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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE 1° GENNAIO 1982 LA PACE, DONO DI DIO AFFIDATO AGLI UOMINI Ai giovani, Agli uomini ed alle donne, Alle famiglie ed agli educatori agli individui ed alle
comunità, Ai Capi delle nazioni e dei governi, E' a tutti voi che rivolgo il presente Messaggio all'alba
dell'anno 1982, invitandovi a riflettere con me sul tema della nuova Giornata
Mondiale: la pace, dono di Dio affidato agli uomini. 1. Questa verità si leva dinanzi a noi, quando si tratta di
definire i nostri impegni e di prendere le nostre decisioni. Essa interpella
l'umanità intera, tutti gli uomini e tutte le donne che sanno di essere
responsabili gli uni degli altri e, solidalmente, del mondo. Già alla fine della prima guerra mondiale, il mio predecessore,
il Papa Benedetto XV consacrò
un'enciclica a questo tema. Compiacendosi per la
cessazione delle ostilità e insistendo sulla necessità di sedare gli odi e le
inimicizie in una riconciliazione ispirata dalla mutua carità, egli iniziava la
sua enciclica con queste parole: «Ecco la pace, questo magnifico dono di Dio,
che, come dice sant'Agostino, "è tra i beni passeggeri della terra il più dolce
di cui si possa parlare, il più desiderabile che si possa bramare, il migliore
che si possa trovare" («De Civitate Dei» I, XIX, c. 11) (Pacem Dei munus, AAS
12 [1920] 209). Sforzi per la pace in un mondo lacerato 2. Dopo di allora, molte volte i miei predecessori hanno dovuto
richiamare questa verità nel loro sforzo costante di educazione alla pace e di
incoraggiamento a lavorare per una pace duratura. Oggi la pace è diventata nel
mondo intero una preoccupazione maggiore non soltanto per i responsabili della
sorte delle nazioni, ma soprattutto per ampi settori delle popolazioni e per
innumerevoli individui, che si consacrano con generosità e tenacia a creare una
mentalità di pace e ad instaurare una vera pace tra i popoli e le nazioni. E'
questa, certo, una realtà confortante. Ma non ci si può nascondere che, malgrado
gli sforzi dispiegati da tutti gli uomini e da tutte le donne di buona volontà,
gravi minacce continuano a pesare sulla pace nel mondo. Tra queste minacce,
alcune assumono la forma di lacerazioni all'interno di molte nazioni; altre
provengono da tensioni profonde e acute tra nazioni e blocchi contrapposti
all'interno della comunità mondiale. A dire il vero, i vari contrasti, di cui siamo oggi testimoni,
si differenziano da quelli ricordati dalla storia per alcune caratteristiche
nuove. Si nota, innanzitutto, la loro globalità: anche se localizzato, un
conflitto è spesso l'espressione di tensioni che hanno la loro origine altrove
nel mondo. Così pure accade spesso che un conflitto abbia delle risonanze
profonde lontano dal luogo in cui e scoppiato. Si può parlare ancora di
totalità: le tensioni attuali mobilitano tutte le forze delle nazioni e, d'altra
parte, il loro accaparramento a proprio vantaggio ed anche l'ostilità si
esprimono oggi sia nel tenore della vita economica o nelle applicazioni
tecnologiche, sia nell'uso dei mass-media o nel campo militare. Bisogna, infine,
sottolineare il loro carattere radicale: la posta in gioco dei conflitti e la
sopravvivenza stessa dell'umanità intera, a motivo della capacità distruttiva
degli attuali arsenali militari. In conclusione, mentre tanti fattori favoriscono l'integrazione
degli uomini, la società appare come un mondo lacerato, nel quale sulle forze di
unione predominano le divisioni est-ovest, nord-sud, amico-nemico. Un problema essenziale 3. Le cause di tale situazione sono - s'intende - complesse e di
ordine diverso. Le cause politiche sono ovviamente più facili da discernere.
Gruppi particolari abusano del loro potere per imporre il loro giogo a intere
società. Mosse da un desiderio smodato di espansione, alcune nazioni giungono a
costruire la loro prosperità a dispetto, cioè a spese del benessere delle altre.
