalis Caelibatus». Infine, intendo dare grande importanza al documento «De Sacerdotio ministeriali», che lo stesso Paolo VI approvò, quale frutto dei lavori del Sinodo dei Vescovi del 1971, poiché trovo in esso - sebbene quella sessione del Sinodo, che l'aveva elaborato, avesse carattere consultivo - una enunciazione di importanza essenziale per quanto riguarda l'aspetto specifico della vita e del ministero sacerdotale nel mondo contemporaneo.

Richiamandomi a tutte queste fonti, a voi note, desidero con la presente Lettera accennare soltanto ad alcuni punti, che mi sembrano di estrema importanza in questo momento della storia della Chiesa e del mondo. Son parole, queste, a me dettate dall'amore per la Chiesa, la quale sarà in grado di adempiere la sua missione riguardo al mondo soltanto se - nonostante tutta la debolezza umana - manterrà la sua fedeltà a Cristo. So che mi rivolgo a coloro, ai quali soltanto l'amore di Cristo ha concesso, con una specifica vocazione, di donarsi al servizio della Chiesa e, nella Chiesa, al servizio dell'uomo, per la soluzione dei problemi più importanti, specialmente di quelli che riguardano la sua salvezza eterna.

Anche se all'inizio di queste mie considerazioni mi riferisco a molte fonti scritte e a documenti ufficiali, tuttavia intendo rifarmi soprattutto a quella sorgente viva ch'è il nostro comune amore verso Cristo e la sua Chiesa, amore che nasce dalla grazia della vocazione sacerdotale, amore che è il più grande dono dello Spirito Santo (cfr. Rm 5,5; 1Cor 12,31; 13).

«Scelto fra gli uomini... costituito in favore degli uomini»

3. Il Concilio Vaticano II ha approfondito la concezione del sacerdozio, presentandolo, nell'insieme del suo magistero, come espressione delle forze interiori, di quei «dinamismi» per mezzo dei quali si configura la missione di tutto il Popolo di Dio nella Chiesa. Occorre qui riferirsi soprattutto alla costituzione «Lumen Gentium», rileggendo attentamente i relativi paragrafi. La missione del Popolo di Dio si attua mediante la partecipazione all'ufficio ed alla missione dello stesso Gesù Cristo, che - come è noto - ha una triplice dimensione: è missione e ufficio di Profeta, di Sacerdote e di Re. Analizzando con attenzione i testi conciliari, è chiaro che bisogna parlare di una triplice dimensione del servizio e della missione di Cristo, piuttosto che di tre funzioni diverse. Difatti, queste sono fra di loro intimamente connesse, si spiegano reciprocamente, si condizionano reciprocamente e reciprocamente si illuminano. Di conseguenza, è da questa triplice unità che scaturisce la nostra partecipazione alla missione e all'ufficio di Cristo. Come cristiani, membri del Popolo di Dio e, successivamente, come Sacerdoti, partecipi dell'ordine gerarchico, prendiamo origine dall'insieme della missione e dell'ufficio del nostro Maestro che è Profeta, Sacerdote e Re, per rendergli una particolare testimonia nella Chiesa e dinanzi al mondo.

Il sacerdozio al quale partecipiamo mediante il sacramento dell'Ordine, che e stato per sempre «impresso» nelle nostre anime per mezzo di un segno particolare di Dio, cioè il «carattere», rimane in esplicita relazione col sacerdozio comune dei fedeli, cioè di tutti i battezzati e, in pari tempo, differisce da esso «essenzialmente, e non solo di grado» («Lumen Gentium», 10). In tal modo, acquistano pieno significato le parole dell'autore della Lettera agli Ebrei sul sacerdote, il quale «scelto fra gli uomini, viene costituito in favore degli uomini» (Eb 5,11).

A questo punto, è meglio rileggere ancora una volta tutto questo classico testo conciliare, che esprime le verità fondamentali sul tema della nostra vocazione nella Chiesa: «Cristo Signore, Pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo "un regno e sacerdoti per il Dio e Padre suo" (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti, per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici e far conoscere i prodigi di Colui, che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr. 1Pt 2,4-10). Quindi, tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dappertutto testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della loro speranza della vita eterna (cfr. 1Pt 3,15). Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del regale loro sacerdozio, concorrono all'oblazione dell'Eucaristia, e lo esercitano col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e l'operosa carità» («Lumen Gentium», 10).

Il sacerdote, dono di Cristo per la comunità

4. Dobbiamo considerare fino in fondo non soltanto il significato teorico, ma anche quello esistenziale della mutua «relazione», che sussiste fra sacerdozio gerarchico e sacerdozio comune dei fedeli, se essi differiscono fra loro non solo di grado ma di essenza, ciò è frutto di una particolare ricchezza dello stesso sacerdozio di Cristo, che è l'unico centro e l'unica fonte sia di quella partecipazione che è propria di tutti i battezzati, sia di quell'altra partecipazione, a cui si perviene per mezzo di un distinto sacramento, che è appunto il sacramento dell'Ordine. Questo sacramento, cari fratelli, per noi specifico, frutto della peculiare grazia della vocazione e base della nostra identità, in virtù della sua stessa natura e di tutto ciò che esso produce nella nostra vita e attività, serve a rendere consapevoli i fedeli del loro sacerdozio comune e ad attualizzarlo (cfr. Ef 4,11-12): esso ricorda loro che sono Popolo di Dio e li abilita all'«offerta di quei sacrifici spirituali» (cfr. 1Pt 2,5), mediante i quali Cristo stesso fa di noi eterno dono al Padre (cfr. 1Pt 3,18). Questo avviene, innanzitutto, quando il sacerdote «con la potestà sacra, di cui è investito... compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo («in persona Christi») e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (cfr. «Lumen Gentium», 10), come leggiamo nel menzionato testo conciliare.

