LETTERA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AI
SACERDOTI PER IL GIOVEDĚ SANTO 1998
Carissimi Fratelli nel sacerdozio!
Con la mente ed il cuore rivolti al Grande Giubileo, celebrazione solenne
del bimillenario della nascita di Cristo ed inizio del terzo millennio
cristiano, desidero invocare con voi lo Spirito del Signore, al quale è
particolarmente dedicata la seconda tappa dell'itinerario spirituale di
immediata preparazione all'Anno Santo del Duemila.
Docili alle sue amorevoli ispirazioni, ci disponiamo a vivere con intensa
partecipazione questo tempo favorevole, implorando dal Datore dei
doni le grazie necessarie per discernere i segni della salvezza e rispondere
con piena fedeltà alla chiamata di Dio.
Un intimo legame unisce il nostro sacerdozio allo Spirito Santo ed alla sua
missione. Nel giorno dell'Ordinazione presbiterale, in virtù di una
singolare effusione del Paraclito, il Risorto ha rinnovato in ciascuno di noi
quanto operò nei suoi discepoli la sera di Pasqua, e ci ha costituiti
continuatori della sua missione nel mondo (cfr Gv 20,21-23). Questo dono
dello Spirito, con la sua misteriosa potenza santificatrice, è fonte e
radice dello speciale compito di evangelizzazione e di santificazione a noi
affidato.
Il Giovedì Santo, giorno nel quale commemoriamo la Cena del Signore,
pone davanti ai nostri occhi Gesù, Servo « obbediente fino alla
morte » (Fil 2,8), che istituisce l'Eucaristia e l'Ordine sacro
quali segni singolari del suo amore. Egli ci lascia questo straordinario
testamento d'amore, perché si perpetui in ogni tempo e dappertutto il
mistero del suo Corpo e del suo Sangue e gli uomini possano accostarsi alla
sorgente inesauribile della grazia. Esiste forse per noi sacerdoti un momento più
opportuno e suggestivo di questo per contemplare l'opera dello Spirito
Santo in noi e per implorare i suoi doni al fine di conformarci sempre più
a Cristo, Sacerdote della Nuova Alleanza?
1. Lo Spirito Santo creatore e santificatore
Veni Creator Spiritus, Mentes tuorum visita, Imple superna
gratia, Quae tu creasti pectora.
Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della
tua grazia i cuori che hai creato.
Questo antico canto liturgico richiama alla mente di ogni sacerdote il
giorno della sua Ordinazione, rievocando i propositi di piena disponibilità
all'azione dello Spirito Santo, formulati in così singolare circostanza.
Gli ricorda, altresì, la speciale assistenza del Paraclito ed i tanti
momenti di grazia, di gioia e di intimità, che il Signore gli ha dato di
gustare nel corso della sua vita.
La Chiesa, che nel Simbolo Niceno-Costantinopolitano proclama la sua fede
nello Spirito Santo Signore e Datore di vita, pone bene in chiara luce
il ruolo che Egli svolge accompagnando le vicende umane e, in modo particolare,
quelle dei discepoli del Signore in cammino verso la salvezza.
Egli è lo Spirito creatore, che la Scrittura presenta all'inizio
della storia umana, mentre « aleggiava sulle acque » (Gn
1,2) e, agli esordi della redenzione, quale artefice dell'Incarnazione del Verbo
di Dio (cfr Mt 1,20; Lc 1,35).
Consustanziale al Padre e al Figlio, Egli è, « nell'assoluto
mistero di Dio uno e trino, la Persona-amore, il dono increato, che è
fonte eterna di ogni elargizione proveniente da Dio nell'ordine della creazione,
il principio diretto e, in certo senso, il soggetto dell'autocomunicazione di
Dio nell'ordine della grazia. Di questa elargizione, di questa divina
autocomunicazione il mistero dell'Incarnazione costituisce il culmine » (Dominum
et vivificantem, 50).