Il nazionalismo sfrenato alimenta così dei progetti di egemonia, nel quadro dei
quali i rapporti con le altre nazioni sembrano stretti in un'alternativa
spietata: o satellizzazione e dipendenza, oppure competizione e ostilità. Una
più approfondita analisi porta a scoprire la causa di tale situazione
nell'applicazione di certe concezioni e ideologie, che pretendono di offrire il
solo fondamento della verità intorno all'uomo, alla vita sociale ed alla storia. Davanti al dilemma «pace o guerra», l'uomo si ritrova, pertanto,
confrontato con sé stesso, con la sua natura, col suo progetto di vita personale
e comunitaria, con l'uso della sua libertà. I rapporti tra gli uomini si
dovrebbero, forse, svolgere inesorabilmente sul filo dell'incomprensione e delle
tensioni senza pietà, in forza di una legge fatale dell'esistenza umana? Oppure
gli uomini - in rapporto alle specie animali, che lottano tra di loro secondo la
«legge della giungla» - hanno la specifica vocazione e la radicale possibilità
di vivere in rapporti pacifici con i loro simili, di partecipare con essi alla
creazione della cultura, della società, della storia? L'uomo, in definitiva,
quando si interroga sulla pace, è portato ad interrogarsi sul senso e sulle
condizioni della propria esistenza, personale e comunitaria. La pace, dono di Dio 4. La pace non è tanto un equilibrio superficiale tra interessi
materiali divergenti - che sarebbe secondo l'ordine della quantità, della
tecnica -, ma piuttosto, nella sua realtà profonda, un bene di ordine
essenzialmente umano, proprio dei soggetti umani e, dunque, di natura razionale
e morale, frutto della verità e della virtù. Essa risulta dal dinamismo delle
volontà libere, guidate dalla ragione verso il bene comune da raggiungere nella
verità, nella giustizia e nell'amore. Questo ordine razionale e morale poggia
precisamente sulla decisione della coscienza degli esseri umani alla ricerca di
un'armonia nei loro rapporti reciproci, nel rispetto della giustizia per tutti
e, quindi, dei diritti umani fondamentali inerenti a ciascuna persona. Non si
vede come un tale ordine morale potrebbe prescindere da Dio, che è fonte
primaria dell'essere, verità essenziale e bene supremo. Già in questo senso, la pace viene da Dio come dal suo
fondamento: essa è un dono di Dio. Appropriandosi delle ricchezze e delle
risorse dell'universo elaborate dal genio umano ed è spesso a motivo di esse che
sono nati i conflitti e le guerre «l'uomo si trova di fronte al fatto della
principale donazione da parte della "natura", e cioè in definitiva da parte del
Creatore» (Laborem
Exercens, 12). E Dio non è soltanto colui che dona il creato all'umanità
per gestirlo e svilupparlo in termini di solidarietà, al servizio di tutti gli
uomini senza discriminazione; egli è pure colui che inscrive nella coscienza
dell'uomo le leggi che lo obbligano a rispettare, in vari modi, la vita e tutta
la persona del suo prossimo, creata come lui ad immagine e somiglianza di Dio,
al punto che Dio stesso è il garante di tutti questi diritti umani fondamentali.
