Giornata Mondiale del Malato, 6 agosto 1999
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MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II
IN PREPARAZIONE ALLA
VIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

 

1. L' VIIIª Giornata Mondiale del Malato, che avrà luogo a Roma l'11 febbraio del 2000, anno del Grande Giubileo, vedrà la comunità cristiana impegnata a rivisitare la realtà della malattia e della sofferenza nella prospettiva del mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio, per trarre da tale evento straordinario nuova luce su queste fondamentali esperienze umane.

Al tramonto del secondo millennio dell'era cristiana la Chiesa, mentre guarda con ammirazione al cammino compiuto dall'umanità nella cura della sofferenza e nella promozione della salute, si pone in ascolto delle domande che affiorano dal mondo della sanità, per meglio definire la sua presenza in tale contesto e rispondere in modo adeguato alle pressanti sfide del momento.

Nel corso della storia, l'uomo ha messo a frutto le risorse dell'intelligenza e del cuore per superare i limiti inerenti alla propria condizione ed ha realizzato grandi conquiste nella tutela della salute. Basti pensare alla possibilità di prolungare la vita e migliorarne la qualità, di alleviare le sofferenze e valorizzare le potenzialità della persona attraverso l'impiego di farmaci di sicura efficacia e di tecnologie sempre più sofisticate. A tali conquiste vanno aggiunte quelle di carattere sociale, quali la diffusa coscienza del diritto alle cure e la sua traduzione in termini giuridici nelle varie "Carte dei diritti del malato". Non va dimenticata, inoltre, l'evoluzione significativa realizzata nel settore dell'assistenza grazie al sorgere di nuove applicazioni sanitarie, di un servizio infermieristico sempre più qualificato e del fenomeno del volontariato, che ha assunto nei tempi recenti significativi livelli di competenza.

2. Al tramonto del secondo millennio, tuttavia, non si può dire che l'umanità abbia fatto quanto è necessario per alleviare il peso immenso della sofferenza che grava sui singoli, sulle famiglie e su intere società.

Anzi sembra che, specialmente in questo ultimo secolo, sia stato ampliato il fiume del dolore umano, già grande per la fragilità della natura umana e la ferita del peccato originale, con l'aggiunta di sofferenze inflitte dalle cattive scelte dei singoli e degli Stati: penso alle guerre che hanno insanguinato questo secolo, forse più che ogni altro della pur tormentata storia dell'umanità; penso alle forme di malattia largamente diffuse nella società come la tossicodipendenza, l'AIDS, le malattie dovute al degrado delle grandi città e dell'ambiente; penso all'aggravarsi della piccola e grande criminalità, ed alle proposte di eutanasia.

Ho davanti al mio sguardo non soltanto i letti degli ospedali ove giacciono tanti infermi, ma anche le sofferenze dei profughi, dei bambini orfani, delle tante vittime dei mali sociali e della povertà.

Nello stesso tempo, con l'eclissi della fede, specialmente nel mondo secolarizzato, si aggiunge un'ulteriore e grave causa di sofferenza, quella di non saper più cogliere il senso salvifico del dolore e il conforto della speranza escatologica.

3. Partecipe delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini di ogni tempo, la Chiesa ha costantemente accompagnato e sorretto l'umanità nella sua lotta contro il dolore e nel suo impegno per la promozione della salute. Si è nello stesso tempo impegnata a svelare agli uomini il significato della sofferenza e le ricchezze della Redenzione operata da Cristo Salvatore. La storia registra grandi figure di uomini e di donne che, guidate dal desiderio di imitare il Cristo mediante un profondo amore per i fratelli poveri e sofferenti, hanno dato vita ad innumerevoli iniziative assistenziali, costellando di bene gli ultimi due millenni.

Accanto ai Padri della Chiesa e ai Fondatori e alle Fondatrici degli Istituti religiosi, come non pensare con ammirato stupore alle innumerevoli persone che, nel silenzio e nell'umiltà, hanno consumato la propria vita per il prossimo infermo, raggiungendo in molti casi le vette dell'eroismo? (cfr Vita consecrata, 83). L'esperienza quotidiana mostra come la Chiesa, ispirata dal Vangelo della carità, continui a contribuire con molte opere, ospedali, strutture sanitarie e organizzazioni di volontari, alla cura della salute e dei malati, con particolare attenzione ai più disagiati, in tutte la parti del mondo qualunque sia o sia stata la causa, volontaria o non della loro sofferenza.

