1. «Onore a Maria,
onore e gloria,
onore alla Santa Vergine!
(...)
Colui che creò il mondo
meraviglioso
in Lei onorava
la
propria Madre (...).
L'amava come Madre,
visse nell'obbedienza.
Benché
fosse Dio,
rispettava ogni sua parola».
Cari Fratelli nel sacerdozio!
Non vi stupite se inizio questa Lettera, che tradizionalmente vi rivolgo in
occasione del Giovedì Santo, con le parole di un canto mariano polacco.
Lo faccio perché quest'anno desidero parlarvi dell'importanza della donna
nella vita del sacerdote, e questi versi, che cantavo sin da bambino, possono
costituire una significativa introduzione a tale tematica.
Il canto evoca l'amore di Cristo per sua Madre. Il primo e fondamentale
rapporto che l'essere umano stabilisce con la donna è proprio quello da
figlio a madre. Ciascuno di noi può esprimere il suo amore alla madre
terrena come il Figlio di Dio ha fatto e fa con la sua. La madre è la
donna alla quale dobbiamo la vita. Ci ha concepito nel suo grembo, ci ha dato
alla luce tra le doglie che accompagnano l'esperienza di ogni donna che
partorisce. Mediante la generazione viene ad instaurarsi uno speciale vincolo,
quasi sacro, tra l'essere umano e sua madre.
Dopo averci generato alla vita terrena, furono ancora i nostri genitori a
farci diventare in Cristo, grazie al sacramento del Battesimo, figli adottivi di
Dio. Tutto ciò ha reso ancor più profondo il legame esistente tra
noi e i genitori, in particolare tra noi e le nostre madri. Il prototipo qui è
Cristo stesso, Cristo-Sacerdote, che si rivolge così all'eterno Padre: «Tu
non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai
preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il
peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo (...) per fare, o Dio, la tua volontà»
(Eb 10,5-7). Queste parole implicano in qualche modo anche la Madre, avendo
l'eterno Padre formato il corpo di Cristo per opera dello Spirito Santo, nel
seno della Vergine Maria, anche grazie al suo consenso: «Avvenga di me
quello che hai detto» (Lc 1,38).
Quanti di noi debbono alla propria madre anche la stessa vocazione al
sacerdozio! L'esperienza insegna che molto spesso è la mamma a coltivare
per lunghi anni nel proprio cuore il desiderio della vocazione sacerdotale del
figlio e ad ottenerla pregando con insistente fiducia e profonda umiltà.
Così, senza imporre la propria volontà, ella favorisce, con
l'efficacia tipica della fede, lo sbocciare dell'aspirazione al sacerdozio
nell'anima del figlio, aspirazione che porterà frutto al momento
opportuno.
2. Desidero riflettere in questa Lettera sul rapporto tra il sacerdote e la
donna, traendo spunto dal fatto che il tema della donna richiama quest'anno
un'attenzione speciale, analogamente a quanto è stato lo scorso anno per
il tema della famiglia. Alla donna, infatti, sarà dedicata l'importante
Conferenza internazionale convocata dall'Organizzazione delle Nazioni Unite a
Pechino, per il prossimo settembre. E' un tema nuovo rispetto a quello dell'anno
scorso, ma con esso strettamente collegato.
Alla presente Lettera, cari Fratelli nel sacerdozio, desidero unire un altro
documento. Come l'anno passato ho accompagnato il Messaggio del Giovedì
Santo con la Lettera alle Famiglie, così ora vorrei riconsegnarvi la
Lettera apostolica Mulieris dignitatem, del 15 agosto 1988. Come ricorderete, si
tratta di un testo elaborato al termine dell'Anno Mariano del 1987-1988, durante
il quale avevo pubblicato l'Enciclica Redemptoris Mater (25 marzo 1987). E' mio
vivo desiderio che nel corso di questo anno si rilegga la Mulieris dignitatem,
facendola oggetto di speciale meditazione e considerandone in modo particolare
gli aspetti mariani.
