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LETTERA DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II CIRCA
IL SIGNIFICATO DEL LAVORO PRESTATO ALLA SEDE APOSTOLICA
AL VENERATO FRATELLO CARDINALE AGOSTINO CASAROLI SEGRETARIO DI
STATO
1. La Sede Apostolica, nell'esercizio della
sua missione, ricorre all'opera valida e preziosa della particolare
comunità costituita da quanti - uomini e donne, sacerdoti, religiosi e
laici - si prodigano, nei suoi dicasteri e uffici, al servizio della Chiesa
universale.
Ai membri di questa comunità sono assegnati
incarichi e doveri, ciascuno dei quali ha una propria finalità e dignità in
considerazione, sia del contenuto oggettivo e del valore del lavoro svolto,
sia della persona che lo compie.
Questo concetto di comunità applicato a
coloro che coadiuvano il Vescovo di Roma nel suo ministero di Pastore della
Chiesa universale, ci permette innanzitutto di precisare il carattere
unitario dei pur diversi compiti. Tutte le persone, infatti,
chiamate a svolgerli, partecipano realmente all'unica ed incessante attività
della Sede Apostolica, e cioè a quella « sollecitudine per tutte le Chiese
» (cfr. 2 Cor 11, 28) che già dai primi tempi animava il servizio
degli Apostoli e che in misura precipua è oggi prerogativa dei súccessori di
San Pietro nella sede romana.
È molto importante che quanti sono
associati, in qualsiasi modo, alle attività della Sede Apostolica, abbiano la
consapevolezza di tale specifico carattere delle loro mansioni;
consapevolezza, del resto, che è sempre stata tradizione e vanto di chi ha
voluto dedicarsi al nobile servizio.
Questa considerazione tocca sia gli
ecclesiastici e i religiosi che i laici; sia coloro che occupano posti di alta
responsabilità che gli impiegati e gli addetti a lavori manuali, cui sono
assegnate funzioni ausiliarie. Essa riguarda, sia le persone addette più
direttamente al servizio della stessa Sede Apostolica, in quanto prestano la
loro opera presso quegli Organismi, il cui insieme viene appunto compreso
sotto il nome di « Santa Sede », sia quanti sono al servizio dello Stato
della Città del Vaticano, che alla Sede Apostolica è così intimamente
legato.
Nella recente Enciclica « Laborem exercens
» ho ricordato le principali verità del « vangelo del lavoro » e della
dottrina cattolica sul lavoro umano, sempre viva nella tradizione della
Chiesa. Bisogna che a queste verità si conformi la vita della singolare
comunità che opera sub umbra Petri, in così immediato contatto con la
Sede Apostolica.
2. Per inserire adeguatamente questi
principi nella realtà, occorre tener presente il loro significato oggettivo
e, contemporaneamente, la natura specifica della Sede Apostolica.
Quest'ultima - benché, come ho sopra accennato, le sia strettamente connessa
l'entità designata come lo Stato della Città del
Vaticano - non ha la configurazione dei veri Stati, che sono soggetto della
sovranità politica di una data società. D'altra parte lo Stato della Città
del Vaticano è sovrano, ma non possiede tutte le ordinarie caratteristiche di
una comunità politica. Si tratta dí uno Stato atipico: esso esiste a
conveniente garanzia dell'esercizio della spirituale libertà della Sede
Apostolica, e cioè come mezzo per assicurare l'indipendenza reale e visibile
della medesima nella sua attività di governo a favore della Chiesa
universale, come pure della sua opera pastorale rivolta a tutto il genere
umano; esso non possiede una propria società per il cui servizio sia stato
costituito, e neppure si basa sulle forme di azione sociale che determinano
solitamente la struttura e l'organizzazione di ogni altro Stato. Inoltre, le
persone che coadiuvano la Sede Apostolica, o anche cooperano al governo nello
Stato della Città del Vaticano, non sono, salvo poche eccezioni, cittadini di
questo né, conseguentemente, hanno i diritti e gli oneri (in particolare
quelli tributari) che ordinariamente scaturiscono dall'appartenenza a uno
Stato.