Si tratta di una presenza che va sostenuta e promossa a vantaggio del bene prezioso della salute umana e con lo sguardo attento a tutte le disuguaglianze e le contraddizioni che permangono nel mondo della sanità.

4. Nel corso dei secoli infatti, accanto alle luci non sono mancate le ombre, che hanno oscurato ed oscurano tuttora il quadro per tanti aspetti splendido della promozione della salute. Penso, in particolare, alle gravi disuguaglianze sociali nell'accesso alle risorse sanitarie, quali ancora oggi si riscontrano in vaste aree del Pianeta, soprattutto nei Paesi del Sud del mondo.

Tale ingiusta sperequazione investe, con crescente drammaticità, il settore dei diritti fondamentali della persona: intere popolazioni non hanno la possibilità di usufruire neppure dei medicinali di prima e urgente necessità, mentre altrove ci si abbandona all'abuso e allo spreco di farmaci anche costosi. E che dire dello sterminato numero di fratelli e sorelle che, mancando del necessario per sfamarsi, sono vittime di ogni sorta di malattie? Per non parlare delle tante guerre, che insanguinano l'umanità seminando, oltre alle morti, traumi fisici e psicologici di ogni genere.

5. Di fronte a tali scenari, bisogna riconoscere che, purtroppo, in non pochi casi il progresso economico, scientifico e tecnico non è stato accompagnato da un autentico progresso, centrato sulla persona e sulla inviolabile dignità di ogni essere umano. Le stesse conquiste nel campo della genetica, fondamentali per la cura della salute e, soprattutto, per la tutela della vita nascente, diventano occasione di selezioni inammissibili, di insensate manipolazioni, di interessi antitetici all'autentico sviluppo, con risultati spesso sconvolgenti.

Si registrano, da una parte, sforzi ingenti per prolungare la vita ed anche per procrearla in modo artificiale; ma non si permette, dall'altra, di nascere a chi è già concepito e si accelera la morte di chi non è più ritenuto utile. Ed ancora: mentre giustamente si valorizza la salute moltiplicando iniziative per promuoverla, giungendo talora ad una sorte di culto del corpo e alla ricerca edonistica dell'efficienza fisica, contemporaneamente ci si riduce a considerare la vita una semplice merce di consumo, determinando nuove emarginazioni per disabili, anziani, malati terminali.

Tutte queste contraddizioni e situazioni paradossali sono riconducibili alla mancata armonizzazione tra la logica, da una parte, del benessere e della ricerca del progresso tecnologico e la logica, dall'altra, dei valori etici fondati sulla dignità di ogni essere umano.

6. Alla vigilia del nuovo millennio, è auspicabile che anche nel mondo della sofferenza e della salute si promuova "una purificazione della memoria" che porti a "riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani" (Incarnationis mysterium, 11; cfr anche Tertio millennio adveniente, 33, 37 e 51). La comunità ecclesiale è chiamata ad accogliere, anche in questo campo, l'invito alla conversione legato alla celebrazione dell'Anno Santo.

Il processo di conversione e di rinnovamento sarà facilitato dal volgere continuamente lo sguardo a Colui che, "incarnatosi nel grembo di Maria venti secoli fa, nel sacramento dell'Eucaristia continua ad offrirsi all'umanità come sorgente di vita divina" (Tertio millennio adveniente, 55).

Il mistero dell'Incarnazione implica che la vita sia intesa come dono di Dio da conservare con responsabilità e da spendere per il bene: la salute è quindi un attributo positivo della vita, da perseguire per il bene della persona e del prossimo. La salute, tuttavia, è un bene "penultimo" nella gerarchia dei valori, che va coltivato e considerato nell'ottica del bene totale e, quindi, anche spirituale, della persona.

7. E' in particolare al Cristo sofferente e risorto che il nostro sguardo si volge in questa circostanza. Assumendo la condizione umana, il Figlio di Dio ha accettato di viverla in tutti i suoi aspetti, compresi il dolore e la morte, dando compimento nella sua persona alle parole pronunciare nell'Ultima Cena: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13). Celebrando l'Eucaristia, i cristiani annunciano ed attualizzano il sacrificio di Cristo, "per le cui piaghe siamo stati guariti"(cfr 1 Pt 2, 25) e, unendosi a Lui, "conservano nelle proprie sofferenze una specialissima particella dell'infinito tesoro della redenzione del mondo, e possono condividere tale tesoro con gli altri" (Salvifici Doloris, 27).

