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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II 
PER LA GIORNATA MONDIALE DELL
EMIGRAZIONE 1988

 

Venerati fratelli,
carissimi figli e figlie!

1. Ancora una volta, in occasione della “Giornata Mondiale del Migrante”, desidero rivolgere il pensiero a tutti coloro che sono in qualche modo toccati da questo fenomeno, che ha assunto tanta importanza nel mondo contemporaneo. Avendo ancor viva nell’animo l’eco dell’anno mariano, recentemente concluso, mi piace guardare ai migranti nella luce di Maria, la quale, “per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce, per così dire, e riverbera i massimi dati della fede” (Lumen Gentium, 65).

La Vergine santa, in verità, per il modo con cui visse la sua vicenda umana, si pone come punto di riferimento per i migranti ed i rifugiati. La sua vita terrena fu segnata da un continuo peregrinare da un luogo all’altro: l’accorrere in grande fretta presso la sua cugina Elisabetta; il trasferimento a Betlemme per il censimento, dove, in mancanza di altro posto a disposizione, partorì il Figlio in una grotta; il viaggio a Gerusalemme per la presentazione di Gesù al tempio; il muoversi sollecito e discreto al seguito di Gesù nella sua attività apostolica in Palestina la presenza di sofferta compartecipazione al Calvario.

Maria, inoltre, conobbe per diretta esperienza il travaglio dell’esilio e dell’emigrazione in terra straniera; vi fu costretta dalla minaccia che incombeva sulla vita di Gesù. “L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe per dirgli: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto . . ., perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo” (Mt 2, 13). Si trattò di una fuga improvvisa, attuata nel cuore della notte, in un clima drammatico, in cui non mancarono certo quelle tribolazioni ed angosce che, voi migranti e rifugiati, purtroppo ben conoscete: il trauma del distacco dalle persone e dalle cose, l’abbandono delle più care speranze, il camminare per luoghi sconosciuti, la difficile ricerca di un riparo in terra straniera, dove tutto è ignoto, l’incertezza di un lavoro che consenta di procurarsi i mezzi di sussistenza, il clima di sospetto, di discriminazione, di rifiuto, che non di rado s’avverte all’intorno, la precarietà delle situazioni che rende insicuro ogni programma di vita per sé e per i familiari, in particolare per i figli.

Nelle vicende della Vergine santissima appaiono così anticipati e quasi rispecchiati non pochi aspetti della vostra personale vicenda. Nella luce di lei, anzi, voi potete cogliere un singolare rapporto tra la vostra esperienza e la stessa storia della salvezza.

2. Il Concilio Vaticano II, com’è noto, stabilisce un’analogia fra la Chiesa, Popolo di Dio in cammino, e il popolo di Israele in cammino nel deserto (Lumen Gentium, 9). Ma tale cammino aveva già avuto inizio con l’ordine dato da Dio al capostipite Abramo di partire per una terra sconosciuta: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò. Ed egli subito partì, come gli aveva indicato il Signore” (Gen 12, 1). Il suo camminare è il suo credere: l’obbedienza fa di lui il padre dei credenti. Dietro i passi di Abramo si muovono i Patriarchi, sorretti dalla speranza di dare vita ad un popolo nuovo, quello dell’alleanza. Al cammino dei Patriarchi si riannoda successivamente quello dell’Esodo, la cui meta è la terra promessa.

Col tempo, tuttavia, il linguaggio relativo al cammino geografico assume valenze di ordine spirituale: il muoversi sulle strade della terra è visto come un segno del cammino di fede, del comportamento morale e della ricerca di Dio.

La Chiesa, che ama definirsi nuovo Popolo di Dio, pellegrinante nella storia, assume ed applica a sé questo significato e si esprime con lo stesso linguaggio. Per san Paolo i cristiani sono esuli in cammino verso la patria: nella loro vita acquistano una nuova luce le vicende dell’Esodo: la nube, il passaggio del mare, l’acqua della roccia, il serpente di bronzo (1 Cor 10). San Pietro si rivolge ai cristiani come a forestieri e viandanti, che debbono vivere nel timore di Dio il tempo del loro pellegrinaggio terreno (1 Pt 1, 2. 11).

Così la prospettiva biblica delinea la vita del credente come un cammino di speranza che si indirizza verso Dio e si qualifica appunto come un pellegrinaggio per la tenacia contro le difficoltà, la resistenza contro le tentazioni e il coraggio nel professare la fede.

Fra tutte le esperienze umane Dio ha voluto scegliere quella della migrazione per significare il suo progetto di salvezza dell’uomo. Il cammino appare lo sfondo più adatto per salvare l’uomo nei limiti della sua precarietà e coglierlo nella sua tensione verso la liberazione definitiva.

