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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II 
PER LA GIORNATA MONDIALE DELL
EMIGRAZIONE 1989

 

Carissimi fratelli e sorelle!

1. L’annuale Giornata Mondiale del Migrante mi offre l’opportunità di rivolgermi ancora una volta a voi, per invitarvi a riflettere su uno dei tanti aspetti del fenomeno delle migrazioni. Alla luce della fede, oltre che della ragione, esso non è solo un evento troppo spesso negativo per il carico di sofferenza e di umiliazione che comporta, ma è anche un’importante realtà umana che può e deve inserirsi nella storia della salvezza. Mentre, infatti, ricorda alla Chiesa la sua condizione di popolo pellegrinante sulla terra alla ricerca della città futura (cf. Lumen Gentium, 9), la migrazione può anche esserle di aiuto nell’adempimento del mandato, ricevuto dal Signore, di annunciare il Vangelo a tutte le creature (cf. Mt 28, 18-20). Questa corrispondenza fra vicenda migratoria e vocazione della Chiesa può suggerire, pertanto, di considerare il contributo specifico che i migranti, proprio per la loro posizione, sono chiamati a dare alla diffusione del Regno di Dio nel mondo.

2. Tutti i credenti, di qualsiasi età e condizione sociale e culturale, debbono condividere l’impegno per l’avvento del Regno di Dio: “Andate anche voi a lavorare nella mia vigna” (Mt 20, 4). E la loro risposta si esprime nella duplice forma della preghiera e dell’azione. Chi veramente crede e si sente coinvolto nell’opera di trasformazione del mondo secondo il piano di Dio non solo prega con le parole di Gesù “Venga il tuo Regno”, ma, a conferma della sincerità di questa preghiera, non può non opporsi alle forze che impediscono la diffusione del Regno e non promuovere positivamente quei valori che di esso sono propri.

In quest’opera molti migranti hanno svolto fin dalle origini un ruolo prezioso. Furono proprio dei migranti i primi missionari che affiancarono e coadiuvarono il lavoro degli apostoli nelle regioni della Giudea e della Samaria. Le migrazioni, come veicolo della fede, hanno rappresentato una costante nella storia della Chiesa e della evangelizzazione di interi paesi. Spesso all’origine di comunità cristiane, oggi fiorenti, troviamo piccole colonie di migranti, che sotto la guida di un sacerdote si radunavano in modeste chiese, per ascoltare la Parola di Dio e chiedere a lui il coraggio di affrontare le prove ed i sacrifici della loro dura condizione.

3. Certamente il contributo che ancor oggi i migranti possono dare all’espansione del Regno di Dio varia a seconda dei luoghi, dei tempi e delle condizioni della società in cui essi si inseriscono.

Oggi molti migranti cattolici lavorano in paesi nei quali il seme evangelico è stato gettato da lungo tempo; è ovvio che qui l’annuncio della fede e la testimonianza cristiana debbano essere inquadrati nella programmazione pastorale della Chiesa locale. A tal fine, chi di essi si occupa dovrà curare, innanzitutto, la catechesi degli adulti, che favorisca la formazione cristiana e la crescita nella fede dei singoli migranti; l’attiva celebrazione dei sacramenti della vita cristiana, a cominciare dal Battesimo; la formazione alla preghiera della comunità in emigrazione; un coerente impegno nella testimonianza della carità. Sono, queste, le vie obbligate perché i migranti diventino operatori di comunione nella diversità e collaborino efficacemente, per parte loro, all’opera della salvezza.

Ci sono poi paesi, in cui la comunità cattolica è costituita quasi esclusivamente da migranti. Sappiano essi che non sono soli, giacché fanno parte della Chiesa universale, mediante la quale sono uniti ai cattolici di ogni terra e nazione. Esorto perciò le Chiese dei paesi di provenienza ad offrire prove concrete di questa unità ecclesiale, inviando sacerdoti ben preparati, disposti a farsi “migranti con i migranti” per la loro conveniente assistenza.

Quanto ai paesi, in cui la maggioranza appartiene ad altre Chiese e confessioni cristiane, mentre riconosco con gioia che la presenza dei migranti cattolici ha contribuito a favorire una più serena comprensione reciproca e, di conseguenza, il movimento ecumenico, esprimo l’augurio che il cammino possa opportunamente continuare fino a raggiungere il traguardo della piena comunione.

4. A causa delle migrazioni popoli estranei al messaggio cristiano hanno conosciuto, apprezzato e spesso abbracciato la fede, grazie alla mediazione dei loro stessi migranti, che, dopo aver ricevuto il Vangelo dalle popolazioni presso le quali erano stati accolti, se ne sono fatti portatori al loro ritorno nel paese di origine.

Tale fenomeno va assumendo oggi dimensioni sempre più vaste. Occorre, perciò, fare in modo che gli emigrati appartenenti a religioni non cristiane trovino sempre nei cristiani una chiara testimonianza dell’amore di Dio in Cristo. L’accoglienza, ad essi riservata, deve essere così cordiale e disinteressata da indurre questi ospiti a riflettere sulla religione cristiana e sulle motivazioni di tale esemplare carità, aiutando così la Chiesa nel suo dovere di far conoscere agli uomini tutta la ricchezza del “mistero nascosto da secoli nella mente di Dio” (Ef 3, 9; 3, 4-12), nel quale possono trovare in pienezza quella verità trascendente che essi cercano a tentoni (cf. At 17, 27).