Il nostro sacerdozio sacramentale, quindi, è sacerdozio «gerarchico» ed insieme «ministeriale». Costituisce un particolare «ministerium», cioè è «servizio» nei riguardi della comunità dei credenti. Non trae, però, origine da questa comunità, come se fosse essa a «chiamare» o a «relegare». Esso è, invero, dono per questa comunità e proviene da Cristo stesso, dalla pienezza del suo sacerdozio. Tale pienezza trova la sua espressione nel fatto che Cristo, rendendo tutti idonei ad offrire il sacrificio spirituale, chiama alcuni e li abilita ad esser ministri del suo stesso sacrificio sacramentale, l'Eucaristia, alla cui oblazione concorrono tutti i fedeli e in cui vengono inseriti i sacrifici spirituali del Popolo di Dio.

Consapevoli di questa realtà, comprendiamo in che modo il nostro sacerdozio sia «gerarchico», cioè connesso con la potestà di formare e reggere il popolo sacerdotale (cfr. «Lumen Gentium», 10), e proprio per questo «ministeriale». Compiamo questo ufficio, mediante il quale Cristo stesso «serve» incessantemente il Padre nell'opera della nostra salvezza. Tutta la nostra esistenza sacerdotale è e deve essere profondamente pervasa da questo servizio, se vogliamo compiere adeguatamente il sacrificio eucaristico «in persona Christi».

Il sacerdozio richiede una particolare integrità di vita e di servizio, e appunto una tale integrità si addice sommamente alla nostra identità sacerdotale. In essa si esprime, in pari tempo, la grandezza della nostra dignità e la «disponibilità» ad essa proporzionata: si tratta dell'umile prontezza ad accettare i doni dello Spirito Santo e ad elargire agli altri i frutti dell'amore e della pace, a donare a loro quella certezza della fede, dalla quale derivano la profonda comprensione del senso dell'esistenza umana e la capacità di introdurre l'ordine morale nella vita degli individui e degli ambienti umani.

Poiché il sacerdozio è dato a noi per servire incessantemente gli altri, come faceva Cristo Signore, non si può ad esso rinunciare a causa delle difficoltà che incontriamo e dei sacrifici che ci sono richiesti. Allo stesso modo degli Apostoli, «noi abbiamo lasciato tutto per seguire Cristo» (cfr. Mt 19,27); dobbiamo, perciò, perseverare accanto a lui anche attraverso la croce.

A servizio del Buon Pastore

5. Mentre scrivo, si presentano davanti allo sguardo della mia anima i più estesi e svariati settori della vita degli uomini, a cui, cari fratelli, siete invitati come operai nella vigna del Signore (cfr. Mt 20,1-16). Ma per voi vale anche il paragone del gregge (cfr. Gv 10,1-16), dato che, grazie al carattere sacerdotale, partecipate al carisma pastorale, il che è segno di una peculiare relazione di somiglianza a Cristo, Buon Pastore. Voi siete precisamente insigniti di questa qualifica, in modo del tutto speciale. Benché la sollecitudine per la salvezza degli altri sia e debba essere compito di ciascun membro della grande comunità del Popolo di Dio, cioè anche di tutti i nostri fratelli e sorelle laici - come ha dichiarato così ampiamente il Concilio Vaticano II («Lumen Gentium», cap. II) - tuttavia da voi Sacerdoti si attendono una sollecitudine ed un impegno ben maggiori e diversi da quelli di qualunque laico; e ciò perché la vostra partecipazione al sacerdozio di Gesù Cristo differisce dalla loro partecipazione «essenzialmente, e non solo di grado» («Lumen Gentium», 10).

Difatti, il sacerdozio di Gesù Cristo è la prima sorgente e l'espressione di un'incessante e sempre efficace sollecitudine per la nostra salvezza, che ci permette di guardare a lui proprio come al Buon Pastore. Le parole «Il buon pastore offre la vita per le sue pecorelle» (Gv 10,11) non si riferiscono forse al sacrificio della croce, al definitivo atto del sacerdozio di Cristo? Non indicano forse a noi tutti, che Cristo Signore, mediante il sacramento dell'Ordine, ha reso partecipi del suo Sacerdozio, la via che anche noi dobbiamo percorrere? Queste parole non ci dicono forse che la nostra vocazione è una singolare sollecitudine per la salvezza del nostro prossimo? che questa sollecitudine è una particolare ragion d'essere della nostra vita sacerdotale? Che proprio essa le dà senso, e che solamente per mezzo di essa possiamo ritrovare il pieno significato della nostra propria vita, la nostra perfezione, la nostra santità? Questo tema viene ripreso, in vari luoghi, nel Decreto conciliare «Optatam Totius» (cfr. nn. 8-11; 19ss).