La Sede Apostolica - mentre per ben più
importanti aspetti trascende i ristretti confini dello Stato della Cìttà del
Vaticano fino ad estendere la sua missione a tutta la terra - nemmeno
sviluppa, né può sviluppare, l'attività economica propria di uno Stato; ed
esulano dalle sue finalità istituzionali la produzione di beni economici e
l'arricchimento da redditi. Accanto ai redditi propri dello Stato della Città
del Vaticano ed ai limitati cespiti costituiti da quanto
rimane dei fondi ottenuti in occasione dei Patti Lateranensi, come indennizzo
per gli Stati Pontifici ed i beni ecclesiali passati allo Stato italiano, la
base primaria per il sostentamento della Sede Apostolica è rappresentata
dalle offerte spontaneamente elargite dai cattolici di tutto íl mondo,
ed eventualmente anche da altri uomini di buona volontà. Ciò corrisponde
alla tradizione che trae origine dal Vangelo (cfr. Lc 10, 7) e dagli
insegnamenti degli Apostoli (cfr. 1 Cor 9, 11. 14). Conformemente a
questa tradizione - che in rapporto alle strutture economiche dominanti nelle
varie epoche, ha assunto nei secoli forme diverse - si deve affermare che la
Sede Apostolica può e deve usufruire dei contributi spontanei dei fedeli e
degli altri uomini di buona volontà, senza ricorrere ad altri mezzi che
potrebbero apparire meno rispettosi del suo peculiare carattere.
3. I suddetti contributi materiali sono
1'espressíone di una costante e commovente solidarietà con la Sede
Apostolica e con l'attività da essa svolta. A tanta solidarietà, cui va la
mia profonda gratitudine, deve corrispondere, da parte della stessa Sede
Apostolica, dei suoi singoli organi e delle persone che in essi lavorano, un
senso di responsabilità commisurato alla natura deì contrìbutì, da
utilizzare solo e sempre secondo le disposizioni e le volontà degli
offerenti: per 1'intenzíone generale che è il mantenimento della Sede
Apostolica e del complesso delle sue attività; oppure per scopi particolari
(missionari, caritativi, ecc.), quando questi siano stati precisati.
La responsabilità e la lealtà di fronte a
quanti, col loro aiuto, si fanno solidali con la Sede Apostolica e ne
condividono in qualche maniera la pastorale sollecitudine, si estrinsecano
nella scrupolosa fedeltà a tutti i compiti e doveri assegnati, come pure
nello zelo, nella laboriosità e nella professionalità che debbono
distinguere chiunque partecipa alle attività della medesima Sede Apostolica.
È necessario, altresì, coltivare sempre la retta intenzione così da
amministrare oculatamente, in ragione del loro scopo, sia i beni materiali che
vengono offerti sia quanto, con tali beni, è da essa acquisito o conservato,
inclusa la salvaguardia e la valorizzazione della preziosa eredità della Sede
di Pietro nel campo religioso-culturale ed artistico.
Nell'uso dei mezzi destinati a questi scopi,
la Sede Apostolica e coloro che con essa direttamente collaborano devono
distinguersi non solo per lo spirito di parsimonia, ma anche per la disponibilità
a tener sempre conto delle reali, limitate possibilità finanziarie della
medesima Santa Sede e della loro provenienza. Ovviamente, tali interiori
atteggiamenti dovranno essere ben connaturati, mediante la formazione,
nell'animo dei religiosi e degli ecclesiastici; ma neppure debbono mancare in
quei laici che, per libera scelta, accettano di lavorare per e con la Sede
Apostolica.