Il legame con la Madre di Dio è fondamentale per il «pensare»
cristiano. Lo è innanzitutto sul piano teologico, per lo specialissimo
rapporto di Maria con il Verbo Incarnato e la Chiesa, suo mistico Corpo. Ma lo è
anche sul piano storico, antropologico e culturale. Nel cristianesimo, in
effetti, la figura della Madre di Dio rappresenta una grande fonte di
ispirazione non soltanto per la vita religiosa, ma anche per la cultura
cristiana e per lo stesso amor di patria. Esistono prove di ciò nel
patrimonio storico di molte nazioni. In Polonia, per esempio, il più
antico monumento letterario è il canto Bogurodzica (Genitrice di Dio),
che ha ispirato i nostri avi non solo nel plasmare la vita della nazione, ma
perfino nel difendere la giusta causa sul campo di battaglia. La Madre del
Figlio di Dio è diventata la «grande ispirazione» per singoli
individui e per intere nazioni cristiane. Anche questo, a suo modo, dice
moltissimo a proposito dell'importanza della donna nella vita dell'uomo e, a
titolo speciale, nell'esistenza del sacerdote.
Ho avuto già occasione di trattare tale argomento nell'Enciclica
Redemptoris Mater e nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem, rendendo
omaggio a quelle donne - madri, spose, figlie o sorelle - che per i relativi
figli, mariti, genitori e fratelli sono state un'efficace ispirazione al bene.
Non senza motivo si parla di «genio femminile», e quanto ho scritto
finora conferma la fondatezza di tale espressione. Tuttavia, trattandosi della
vita sacerdotale, la presenza della donna riveste un carattere peculiare ed
esige un'analisi specifica.
3. Ma torniamo, intanto, al Giovedì Santo, giorno nel quale
acquistano speciale rilievo le parole dell'inno liturgico:
Ave verum Corpus natum de Maria Virgine:
Vere passum, immolatum in cruce
pro homine.
Cuius latus perforatum fluxit aqua et sanguine:
Esto nobis
praegustatum mortis in examine.
O Iesu dulcis! O Iesu pie! O Iesu, fili
Mariae!
Pur non appartenendo, tali parole, alla liturgia del Giovedì Santo,
sono ad essa profondamente collegate.
Con l'Ultima Cena, durante la quale Cristo istituì i sacramenti del
Sacrificio e del Sacerdozio della Nuova Alleanza, ha inizio il Triduum paschale.
Al suo centro si trova il Corpo di Cristo. E' proprio questo Corpo che, prima di
essere esposto alla passione e alla morte, durante l'Ultima Cena è
offerto come cibo nell'istituzione eucaristica. Cristo prende nelle sue mani il
pane, lo spezza e lo distribuisce agli Apostoli, pronunciando le parole: «Prendete
e mangiate; questo è il mio Corpo» (Mt 26,26). Istituisce così
il sacramento del suo Corpo, di quel Corpo, che, quale Figlio di Dio, aveva
assunto dalla Genitrice, la Vergine Immacolata. Successivamente presenta agli
Apostoli nel calice il proprio Sangue sotto la specie del vino, dicendo: «Bevetene
tutti, perché questo è il mio Sangue dell'alleanza, versato per
molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,27-28). E qui ancora si tratta del
Sangue, che animava il Corpo ricevuto dalla Vergine Madre: Sangue che doveva
essere sparso, adempiendo il mistero della Redenzione, perché il Corpo
ricevuto dalla Madre, potesse - come Corpus immolatum in cruce pro homine -
diventare per noi e per tutti sacramento di vita eterna, viatico per l'eternità.
Perciò nell'Ave verum, inno eucaristico e insieme mariano, noi chiediamo:
Esto nobis praegustatum mortis in examine.
Anche se nella liturgia del Giovedì Santo non si parla di Maria - la
troviamo invece il Venerdì Santo ai piedi della Croce con l'apostolo
Giovanni - è difficile non avvertirne la presenza nell'istituzione
dell'Eucaristia, anticipo della passione e morte del Corpo di Cristo, di quel
Corpo che il Figlio di Dio aveva ricevuto dalla Vergine Madre, al momento
dell'Annunciazione.