Questo problema, tuttavia, diventa più comprensibile alla luce delle parole del nostro stesso Maestro, che dice: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Sono, queste, parole misteriose, e sembrano un paradosso. Ma esse cessano di esser misteriose, se cerchiamo di metterle in pratica. Allora il paradosso scompare, e si rivela pienamente la profonda semplicità del loro significato. Sia concessa a noi tutti questa grazia nella nostra vita sacerdotale e nel nostro servizio pieno di zelo.

«Arte delle arti è la guida delle anime»

6. La particolare sollecitudine per la salvezza degli altri, per la verità, per l'amore e la santità di tutto il popolo di Dio, per l'unità spirituale della Chiesa, che ci è stata affidata da Cristo insieme alla potestà sacerdotale, si esplica in varie maniere. Diverse certamente sono le vie lungo le quali, cari fratelli, adempite la vostra vocazione sacerdotale. Gli uni nell'ordinaria pastorale parrocchiale; gli altri nelle terre di missione; altri, ancora, nel campo delle attività connesse con l'insegnamento, con l'istruzione e l'educazione della gioventù, lavorando nei vari ambienti e organizzazioni, e accompagnando lo sviluppo della vita sociale e culturale; altri, infine, accanto ai sofferenti, agli ammalati, agli abbandonati; alle volte, voi stessi, inchiodati a un letto di dolore. Diverse sono queste vie, ed è perfino impossibile nominarle tutte singolarmente. Necessariamente esse sono numerose e differenziate, perché varia è la struttura della vita umana, dei processi sociali, delle tradizioni storiche e del patrimonio delle diverse culture e civiltà. Nondimeno, in tutte queste differenziazioni, voi siete sempre e dappertutto portatori della vostra particolare vocazione: siete portatori della grazia di Cristo, eterno Sacerdote, e del carisma del buon Pastore. E questo non potete mai dimenticare; a questo non potete mai rinunciare; questo dovete in ogni tempo e in ogni luogo e in ogni modo attuare. In ciò consiste quell'«arte delle arti», alla quale Gesù Cristo vi ha chiamati. «Arte delle arti è la guida delle anime», scriveva San Gregorio Magno («Regula pastoralis» I, 1: PL 77, 14).

Vi dico, dunque, rifacendomi il queste sue parole: sforzatevi di essere «artisti» della pastorale. Ce ne sono stati molti nella storia della Chiesa. Occorre elencarli? A ciascuno di noi parlano, ad esempio, san Vincenzo de Paul, San Giovanni d'Avila, il santo Curato d'Ars, san Giovanni Bosco, il beato Massimiliano Kolbe, e tanti, tanti altri. Ognuno di loro era diverso dagli altri, era se stesso, era figlio dei suoi tempi ed era «aggiornato» rispetto ai suoi tempi. Ma questo «aggiornamento» di ciascuno era una risposta originale al Vangelo, una risposta necessaria proprio per quei tempi, era la risposta della santità e dello zelo. Non vi è altra regola al di fuori di questa per «aggiornarci», nella nostra vita e nell'attività sacerdotale, ai nostri tempi d all'attualità del mondo. Indubbiamente, non possono essere considerati come adeguato «aggiornamento» i vari tentativi e progetti di «laicizzazione» della vita sacerdotale.

Dispensatore e testimone

7. La vita sacerdotale è costruita sul fondamento del sacramento dell'Ordine, che imprime nella nostra anima il segno di un carattere indelebile. Questo segno, impresso nel profondo del nostro essere umano, ha la sua dinamica «personalistica». La personalità sacerdotale deve essere per gli altri un chiaro e limpido segno e un'indicazione. E', questa, la prima condizione del nostro servizio pastorale. Gli uomini, fra i quali siamo scelti e per i quali veniamo costituiti (cfr. Eb 5,1), vogliono soprattutto vedere in noi un tale segno e una tale indicazione, e ne hanno diritto. Può sembrarci talvolta che non lo vogliano, o che desiderino che siamo in tutto «come loro»; alle volte sembra addirittura che lo esigano da noi. E qui è proprio necessario un profondo «senso di fede» e «il dono del discernimento». Difatti, è molto facile lasciarsi guidare dalle apparenze e diventare vittime di una fondamentale illusione. Coloro che richiedono la laicizzazione della vita sacerdotale e che plaudono alle vane sue manifestazioni, ci abbandoneranno certamente, quando soccomberemo alla tentazione; ed allora cesseremo di essere necessari e popolari. La nostra epoca è caratterizzata da diverse forme di «manipolazione» e di «strumentalizzazione» dell'uomo, ma noi non possiamo cedere a nessuna di esse («Non illudiamoci di servire il Vangelo se tentiamo di "diluire" il nostro carisma sacerdotale attraverso un esagerato interesse verso il vasto campo dei problemi temporali, se desideriamo "laicizzare" il nostro modo di vivere e di agire, se cancelliamo anche i segni esterni della nostra vocazione sacerdotale. Dobbiamo conservare il senso della nostra singolare vocazione, e tale "singolarità" deve esprimersi anche nella nostra veste esteriore. Non vergogniamocene! Sì, siamo nel mondo! Ma non siamo del mondo!»: Giovanni Paolo II, «Discorso al Clero di Roma», n. 3,9 novembre 1978). In definitiva, risulterà sempre necessario agli uomini soltanto il sacerdote ch'è consapevole del senso pieno del suo sacerdozio: il sacerdote che crede profondamente, che professa con coraggio la sua fede, che prega con fervore, che insegna con profonda convinzione, che serve, che attua nella sua vita il programma delle Beatitudini, che sa amare disinteressatamente, che è vicino a tutti e, in particolare, ai più bisognosi.

