Venerati e cari fratelli nel sacerdozio ministeriale di Cristo!
«Lo Spirito del Signore è sopra di me».
1. Mentre siamo raccolti nelle cattedrali delle nostre diocesi in torno al
Vescovo per la liturgia della Messa crismale, ascoltiamo queste parole
pronunciate da Cristo nella sinagoga di Nazareth. Presentandosi per la prima
volta dinanzi alla comunità del suo paese di origine, Gesù legge
dal Libro del profeta Isaia le parole dell'annuncio messianico: «Lo Spirito
del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi
ha mandato». Nel loro significato immediato queste parole indicano la
missione profetica del Signore quale annunciatore del Vangelo. Ma possiamo
applicarle alla multiforme grazia che Egli ci comunica. Il rinnovamento delle
promesse sacerdotali del Giovedì Santo è unito al rito della
benedizione degli Oli santi, i quali, in alcuni sacramenti della Chiesa,
esprimono quell'unzione dello Spirito Santo che deriva dalla pienezza che è
in Cristo. L'unzione dello Spirito Santo attua prima il dono soprannaturale
della grazia santificante, mediante il quale l'uomo diventa in Cristo partecipe
della natura divina e della vita della Santissima Trinità.
Tale donazione è in ciascuno di noi la fonte interiore della
vocazione cristiana e di ogni vocazione nella comunità della Chiesa,
quale Popolo di Dio della Nuova Alleanza. In questo giorno, dunque, noi
guardiamo il Cristo, che è la pienezza, la fonte ed il modello di tutte
le vocazioni e, in particolare, della vocazione al servizio sacerdotale quale
partecipazione peculiare, mediante il carattere sacerdotale dell'Ordine, al suo
sacerdozio. In lui solo c'è la pienezza dell'unzione, la pienezza del
dono, la quale è per tutti e per ciascuno: essa è inesauribile.
All'inizio del triduum sacrum, mentre la Chiesa intera, mediante la liturgia,
penetra in modo singolare nel mistero pasquale di Cristo, noi leggiamo la
profondità della nostra vocazione, che è ministeriale, la quale
deve essere vissuta sull'esempio del Maestro che prima dell'ultima Cena lava i
piedi agli Apostoli. Durante questa stessa Cena, dalla pienezza del dono del
Padre che è in lui e che, per mezzo suo, viene elargito all'uomo, Cristo
istituirà il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue sotto le specie
del pane e del vino e lo affiderà - il sacramento dell'Eucaristia - nelle
mani degli Apostoli e, per il loro tramite, nelle mani della Chiesa, per tutti i
tempi fino alla sua definitiva venuta nella gloria.
Nella potenza dello Spirito Santo, operante nella Chiesa dal giorno di
Pentecoste, questo sacramento, attraverso la lunga serie delle generazioni
sacerdotali è stato affidato anche a noi nel presente momento della
storia dell'uomo e del mondo, la quale in Cristo è diventata
definitivamente storia della salvezza. Ciascuno di noi, cari fratelli,
ripercorre oggi con la mente e col cuore la propria via al sacerdozio e, in
seguito, la propria via nel sacerdozio, che è via della vita e del
servizio e che a noi è derivata dal Cenacolo. Tutti ricordiamo il giorno
e l'ora allorché, dopo aver recitato insieme le Litanie dei Santi,
prostrati sul pavimento del tempio, il Vescovo impose su ciascuno di noi le sue
mani, in profondo silenzio. Sin dai tempi apostolici, l'imposizione delle mani è
il segno della trasmissione dello Spirito Santo, che è, egli stesso, il
supremo artefice della santa potestà sacerdotale: autorità
sacramentale e ministeriale. Tutta la liturgia del triduum sacrum ci avvicina al
Mistero pasquale, da cui tale autorità ha il suo inizio per essere
servizio e missione: a questo possiamo applicare le parole del Libro di Isaia,
pronunciate da Gesù nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del
Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha
mandato».
2. Venerati e cari fratelli, scrivendovi per il Giovedì Santo dello
scorso anno, cercai di orientare la vostra attenzione verso l'assemblea del
Sinodo dei Vescovi che sarebbe stata dedicata al tema della formazione
sacerdotale. L'assemblea si svolse nell'ottobre scorso, ed al presente, insieme
al Consiglio della Segreteria Generale del Sinodo, stiamo preparando la
pubblicazione del relativo Documento. Ma prima che tale testo sia pubblicato,
desidero dirvi già oggi che il Sinodo stesso è stato una grande
grazia. Ogni Sinodo è sempre per la Chiesa una grazia di speciale
attuazione della collegialità dell'episcopato di tutta la Chiesa. Questa
volta l'esperienza è stata arricchita in modo singolare; infatti,
nell'assemblea sinodale hanno preso la parola i Vescovi di Paesi in cui la
Chiesa da poco tempo appena è uscita fuori, per così dire, dalle
catacombe. Altra grazia del Sinodo è stata una nuova maturità
nella visione del servizio sacerdotale nella Chiesa: maturità a misura
dei tempi in cui si esplica la nostra missione.