Sì, Dio è veramente la fonte della pace: egli chiama alla pace, egli la
garantisce, egli la dona come «frutto della giustizia». Più ancora, egli aiuta interiormente gli uomini a realizzarla o
a ritrovarla. In effetti, l'uomo, nella sua esistenza limitata e soggetta
all'errore ed al male, va alla ricerca del bene della pace come a tentoni,
incontrando molte difficoltà. Le sue facoltà sono offuscate da apparenze di
verità, attirate da falsi beni e deviate da istinti irrazionali ed egoistici. Di
qui la necessità per lui di aprirsi alla luce trascendente di Dio, che si
proietta nella sua vita, la purifica dall'errore e la libera dalle passioni
aggressive. Dio non è lontano dal cuore dell'uomo che lo prega e cerca di
praticare la giustizia; in continuo dialogo con lui, nella libertà, egli gli
presenta il bene della pace come la pienezza della comunione di vita con Dio e
con i fratelli. Nella Bibbia, il termine «pace» ritorna incessantemente
associato all'idea di benessere, di armonia, di felicità, di sicurezza, di
concordia, di salvezza, di giustizia, come il bene per eccellenza che Dio - «il
Signore della pace» (cfr. 2 Ts 3, 16) - dona già e promette in
abbondanza: «Io farò scorrere come un fiume la prosperità» (Is 66, 12). Dono di Dio affidato agli uomini 5. Se la pace è un dono, l'uomo non è mai dispensato dalla
responsabilità di ricercarla e di sforzarsi di stabilirla con impegno personale
e comunitario lungo tutto il corso della storia. Il dono divino della pace,
dunque, è sempre anche una conquista ed una realizzazione umana, perché esso è
proposto all'uomo per essere accolto liberamente ed attuato progressivamente
mediante la sua volontà creatrice. D'altra parte, la Provvidenza, nel suo amore
per l'uomo, non lo abbandona mai, ma lo sospinge o lo conduce misteriosamente,
anche nelle ore più oscure della storia, lungo il sentiero della pace. Le
difficoltà, le delusioni e le tragedie del passato e del presente devono appunto
essere meditate come lezioni provvidenziali, dalle quali spetta agli uomini
ricavare la saggezza necessaria per aprire nuove strade, più razionali e più
coraggiose, al fine di costruire la pace. Il riferimento alla Verità divina dona
all'uomo l'ideale e le energie necessarie per superare le situazioni di
ingiustizia, per liberarsi dalle ideologie di potenza e di dominio, per
intraprende un cammino di vera fraternità universale. I cristiani, fedeli a Cristo che ha predicato il «Vangelo della
pace» e che ha fondato la pace nei cuori riconciliandoli con Dio, hanno - come
sottolineerò alla fine del presente Messaggio - dei motivi ancora più decisivi
per riguardare la pace come un dono di Dio e per contribuire coraggiosamente
alla sua instaurazione in questo mondo, nella misura stessa in cui ne desiderano
il totale compimento nel Regno di Dio. Ed essi sanno di essere invitati a unire
i loro sforzi a quelli dei credenti di altre religioni, che denunciano
instancabilmente l'odio e la guerra e che - per vie diverse - si impegnano a
promuovere la giustizia e la pace. Era importante considerare bene, innanzitutto, nei suoi
fondamenti naturali questa visione piena di speranza per l'umanità rivolta verso
la pace e sottolinearvi la responsabilità in risposta al dono di Dio; ciò
illumina e stimola l'attività degli uomini sul piano dell'informazione, degli
studi e degli impegni in favore della pace: tre settori, questi, che vorrei ora
spiegare con alcuni esempi. L'informazione 6. La pace del mondo dipende, ad un certo livello, da una
migliore conoscenza che gli uomini e le società hanno di se stessi. Tale
conoscenza è connessa naturalmente con l'informazione e con la sua qualità.
Fanno opera di pace coloro che, nel rispetto del prossimo e nella carità,
ricercano e proclamano la verità. Fanno opera di pace coloro che si studiano di
richiamare l'attenzione intorno ai valori delle diverse culture, alle specifiche
caratteristiche delle società, alle ricchezze di ciascun popolo. Fanno opera di
pace coloro che, per mezzo dell'informazione, eliminano lo schermo delle
distanze, in maniera tale che noi ci sentiamo veramente coinvolti nella sorte di
quegli uomini e di quelle donne che, lontani da noi, sono vittime della guerra o
delle ingiustizie. Certamente l'accumulo di tali informazioni, soprattutto se esse
si riferiscono a catastrofi, per le quali non si può far nulla, potrebbe finire
con il rendere indifferente o freddo colui che resta solamente spettatore, senza
mai compiere un gesto secondo le sue possibilità; ma, di per sé, il ruolo dei