La nostra attività pastorale esige che stiamo vicini agli uomini e a tutti i loro problemi, sia quelli personali e familiari, che quelli sociali, ma esige pure che stiamo vicini a tutti questi problemi «da sacerdoti». Solo allora, nell'ambito di tutti quei problemi, rimaniamo noi stessi. Se quindi serviamo veramente quei problemi umani, alle volte molto difficili, allora conserviamo la nostra identità e siamo veramente fedeli alla nostra vocazione.

Dobbiamo cercare con grande perspicacia, insieme con tutti gli uomini, la verità e la giustizia, la cui vera e definitiva dimensione non possiamo trovare che nel Vangelo, anzi, in Cristo stesso. Il nostro compito è di servire la verità e la giustizia nelle dimensioni della «temporalità» umana, ma sempre in una prospettiva che sia quella della salvezza eterna. Questa tiene conto delle conquiste temporali dello spirito umano nell'ambito della conoscenza e della morale, come ha ricordato in modo mirabile il Concilio Vaticano II (cfr. «Gaudium et Spes», 38-42), ma non si identifica con esse e, in realtà, le supera: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì... queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9). Gli uomini nostri fratelli nella fede e anche i non credenti attendono da noi che siamo sempre in grado di indicare loro questa prospettiva, che diventiamo testimoni autentici di essa, che siamo dispensatori della grazia, che siamo servitori della Parola di Dio. Attendono che siamo uomini di preghiera.

Ci sono in mezzo a noi anche coloro che hanno unito la loro vocazione sacerdotale, in modo speciale, con un'intensa vita di preghiera e di penitenza nella forma strettamente contemplativa dei rispettivi Ordini Religiosi. Ricordino essi che il loro ministero sacerdotale anche in questa forma è - in modo particolare - «ordinato» alla grande sollecitudine del buon Pastore, che è la sollecitudine per la salvezza di ogni uomo. E questo dobbiamo tutti ricordare: che a nessuno di noi è lecito meritare il nome di «mercenario», cioè di uno «al quale le pecore non appartengono», di uno «che vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore» (Gv 10,12ss). La sollecitudine di ogni buon Pastore è che gli uomini «abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10), affinché nessuno di loro vada perduto (cfr. Gv 17,12), ma abbia la vita eterna, facciamo sì che questa sollecitudine penetri profondamente nelle nostre anime: cerchiamo di viverla. Che essa caratterizzi la nostra personalità, e stia alla base della nostra identità sacerdotale.

Significato del celibato

8. Permettete che qui tocchi il problema del celibato sacerdotale. Lo tratterò sinteticamente, perché è stato già preso in considerazione in modo profondo e completo durante il Concilio e, in seguito, nell'Enciclica «Sacerdotalis Caelibatus», e ancora durante la sessione ordinaria del Sinodo dei Vescovi del 1971. Tale riflessione si è dimostrata necessaria sia per presentare il problema in modo ancor più maturo, sia per motivare ancor più profondamente il senso della decisione, che la Chiesa Latina ha assunto da tanti secoli e alla quale ha cercato di essere fedele, desiderando mantenere anche nel futuro questa fedeltà. L'importanza del problema in questione è così grave e il suo legame col linguaggio dello stesso Vangelo così stretto, che non possiamo in questo caso pensare con categorie diverse da quelle di cui si sono serviti il Concilio, il Sinodo dei Vescovi e lo stesso grande Papa Paolo VI. Possiamo soltanto cercare di comprendere questo problema più profondamente e di rispondervi in modo più maturo, liberandoci sia dalle varie obiezioni, che sempre - come avviene anche oggi - sono state sollevate contro il celibato sacerdotale, sia dalle diverse interpretazioni che si riferiscono a criteri estranei al Vangelo, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa; criteri, aggiungiamo, la cui esattezza e fondatezza «antropologica» si rivelano molto dubbie e di valore relativo.