L'imitazione di Gesù, Servo sofferente, ha condotto grandi santi e semplici credenti a fare della malattia e del dolore una fonte di purificazione e di salvezza per sé e per gli altri. Quali grandi prospettive di santificazione personale e di cooperazione alla salvezza del mondo apre ai fratelli ed alle sorelle ammalate il cammino tracciato dal Cristo e da tanti suoi discepoli! Si tratta di un percorso difficile, perché l'uomo non trova da sé il senso della sofferenza e della morte, ma di un percorso pur sempre possibile con l'aiuto di Gesù, Maestro e Guida interiore (cfr Salvifici doloris, 26-27).

Come la resurrezione ha trasformato le piaghe di Cristo in fonte di guarigione e di salvezza, così per ogni malato la luce del Cristo risorto è conferma che la via della fedeltà a Dio nel dono di sé fino alla Croce è vincente, ed è capace di trasformare la stessa malattia in fonte di gioia e di resurrezione. Non è forse questo l'annuncio che risuona nel cuore di ogni celebrazione eucaristica quando l'assemblea proclama: "Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell'attesa della tua venuta"? I malati, mandati anch'essi come operai nella vigna del Signore (cfr Christifideles laici, 53), con il loro esempio possono offrire un valido contributo all'evangelizzazione di una cultura che tende a rimuovere l'esperienza della sofferenza, impedendosi di coglierne il senso profondo con gli intrinseci stimoli ad una crescita umana e cristiana.

8. Il Giubileo ci invita, altresì, a contemplare il volto di Gesù, divino Samaritano delle anime e dei corpi. Seguendo l'esempio del suo divin Fondatore, la Chiesa "ha riscritto, di secolo in secolo, la parabola evangelica del buon Samaritano, rivelando e comunicando l'amore di guarigione e di consolazione di Gesù Cristo. Ciò è avvenuto mediante la testimonianza della vita religiosa consacrata al servizio degli ammalati e mediante l'infaticabile impegno di tutti gli operatori sanitari" (Christifideles Laici, 53). Questo impegno non scaturisce da particolari congiunture sociali, né va inteso come un atto facoltativo o occasionale, ma costituisce una risposta inderogabile al comando di Cristo: "Chiamati a sé i discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità" (Mt 10, 7-8).

E' dall'Eucaristia che il servizio reso all'uomo sofferente nell'anima e nel corpo assume il suo senso, trovando in essa non solo la sua fonte, ma anche la norma. Non a caso Gesù ha collegato strettamente l'Eucarestia al servizio (Gv 13, 2-16), chiedendo ai discepoli di perpetuare in sua memoria non solo la "fractio panis", ma anche il servizio della "lavanda dei piedi".

9. L'esempio di Cristo, buon Samaritano, deve ispirare l'atteggiamento del credente inducendolo a farsi "prossimo" ai fratelli e alle sorelle che soffrono mediante il rispetto, la comprensione, l'accettazione, la tenerezza, la compassione, la gratuità. Si tratta di lottare contro l'indifferenza che porta gli individui e i gruppi a chiudersi egoisticamente in se stessi. A questo scopo, "la famiglia, la scuola, le altre istituzioni educative, anche per soli motivi umanitari, devono lavorare con perseveranza per il risveglio e l'affinamento di una profonda sensibilità verso il prossimo e la sua sofferenza" (Salvifici doloris, 29). In chi crede, tale sensibilità umana è assunta nell'agape, cioè nell'amore soprannaturale, che porta ad amare il prossimo per amore di Dio. La Chiesa, infatti, guidata dalla fede, nel circondare di affettuosa cura quanti sono afflitti dall'umana sofferenza, riconosce in essi l'immagine del suo Fondatore povero e sofferente, e si premura di sollevarne l'indigenza, memore delle sue parole: "Ero infermo e mi avete visitato" (Mt 25, 36).