mass-media conserva il suo lato positivo: ormai ognuno di noi è invitato a farsi
prossimo di tutti gli uomini, suoi fratelli (cfr. Lc 10, 29-37). L'informazione qualificata ha anche un influsso diretto
sull'educazione e sulle decisioni politiche. Se si vuole che i giovani siano
sensibilizzati al problema della pace e che si preparino a diventare operatori
di pace, è indispensabile che i programmi educativi diano uno spazio
preferenziale all'informazione circa le situazioni concrete in cui la pace è
minacciata, e circa le condizioni che sono necessarie per promuoverla. In
effetti, la costruzione della pace non potrebbe risultare dal solo potere dei
governanti. Non si può costruire solidamente la pace, se essa non corrisponde
all'incrollabile determinazione della buona volontà di tutti. E' necessario che
i governanti siano sostenuti ed illuminati da una opinione pubblica che li
incoraggi e, all'occorrenza, esprima loro la sua riprovazione. Di conseguenza, è
anche normale che i governanti spieghino all'opinione pubblica tutto ciò che ha
attinenza con i problemi della pace. Gli studi che contribuiscono all'edificazione della pace 7. L'edificazione della pace dipende parimenti dal progresso
delle ricerche che ad essa si riferiscono. Gli studi scientifici dedicati alla
guerra, alla sua natura, alle sue cause, ai suoi mezzi, ai suoi scopi, ai suoi
interessi sono pieni di insegnamenti in ordine alle condizioni della pace. Per
il fatto che mettono in luce i rapporti tra guerra e politica, tali studi
dimostrano anche che, per regolare i conflitti, il negoziato ha ben maggiore
efficacia che non lo scontro armato. Di qui segue che è destinato ad ampliarsi il ruolo del diritto
nel mantenimento della pace. Si sapeva già quanto largamente, in ogni Stato, la
promozione della giustizia e il rispetto dei diritti dell'uomo beneficiassero
del lavoro dei giuristi. Ma il ruolo di costoro non è minore quando si tratta di
ricercare i medesimi obiettivi sul piano internazionale, e di perfezionare, a
questo livello, gli strumenti giuridici che costruiscono la pace e la
mantengono. Tuttavia, da quando la preoccupazione per la pace si e stampata
nell'intimo dell'essere umano, i progressi lungo il sentiero della pace
dipendono ugualmente dalle ricerche effettuate dagli psicologi e dai filosofi.
E' vero che la polemologia si è già arricchita degli studi intorno
all'aggressività umana, agli impulsi di morte, allo spirito gregario che può
improvvisamente ostacolare intere società. Rimane, tuttavia, ancora molto da
dire intorno alla paura che l'uomo ha di assumere la propria libertà, alla sua
insicurezza di fronte a sé stesso e di fronte agli altri. Una migliore
conoscenza degli impulsi di vita, dell'istinto, della simpatia, della
disposizione all'amore ed alla condivisione, contribuisce indubbiamente a
penetrare meglio nei meccanismi psicologici che favoriscono la pace. Mediante queste ricerche la psicologia è, dunque, chiamata ad
illuminare ed a completare la riflessione dei filosofi. In ogni tempo, questi si
sono interrogati circa la guerra e circa la pace. La filosofia non si è mai
trovata priva di responsabilità in questo campo, e rimane dolorosamente vivo il
ricordo di quei celebri filosofi che hanno visto nell'uomo «un lupo per l'uomo»,
e nella guerra una necessità della storia. E' anche vero, tuttavia, che molti di
essi hanno voluto gettare le fondamenta di una pace duratura, e addirittura
perpetua, proponendo, per esempio, solide basi teoriche al diritto
internazionale. Tutti questi sforzi meritano di essere ripresi ed intensificati,
ed i pensatori che vi si dedicano potranno beneficiare del ricchissimo
contributo di una corrente della filosofia contemporanea, la quale dà un rilievo
singolare al tema della persona e contribuisce in maniera speciale ad indagare
gli argomenti della libertà e della responsabilità. La riflessione intorno ai
diritti dell'uomo, alla giustizia ed alla pace ne potrà esser certamente
illuminata. L'azione indiretta 8. Se la promozione della pace è debitrice, in un certo senso,
dell'informazione e della ricerca, essa dipende, soprattutto, dall'azione che
gli uomini intraprendono in suo favore. Certe forme di azione, qui intraviste,
non hanno con la pace che un rapporto indiretto. Si avrebbe torto, tuttavia, a
considerarle come trascurabili e - come accenneremo sommariamente tra poco
mediante qualche esempio - quasi tutti i settori dell'attività umana offrono
occasioni inattese per promuovere la pace. Tale è il caso degli scambi culturali, nel senso più ampio del