Non dobbiamo, del resto, meravigliarci troppo di tutte queste obiezioni e critiche che, nel periodo postconciliare, si sono intensificate e che qua e là sembra si vadano oggi attenuando. Gesù Cristo, dopo aver presentato ai discepoli la questione della rinuncia al matrimonio «per il regno dei cieli», non ha forse aggiunto quelle parole significative: «Chi può intendere, intenda» (Mt 19,12)? La Chiesa Latina ha voluto e continua a volere, riferendosi all'esempio dello stesso Cristo Signore, all'insegnamento apostolico e a tutta la tradizione che le è propria, che tutti coloro i quali ricevono il sacramento dell'Ordine abbraccino questa rinuncia per il regno dei cieli. Questa tradizione, però, è unita al rispetto verso tradizioni differenti di altre Chiese. Difatti, essa costituisce una caratteristica, una peculiarità e una eredità della Chiesa cattolica Latina, alla quale questa deve molto e nella quale è decisa a perseverare, nonostante tutte le difficoltà, a cui una tale fedeltà potrebbe essere esposta, e malgrado anche i vari sintomi di debolezza e di crisi di singoli Sacerdoti. Tutti siamo coscienti che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (cfr. 2Cor 4,7); tuttavia, sappiamo bene che esso è appunto un tesoro.

Perché un tesoro? Vogliamo forse con ciò sminuire il valore del matrimonio e la vocazione alla vita familiare? Oppure soccombiamo al disprezzo manicheo per il corpo umano e per le sue funzioni? Vogliamo forse in qualche modo deprezzare l'amore, che conduce l'uomo e la donna al matrimonio e alla coniugale unità del corpo, per formare così «una carne sola» (Gen 2,24; Mt 19,6)? Come potremmo pensare e ragionare in tale modo, se sappiamo, crediamo e proclamiamo, seguendo san Paolo, che il matrimonio è un «mistero grande» in riferimento a Cristo e alla Chiesa? (cfr. Ef 5,32). Nessuno, però, dei motivi con cui alle volte si cerca di «convincerci» circa l'inopportunità del celibato corrisponde alla verità, che la Chiesa proclama e che cerca di realizzare nella vita mediante l'impegno, a cui si obbligano i Sacerdoti prima della sacra Ordinazione. Il motivo, invece, essenziale, proprio e adeguato è racchiuso nella verità che Cristo ha dichiarato, parlando della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli, e che san Paolo proclamava, scrivendo che ognuno nella Chiesa ha il suo proprio dono (cfr. 1Cor 7,7). Il celibato è appunto «dono dello Spirito». Un simile, benché diverso, dono è contenuto nella vocazione al vero e fedele amore coniugale, diretto alla procreazione secondo la carne, nel contesto così grande del sacramento del matrimonio. E' noto come questo dono sia fondamentale per costruire la grande comunità della Chiesa, Popolo di Dio. Se però questa comunità vorrà rispondere pienamente alla sua vocazione in Gesù Cristo, sarà necessario che in essa si realizzi, in proporzione adeguata, anche quell'altro «dono», il dono del celibato «per il regno dei cieli» (Mt 19,12).

Per quale ragione la Chiesa cattolica Latina collega questo dono non soltanto alla vita delle persone che accettano lo stretto programma dei consigli evangelici negli Istituti Religiosi, ma anche alla vocazione al sacerdozio insieme gerarchico e ministeriale? Lo fa perché il celibato «per il regno» non è soltanto un segno escatologico, ma ha anche un grande significato sociale, nella vita presente, per il servizio al Popolo di Dio. Il Sacerdote, attraverso il suo celibato, diventa l'«uomo per gli altri», in modo diverso da come lo diventa uno che, legandosi in unità coniugale con la donna, diventa anch'egli, come sposo e padre, «uomo per gli altri» soprattutto nel raggio della propria famiglia: per la sua sposa, e insieme con essa per i figli, ai quali dà la vita. Il Sacerdote, rinunciando a questa paternità ch'è propria degli sposi, cerca un'altra paternità e quasi addirittura un'altra maternità, ricordando le parole dell'Apostolo circa i figli, che egli genera nel dolore (cfr. 1Cor 4,15; Gal 4,19). Sono essi figli del suo spirito, uomini affidati dal buon Pastore alla sua sollecitudine. Questi uomini sono molti, più numerosi di quanti ne possa abbracciare una semplice famiglia umana. La vocazione pastorale dei Sacerdoti è grande e il Concilio insegna che è universale: essa è diretta verso tutta la Chiesa (cfr. «Presbyterorum Ordinis», 3, 6, 10, 12) e, quindi, è anche missionaria. Normalmente, essa è legata al servizio di una determinata comunità del Popolo di Dio, in cui ognuno si aspetta attenzione, premura, amore. Il cuore del Sacerdote, per essere disponibile a tale servizio, a tale sollecitudine e amore, deve essere libero. Il celibato è segno di una libertà, che è per il servizio. In virtù di questo segno il sacerdozio gerarchico, ossia «ministeriale», è - secondo la tradizione della nostra Chiesa - più strettamente «ordinato» al sacerdozio comune dei fedeli.

Prova e responsabilità

9. Frutto di equivoco - se non proprio di malafede - è l'opinione spesso diffusa, secondo cui il celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica sarebbe semplicemente un'istituzione imposta per legge a coloro che ricevono il sacramento dell'Ordine.