5. Lo sviluppo tecnico-economico, le mutate relazioni dei cittadini e delle nazioni, i rapporti sempre più ampi e frequenti di interdipendenza, la ricerca di nuove prospettive economiche, il moto diretto a favorire una maggiore unione della famiglia umana e l’incremento raggiunto oggi dai mezzi di comunicazione hanno aperto orizzonti più vasti e introdotto forme nuove rispetto alla situazione di un tempo. Inoltre, la collaborazione stabilitasi in campo scientifico, anche presso i popoli in via di sviluppo, e la fondazione di numerosi istituti di cultura offrono a molti giovani studenti l’opportunità di frequentare le università straniere.

Promovendo così la reciproca conoscenza e la collaborazione internazionale, l’odierna mobilità umana spinge verso l’unità e consolida quel rapporto di fraternità tra i popoli, per cui ciascuno dà e riceve simultaneamente dall’altro. Entro questo quadro di più intensi e frequenti rapporti, gli uomini vedono schiudersi prospettive nuove proprio in ordine a quel settore verso il quale sembra oggi dirigersi il loro impegno: la costituzione di una società capace di applicare il principio dell’interdipendenza e della solidarietà nella soluzione dei gravi problemi internazionali.

Questa prospettiva nuova, rassicurante anche per i migranti, risponde allo spirito del Vangelo, che è messaggio senza frontiere, come senza frontiere sono i valori morali che debbono qualificare ogni società.

6. I vantaggi ed i risultati positivi, ora ricordati, non possono però far dimenticare gli aspetti di sofferenza di precarietà e di insicurezza che connotano tuttora - e forse in modo più drammatico che non in passato - le migrazioni provocate da vari motivi, non esclusi quelli economici. Non poche frontiere tendono a chiudersi; le società di arrivo sono rigidamente strutturate e come stratificate, lasciando poco spazio di inserimento ai nuovi migranti e riservando loro i lavori più umili, più faticosi e meno retribuiti. In queste condizioni essi, anche quando abbiano risolto il problema economico, rimangono sempre poveri dal punto di vista dell’accoglienza, dei diritti, della sicurezza, della possibilità di avanzamento sociale e professionale per sé e per i propri figli: questa situazione ha riflessi immediati nella ricerca del posto di lavoro, dell’alloggio, dell’accesso alle scuole superiori.

Si tratta certamente di una condizione che, nel suo senso di giustizia e di doverosa solidarietà, il credente rifiuta e combatte. Ciò egli fa con spirito cristiano, senza percorrere le vie della violenza e dell’odio. Egli ricorda, fra l’altro, che, come non esiste persona inutile, in quanto immagine di Dio e partecipe della vita di Cristo, così non esiste neppure una sofferenza inutile, da quando il Figlio di Dio ha fatto di essa uno strumento di Redenzione e di vita. Si può combattere l’ingiustizia soffrendo per la giustizia. La costruzione della civiltà dell’amore, a cui anche il migrante deve collaborare, si fonda sulla ricerca attiva, costante, paziente del bene, nonostante il male: “È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che facendo il male” (1 Pt 3, 17). I migranti possono, così, essere testimoni della Croce del Signore, che ha assunto ogni dolore umano e gli conferisce un valore di offerta e di riscatto.

7. Dalla condizione dei migranti emerge un altro importante aspetto della loro testimonianza per il Regno di Dio: la fiducia nei beni superiori, come necessaria prospettiva aperta sulla vicenda umana, quale che sia la condizione dei singoli. I luoghi in cui i migranti vanno a cercare lavoro, sono generalmente in paesi di più diffuso benessere. Ma, in questi, ai mezzi di vita non sempre fanno riscontro le ragioni di vita. Con la testimonianza della loro fede i migranti potranno richiamare l’attenzione di tutti sulla dimensione trascendente della vicenda umana, orientando le attese verso quei beni, nei quali soltanto l’esistenza trova piena giustificazione.

Ad un cristiano attento e sensibile, soprattutto quando si muove in un mondo vario e ricco, qual è quello delle migrazioni, si offrono tante vie e strumenti per diffondere questo messaggio, squisitamente evangelico. Il suo sforzo sarà tanto più efficace, quanto più sarà attuato in comunione con quel sacramento dell’incontro con Dio, che è la Chiesa di Gesù Cristo (cf. Lumen Gentium, 1): e l’azione evangelizzatrice, da lui svolta, sarà tanto più fruttuosa, quanto più vitale sarà il suo rapporto con la Chiesa.

8. Cari migranti, siate sempre consapevoli di essere amati da Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità (cf. 1 Tm 2, 4); consapevoli dell’opera redentrice attuata da Cristo col suo sacrificio, sostenuto per tutti gli uomini senza distinzione di razza o di religione; consapevoli della fraternità universale, per la quale tutti sono chiamati a cooperare per la soluzione dei grandi e difficili problemi della famiglia umana.

Maria, che ha accolto per prima la Parola di Dio ed è immagine della Chiesa e madre della nostra fede, vi porti alla conoscenza piena di Dio. Ella è il modello, sul quale dobbiamo tutti misurare l’autenticità della nostra vita cristiana. “Alla base di ciò che la Chiesa è fin dall’inizio, di ciò che deve continuamente diventare, di generazione in generazione, si trova Maria” (Redemptoris Mater, 27).

Invocando la sua protezione su tutti i migranti e le loro famiglie, a tutti imparto di cuore la benedizione apostolica.

Dal Vaticano, il 10 settembre dell’anno 1989, undicesimo di pontificato.

GIOVANNI PAOLO II

 

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