Lo Spirito Santo orienta la vita terrena di Gesù verso il
Padre. Grazie al suo misterioso intervento, il Figlio di Dio viene
concepito nel seno di Maria Vergine (cfr Lc 1,35) e si fa uomo. È
ancora lo Spirito che, scendendo su Gesù in forma di colomba, lo
manifesta come Figlio del Padre nel battesimo al Giordano (cfr Lc
3,21-22) e, subito dopo, lo spinge nel deserto (cfr Lc 4,1). Dopo la
vittoria sulle tentazioni, Gesù inizia la sua missione « con la
potenza dello Spirito Santo » (Lc 4,14): in Lui, trasalisce di
gioia e benedice il Padre per il suo provvido disegno (cfr Lc 10,21);
con Lui scaccia i demoni (cfr Mt 12,28; Lc 11,20). Nell'ora
drammatica della croce offre se stesso « con uno Spirito eterno » (Eb
9,14), per mezzo del quale è poi risuscitato (cfr Rm 8,11) e «
costituito Figlio di Dio con potenza » (Rm 1,4).
La sera di Pasqua, agli Apostoli riuniti nel Cenacolo Gesù risorto
dice: « Ricevete lo Spirito Santo » (Gv 20,22) e, dopo averne
promesso una successiva effusione, affida loro la salvezza dei fratelli,
inviandoli per le strade del mondo: « Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono
con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,19-20).
La presenza di Cristo nella Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi èresa
viva ed efficace nell'animo dei credenti dall'opera del Consolatore (cfr
Gv 14,26). Anche per la nostra epoca lo Spirito è « l'agente
principale della nuova evangelizzazione [...] costruisce il Regno di Dio nel
corso della storia e prepara la sua piena manifestazione in Gesù Cristo,
animando gli uomini nell'intimo e facendo germogliare all'interno del vissuto
umano i semi della salvezza definitiva che avverrà alla fine dei tempi »
(Tertio millennio adveniente, 45).
2. Eucaristia e Ordine, frutti dello Spirito
Qui diceris Paraclitus, Altissimi donum Dei, Fons vivus, ignis,
caritas Et spiritalis unctio.
O dolce Consolatore, dono del Padre altissimo, acqua viva,
fuoco, amore, santo crisma dell'anima.
Con queste parole la Chiesa invoca lo Spirito Santo quale spiritalis
unctio, crisma dell'anima. Per mezzo dell'unzione dello Spirito nel grembo
immacolato di Maria, il Padre ha consacrato sommo ed eterno Sacerdote della
Nuova Alleanza Cristo, il quale ha voluto condividere il suo sacerdozio con noi,
chiamandoci ad essere suo prolungamento nella storia per la salvezza dei
fratelli.
Nel Giovedì Santo, Feria quinta in Cena Domini, noi sacerdoti
siamo invitati a rendere grazie con tutta la comunità dei credenti per il
dono dell'Eucaristia e ad acquisire rinnovata consapevolezza della grazia
della nostra speciale vocazione. Siamo, altresì, spinti ad affidarci
con cuore giovane e disponibilità piena all'azione dello Spirito,
lasciandoci da Lui conformare ogni giorno a Cristo sacerdote.
Il Vangelo di Giovanni con termini ricchi di tenerezza e di mistero
riferisce il racconto di quel primo Giovedì Santo, nel quale il Signore,
a mensa con i discepoli nel Cenacolo, « dopo aver amato i suoi che erano
nel mondo, li amò sino alla fine » (13,1). Sino alla fine!
Sino all'istituzione dell'Eucaristia, anticipazione del Venerdì Santo,
del sacrificio della croce e dell'intero mistero pasquale. Durante l'Ultima
Cena, Cristo prende il pane fra le mani e pronuncia le prime parole della
consacrazione: « Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi
». Subito dopo, proclama sul calice colmo di vino le successive parole
della consacrazione: « Questo è il calice del mio sangue per la
nuova ed eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati
», ed aggiunge: « Fate questo in memoria di me ». Si compie così,
nel Cenacolo, in modo incruento il Sacrificio della Nuova Alleanza, che sarà
realizzato nel sangue il giorno successivo, quando Cristo dirà sulla
croce: « Consummatum est » « Tutto è
compiuto! » (Gv 19,30).