Tutti sappiamo che non è così. Ogni cristiano che riceve il sacramento dell'Ordine s'impegna al celibato con piena coscienza e libertà, dopo una preparazione pluriennale, una profonda riflessione e una assidua preghiera. Egli prende la decisione per la vita nel celibato solo dopo esser giunto alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo «dono» per il bene della Chiesa e per il servizio degli altri. Solo allora s'impegna ad osservarlo per tutta la vita. E' ovvio che una tale decisione obbliga non soltanto in virtù della legge stabilita dalla Chiesa, ma anche in virtù della responsabilità personale. Si tratta qui di mantenere la parola data a Cristo e alla Chiesa. Il mantenimento della parola è, insieme, dovere e verifica della maturità interiore del sacerdote, è l'espressione della sua dignità personale. Ciò si manifesta in tutta la sua chiarezza, quando il mantenimento della parola data a Cristo, attraverso un consapevole e libero impegno celibatario per tutta la vita, incontra difficoltà, viene messo alla prova, oppure è esposto alla tentazione, tutte cose che non risparmiano il Sacerdote, come qualunque altro uomo e cristiano. In tale momento ciascuno deve cercare sostegno nella preghiera più fervente. Deve, mediante la preghiera, ritrovare in sé quell'atteggiamento di umiltà e di sincerità riguardo a Dio e alla propria coscienza, che è appunto la sorgente della forza per sorreggere ciò che vacilla. E' allora che nasce una fiducia simile a quella che san Paolo ha espresso con le parole: «Tutto io posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13). Queste verità sono confermate dall'esperienza di numerosi Sacerdoti e provate dalla realtà della vita. L'accettazione di esse costituisce la base della fedeltà alla parola data a Cristo e alla Chiesa, che è in pari tempo la verifica dell'autentica fedeltà a se stesso, alla propria coscienza, alla propria umanità e dignità. A tutto ciò bisogna pensare soprattutto nei momenti di crisi, e non già ricorrere alla dispensa, intesa quale «intervento amministrativo», come se in realtà non si trattasse, al contrario, di una profonda questione di coscienza e di una prova di umanità. Dio ha diritto a tale prova nei riguardi di ciascuno di noi, se è vero che la vita terrena è per ogni uomo un tempo di prova. Ma Dio vuole parimenti che usciamo vittoriosi da tali prove, e ce ne dà l'aiuto adeguato.

Forse, non senza ragione, occorre qui aggiungere che l'impegno della fedeltà coniugale, derivante dal sacramento del matrimonio, crea nel suo ambito obblighi analoghi, e che talvolta esso diventa un terreno di analoghe prove ed esperienze per gli sposi, mariti e mogli, i quali pure in queste «prove del fuoco» hanno modo di verificare il valore del loro amore. L'amore, infatti, in ogni sua dimensione non è soltanto chiamata, ma anche dovere. Aggiungiamo, infine, che i nostri fratelli e sorelle legati dal matrimonio hanno il diritto di aspettarsi da noi, Sacerdoti e Pastori, il buon esempio e la testimonianza della fedeltà alla vocazione fino alla morte, fedeltà alla vocazione che noi scegliamo mediante il sacramento dell'Ordine, come essi la scelgono mediante il sacramento del matrimonio. Anche in questo ambito e in questo senso dobbiamo intendere il nostro sacerdozio ministeriale come «subordinazione» al sacerdozio comune di tutti i fedeli, dei laici, specialmente di coloro che vivono nel matrimonio e formano una famiglia. In tal modo, noi serviamo «per edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,12); altrimenti, anziché cooperare alla sua edificazione, ne indeboliamo la spirituale compagine. Con questa edificazione del corpo di Cristo è strettamente collegato l'autentico sviluppo della personalità umana di ogni cristiano - come anche di ogni Sacerdote - che si realizza secondo la misura del dono di Cristo. La disorganizzazione della compagine spirituale della Chiesa non favorisce certamente lo sviluppo della personalità umana e non costituisce la sua giusta verifica.

Ogni giorno è necessario convertirsi

10. «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10): così sembra che domandiate, cari fratelli, come tante volte chiedevano allo stesso Cristo Signore i discepoli e coloro che lo ascoltavano. Che cosa deve fare la Chiesa, quando sembra che manchino i Sacerdoti, quando la loro carenza si fa sentire specialmente in alcuni Paesi e Regioni del mondo? In quale modo dobbiamo rispondere agli immensi bisogni di evangelizzazione, e come possiamo saziare la fame della Parola e del Corpo del Signore? La Chiesa, che s'impegna a mantenere il celibato dei Sacerdoti come dono particolare per il regno di Dio, professa la fede ed esprime la speranza verso il suo Maestro, Redentore e Sposo, ed insieme verso Colui che è «padrone della messe» e «datore del dono» (Mt 9,38; 1Cor 7,7). Infatti, «ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce» (Gc 1,17). Non possiamo noi indebolire questa fede e questa fiducia col nostro dubbio umano, o con la nostra pusillanimità.