termine. Così, tutto ciò che consente agli uomini di conoscersi meglio
attraverso l'attività artistica infrange le barriere. Là dove fallisce la
parola, e dove la diplomazia, può offrire un aiuto aleatorio, la musica, la
pittura, il teatro lo sport possono avvicinare gli uomini. Lo stesso si verifica
per la ricerca scientifica: la scienza, come l'arte, del resto, suscita e
raccoglie una società universale nella quale si ritrovano, senza divisioni,
tutti gli uomini appassionati di verità e di bellezza. La scienza e l'arte
anticipano in tal modo, nel loro proprio settore, il formarsi di una società
universale pacificata. La vita economica stessa è chiamata a ravvicinare gli uomini,
rendendoli ben coscienti della loro interdipendenza e della loro
complementarietà. Senza dubbio le relazioni economiche creano spesso un campo di
confronto spietato, di concorrenza senza riguardi di sorta, ed anche, talvolta,
di sfruttamento vergognoso. Ma queste medesime relazioni non potrebbero trasformarsi in
relazioni di servizio, di solidarietà, e rimuovere di per se stesse una delle
cause più frequenti di discordia? Giustizia e pace all'interno delle Nazioni 9. Se la pace dev'essere la preoccupazione di tutti gli uomini,
il costruirla è un compito che spetta, direttamente e principalmente, ai
dirigenti politici. Da questo punto di vista, il luogo principale per
l'edificazione della pace è sempre la Nazione, quale società politicamente
organizzata. Se la formazione di una società politica ha come scopi
l'instaurazione della giustizia, la promozione del bene comune, la
partecipazione di tutti, allora la pace di tale società non si realizzerà che
nella misura in cui questi tre imperativi saranno veramente rispettati. La pace
non può fiorire se non là dove sono salvaguardate le esigenze elementari della
giustizia. Il rispetto incondizionato ed effettivo dei diritti
imprescrittibili ed inalienabili di ciascuno è la condizione sine qua non perché
la pace regni in una società. In rapporto a questi diritti fondamentali, tutti
gli altri sono in qualche modo derivati e secondari. In una società in cui tali
diritti non siano protetti, è spenta l'idea stessa di universalità, dal momento
che solamente alcuni individui instaurano, a loro esclusivo profitto, un
principio di discriminazione, secondo il quale i diritti e la stessa esistenza
altrui vengono a dipendere dall'arbitrio dei più forti. Una tale società non può
dunque essere in pace con se stessa; essa reca in sé un principio di divisione,
di esplosione. Per la medesima ragione, una società politica non può
effettivamente collaborare alla costruzione della pace internazionale, se essa
stessa non è pacificata, cioè se al proprio interno essa non prende sul serio la
promozione dei diritti dell'uomo. Nella misura in cui i dirigenti di una
determinata nazione si impegnano ad edificare una società pienamente giusta,
essi apportano già un contributo decisivo all'edificazione di una pace
autentica, solida e duratura (cfr.
Pacem in Terris, II). Giustizia e pace tra le Nazioni 10. Ma se la pace all'interno di ciascuna nazione è la
condizione necessaria affinché possa germinare la vera pace, essa tuttavia non
ne è la condizione sufficiente. La costruzione della pace su scala mondiale non
potrebbe effettivamente risultare dalle volontà sparse, spesso ambigue e
talvolta contraddittorie delle nazioni. E', del resto, per rimediare a questa
carenza che gli Stati si sono provvisti di Organizzazioni Internazionali
appropriate, di cui uno degli scopi principali è quello di armonizzare le
volontà e di farle convergere verso la salvaguardia della pace e verso una
maggiore giustizia tra le Nazioni. In virtù del prestigio che si sono acquistate, in virtù delle
loro realizzazioni, le grandi Organizzazioni Internazionali hanno compiuto
un'opera rilevante in favore della pace. Senza dubbio ci sono stati degli
insuccessi; esse non hanno potuto prevenire ne eliminare rapidamente tutti i
conflitti. Ma pure hanno contribuito a dimostrare agli occhi del mondo che la
guerra, il sangue e le lacrime non attenuano per nulla le tensioni. Esse hanno
offerto la prova, per così dire, sperimentale che, anche a livello mondiale, gli
uomini sono capaci di congiungere i loro sforzi e di ricercare insieme la pace. La dinamica cristiana della pace 11. A questo punto del mio Messaggio, desidero rivolgermi più
espressamente ai miei fratelli e sorelle nella Chiesa. A tutti gli sforzi seri
per conseguire la pace, la Chiesa dà il suo appoggio e il suo incoraggiamento.