Questo Sacrificio, offerto una volta per tutte sul Calvario, è
affidato agli Apostoli, in virtù dello Spirito Santo, come il Santissimo
Sacramento della Chiesa. Per impetrare il misterioso intervento dello Spirito,
la Chiesa prima delle parole della consacrazione implora: « Ora ti
preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo,
perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo, tuo Figlio e
nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri » (Preghiera
Eucaristica III). Senza la potenza del divino Spirito, come potrebbero,
infatti, labbra umane far sì che il pane e il vino diventino il Corpo e
il Sangue del Signore, sino alla fine del mondo? È soltanto grazie
alla potenza dello Spirito divino che la Chiesa può incessantemente
confessare il grande mistero della fede: « Annunziamo la tua morte,
Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta! ».
Eucaristia e Ordine sono frutti del medesimo Spirito: « Come nella
Santa Messa Egli è l'artefice della transustanziazione del pane e del
vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, così nel sacramento dell'Ordine
Egli è l'artefice della consacrazione sacerdotale o episcopale » (Dono
e mistero, p. 53).
3. I doni dello Spirito Santo
Tu septiformis munere Digitus paternae dexterae Tu rite
promissum Patris, Sermone ditans guttura.
Dito della mano di Dio, promesso dal Salvatore, irradia i tuoi
sette doni, suscita in noi la parola.
Come non riservare una particolare riflessione ai doni dello Spirito Santo,
che la tradizione della Chiesa, sulla scia delle fonti bibliche e patristiche,
indica come sacro Settenario? Questa dottrina ha avuto un'attenta
considerazione da parte della teologia scolastica, che ne ha ampiamente
illustrato il significato e le caratteristiche.
« Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida:
Abbà, Padre! » (Gal 4,6). « Tutti quelli che sono
guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio [...] Lo Spirito stesso
attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio » (Rm 8,14.16). Le
parole dell'apostolo Paolo ci ricordano che dono fondamentale dello Spirito è
la grazia santificante (gratia gratum faciens), insieme alla quale si
ricevono le virtù teologali: fede, speranza e carità, e tutte le
virtù infuse (virtutes infusae), che abilitano ad agire sotto
l'influsso dello stesso Spirito. Nell'anima, illuminata dalla grazia celeste,
tale corredo soprannaturale è completato dai doni dello Spirito Santo. A
differenza dei carismi, che sono concessi per l'altrui utilità, questi
doni sono offerti a tutti, perché ordinati alla santificazione ed al
perfezionamento della persona.
I loro nomi sono noti. Li menziona il profeta Isaia delineando la figura del
futuro Messia: « Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito
di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di
conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore »
(11, 2-3). Il numero dei doni sarà poi portato a sette dalla versione dei
Settanta e dalla Volgata, che aggiungono la pietà, eliminando dal
testo isaiano la ripetizione del timore del Signore.
Già sant'Ireneo ricorda il Settenario ed aggiunge: « Il
Signore diede lo stesso Spirito alla Chiesa [...] mandando sulla terra il
Consolatore » (Adv. haereses III, 17, 3). San Gregorio Magno, per
parte sua, illustra la dinamica soprannaturale introdotta nell'anima dallo
Spirito, elencando i doni nell'ordine inverso: « Mediante il timore ci
eleviamo infatti alla pietà, dalla pietà alla scienza, dalla
scienza otteniamo la forza, dalla forza il consiglio, con il consiglio
progrediamo verso l'intelligenza e con l'intelligenza verso la sapienza e così,
per la grazia settiforme dello Spirito, ci è aperto al termine delle
ascensioni, l'ingresso alla vita celeste » (Hom. in Hezech.,
II, 7, 7).
I doni dello Spirito Santo commenta il Catechismo della Chiesa
Cattolica , essendo una particolare sensibilizzazione dell'anima umana
e delle sue facoltà all'azione del Paraclito, « completano e portano
alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono. Rendono docili i
fedeli ad obbedire con prontezza alle ispirazioni divine » (n. 1831). La
vita morale dei cristiani è, cioè, sorretta da tali «
disposizioni permanenti che rendono l'uomo docile a seguire le mozioni dello
Spirito Santo » (ibid., n. 1830). Con essi viene portato a maturità
l'organismo soprannaturale che, mediante la grazia, si costituisce in ogni uomo.
I doni, infatti, si adattano mirabilmente alle nostre disposizioni spirituali,
perfezionandole ed aprendole in modo particolare all'azione di Dio stesso.
4. Influsso sull'uomo dei doni dello Spirito
Accende lumen sensibus Infunde amorem cordibus; Infirma nostri
corporis Virtute firmans perpeti.