Inoltre, tutti quelli che hanno particolari
responsabilità di direzione negli organismi, uffici e servizi della Sede
Apostolica, come gli stessi addetti alle diverse funzioni, sapranno
congiungere questo spirito di parsimonia ad un impegno costante per rendere
sempre più valide le diverse attività, tramite un'organizzazione del lavoro
impostata, da una parte, sul pieno rispetto delle persone e del contributo
valido che ciascuno fornisce secondo le proprie competenze e funzioni; e
dall'altra, sull'uso di strutture e strumenti tecnici appropriati, affinché
l'attività svolta corrisponda sempre meglio alle esigenze del servizio della
Chiesa universale. Ricorrendo a tutto ciò che l'esperienza, la scienza e la
tecnologia insegnano, ci sì adopererà affinché le risorse umane e
finanziarie vengano usate con maggior efficacia, evitando lo spreco, la
ricerca di interessi particolari e di privilegi ingiustificati, promovendo
allo stesso tempo buoni rapporti umani in ogni settore ed il vero e giusto
interesse della Sede Apostolica.
A tali impegni si dovrà unire una profonda fiducia
nella Provvidenza, che attraverso le offerte dei buoni non lascerà venir
meno i mezzi per poter perseguire gli scopi propri della Sede Apostolica.
Qualora la mancanza di mezzi impedisse la realizzazione di qualche obiettivo
fondamentale, si potrà fare uno speciale appello alla generosità del popolo
di Dio, informandolo delle necessità non sufficientemente note. In via
normale, però, converrà accontentarsi di quanto i Vescovi, sacerdoti,
istituti religiosi e fedeli offrono spontaneamente, giacché essi stessi sanno
vedere o intuire i giusti bisogni.
4. Fra coloro che collaborano con la Sede
Apostolica molti sono gli ecclesiastici, i quali, vivendo in celibato, non
hanno a loro carico una famiglia propria. Spetta ad essi una remunerazione
proporzionata ai compiti svolti e tale da assicurare un decoroso sostentamento
e consentire l'adempimento dei doveri del proprio stato, comprese anche quelle
responsabilità che in certi casi possono avere di venire in aiuto ai propri
genitori o ad altri familiari a loro carico. Né debbono essere trascurate le
esigenze del loro ordinato rapporto sociale, in particolare e soprattutto
l'obbligo di soccorrere i bisognosi: obbligo che, a motivo della loro
vocazione evangelica, è per gli ecclesiastici ed i religiosi più impellente
che per i laici.
Anche la remunerazione dei dipendenti laici
della Sede Apostolica deve corrispondere ai compiti svolti, tenendo al tempo
stesso in considerazione la responsabilità che essi hanno di sostentare le
loro famiglie. In spirito di viva sollecitudine e di giustizia si dovrà
dunque studiare quali sono i loro oggettivi bisogni materiali e quelli delle
loro famiglie, inclusi quelli attinenti alla educazione dei figli e ad una
congrua assicurazione per la vecchiaia, al fine di provvedervi
convenientemente. Le indicazioni fondamentali ín questo settore si trovano
nella dottrina cattolica sulla remunerazione per il lavoro. Indicazioni
immediate per la valutazione di circostanza si possono attingere dall'esame
delle esperienze e dei programmi della società e, in particolare, della
società italiana, alla quale appartiene di fatto ed in seno alla quale,
comunque, vive la quasi totalità dei dipendenti laici della Sede Apostolica.
Per promuovere tale spirito di sollecitudine e di giustizia, in rappresentanza
di quanti lavorano all'interno della Sede Apostolica, potranno svolgere un
compito valido di collaborazione Associazioni di prestatori d'opera, come
l'Associazione Dipendenti Laici Vaticani sorta recentemente. Simili
organizzazioni, che all'interno della Sede Apostolica assumono un carattere
specifico, costituiscono una iniziativa conforme alla dottrina sociale della
Chiesa, che vede in esse uno degli strumenti atti a meglio garantire la giustizia
sociale nei rapporti tra lavoratore e datore di lavoro. Non risponde
tuttavia alla dottrina sociale della Chiesa lo slittamento di questo tipo di
organizzazioni sul terreno della conflittualità a oltranza o della lotta di
classe; né esse debbono avere impronta politica o servire, palesemente o
occultamente, interessi di partito o di altre entità miranti a obiettivi di ben
diversa natura.