Di conseguenza, tutti dobbiamo ogni giorno convertirci. Sappiamo che questa è un'esigenza fondamentale del Vangelo, rivolta a tutti gli uomini (cfr. Mt 4,17; Mc 1,15), e tanto più dobbiamo considerarla come rivolta a noi. Se abbiamo il dovere di aiutare gli altri a convertirsi, altrettanto dobbiamo fare di continuo noi stessi nella nostra vita. Convertirci significa ritornare alla grazia stessa della nostra vocazione, meditare l'infinita bontà e l'infinito amore di Cristo, che si è rivolto a ciascuno di noi e, chiamandoci per nome, ha detto: «Seguimi». Convertirci vuol dire «rendere conto» sempre del nostro servizio, del nostro zelo, della nostra fedeltà, dinanzi al Signore dei nostri cuori, perché siamo «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1Cor 4,1). Convertirci vuol dire «rendere conto» anche delle nostre negligenze e peccati, della pusillanimità, della mancanza di fede e di speranza, del pensare soltanto «in un modo umano», e non «divino». Ricordiamo, a tale proposito, il monito che Cristo rivolse a Pietro stesso (cfr. Mt 16,23). Convertirci significa per noi cercare di nuovo il perdono e la forza di Dio nel sacramento della Riconciliazione, e così ricominciare sempre da capo, ed ogni giorno progredire, dominarci, fare conquiste spirituali, donare gioiosamente, perché «Dio vuol bene a chi dona con gioia» (2Cor 9,7).

Convertirci vuol dire «pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18,1). La preghiera è in un certo modo la prima e ultima condizione della conversione, del progresso spirituale, della santità. Forse negli ultimi anni - almeno in certi ambienti - si è discusso troppo sul sacerdozio, sull'«identità» del sacerdote, sul valore della sua presenza nel mondo contemporaneo, ecc., e al contrario si è pregato troppo poco. Non c'è stato abbastanza slancio per realizzare lo stesso sacerdozio mediante la preghiera, per rendere efficace il suo autentico dinamismo evangelico, per confermare l'identità sacerdotale. E' la preghiera che indica lo stile essenziale del sacerdozio; senza di essa questo stile si deforma. La preghiera ci aiuta a ritrovare sempre la luce, che ci ha condotti fin dagli inizi della nostra vocazione sacerdotale, e che incessantemente ci conduce, anche se talvolta sembra perdersi nel buio. La preghiera ci permette di convertirci continuamente, di rimanere nello stato di tensione costante verso Dio, che è indispensabile se vogliamo condurre gli altri a lui. La preghiera ci aiuta a credere, a sperare e ad amare, anche quando la nostra debolezza umana ci ostacola.

La preghiera ci consente, inoltre, di riscoprire di continuo le dimensioni di quel regno, per la cui venuta preghiamo ogni giorno, ripetendo le parole che Cristo ci ha insegnato. Allora avvertiamo quale sia il nostro posto nella realizzazione di questa richiesta: «Venga il tuo regno», e vediamo quanto siamo necessari perché essa si realizzi. E forse, quando preghiamo, scorgeremo più facilmente quei «campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35) e comprenderemo quale significato abbiano le parole che Cristo pronunciò alla vista di essi: «Pregate, dunque, il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38).

La preghiera dobbiamo unirla ad un continuo lavoro su noi stessi: è la «formatio permanens». Come giustamente ricorda il Documento emanato circa questo tema dalla Sacra Congregazione per il Clero (cfr. «Litterae Circulares», 4 novembre 1969: AAS 62 [1970] 123ss), una tale formazione deve essere sia interiore, tendente cioè all'approfondimento della vita spirituale del sacerdote, sia pastorale e intellettuale (filosofica e teologica). Se dunque la nostra attività pastorale, l'annuncio della Parola e l'insieme del ministero sacerdotale dipendono dall'intensità della nostra vita interiore, essa deve egualmente trovare il suo sostegno in uno studio assiduo. Non basta arrestarci a ciò che abbiamo un tempo imparato in seminario, anche nel caso che si sia trattato di studi a livello universitario, verso i quali orienta risolutamente la Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica. Questo processo di formazione intellettuale deve protrarsi per tutta la vita, specialmente nei tempi odierni caratterizzati - almeno in molte Regioni del mondo - dallo sviluppo generale della pubblica istruzione e della cultura. Dinanzi agli uomini, che usufruiscono dei benefici di questo sviluppo, noi dobbiamo essere testimoni di Gesù Cristo, adeguatamente qualificati. Come maestri della verità e della morale, noi dobbiamo rendere loro conto, in modo convincente ed efficace, della speranza che ci vivifica (cfr. 1Pt 3,15). E ciò fa anche parte del processo della conversione quotidiana all'amore, mediante la verità.