Questa maturità si esprime come un'approfondita lettura dell'essenza
stessa del sacerdozio sacramentale e, dunque, anche della vita personale di ogni
sacerdote, cioè della sua partecipazione al mistero salvifico di Cristo: «Sacerdos
alter Christus». E' un'espressione, questa, che indica quanto sia
necessario partire da Cristo per leggere la realtà sacerdotale. Soltanto
così possiamo corrispondere pienamente alla verità sul sacerdote,
il quale «scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini
nelle cose che riguardano Dio». La dimensione umana del servizio
sacerdotale, per essere del tutto autentica, deve essere radicata in Dio.
Infatti, attraverso tutto ciò che in esso è «per il bene
degli uomini», tale servizio «riguarda Dio»: serve la molteplice
ricchezza di questo rapporto. Senza uno sforzo per corrispondere pienamente a
quell'«unzione con lo Spirito del Signore», che lo costituisce nel
sacerdozio ministeriale, il sacerdote non può soddisfare a quelle attese
che gli uomini - la Chiesa e il mondo - giustamente collegano ad esso.
Tutto ciò è strettamente connesso con la questione
dell'identità sacerdotale. E' difficile dire per quali ragioni nel
periodo postconciliare la consapevolezza di questa identità in alcuni
ambienti sia diventata incerta. Ciò poteva dipendere da una lettura
impropria del Magistero conciliare della Chiesa nel contesto di certe premesse
ideologiche estranee alla Chiesa e di certi «trends» che provengono
dall'ambiente culturale. Sembra che negli ultimi tempi - anche se le stesse
premesse e gli stessi «trends» continuano ad operare - stia avvenendo
una significativa trasformazione nelle Comunità ecclesiali stesse. I
laici vedono l'indispensabile necessità dei sacerdoti come condizione
della loro autentica vita e del loro stesso apostolato. A sua volta, questa
esigenza si fa notare, anzi diventa impellente in molte situazioni, in base alla
mancanza o all'insufficiente numero di ministri dei misteri di Dio. Ciò
riguarda anche, sotto un altro aspetto, le terre della prima evangelizzazione,
come dimostra la recente Enciclica sulle missioni. Questa necessità di
sacerdoti - fenomeno variamente crescente - dovrà aiutare a superare la
crisi dell'identità sacerdotale.
L'esperienza degli ultimi decenni dimostra sempre più chiaramente
quanto ci sia bisogno del sacerdote nella Chiesa e nel mondo -, e questo non in
una qualche forma «laicizzata», ma in quella che si attinge dal
Vangelo e dalla ricca Tradizione della Chiesa. Il Magistero del Concilio
Vaticano II è l'espressione e la conferma di questa Tradizione nel senso
di un opportuno aggiornamento («accommodata renovatio»); ed in questa
stessa direzione si sono orientati gli interventi dei partecipanti all'ultimo
Sinodo, nonché quelli dei rappresentanti dei sacerdoti, invitati da varie
parti del mondo. Il processo di rinascita delle vocazioni sacerdotali soddisfa
solo parzialmente la carenza di sacerdoti. Anche se tale processo su scala
globale è positivo, si determinano tuttavia sproporzioni tra le diverse
parti della comunità della Chiesa in tutto il mondo. Il quadro è
molto diversificato. In occasione del Sinodo questo quadro è stato
sottoposto alle analisi più dettagliate non soltanto a fini statistici,
ma anche in rapporto ad un possibile «scambio dei doni», cioè
al reciproco aiuto.
L'opportunità di un tale aiuto si impone da sola essendo noto che ci
sono dei luoghi dove risulta un solo sacerdote per alcune centinaia di fedeli, e
ce ne sono dove c'è un sacerdote per diecimila fedeli e persino per un
numero ancora maggiore. Vorrei richiamare al riguardo alcune espressioni del
Decreto del Concilio Vaticano II su «il ministero e la vita sacerdotale»:
«Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'Ordinazione non li
prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì a una vastissima e
universale missione di salvezza, "fino agli ultimi confini della terra"...
Ricordino quindi i presbiteri che a loro incombe la sollecitudine di tutte le
Chiese». L'angosciosa carenza di sacerdoti in alcune Regioni rende oggi
attuali più che mai queste parole del Concilio. Mi auguro che,
particolarmente nelle diocesi più ricche di clero, esse siano seriamente
meditate e attuate nel modo più generoso possibile.
In ogni caso, dappertutto, per ogni luogo è indispensabile la
preghiera, perché «il Padrone della messe mandi operai nella sua
messe». E' questa la preghiera per le vocazioni ed è la preghiera,
altresì, perché ogni sacerdote raggiunga una maturità
sempre maggiore nella sua vocazione: nella vita e nel servizio. Tale maturità
contribuisce in modo speciale all'aumento delle vocazioni. Occorre semplicemente
amare il proprio sacerdozio, metterci tutto se stesso affinché la verità
sul sacerdozio ministeriale diventi in tal modo attraente per gli altri. Nella
vita di ciascuno di noi deve essere leggibile il mistero di Cristo, da cui
prende inizio il sacerdos come alter Christus.