Per noi, in quanto sacerdoti, l'Ultima Cena è momento particolarmente
santo. Cristo, che dice agli Apostoli: «Fate questo in memoria di me»
(1Cor 11,24), istituisce il sacramento dell'Ordine. Rispetto alla nostra vita di
presbiteri, questo è un momento spiccatamente cristocentrico: riceviamo
infatti il sacerdozio da Cristo-Sacerdote, l'unico Sacerdote della Nuova
Alleanza. Ma pensando al sacrificio del Corpo e del Sangue, che in persona
Christi viene da noi offerto, ci è difficile non ravvisare in esso la
presenza della Madre. Maria ha dato la vita al Figlio di Dio, così come
han fatto per noi le nostre madri, perché Egli si offrisse e anche noi ci
offrissimo in sacrificio insieme con Lui mediante il ministero sacerdotale.
Dietro tale missione c'è la vocazione ricevuta da Dio, ma si nasconde
anche il grande amore delle nostre madri, così come dietro al sacrificio
di Cristo nel Cenacolo si celava l'ineffabile amore di sua Madre.
Oh, quanto realmente e al tempo stesso discretamente è presente la
maternità e, grazie ad essa, la femminilità nel sacramento
dell'Ordine, di cui rinnoviamo la festa ogni anno, il Giovedì Santo!
4. Cristo Gesù è l'unico figlio di Maria Santissima.
Comprendiamo bene il significato di questo mistero: così era conveniente
che fosse, giacché un Figlio tanto singolare per la sua divinità
non poteva essere che l'unico figlio della sua Vergine Madre. Ma proprio tale
unicità si pone, in qualche modo, quale migliore «garanzia» di
una «molteplicità» spirituale. Cristo, vero uomo e insieme
eterno ed unigenito Figlio del Padre celeste, conta, sul piano spirituale, un
numero sterminato di fratelli e di sorelle. La famiglia di Dio infatti comprende
tutti gli uomini: non soltanto quanti mediante il Battesimo diventano figli
adottivi di Dio, ma in certo senso l'intera umanità, giacché
Cristo ha redento tutti gli uomini e tutte le donne, offrendo loro la possibilità
di diventare figli e figlie adottivi dell'eterno Padre. Tutti, così,
diventiamo in Cristo fratelli e sorelle.
Ed ecco emergere all'orizzonte della nostra riflessione sul rapporto tra il
sacerdote e la donna, accanto alla figura della madre, quella della sorella.
Grazie alla Redenzione, il sacerdote partecipa in un modo particolare alla
relazione di fraternità offerta da Cristo a tutti i redenti.
Molti tra noi sacerdoti hanno in famiglia delle sorelle. In ogni caso,
ciascun sacerdote sin da bambino ha avuto modo di incontrarsi con ragazze, se
non nella propria famiglia, almeno nell'ambito del vicinato, nei giochi
d'infanzia e a scuola. Un tipo di comunità mista possiede un'importanza
enorme per la formazione della personalità dei ragazzi e delle ragazze.
Tocchiamo qui il disegno originario del Creatore, il quale in principio creò
l'uomo «maschio e femmina» (cfr. Gen 1,27). Tale divino atto creativo
prosegue attraverso le generazioni. Il libro della Genesi ne parla nel contesto
della vocazione al matrimonio: «Per questo l'uomo abbandonerà suo
padre e sua madre e si unirà a sua moglie» (2,24). La vocazione al
matrimonio ovviamente suppone ed esige che l'ambiente in cui si vive risulti
composto di uomini e di donne.