3. La figura di Maria è intessuta, per così dire, con i fili della storia della salvezza. Ella riassume in sé tutte le attese e tutte le disposizioni più mature del suo popolo. Ella viene da un popolo e si impegna per un popolo: manifesta così sia la continuità dell’alleanza di Dio e degli uomini, sia la differenza e la novità apportate da Cristo. Ella appartiene agli umili e ai poveri del Signore, i quali con fiducia camminano verso di lui per ricevere la salvezza. “Maria - ho scritto nell’enciclica Redemptoris Mater - avanzò nella peregrinazione della fede . . . Il duplice legame che unisce la Madre di Dio al Cristo e alla Chiesa acquista un significato storico. Né si tratta soltanto della storia della Vergine Madre, del suo personale itinerario di fede . . ., ma della storia di tutto il Popolo di Dio, di tutti coloro che prendono parte alla stessa peregrinazione della fede” (Redemptoris Mater, 5). La peregrinazione del Popolo di Dio passa per sentieri tortuosi, il cui tracciato si fa spesso labile ed incerto, fino a perdersi talvolta nel tunnel oscuro di situazioni oppressive, per le quali non si vedono sbocchi. L’unica guida rimane allora la fede, e l’unico sostegno la preghiera. Tale fu il cammino di fede, percorso da Maria. Le viene annunciato che, senza conoscere uomo, avrebbe partorito il Figlio Gesù, salvatore del suo popolo, erede del trono di David, Figlio dell’Altissimo. Ma tali assicurazioni non costituiscono una facilitazione nello svolgimento del suo compito, né un salvacondotto contro le avversità. Al contrario, da quelle promesse ha inizio il suo itinerario di fede. A Betlemme non c’è posto per questo Figlio. Successivamente le viene svelato che le circostanze in cui egli svolgerà la sua missione saranno la contraddizione e l’incomprensione, e che in tale destino di sofferenza sarà coinvolta anche lei: una spada le trafiggerà l’anima. Altre tappe dolorose segnano il suo cammino, quali la fuga in Egitto e lo smarrimento di Gesù nel tempio. Ma, sorretta dalla fede nell’adempimento delle promesse del Signore, ella vive queste vicende nella fiducia e nella conformità al volere del Signore. “Maria da parte sua serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).

4. La beatitudine della fede di Maria raggiunge il suo pieno significato ai piedi della croce, dove ella, con animo materno, si associò al sacrificio di Gesù: “Avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione con il Figlio fino alla croce” (Lumen Gentium, 58). Qui Gesù conferma la funzione di Maria come madre sollecita per i figli, quale già si era mostrata in occasione delle nozze di Cana. Qui troviamo “il riflesso e il prolungamento della sua maternità verso il Figlio di Dio” (Redemptoris Mater, 24). Maria viene posta come punto di riferimento per la Chiesa e per i singoli nel cammino di fede verso il Signore. Per questo brilla “quale segno di sicura speranza e di consolazione” per il peregrinante Popolo di Dio (Lumen Gentium, 68).

In lei, dunque, cari migranti, abbiate fiducia. A lei affidatevi in tutte le pene inerenti alla vostra condizione. Credete nell’amore di Dio per voi, anche quando è difficile vederlo o avvertirlo negli avvenimenti o nel comportamento degli uomini. Ricorrete sempre a Maria, ricorrete a Maria con ferma fiducia! E ricordate che ciò non significa cercare in lei comprensione soltanto per il tempo dell’emergenza, in attesa di riacquistare una sicurezza umana per poi adagiarsi in essa, quasi ciechi ad un destino superiore e sordi all’incontro con Dio. Al contrario ricorrere a Maria e affidarsi a lei significa allargare la speranza a quegli spazi, in cui Dio può entrare e operare. Maria è l’inizio di un popolo che riceve il Salvatore. Ella conosce la miseria e la debolezza degli uomini, ma sa anche che ogni male, compreso il peccato, non ha l’ultima parola sull’uomo. Ella ha fatto l’esperienza della croce e sa che si può “stare in piedi” accanto ad essa. Per questo canta la gioia di coloro che hanno fatto posto a Dio nella propria vita. Proclamata beata perché ha creduto alla realizzazione delle promesse del Signore, ella si effonde in quel canto di esultanza e di gioia che è il “Magnificat”, mirabile professione di fede nella potenza del Dio fedele e misericordioso. Il “Magnificat” è il compendio del Vangelo, di cui costituisce come l’introduzione: è la buona novella annunciata ai poveri. Operando nella storia degli uomini, Dio si oppone alla boria dei superbi che emarginano i miseri, all’arroganza dei potenti che opprimono i deboli, alla cupidigia degli accaparratori di ricchezze ai danni dei poveri, e interviene per rinfrancare gli infelici, per sollevare gli umili e ricolmare di beni gli indigenti. Egli è “il Dio degli umili, il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati” (Gdt 9, 11).