Fratelli cari! voi che «sopportate il peso della giornata e il caldo» (cfr. Mt 20,12), che avete messo mano all'aratro e non vi volgete indietro (cfr. Lc 9,62), e forse ancor più voi che dubitate del senso della vostra vocazione, o del valore del vostro servizio! Pensate a quei luoghi, dove gli uomini attendono con ansia un Sacerdote, e dove da molti anni, sentendo la sua mancanza, non cessano di auspicare la sua presenza. E avviene, talvolta, che si riuniscono in un Santuario abbandonato, e mettono sull'altare la stola ancora conservata, e recitano tutte le preghiere della liturgia eucaristica; ed ecco, al momento che corrisponde alla transustanziazione, scende tra loro un profondo silenzio, alle volte forse interrotto da un pianto..., tanto ardentemente essi desiderano di udire le parole, che solo le labbra di un Sacerdote possono efficacemente pronunciare! Tanto vivamente desiderano la Comunione eucaristica, della quale solo in virtù del ministero sacerdotale possono diventare partecipi, come pure tanto ansiosamente attendono di sentire le parole divine del perdono: «Ego te absolvo a peccatis tuis»! Tanto profondamente risentono l'assenza di un Sacerdote in mezzo a loro!... Questi luoghi non mancano nel mondo. Se, dunque, qualcuno di voi dubita circa il senso del suo sacerdozio, se pensa che esso sia «socialmente» infruttuoso oppure inutile, rifletta su questo!

Occorre convertirci ogni giorno, riscoprire ogni giorno di nuovo il dono ottenuto da Cristo stesso nel sacramento dell'Ordine, penetrando nell'importanza della missione salvifica della Chiesa e riflettendo sul grande significato della nostra vocazione alla luce di questa missione.

La Madre dei Sacerdoti

11. Cari fratelli, al principio del mio ministero tutti vi affido alla Madre di Cristo, che in modo particolare è la nostra Madre: la Madre dei Sacerdoti. Difatti, il discepolo prediletto, che, essendo uno dei Dodici, aveva udito nel Cenacolo le parole: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), fu da Cristo, dall'alto della Croce, additato a sua Madre con le parole: «Ecco il tuo figlio» (Gv 19,26). L'uomo che il Giovedì santo aveva ricevuto la potestà di celebrare l'Eucaristia, con queste parole del Redentore agonizzante fu donato a sua Madre come «figlio». Noi tutti, quindi, che riceviamo la stessa potestà mediante l'Ordinazione sacerdotale, abbiamo in un certo senso per primi il diritto di vedere in lei la nostra Madre. Desidero, pertanto, che voi tutti, insieme con me, ritroviate in Maria la madre del sacerdozio, che abbiamo ricevuto da Cristo. Desidero, inoltre, che a lei affidiate in modo particolare il vostro sacerdozio. Permettete che lo faccia io stesso, affidando alla Madre di Cristo ognuno di voi - senza alcuna eccezione - in modo solenne e, nello stesso tempo, semplice e dimesso. Vi prego pure, cari fratelli, che ognuno di voi lo faccia da sé, personalmente, come glielo detta il proprio cuore, soprattutto il proprio amore verso Cristo-Sacerdote, ed anche la propria debolezza, la quale va di pari passo col desiderio del servizio e della santità. Ve ne prego.

La Chiesa d'oggi parla di se stessa soprattutto nella costituzione dogmatica «Lumen Gentium» (cfr. cap. VIII). Anche qui, nell'ultimo capitolo, essa confessa di guardare a Maria come alla Madre di Cristo, perché chiama se stessa madre e desidera di essere madre, generando per Iddio gli uomini a una nuova vita. Oh, cari fratelli, quanto vicini voi siete a questa causa di Dio! Quanto essa è impressa nella vostra vocazione, ministero e missione. Di conseguenza, in mezzo al Popolo di Dio, che guarda a Maria con immenso amore e speranza, voi dovete guardare a lei con speranza e amore eccezionali. Difatti, voi dovete annunciare Cristo che è suo figlio: e chi vi trasmetterà meglio la verità su di lui, se non sua Madre?

Voi dovete nutrire i cuori umani con Cristo: e chi può rendervi più coscienti di ciò che fate, se non Colei che lo ha nutrito? «Salve, o vero Corpo, nato dalla Vergine Maria». C'è nel nostro sacerdozio ministeriale la dimensione stupenda e penetrante della vicinanza alla Madre di Cristo. Cerchiamo, dunque, di vivere in questa dimensione. Se è lecito far qui riferimento anche alla propria esperienza, vi dirò che, scrivendo a voi, mi rifaccio soprattutto alla mia esperienza personale.

Nel comunicare tutto questo a voi, agli inizi del mio servizio alla Chiesa universale, non cesso di pregare Dio perché ricolmi voi, Sacerdoti di Gesù Cristo, di ogni sua benedizione e grazia e, come pegno e conferma di tale orante comunione, vi benedico di cuore nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Ricevete questa benedizione. Ricevete le parole del nuovo successore di Pietro, di quel Pietro, al quale il Signore ordinò: «E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Non cessate di pregare per me insieme con tutta la Chiesa, affinché io risponda a quella esigenza di un primato d'amore, che il Signore ha messo come fondamento alla missione di Pietro, quando gli disse: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,16). Così sia.

Dal Vaticano, l'8 aprile, domenica delle Palme "de Passione Domini", dell'anno 1979, primo di Pontificato.

GIOVANNI PAOLO II

  

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