In tale contesto nascono però non soltanto le vocazioni al
matrimonio, ma anche quelle al sacerdozio e alla vita consacrata. Esse non si
formano nell'isolamento. Ogni candidato al sacerdozio, nel varcare la soglia del
seminario, ha alle spalle l'esperienza della propria famiglia e della scuola,
dove ha avuto modo di incontrare molti coetanei e coetanee. Per vivere nel
celibato in modo maturo e sereno, sembra essere particolarmente importante che
il sacerdote sviluppi profondamente in sé l'immagine della donna come
sorella. In Cristo, uomini e donne sono fratelli e sorelle indipendentemente dai
legami di parentela. Si tratta di un legame universale, grazie al quale il
sacerdote può aprirsi ad ogni ambiente nuovo, perfino il più
distante sotto l'aspetto etnico o culturale, con la consapevolezza di dover
esercitare verso gli uomini e le donne a cui è inviato un ministero di
autentica paternità spirituale, che gli procura «figli» e «figlie»
nel Signore (cfr. 1Ts 2,11; Gal 4,19).
5. Senza dubbio «la sorella» rappresenta una specifica
manifestazione della bellezza spirituale della donna; ma essa è, al tempo
stesso, rivelazione di una sua «intangibilità». Se il
sacerdote, con l'aiuto della grazia divina e sotto la speciale protezione di
Maria Vergine e Madre, matura in questo senso il suo atteggiamento verso la
donna, vedrà il suo ministero accompagnato da un sentimento di grande
fiducia proprio da parte delle donne, guardate da lui, nelle diverse età
e situazioni di vita, come sorelle e madri.
La figura della donna-sorella riveste notevole importanza nella nostra
civiltà cristiana, dove innumerevoli donne sono diventate sorelle in modo
universale, grazie al tipico atteggiamento da esse assunto verso il prossimo,
specialmente verso quello più bisognoso. Una «sorella» è
garanzia di gratuità: nella scuola, nell'ospedale, nel carcere e in altri
settori dei servizi sociali. Quando una donna rimane nubile, nel suo «donarsi
come sorella» mediante l'impegno apostolico o la generosa dedizione al
prossimo, sviluppa una peculiare maternità spirituale. Questo dono
disinteressato di «fraterna» femminilità irradia di luce
l'umana esistenza, suscita i migliori sentimenti di cui l'uomo è capace e
lascia sempre dopo di sé una traccia di riconoscenza per il bene
gratuitamente offerto.
Così, dunque, quelle di madre e di sorella sono le due fondamentali
dimensioni del rapporto tra donna e sacerdote. Se questo rapporto è
elaborato in modo sereno e maturo, la donna non troverà particolari
difficoltà nei suoi contatti con il sacerdote. Non ne troverà, ad
esempio, nel confessare le proprie colpe nel sacramento della Penitenza. Tanto
meno ne incontrerà nell'intraprendere attività apostoliche di
vario tipo con i sacerdoti. Ogni prete ha dunque la grande responsabilità
di sviluppare in sé un autentico atteggiamento di fratello nei riguardi
della donna, un atteggiamento che non ammette ambiguità. In questa
prospettiva, al discepolo Timoteo l'Apostolo raccomanda di trattare «le
donne anziane come madri e le più giovani come sorelle in tutta purezza»
(1Tm 5,2).
Quando Cristo affermò - come scrive l'evangelista Matteo - che l'uomo
può rimanere celibe per il Regno di Dio, gli Apostoli rimasero perplessi
(cfr. 19,10-12). Poco prima egli aveva dichiarato indissolubile il matrimonio, e
già questa verità aveva suscitato in loro una reazione
sintomatica: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla
donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Come si vede, la loro reazione
andava in direzione opposta rispetto alla logica di fedeltà alla quale si
ispirava Gesù. Ma il Maestro approfitta anche di questa incomprensione,
per introdurre nell'orizzonte angusto del loro modo di pensare la prospettiva
del celibato per il Regno di Dio. Con ciò Egli intende affermare che il
matrimonio possiede una propria dignità e santità sacramentale e
che tuttavia esiste un'altra via per il cristiano: una via che non è fuga
dal matrimonio, bensì consapevole scelta del celibato per il Regno dei
cieli.