Essa non esita a proclamare che l'azione di tutti coloro che consacrano le loro
migliori energie alla causa della pace s'inscrive nel piano della salvezza di
Dio in Gesù Cristo. Ma ai cristiani ricorda che essi hanno delle ragioni ben più
grandi per essere testimoni attivi del dono divino della pace. Anzitutto, il Cristo, con la parola e con l'esempio, ha
suscitato nuovi comportamenti di pace. Egli ha spinto l'etica della pace ben al
di là degli atteggiamenti correnti di giustizia e di intesa. All'inizio del suo
ministero, proclama: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli
di Dio» (Mt 5, 9). Invia i suoi discepoli a portare la pace di casa in
casa, di città in città (ibid. 10, 11-13). Li invita a preferire la pace ad ogni
vendetta e perfino a certe legittime richieste, tanto desidera estirpare dal
cuore dell'uomo la radice dell'aggressività (ibid. 5, 38-42). Esige che siano
amati quelli che ogni sorta di barriere ha trasformato in nemici (ibid. 5,
43-48). Cita come esempio gli stranieri che si è soliti disprezzare, come i
samaritani (cfr. Lc 10, 33;17,16). Invita a restare sempre umili ed a
perdonare senza misura (Mt 18, 21-22). L'atteggiamento di condivisione
con coloro che sono sprovvisti del necessario - di cui egli fa il punto-chiave
del giudizio finale (cfr. Mt 25, 31-46) - deve contribuire efficacemente
ad instaurare rapporti di fraternità. Tale appelli di Gesù e il suo esempio hanno già avuto di per se
stessi un'ampia risonanza nell'atteggiamento dei suoi discepoli, come attesta la
storia da due millenni. Ma l'opera del Cristo si colloca ad un livello di
diversa profondità, che è dell'ordine di una misteriosa trasformazione dei
cuori. Egli ha portato veramente «da pace sulla terra agli uomini che Dio ama»,
secondo l'annuncio fatto fin dalla nascita (cfr.
Lc 2, 14); e questo non solo rivelando loro l'amore del Padre, ma
soprattutto riconciliandoli con Dio mediante il suo Sacrificio. Essendo il
peccato e l'odio a far da ostacolo alla Pace con Dio e con gli altri, egli l'uno
e l'altro ha distrutti mediante l'offerta della sua vita sulla croce; egli ha
riconciliato in un solo corpo quelli che erano nemici (cfr. Ef 2, 16;
Rm 12, 5). Da allora, le sue prime parole di Risorto agli apostoli sono
state: «La pace sia con voi» (Gv 20, 19). Coloro che accolgono la fede
formano nella Chiesa una comunità profetica: con lo Spirito Santo trasmesso dal
Cristo, dopo il battesimo che li inserisce nel Corpo di Cristo, essi fanno
l'esperienza della pace data da Dio nel Sacramento della Riconciliazione e nella
Comunione eucaristica; annunciano così «il Vangelo della pace» (Ef 6,
15); cercano di viverlo essi stessi giorno per giorno, concretamente; e aspirano
al tempo della riconciliazione integrale, allorché, grazie ad un nuovo
intervento del Dio vivente che risuscita i morti, l'uomo sarà del tutto
trasparente davanti a Dio e ai suoi fratelli. Tale è la visione di fede che
sostiene l'azione dei cristiani in favore della pace. Così, con la sua stessa esistenza, la Chiesa si presenta in
mezzo al mondo come una società di uomini riconciliati e pacificati dalla grazia
del Cristo, in comunione d'amore e di vita con Dio e con tutti i fratelli, al di
sopra di ogni sorta di barriere umane; essa è già in se stessa - e cerca di
divenirlo sempre più in pratica - un dono e un fermento di pace, offerti da Dio
all'intera umanità. Certo, i membri della Chiesa sono ben consapevoli di essere
troppo spesso peccatori, anche in questo settore; sentono, tuttavia, la grave
responsabilità di mettere in opera questo dono della pace. Pertanto, devono
anzitutto superare le loro proprie divisioni per incamminarsi senza indugi verso
la pienezza dell'unità in Cristo; collaboreranno così con Dio per offrire la sua
pace al mondo. Essi devono pure evidentemente unire i propri sforzi con quelli