Sii luce all'intelletto fiamma ardente nel cuore; sana le nostre
ferite col balsamo del tuo amore.
Mediante lo Spirito, Dio si fa intimo alla persona e penetra sempre di più
nel mondo umano: « Dio uno e trino, che in se stesso "esiste"
come trascendente realtà di dono interpersonale, comunicandosi nello
Spirito Santo come dono all'uomo, trasforma il mondo umano dal di dentro,
dall'interno dei cuori e delle coscienze » (Dominum et vivificantem,
59).
Nella grande tradizione scolastica questa verità conduce a
privilegiare l'azione dello Spirito nella vicenda umana ed a porre in
evidenza l'iniziativa salvifica di Dio nella vita morale: pur non annullando la
nostra personalità, né privandoci della libertà, Egli ci
salva al di là delle nostre aspettative e dei nostri progetti. I doni
dello Spirito Santo rientrano in tale logica, essendo « perfezioni
dell'uomo che lo dispongono a seguire prontamente la mozione divina » (S.
Tommaso, Summa Theologiae I-II, q. 68, a. 2).
Con i sette doni è data al credente la possibilità di
un rapporto personale ed intimo col Padre, nella libertà che è
propria dei figli di Dio. È quanto sottolinea san Tommaso, rilevando come
lo Spirito Santo ci induca ad agire non per forza ma per amore: « I figli
di Dio egli afferma sono mossi dallo Spirito Santo liberamente,
per amore, non servilmente, per timore » (Contra gentiles, IV, 22).
Lo Spirito rende gli atti del cristiano deiformi, cioè in
sintonia con il modo di pensare, di amare e di agire divino, così che il
credente diventa segno riconoscibile della Santissima Trinità nel mondo.
Sostenuto dall'amicizia del Paraclito, dalla luce del Verbo, dall'amore del
Padre, egli può audacemente proporsi di imitare la perfezione divina (cfr
Mt 5,48).
Lo Spirito agisce secondo un duplice ambito d'intervento, come ricordava il
mio venerato predecessore, il Servo di Dio Paolo VI: « Il primo campo è
quello delle singole anime [...] è il nostro io: in questa cella profonda
e a noi stessi misteriosa della nostra esistenza, entra il soffio dello Spirito
Santo; si diffonde nell'anima con quel primo e sommo carisma che chiamiamo grazia,
che è come una vita nuova, e subito la abilita ad atti che superano la
sua efficienza naturale ». Il secondo campo « in cui si effonde la
virtù della Pentecoste » è il « corpo visibile della
Chiesa [...] Certamente "Spiritus ubi vult spirat" (Gv
3,8); ma, nell'economia stabilita da Cristo, lo Spirito percorre il canale del
ministero apostolico ». È in virtù di questo ministero che ai
sacerdoti è data la potestà di trasmettere lo Spirito ai fedeli «
nell'annuncio autorizzato e autorevole della Parola di Dio, nella guida del
Popolo cristiano e nella distribuzione dei sacramenti (cfr 1 Cor 4,1),
fonti appunto della grazia, cioè dell'azione santificante del Paraclito »
(Omelia per la Pentecoste, 25 maggio 1969).
5. I doni dello Spirito nella vita del sacerdote
Hostem repellas longius, Pacemque dones protinus: Ductore sic
te praevio Vitemus omne noxium
Difendici dal nemico, reca in dono la pace, la tua guida
invincibile ci preservi dal male.
Lo Spirito Santo ristabilisce nel cuore umano la piena armonia con Dio e,
assicurandogli la vittoria sul Maligno, lo apre alle dimensioni universali
dell'amore divino. In questo modo Egli fa passare l'uomo dall'amore di se stesso
all'amore della Trinità, introducendolo all'esperienza della libertà
interiore e della pace, ed avviandolo a fare della propria vita un dono. Con il
sacro Settenario lo Spirito guida così il battezzato verso la
piena configurazione a Cristo e la totale sintonizzazione con le prospettive del
Regno di Dio.