In tale orizzonte la donna non può essere per il sacerdote che una
sorella, e questa sua dignità di sorella dev'essere da lui
consapevolmente coltivata. L'apostolo Paolo, che viveva nel celibato, così
scrive nella Prima Lettera ai Corinzi: «Vorrei che tutti fossero come me;
ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro»
(7,7). Per lui non vi è dubbio: sia il matrimonio sia il celibato sono
doni di Dio, da custodire e coltivare con premura. Sottolineando la superiorità
della verginità, egli non svaluta in alcun modo il matrimonio. Ad
entrambi corrisponde uno specifico carisma; ciascuno di essi è una
vocazione, che l'uomo, con l'aiuto della grazia di Dio, deve saper discernere
nella propria esistenza.
La vocazione al celibato richiede di essere consapevolmente difesa con una
speciale vigilanza sui sentimenti e su tutta la propria condotta. In particolare
deve difendere la propria vocazione il sacerdote che, secondo la disciplina
vigente nella Chiesa occidentale e tanto stimata da quella orientale, ha optato
per il celibato in vista del Regno di Dio. Quando nel rapporto con una donna
venissero esposti a pericolo il dono e la scelta del celibato, il sacerdote non
potrebbe non lottare per mantenersi fedele alla propria vocazione. Una simile
difesa non significherebbe che il matrimonio in sé stesso sia qualcosa di
male, ma che per lui la strada è un'altra.
Lasciarla, nel suo caso, sarebbe venir meno alla parola data a Dio.
La preghiera del Signore: «E non ci indurre in tentazione, ma liberaci
dal male», acquista un singolare significato nel contesto della civiltà
contemporanea, satura di elementi di edonismo, di egocentrismo e di sensualità.
Dilaga purtroppo la pornografia, che umilia la dignità della donna,
trattandola come esclusivo oggetto di godimento sessuale. Questi aspetti
dell'attuale civiltà non favoriscono certo né la fedeltà
coniugale né il celibato per il Regno di Dio. Se il sacerdote non
alimenta in sé disposizioni autentiche di fede, di speranza e di amore
verso Dio, facilmente può cedere ai richiami che gli provengono dal
mondo. Come dunque non rivolgermi a voi, cari Fratelli nel sacerdozio, oggi,
Giovedì Santo, per esortarvi a restare fedeli al dono del celibato,
offertoci da Cristo? In esso è contenuto un bene spirituale che
appartiene a ciascuno ed all'intera Chiesa.
Nel pensiero e nella preghiera sono presenti quest'oggi in modo particolare
i nostri fratelli nel sacerdozio che incontrano difficoltà in questo
campo, quanti proprio a causa di una donna hanno abbandonato il ministero
sacerdotale. Raccomandiamo a Maria Santissima, Madre dei sacerdoti, e
all'intercessione degli innumerevoli santi sacerdoti della storia della Chiesa
il momento difficile che essi stanno attraversando, domandando per loro la
grazia del ritorno al fervore primitivo (cfr. Ap 2,4-5). L'esperienza del mio
ministero, e credo che ciò valga per ogni Vescovo, conferma che tali
riprese avvengono e che pure oggi non sono poche. Dio resta fedele all'alleanza
che stringe con l'uomo nel sacramento dell'Ordine.
6. A questo punto, vorrei toccare l'argomento, ancor più ampio, del
ruolo che la donna è chiamata a svolgere nell'edificazione della Chiesa.
Il Concilio Vaticano II ha colto pienamente la logica del Vangelo, nei capitoli
II e III della Lumen gentium, presentando la Chiesa prima come Popolo di Dio e
soltanto dopo come struttura gerarchica. Essa è anzitutto Popolo di Dio,
giacché quanti la formano, uomini e donne, partecipano - ciascuno nel
modo che gli è proprio - alla missione profetica, sacerdotale e regale di
Cristo. Mentre invito a rileggere i citati testi conciliari, mi limiterò
qui ad alcune brevi riflessioni prendendo spunto dal Vangelo.