di tutti gli uomini di buona volontà, che operano per la pace nei diversi
settori della società e della vita internazionale. La Chiesa desidera che i suoi
figli si impegnino, mediante la propria testimonianza e le proprie iniziative,
al primo posto tra coloro che preparano e fanno regnare la pace. In pari tempo,
essa si rende ben conto che, nella pratica, si tratta di un'opera difficile, la
quale esige molta generosità, discernimento e speranza, come una vera sfida. La pace come sfida permanente per il cristiano 12. L'ottimismo cristiano, fondato sulla croce gloriosa del
Cristo e sull'effusione dello Spirito Santo, non giustifica in realtà alcuna
illusione. Per il cristiano, la pace sulla terra è sempre una sfida, a motivo
della presenza del peccato nel cuore dell'uomo. Mosso dalla fede e dalla
speranza, il cristiano si impegna dunque a promuovere una società più giusta;
lotta contro la fame, la miseria, la malattia; è attento alla sorte dei
migranti, dei prigionieri, degli emarginati, (cfr. Mt 25, 35-36). Ma egli
sa che se tutte le iniziative esprimono qualche cosa della misericordia e della
perfezione di Dio (cfr. Lc 6, 36; Mt 5, 48), esse sono sempre
limitate nella loro portata, precarie nei loro risultati, ambigue nella loro
ispirazione. Solo Dio, che dà la vita, allorché ricapitolerà tutto nel suo
Figlio (cfr. Ef 1, 10), realizzerà la speranza ardente degli uomini,
portando egli stesso a compimento tutto ciò che sarà stato intrapreso nella
storia, secondo il suo Spirito, in materia di giustizia e di pace. Perciò, pur spendendosi con ardore per prevenire la guerra o per
porvi termine, il cristiano non si illude ne sulla sua capacità di far trionfare
la pace, né sulla portata delle iniziative da lui intraprese a questo scopo. Di
conseguenza, egli si interessa a tutte le realizzazioni umane in favore della
pace, vi prende parte molto spesso, considerandole con realismo ed umiltà. Si
potrebbe quasi dire che le «relativizza» doppiamente, mettendole in relazione
con la condizione peccatrice dell'uomo e ponendole in rapporto al disegno
salvifico di Dio. Anzitutto, il cristiano, non ignorando che disegni di
aggressività, di egemonia e di manipolazione degli altri sono latenti nel cuore
degli uomini e talvolta, anzi, nutrono segretamente le loro intenzioni,
nonostante certe dichiarazioni o manifestazioni di segno pacifista, sa che sulla
terra una società umana totalmente e per sempre pacificata è purtroppo
un'utopia, e che le ideologie che la riflettono, come se potesse essere
facilmente raggiunta, alimentano speranze irrealizzabili, quali che siano le
ragioni del loro atteggiamento: visione erronea della condizione umana, mancanza
di applicazione nel considerare nel suo insieme il problema, evasione per
attenuare la paura, o, in altri, calcolo interessato. Il cristiano è pure
persuaso - non fosse altro per averne fatto la dolorosa esperienza - che queste
speranze fallaci conducono direttamente alla pseudo-pace dei regimi totalitari.
Ma questa considerazione realistica non trattiene affatto i cristiani dal loro
impegno per la pace; essa stimola, anzi, il loro ardore, perché sanno che la
vittoria di Cristo sulla menzogna, sull'odio e sulla morte, apporta agli uomini
pensosi della pace una motivazione ad agire più decisa di quella offerta dalle
antropologie più generose e una speranza più fondata di quella che brilla nei
sogni più audaci. E' questa la ragione per cui il cristiano, anche quando
fortemente si impegna a contrastare ed a prevenire tutte le forme di guerra, non
esita a ricordare, in nome di una elementare esigenza di giustizia, che i popoli
hanno il diritto ed anche il dovere di proteggere, con l'uso di mezzi
proporzionati, la loro esistenza e la loro libertà contro un ingiusto aggressore
(cfr.