Se questa è la strada su cui lo Spirito sospinge dolcemente ogni
battezzato, una speciale attenzione Egli non manca di riservare a coloro che
sono stati insigniti dell'Ordine sacro, in vista di un conveniente adempimento
del loro impegnativo ministero. Così, con il dono della sapienza,
lo Spirito conduce il sacerdote a valutare ogni cosa alla luce del Vangelo,
aiutandolo a leggere nelle proprie vicende ed in quelle della Chiesa il
misterioso ed amorevole disegno del Padre; con l'intelletto, favorisce
in lui una più profonda penetrazione della verità rivelata,
spingendolo a proclamare con convinzione e forza il lieto annuncio della
salvezza; con il consiglio, lo Spirito illumina il ministro di Cristo
perché sappia orientare il proprio agire secondo le vedute della
Provvidenza, senza farsi condizionare dai giudizi del mondo; con il dono della
fortezza lo sostiene tra le difficoltà del ministero,
infondendogli la necessaria « parresia » nell'annuncio del Vangelo
(cfr At 4,29.31); col dono della scienza, lo dispone a
comprendere e ad accettare l'intreccio talvolta misterioso delle cause seconde
con la Causa prima nelle vicende del cosmo; con il dono della pietà,
ravviva in lui il rapporto di intima comunione con Dio e di fiducioso abbandono
alla sua provvidenza; infine, con il timore di Dio, ultimo nella
gerarchia dei doni, lo Spirito consolida nel sacerdote la coscienza della
propria fragilità umana e dell'indispensabile ruolo della grazia divina,
giacché « né chi pianta, né chi irriga è
qualche cosa, ma è Dio che fa crescere » (1 Cor 3,7).
6. Lo Spirito introduce nella vita trinitaria
Per te sciamus da Patrem, Noscamus atque Filium, Teque utriusque
Spiritum Credamus omni tempore.
Luce d'eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e
del Figlio uniti in un solo Amore.
Com'è suggestivo immaginare queste parole sulle labbra del sacerdote
che, insieme con i fedeli affidati alle sue cure pastorali, cammina incontro al
suo Signore! Egli sospira di giungere con loro alla vera conoscenza del Padre e
del Figlio e di passare così dall'esperienza « per speculum in
aenigmate » (1 Cor 13,12) dell'opera del Paraclito nella
storia, alla contemplazione « facie ad faciem » (ibid.)
della vivente e palpitante Realtà trinitaria. Egli è ben
consapevole di affrontare « su delle piccole barche una lunga traversata »
e di muoversi verso il cielo « servendosi di piccole ali » (Gregorio
Nazianzeno, Poemi teologici, 1); ma sa anche di poter contare su Colui
che ha avuto il compito di insegnare ai discepoli ogni cosa (cfr Gv
14,26).
Avendo imparato a leggere i segni dell'amore di Dio nella sua storia
personale, il sacerdote, man mano che si avvicina l'ora dell'incontro supremo
con il Signore, rende sempre più pressante ed intensa la sua preghiera
nel desiderio di adeguarsi con fede matura alla volontà del Padre, del
Figlio e dello Spirito.
Il Paraclito, « scala della nostra ascesa a Dio » (Ireneo, Adv.
haereses, III, 24, 1), lo attira al Padre, mettendogli nel cuore il
desiderio ardente di vedere il suo volto. Gli fa conoscere tutto ciò che
riguarda il Figlio, attirandolo a Lui con nostalgia crescente. Lo illumina sul
mistero della sua stessa Persona, portandolo a percepirne la presenza nel
proprio cuore e nella storia.
Così, tra le gioie e gli affanni, le sofferenze e le speranze del
ministero, il sacerdote impara a confidare nella vittoria finale dell'amore
grazie all'indefettibile azione del Paraclito che, nonostante i limiti degli
uomini e delle istituzioni, conduce la Chiesa a vivere in pienezza il mistero
dell'unità e della verità. Egli sa, di conseguenza, di potersi
affidare alla potenza della Parola di Dio, che supera ogni umana parola, ed alla
forza della grazia, che vince i peccati e le insufficienze degli uomini. Questo
lo rende forte, nonostante l'umana fragilità, nel momento della prova e
pronto a tornare col cuore al Cenacolo, dove, perseverando nella preghiera con
Maria e con i fratelli, può ritrovare l'entusiasmo necessario per
riprendere la fatica del servizio apostolico.
7. Prostrati alla presenza dello Spirito
Deo Patri sit gloria, Et Filio, qui a mortuis Surrexit, ac
Paraclito, In saeculorum saecula. Amen.