3. Congedandosi dagli Apostoli nel Cenacolo, Cristo promise loro il
Paraclito, un altro Consolatore, lo Spirito Santo, «che procede dal Padre e
dal Figlio». Disse infatti: «E' bene per voi che io me ne vada, perché,
se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò
andato, ve lo manderò». Queste parole mettono in particolare rilievo
il rapporto tra l'ultima Cena e la Pentecoste. A prezzo della sua «dipartita»
mediante il sacrificio della croce sul Calvario (ancor prima che avvenga la sua
«dipartita» verso il Padre il 40 giorno dopo la Risurrezione), Cristo
rimane nella Chiesa: rimane nella potenza del Paraclito, dello Spirito Santo,
che «dà la vita». E' lo Spirito Santo a «dare» questa
vita divina: vita che si è rivelata nel mistero pasquale di Cristo come
più potente della morte, vita che è iniziata con la Risurrezione
di Cristo nella storia dell'uomo. Il sacerdozio è tutto al servizio di
questa vita: le rende testimonianza mediante il servizio della Parola, la
genera, la rigenera e moltiplica mediante il servizio dei sacramenti.
Il sacerdote stesso prima di tutto vive di questa vita, la quale è la
più profonda fonte della sua maturità ed è anche la
garanzia della fecondità spirituale di tutto il suo servizio! Il
sacramento dell'Ordine imprime nell'anima del sacerdote un carattere particolare
che, una volta ricevuto, permane in lui come fonte della grazia sacramentale, di
tutti quei doni e carismi che corrispondono alla vocazione al servizio
sacerdotale nella Chiesa. La liturgia del Giovedì Santo è uno
speciale momento dell'anno, in cui possiamo e dobbiamo rinnovare e ravvivare in
noi la grazia sacramentale del sacerdozio. Ciò facciamo in unione col
Vescovo e con l'intero Presbiterio, avendo dinanzi agli occhi la realtà
misteriosa del Cenacolo: sia quella del Giovedì Santo, sia quella del
giorno di Pentecoste. Entrando nella divina profondità del sacrificio di
Cristo, noi ci apriamo al tempo stesso verso lo Spirito Santo Paraclito, il cui
dono è la nostra speciale partecipazione all'unico sacerdozio di Cristo,
l'eterno sacerdote.
E' per opera dello Spirito Santo che noi possiamo operare «in persona
Christi», celebrando l'Eucaristia e svolgendo tutto il servizio
sacramentale per la salvezza degli altri. La nostra testimonianza a Cristo
sovente è molto imperfetta e difettosa. Quale conforto rimane per noi
l'assicurazione che è lui prima di tutto, lo Spirito di verità, a
rendere testimonianza a Cristo. Che la nostra testimonianza umana si apra
soprattutto alla sua testimonianza! Infatti, egli stesso «scruta le
profondità di Dio», ed egli soltanto può avvicinare queste «profondità»,
queste «grandi opere di Dio» alle menti e ai cuori degli uomini, ai
quali noi siamo mandati come servitori del Vangelo della salvezza. Quanto più
sentiamo che la nostra missione ci sovrasta, tanto più dobbiamo aprirci
all'azione dello Spirito Santo. Specialmente quando la resistenza delle menti e
dei cuori, la resistenza di una civiltà generata sotto l'influsso dello «spirito
del mondo», diventa particolarmente percepibile e forte. «Lo Spirito
viene in aiuto alla nostra debolezza..., intercede con insistenza per noi, con
gemiti inesprimibili».
Nonostante la resistenza delle menti, dei cuori e della civiltà
pervasa dallo «spirito del mondo», perdura tuttavia in tutta la
creazione l'«attesa», della quale l'Apostolo scrive nella Lettera ai
Romani: «Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del
parto», «per entrare nella libertà della gloria dei figli di
Dio». Che questa visione paolina non abbandoni la nostra consapevolezza
sacerdotale, e ci sia di sostegno per la vita e per il servizio! Allora
comprenderemo meglio perché il sacerdote è necessario al mondo ed
agli uomini.
4. «Lo Spirito del Signore è sopra di me». Prima che giunga
alle nostre mani il testo dell'Esortazione post-sinodale sul tema della
formazione sacerdotale, vogliate accogliere, venerati e cari fratelli nel
sacerdozio ministeriale, questa Lettera per il Giovedì Santo. Sia essa il
segno e l'espressione di quella comunione che ci unisce tutti - Vescovi,
Sacerdoti ed anche Diaconi - con un legame sacramentale. Possa essa aiutarci a
seguire, nella potenza dello Spirito Santo, Gesù Cristo, «l'autore e
perfezionatore della fede». Con la mia Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 10 marzo 1991.