Al momento di ascendere al cielo, Cristo comanda agli Apostoli: «Andate
in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
Predicare il Vangelo è adempiere alla missione profetica, la quale ha
nella Chiesa forme diverse secondo il carisma donato a ciascuno (cfr. Ef
4,11-12). In quella circostanza, trattandosi degli Apostoli e della loro
peculiare missione, è a degli uomini che tale compito viene affidato; ma,
se leggiamo attentamente i racconti evangelici e specialmente quello di
Giovanni, non può non colpire il fatto che la missione profetica,
considerata secondo tutta la sua diversificata ampiezza, viene distribuita tra
uomini e donne. Basti ricordare, per esempio, la Samaritana e il suo dialogo con
Cristo presso il pozzo di Giacobbe a Sicar (cfr. Gv 4,1-42): è a lei,
samaritana e per giunta peccatrice, che Gesù rivela le profondità
del vero culto a Dio, al quale non importa il luogo ma l'atteggiamento
dell'adorazione «in spirito e verità».
E che dire delle sorelle di Lazzaro, Maria e Marta? I Sinottici, a proposito
della «contemplativa» Maria, annotano la preminenza riconosciuta da
Cristo alla contemplazione rispetto all'azione (cfr. Lc 10,42). Più
importante ancora è quanto scrive san Giovanni nel contesto della
risurrezione di Lazzaro, loro fratello. In questo caso è a Marta, la più
«attiva» delle due, che Gesù rivela i misteri profondi della
sua missione: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se
muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno»
(Gv 11,25-26). Il mistero pasquale è contenuto in queste parole rivolte
ad una donna.
Ma procediamo nel racconto evangelico ed entriamo nella narrazione della
Passione. Non è forse un dato incontestabile che proprio le donne furono
più vicine a Cristo sulla via della croce e nell'ora della morte? Un
uomo, Simone di Cirene, viene costretto a portare la croce (cfr. Mt 27,32);
numerose donne di Gerusalemme invece spontaneamente gli dimostrano compassione
lungo la «via crucis» (cfr. Lc 23,27). La figura della Veronica, pur
non biblica, ben esprime i sentimenti delle donne di Gerusalemme sulla via
dolorosa.
Sotto la croce c'è soltanto un apostolo, Giovanni di Zebedeo, mentre
ci sono diverse donne (cfr. Mt 27,55-56): la Madre di Cristo, che, secondo la
tradizione, l'aveva accompagnato nel cammino verso il Calvario; Salome, la madre
dei figli di Zebedeo, Giovanni e Giacomo; Maria, madre di Giacomo il minore e di
Giuseppe; e Maria di Magdala. Tutte intrepidi testimoni dell'agonia di Gesù;
tutte presenti nel momento dell'unzione e della deposizione del suo corpo nel
sepolcro. Dopo la sepoltura, volgendo al termine il giorno prima del sabato,
esse partono, con il proposito però di ritornare, appena consentito. E
saranno loro le prime a recarsi al sepolcro, di buon mattino, il giorno dopo la
festa. Saranno esse le prime testimoni della tomba vuota, e saranno ancora esse
ad informarne gli Apostoli (cfr. Gv 20,1-2). Maria Maddalena, rimasta in lacrime
presso il sepolcro, è la prima ad incontrare il Risorto, che la invia
agli Apostoli, quale prima annunciatrice della sua risurrezione (cfr. Gv
20,11-18). A ragione, pertanto, la tradizione orientale pone Maddalena quasi
alla pari degli Apostoli, essendo stata lei la prima ad annunziare la verità
della risurrezione, seguita poi dagli Apostoli e dai discepoli di Cristo.
Così anche le donne, accanto agli uomini, hanno parte nella missione
profetica di Cristo. E lo stesso si può dire circa la loro partecipazione
alla sua missione sacerdotale e regale. Il sacerdozio universale dei fedeli e la
dignità regale investono uomini e donne. Al riguardo, è quanto mai
illuminante una lettura attenta dei passi della Prima Lettera di san Pietro
(2,9-10) e della Costituzione conciliare Lumen gentium (nn. 10-12; 34-36).