5. In Maria, inoltre, è simboleggiato l’intero popolo credente e pellegrino tra le vicende di questo mondo. In lei si esprime anche l’intera comunità, che annuncia la realtà del regno e ne indica la dinamica. Per questo, il suo canto diventa profezia. Ciò che si è verificato in lei si realizzerà in tutti coloro che credono all’avvento del Regno di Dio. Nel mondo di oggi i superbi, i potenti, i ricchi hanno ancora la meglio sui deboli e sui poveri, che soffrono la miseria e l’emarginazione. L’impegno a ribaltare la situazione secondo la logica del Vangelo costituisce un vero programma etico per i credenti.

La promessa di Dio non si traduce, tuttavia, in evento di salvezza senza la collaborazione dell’uomo. Non è sufficiente credere alla buona causa dei migranti; è necessario impegnarsi a difenderla e a sostenerla.

Questo programma di azione ha molteplici risvolti, da quelli interiori personali a quelli collettivi e perfino strutturali. L’esperienza odierna ci dice, anzi, che questi ultimi hanno una grande importanza nel peregrinare dell’umanità verso la sua pienezza. Nella mia recente enciclica Sollicitudo Rei Socialis ho qualificato come “strutture di peccato” quei fattori negativi che agiscono contro il bene comune, impediscono il cammino dell’umanità verso il suo sviluppo e umiliano la dignità della persona umana. La loro rimozione rientra nel dovere di permanente conversione del cristiano. “Nel «Magnificat» Maria si presenta come modello per coloro che non accettano passivamente le avverse circostanze della vita personale e sociale, né sono vittime della alienazione, come si dice oggi, ma proclamano con lei che Dio innalza gli umili e, se ne è il caso, rovescia i potenti dal trono”. Così affermavo il 30 gennaio 1979 nel Santuario di Zapopán in Messico; e nella citata enciclica Sollicitudo Rei Socialis ho aggiunto: “La materna sollecitudine di Maria si estende agli aspetti personali e sociali della vita degli uomini sulla terra” (Sollicitudo Rei Socialis, 49). Maria, che intona il suo cantico al Signore, diventa un modello straordinario per l’umanità di oggi. Ella impegna tutti gli uomini di buona volontà in questa opera di superamento delle situazioni di peccato. “Attingendo dal cuore di Maria, dalla profondità della sua fede, espressa nelle parole del «Magnificat», la Chiesa rinnova sempre meglio in sé la consapevolezza che non si può separare la verità su Dio che salva, su Dio che è fonte di ogni elargizione, dalla manifestazione del suo amore di preferenza per i poveri e gli umili” (Redemptoris Mater, 37).

6. Desidero affidare a Maria la difficile situazione personale di tanti emigrati, affinché, intercedendo presso il suo Figlio, ottenga loro sollievo e soccorso. Affido a lei la difficile situazione internazionale, il cui squilibrio economico e sociale costringe tante persone a cercare all’estero più degne condizioni di vita. Un aspetto particolare delle migrazioni è oggi costituito appunto “dai milioni di rifugiati, a cui guerre, calamità naturali, persecuzioni e discriminazioni di ogni tipo hanno sottratto la casa, il lavoro, la famiglia e la patria” (Sollicitudo Rei Socialis, 24). Invito tutti a riflettere e ad impegnarsi attivamente per la rimozione delle cause che sono all’origine dello sradicamento di tanti milioni di persone dalle loro terre di origine; ciascuno, per quanto da lui dipende, eserciti l’accoglienza cristiana verso i rifugiati e i migranti, come efficace adempimento della preghiera della liturgia: “O Padre, che hai mandato il tuo Figlio a condividere le nostre fatiche e le nostre speranze e hai posto in lui il centro della vita e della storia, guarda con bontà a quanti migrano per lavoro lungo le vie del mondo, perché trovino dappertutto la solidarietà fraterna che è libertà, pace e giustizia nel tuo amore” (“Orat. in Missam pro Migrantibus”).

A tutti voi, venerati fratelli e figli carissimi, il mio saluto e la benedizione in Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Dal Vaticano, il 4 Ottobre dell’anno 1988, decimo di Pontificato.

 

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