A Dio Padre sia gloria, al Figlio che è risorto e allo
Spirito Paraclito, per i secoli in eterno. Amen.
Mentre oggi, Giovedì Santo, meditiamo sulla nascita del nostro
Sacerdozio, torna alla mente di ciascuno di noi il momento liturgico altamente
suggestivo della prostrazione sul pavimento, il giorno della nostra Ordinazione
presbiterale. Quel gesto di profonda umiltà e di ubbidiente apertura è
stato quanto mai opportuno per predisporre il nostro animo alla sacramentale
imposizione delle mani, mediante la quale lo Spirito Santo è entrato in
noi per compiere la sua opera. Dopo esserci alzati da terra, ci siamo
inginocchiati davanti al Vescovo per essere ordinati presbiteri ed abbiamo
ricevuto poi da lui l'unzione delle mani per la celebrazione del santo
Sacrificio, mentre l'assemblea cantava: « acqua viva, fuoco, amore, santo
crisma dell'anima ».
Questi gesti simbolici, che indicano la presenza e l'azione dello Spirito
Santo, ci invitano a tornare ogni giorno a tale esperienza per consolidare in
noi i suoi doni. È importante, infatti, che Egli continui ad operare in
noi e che noi camminiamo sotto la sua influenza, ma, più ancora, che sia
Lui stesso ad agire per nostro mezzo. Quando la tentazione si fa insidiosa e le
forze umane vengono meno, allora è il momento di invocare più
ardentemente lo Spirito, perché venga in aiuto alla nostra debolezza e ci
consenta di essere prudenti e forti come vuole Dio. È necessario
mantenere il cuore costantemente aperto a questa azione che eleva e nobilita le
forze dell'uomo e conferisce quella profondità spirituale che introduce
alla conoscenza ed all'amore dell'ineffabile mistero di Dio.
Carissimi Fratelli nel sacerdozio! La solenne invocazione dello Spirito
Santo e il suggestivo gesto di umiltà compiuto durante l'Ordinazione
sacerdotale hanno fatto echeggiare anche nella nostra vita il fiat
dell'Annunciazione. Nel silenzio di Nazareth, Maria si rende per sempre
disponibile alla volontà del Signore e, per opera dello Spirito Santo,
concepisce il Cristo, salvezza del mondo. Tale iniziale obbedienza percorre
tutta la sua esistenza terrena e raggiunge il culmine ai piedi della Croce.
Il sacerdote è chiamato a commisurare costantemente il suo fiat
a quello di Maria, lasciandosi come Lei condurre dallo Spirito. La Vergine lo
sosterrà nelle sue scelte di povertà evangelica e lo renderà
disponibile all'ascolto umile e sincero dei fratelli, per cogliere nei loro
drammi e nelle loro aspirazioni i « gemiti dello Spirito » (cfr Rm
8,26); lo renderà capace di servirli con illuminata discrezione, per
educarli ai valori evangelici; lo renderà intento a cercare con
sollecitudine « le cose di lassù » (Col 3,1), per
essere testimone convincente del primato di Dio.
La Vergine lo aiuterà ad accogliere il dono della castità come
espressione di un amore più grande, che lo Spirito suscita in vista della
generazione alla vita divina di una moltitudine di fratelli. Ella lo condurrà
sulle vie dell'obbedienza evangelica, perché si lasci guidare dal
Paraclito, oltre i propri progetti, verso la totale adesione ai pensieri di Dio.
Accompagnato da Maria, il sacerdote saprà rinnovare ogni giorno la
sua consacrazione fino a quando, sotto la guida dello stesso Spirito invocato
con fiducia nell'itinerario umano e sacerdotale, entrerà nell'oceano di
luce della Trinità.
Invoco su tutti voi, per intercessione di Maria, Madre dei sacerdoti, una
speciale effusione dello Spirito d'amore.
Vieni Spirito Santo! Vieni a rendere fecondo il nostro servizio a Dio e ai
fratelli!
Con rinnovato affetto e auspicando ogni divina consolazione per il vostro
ministero, di gran cuore imparto a tutti voi una speciale Benedizione
Apostolica.
Dal Vaticano, 25 marzo, Solennità dell'Annunciazione del Signore,
dell'anno 1998, ventesimo di Pontificato.
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