L'esempio di Gesù, buon Samaritano, non spinge soltanto ad assistere il malato, ma anche a fare il possibile per reinserirlo nella società. Per il Cristo, infatti, guarire è nello stesso tempo reintegrare: come la malattia esclude dalla comunità, così la guarigione deve portare l'uomo a ritrovare il suo posto nella famiglia, nella Chiesa e nella società.

A quanti sono impegnati, professionalmente o per scelta volontaria, nel mondo della salute, rivolgo un caldo invito a fissare lo sguardo sul divino Samaritano, perché il loro servizio possa diventare prefigurazione della salvezza definitiva e annuncio dei nuovi cieli e della nuova terra "nei quali avrà stabile dimora la giustizia" (2 Pt 3, 13).

10. Gesù non ha solo curato e guarito i malati, ma è anche stato un instancabile promotore della salute attraverso la sua presenza salvifica, l'insegnamento, l'azione. Il suo amore per l'uomo si traduceva in rapporti pieni di umanità, che lo conducevano a comprendere, a mostrare compassione, a recare conforto unendo armonicamente tenerezza e forza. Egli si commuoveva di fronte alla bellezza della natura, era sensibile alla sofferenza degli uomini, combatteva il male e l'ingiustizia. Affrontava gli aspetti negativi dell'esperienza con coraggio e senza ignorarne il peso, comunicava la certezza di un mondo nuovo. In Lui, la condizione umana mostrava il volto redento e le aspirazioni umane più profonde trovavano realizzazione.

Questa pienezza armoniosa di vita egli vuole comunicare agli uomini di oggi. La sua azione salvifica mira non solo a colmare l'indigenza dell'uomo, vittima dei propri limiti ed errori, ma a sostenerne la tensione verso la completa realizzazione di sé. Egli apre davanti all'uomo la prospettiva della stessa vita divina: "Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10).

Chiamata a continuare la missione di Gesù, la Chiesa deve farsi promotrice di vita ordinata e piena per tutti.

11. Nell'ambito della promozione della salute e di una qualità della vita rettamente intesa, due doveri meritano da parte del cristiano una particolare attenzione.

Anzitutto la difesa della vita. Nel mondo contemporaneo molti uomini e donne si battono per una migliore qualità della vita nel rispetto della vita stessa e riflettono sull'etica della vita per dissipare la confusione dei valori, presente talora nella cultura odierna. Come ricordavo nell'Enciclica Evangelium vitae, "significativo è il risveglio di una riflessione etica intorno alla vita: con la nascita e lo sviluppo sempre più diffuso della bioetica vengono favoriti la riflessione e il dialogo - tra credenti e non credenti, come pure tra credenti di diverse religioni - su problemi etici, anche fondamentali, che interessano la vita dell'uomo" (n. 27). Tuttavia, accanto a costoro non mancano quelli che, purtroppo, cooperano alla formazione di una preoccupante cultura di morte con la diffusione di una mentalità intrisa di egoismo e di materialismo edonista e con l'appoggio sociale e legale alla soppressione della vita.

All'origine di questa cultura sta spesso un atteggiamento prometeico dell'uomo, che si illude di "potersi impadronire della vita e della morte perché decide di esse, mentre in realtà viene sconfitto e schiacciato da una morte irrimediabilmente chiusa ad ogni prospettiva di senso e ad ogni speranza" (Evangelium vitae, 15). Quando la scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro nativa dimensione etica, gli stessi professionisti del mondo della salute "possono essere talvolta fortemente tentati di trasformarsi in artefici di manipolazioni della vita o addirittura in operatori di morte" (ibid., 89).

12. In questo contesto, i credenti sono chiamati a sviluppare uno sguardo di fede sul valore sublime e misterioso della vita, anche quando essa si presenta fragile e vulnerabile. "Questo sguardo non si arrende sfiduciato di fronte a chi è nella malattia, nella sofferenza, nella marginalità e alle soglie della morte; ma da tutte queste situazioni si lascia interpellare per andare alla ricerca di un senso, e proprio in queste circostanze, si apre a ritrovare nel volto di ogni persona un appello al confronto, al dialogo, alla solidarietà" (Ibid., 83).