Gaudium et Spes, 79). Tuttavia, tenuto conto della differenza, per così
dire, di natura, tra le guerre classiche e le guerre nucleari o batteriologiche,
tenuto conto anche dello scandalo della corsa agli armamenti di fronte alle
necessità del Terzo Mondo, questo diritto, ben fondato nel suo principio, non fa
che sottolineare per la società mondiale l'urgenza di darsi dei mezzi efficaci
di negoziato. Così il terrore nucleare, che invade il nostro tempo, può spingere
gli uomini ad arricchire il loro comune patrimonio di questa scoperta assai
semplice che è alla loro portata, e cioè che la guerra è il mezzo più barbaro e
più inefficace per risolvere i conflitti. Oggi più che mai, dunque, la società
umana è costretta a dotarsi degli strumenti di contrattazione e di dialogo, di
cui ha bisogno per sopravvivere e, dunque, delle istituzioni indispensabili per
la costruzione della giustizia e della pace. Possa essa, altresì, prendere coscienza che questa opera
sorpassa le forze umane! La preghiera per la pace 13. Nel corso di questo Messaggio, ho fatto appello alla
responsabilità degli uomini di buona volontà e, specialmente, dei cristiani,
poiché Dio ha affidato la pace agli uomini. Con il realismo e la speranza che la
fede permette, ho voluto attirare l'attenzione dei cittadini e dei governanti su
un certo numero di realizzazioni e di atteggiamenti, già possibili e capaci di
edificare saldamente la pace. Ma, al di là o piuttosto all'interno stesso di
questa necessaria azione che potrebbe sembrare dipendere innanzitutto dagli
uomini, la pace è prima di tutto un dono di Dio - non bisogna mai dimenticarlo -
e deve essere sempre implorata dalla sua misericordia. Una tale convinzione sembra aver animato gli uomini di tutte le
civiltà, che hanno messo la pace al primo posto nelle loro preghiere. Se ne
trova l'espressione in tutte le religioni. Quanti uomini, facendo l'esperienza
delle lotte omicide e dei campi di concentramento, quante donne e quanti bambini
in difficoltà a causa delle guerre, si sono rivolti prima di noi al Dio della
pace! Oggi che le minacce attingono una gravità del tutto particolare per la
loro estensione e il loro carattere radicale, oggi che le difficoltà per
costruire la pace si complicano in una maniera nuova, spesso inestricabile,
molte persone, anche quelle aventi poca familiarità con la preghiera, possono
ritrovarne spontaneamente il sentiero. Sì, il nostro avvenire è nelle mani di
Dio, che solo dona la vera pace. E quando i cuori umani progettano sinceramente
azioni di pace, è ancora la grazia di Dio che ispira e fortifica i loro
sentimenti. Tutti sono invitati a ripetere in tal senso la preghiera di san
Francesco d'Assisi, di cui stiamo celebrando l'ottavo centenario della nascita:
Signore fa di noi degli artefici di pace; là dove domina l'odio, che noi
annunciamo l'amore; là dove ferisce l'offesa, che noi offriamo il perdono, là
dove infierisce la discordia, che noi costruiamo la pace. I cristiani, da parte loro, amano implorare la pace, facendo
salire sulle loro labbra la preghiera di tanti salmi punteggiati da suppliche di
pace e ripetuti con l'amore universale di Gesù. E' qui un punto già comune e
molto profondo in tutti i passi ecumenici. Gli altri credenti di tutto il mondo
attendono anch'essi dall'Onnipotente il dono della pace e, più o meno
coscientemente, molti altri uomini di buona volontà sono pronti a fare la
medesima preghiera nel segreto del loro cuore. Possa una supplica fervente
salire così verso Dio dai quattro angoli della terra! Sarà già una magnifica
unanimità sul sentiero della pace. E come dubitare che Dio non esaudisca questo
grido dei suoi figli: «Signore, donaci la pace! Donaci la tua pace!». Dal Vaticano, 8 dicembre 1981. IOANNES PAULUS PP. II
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