Esprimo fiducia che Associazioni come quella, ora esistente, sopra ricordata -
ispirandosi ai principi della dottrina sociale della Chiesa svolgeranno una
funzione proficua nella comunità di lavoro operante in solidale sintonia con la
Sede Apostolica. Sono anche certo che, nel1'impostare i problemi concernenti il
lavoro e nello sviluppare un dialogo costruttivo e continuo con gli organi
competenti, esse non mancheranno di tener presente in ogni caso il particolare
carattere della Sede Apostolica, come indicato nella parte iniziale della
presente lettera.
In relazione a quanto esposto, Vostra Eminenza vorrà preparare gli opportuni
documenti esecutivi, per assecondare, tramite convenienti norme e strutture,
la promozione di una comunità di lavoro secondo i principi esposti.
5. Nell'Enciclica «Laborem exercens» facevo rilevare che la dignità
personale del lavoratore richiede di esprimersi in un particolare rapporto col
lavoro che gli è affidato. A questo rapporto - realizzabile oggettivamente in
diversi modi a seconda del tipo di lavoro intrapreso - si perviene
soggettivamente quando il lavoratore, pur svòlgendo un'attività « retribuita
», la vive come esercitata « in proprio ». Trattandosi qui di lavoro compiuto
nell'ambito della Sede Apostolica e perciò caratterizzato dalla fondamentale
specificità sopxa accennata, tale rapporto esige una sentita partecipazione a
quella « sollecitudine per tutte le Chiese » propria della cattedra dí
Pietro.
I dipendenti della Santa Sede devono, pertanto, avere la profonda convinzione
che il loro lavoro comporta innanzitutto una responsabilità ecclesiale da
vivere in spirito di autentica fede e che gli aspetti giuridico-amministrativi
del rapporto con la medesima Sede Apostolica si collocano in una luce
particolare.
Il Concilio Vaticano II ci ha offerto copiosi insegnamenti suI modo con cui
tutti i cristiani, ecclesiastici, religiosi e laici, possono - e devono - fare
propria questa sollecitudine ecclesiale.
Sembra quindi necessario, specialmente per quanti collaborano con la Sede
Apostolica, approfondire la coscienza personale prima di tutto
dell'universale impegno apostolico dei cristiani e di quello risultante dalla
vocazione specifica di ognuno: del vescovo, del sacerdote, del religioso, del
laico. Le risposte, infatti, alle odierne difficoltà nel campo del lavoro umano
vanno cercate nella sfera della giustizia sociale; ma occorre ricercarle,
altresì, nell'area del rapporto interiore col lavoro che ciascuno è chiamato a
compiere. Pare evidente che il lavoro - qualunque esso sia - svolto alle
dipendenze della Sede Apostolica esiga ciò in misura tutta speciale.
Oltre all'approfondito rapporto interiore, questo lavoro, per essere vantaggioso
e sereno, richiede un reciproco rispetto, basato sulla fratellanza umana e
cristiana, da parte di tutti e per tutti coloro che vi attendono. Solo quando è
alleata con una tale fratellanza (cioè con l'amore dell'uomo nella
verità), la giustizia può manifestarsi come vera giustizia. Dobbiamo cercare
di sapere « di quale spirito siamo » (cfr. Lc 9, 55 Volg.).
Queste ultime questioni, appena accennate, non si possono formulare
adeguatamente in termini amministrativo-giuridici. Ciò non esime, tuttavia,
dalla ricerca e dallo sforzo necessari per rendere operante - proprio nella
cerchia della Sede Apostolica - quello spirito del lavoro umano, che proviene
dal Signore nostro Gesù Cristo.
Nell'affidare questi pensieri, Signor Cardinale, alla sua attenta considerazione,
invoco sul futuro impegno, richiesto dalla loro messa in opera, l'abbondanza
dei doni della divina assistenza, mentre di cuore Le imparto la mia
Benedizione, che volentieri estendo a tutti coloro che offrono il proprio
benemerito servizio alla Sede Apostolica.
Dal Vaticano, 20 Novembre 1982.
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