E' un compito, questo, che investe particolarmente gli operatori sanitari: medici, farmacisti, infermieri, cappellani, religiosi e religiose, amministratori e volontari che, in virtù della loro professione, a titolo speciale sono chiamati a essere custodi della vita umana. Ma è compito che chiama in causa anche ogni altro essere umano, a cominciare dai familiari della persona malata. Essi sanno che "la domanda che sgorga dal cuore dell'uomo nel confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà, di sostegno nella prova. E' richiesta di aiuto per continuare a sperare, quando tutte le speranze umane vengono meno" (Ibid., 67).

13. Il secondo dovere, al quale i cristiani non possono sottrarsi, concerne, la promozione di una salute degna dell'uomo. Nella nostra società vi è il rischio di fare della salute un idolo a cui viene asservito ogni altro valore. La visione cristiana dell'uomo contrasta con una nozione di salute ridotta a pura vitalità esuberante, soddisfatta della propria efficienza fisica ed assolutamente preclusa ad ogni considerazione positiva della sofferenza. Tale visione, trascurando le dimensioni spirituali e sociali della persona, finisce per pregiudicarne il vero bene. Proprio perché la salute non si limita alla perfezione biologica, anche la vita vissuta nella sofferenza offre spazi di crescita e di autorealizzazione ed apre la strada verso la scoperta di nuovi valori.

Questa visione della salute, fondata in una antropologia rispettosa della persona nella sua integralità, lungi dall'identificarsi con la semplice assenza di malattie, si pone come tensione verso una più piena armonia ed un sano equilibrio a livello fisico, psichico, spirituale e sociale. In questa prospettiva, la persona stessa è chiamata a mobilitare tutte le energie disponibili per realizzare la propria vocazione e il bene altrui.

14. Questo modello di salute impegna la Chiesa e la società a creare un'ecologia degna dell'uomo. L'ambiente, infatti, ha una relazione con la salute dell'uomo e delle popolazioni: esso costituisce "la casa" dell'essere umano e l'insieme delle risorse affidate alla sua custodia e al suo governo, "il giardino da custodire e il campo da coltivare". All'ecologia esterna alla persona, però, deve congiungersi un'ecologia interiore e morale, la sola adeguata ad un retto concetto di salute.

Considerata nella sua integralità, la salute dell'uomo diventa, così, attributo della vita, risorsa per il servizio al prossimo ed apertura all'accoglienza della salvezza.

15. Nell'anno di grazia del Giubileo - "anno di remissione dei peccati e delle pene per i peccati, anno della riconciliazione tra contendenti, anno di molteplici conversioni e di penitenza sacramentale ed extrasacramentale" (Tertio Millennio adveniente, 14) - invito pastori, sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli e uomini di buona volontà ad affrontare con coraggio le sfide che si presentano nel mondo della sofferenza e della salute.

Il Congresso Eucaristico Internazionale, che sarà celebrato a Roma nel 2000, diventi il centro ideale dal quale si irradino preghiere ed iniziative atte a rendere viva ed operante la presenza del divino Samaritano nel mondo della salute.

Auspico di cuore che, grazie al contributo dei fratelli e delle sorelle di tutte le Chiese cristiane, la celebrazione del Giubileo del 2000 possa segnare lo sviluppo di una collaborazione ecumenica nel servizio amorevole ai malati, così da testimoniare in modo comprensibile a tutti la ricerca dell'unità sulle vie concrete della carità.

Rivolgo un appello specifico agli Organismi Internazionali politici, sociali e sanitari, perché in ogni parte del mondo si facciano convinti promotori di progetti concreti per la lotta contro quanto attenta alla dignità e alla salute della persona.

Nel cammino di attiva partecipazione alle esperienze dei fratelli e delle sorelle ammalati, ci accompagni la Vergine Madre che, sotto la croce (cfr Gv 19, 25), ha condiviso le sofferenze del Figlio e, divenuta esperta del soffrire, esercita la sua costante ed amorevole protezione verso quanti vivono nel corpo e nello spirito i limiti e le ferite della condizione umana.

A Lei, Salute degli infermi e Regina della pace, affido i malati e quanti sono loro vicini, perché con materna intercessione li aiuti ad essere propagatori della civiltà dell'amore.

Con tali auspici, imparto a tutti una speciale Benedizione Apostolica.

Da Castel Gandolfo, 6 agosto 1999, Trasfigurazione del Signore.

 

Copyright 1999 - Libreria Editrice Vaticana

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