7. In quest'ultima, al capitolo sul Popolo di Dio segue quello sulla
struttura gerarchica della Chiesa. Si parla in esso del sacerdozio ministeriale,
al quale per volontà di Cristo sono ammessi soltanto gli uomini. Oggi, in
alcuni ambienti, il fatto che la donna non possa essere ordinata sacerdote viene
interpretato come una forma di discriminazione. Ma è veramente così?
Certo, la questione potrebbe essere posta in questi termini, se il
sacerdozio gerarchico determinasse una posizione sociale di privilegio,
caratterizzata dall'esercizio del «potere». Ma così non è:
il sacerdozio ministeriale, nel disegno di Cristo, non è espressione di
dominio, ma di servizio. Chi lo interpretasse come «dominio», sarebbe
certamente lontano dall'intenzione di Cristo, che nel Cenacolo iniziò
l'Ultima Cena lavando i piedi agli Apostoli. In questo modo pose fortemente in
rilievo il carattere «ministeriale» del sacerdozio istituito quella
sera stessa. «Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere
servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc
10,45).
Sì, il sacerdozio che oggi ricordiamo con tanta venerazione come
nostra speciale eredità, cari Fratelli, è un sacerdozio
ministeriale! Serviamo il Popolo di Dio! Serviamo la sua missione! Questo nostro
sacerdozio deve garantire la partecipazione di tutti uomini e donne - alla
triplice missione profetica, sacerdotale e regale di Cristo. E non solo il
sacramento dell'Ordine è ministeriale: ministeriale è prima di
tutto la stessa Eucaristia. Affermando: «Questo è il mio Corpo che è
dato per voi (...) Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che
viene versato per voi» (Lc 22,19.20), il Cristo rivela il suo servizio più
grande: il servizio della Redenzione, in cui l'unigenito ed eterno Figlio di Dio
diventa Servo dell'uomo nel senso più pieno e profondo.
8. Accanto a Cristo-Servo, non possiamo dimenticare Colei che è «la
Serva », Maria. San Luca ci informa che, nel momento decisivo
dell'Annunciazione, la Vergine pronunciò il suo «fiat» dicendo:
«Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). Il rapporto del
sacerdote verso la donna come madre e sorella si arricchisce, grazie alla
tradizione mariana, di un altro aspetto: quello del servizio ad imitazione di
Maria serva. Se il sacerdozio è per sua natura ministeriale, occorre
viverlo in unione con la Madre, che è serva del Signore. Allora, il
nostro sacerdozio sarà custodito nelle sue mani, anzi nel suo cuore, e
potremo aprirlo a tutti. Sarà in tal modo fecondo e salvifico, in ogni
sua dimensione.
Voglia la Vergine Santa guardare con particolare affetto a tutti noi, suoi
figli prediletti, in questa festa annuale del nostro sacerdozio. Ci metta nel
cuore soprattutto un grande anelito di santità. Scrivevo nell'Esortazione
apostolica Pastores dabo vobis: «La nuova evangelizzazione ha bisogno di
nuovi evangelizzatori, e questi sono i sacerdoti che si impegnano a vivere il
loro ministero come cammino specifico verso la santità» (n. 82). Il
Giovedì Santo, riportandoci alle origini del nostro sacerdozio, ci
ricorda anche il dovere di tendere alla santità, per essere «ministri
di santità» verso gli uomini e le donne affidati al nostro servizio
pastorale. In questa luce appare quanto mai opportuna la proposta, avanzata
dalla Congregazione per il Clero, di celebrare in ogni diocesi una «Giornata
per la Santificazione dei Sacerdoti» in occasione della festa del Sacro
Cuore, o in altra data più consona alle esigenze ed alle consuetudini
pastorali del luogo. Faccio mia questa proposta, auspicando che tale Giornata
aiuti i sacerdoti a vivere nella conformazione sempre più piena al cuore
del Buon Pastore.
Invocando su tutti voi la protezione di Maria, Madre della Chiesa, Madre dei
sacerdoti, con affetto vi benedico.
Dal Vaticano, 25 Marzo 1995, Solennità dell'Annunciazione del
Signore.