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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II 
ALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ GREGORIANA

15 dicembre 1979

 

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

1. Con senso di intima gioia sono qui, stasera, in mezzo a voi per questo incontro, solenne e familiare insieme, che mi consente di prendere ufficialmente contatto con il Corpo docente di questo illustre Centro di studi ecclesiastici, con gli studenti che in esso attendono alla propria formazione intellettuale, con gli officiali ed il personale ausiliario che ne assicurano con competenza il buon funzionamento.

Ho accolto di buon grado l’invito rivoltomi a suo tempo dalle Autorità accademiche, non solo perché ho ravvisato in esso una lodevole testimonianza di devozione e di fedeltà verso il Successore di Pietro, ma anche perché esso mi offre l’opportunità di manifestare con un gesto significativo, nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione della nuova sede in Piazza della Pilotta, l’alta considerazione in cui tengo questa Università, come anche gli Istituti ad essa consociati.

Saluto, pertanto, con fraterno affetto i Signori Cardinali Gabriel-Marie Garrone, Gran Cancelliere, e Pablo Muñoz Vega, già Rettore di questo Ateneo; il Padre Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù e vicecancelliere; il Magnifico Rettore, Padre Carlo M. Martini e i chiarissimi Professori, alcuni dei quali ho il piacere di conoscere personalmente, mentre altri ho potuto avvicinare ed apprezzare mediante i libri e gli articoli da loro pubblicati.

Saluto, poi, con effusione di sentimento voi, giovani carissimi, che a questa “Alma Mater” siete venuti da ogni parte del mondo, sospinti dal desiderio di arricchire le vostre menti con i tesori della dottrina cattolica e di temprare i vostri cuori con una sosta prolungata nei luoghi resi sacri dal sangue degli Apostoli e dei martiri ed illustrati dalle vestigia insigni di gloriose tradizioni umane e cristiane.

Un saluto particolarmente caloroso è mio desiderio rivolgere anche al Rettore, al Corpo docente e agli alunni sia del Pontificio Istituto per gli Studi Orientali, la cui funzione ecclesiale è stata messa anche maggiormente in evidenza dai recenti sviluppi del dialogo ecumenico; sia del Pontificio Istituto Biblico, che celebra quest’anno il suo settantesimo anniversario di fondazione, nella gratificante consapevolezza di aver reso e di rendere tuttora un servizio importante alla Chiesa, in linea con i compiti fissati, mediante la Lettera Apostolica Vinea electa, dal Papa San Pio X in quell’ormai lontano 7 maggio 1909.

Il “Biblico” è divenuto veramente, nel frattempo, un “centro di studi superiori sui Libri sacri”, capace di promuovere, secondo i desideri espressi dal Santo Pontefice, “efficaciore, quo liceat, modo doctrinam biblicam et studia omnia eidem adiuncta, sensu Ecclesiae catholicae” (cf. S. Pio X, Vinea electa, 7 maggio 1909: AAS 1 [1909] 447ss.). In questi decenni numerosissimi alunni si sono in esso “perfezionati ed esercitati”, rendendosi atti a sviluppare l’investigazione della Parola di Dio “tam privatim quam publice, tum scribentes cum docentes..., gravitate ac sinceritate doctrinae commendati” (cf. Ivi, p. 448). Se si tiene conto, inoltre, dell’ampia e qualificata serie di pubblicazioni scientifiche “nomine et auctoritate Instituti promulgata” (cf. Ivi) nel corso di questo settantennio, non ci si può stupire dell’alta considerazione in cui il “Biblico” è tenuto presso gli ambienti scientifici di ogni parte del mondo. Il Papa è lieto di dar atto, nella presente ricorrenza, a voi, responsabili e docenti, del buon lavoro compiuto.

2. La mia presenza in mezzo a voi, figli carissimi della Pontificia Università Gregoriana, vuol essere espressione e testimonianza dell’interesse con cui seguo la vostra attività, della fiducia che ripongo nel vostro impegno, della speranza con cui attendo i frutti della vostra fatica, dalla quale grande vantaggio deve poter trarre la Chiesa.

Da voi, infatti, la Comunità cristiana si aspetta un valido contributo in quella riflessione ragionata sistematica sulla fede, che è la funzione specifica della teologia. Questo è stato, del resto, il compito che ha qualificato praticamente fin dagli inizi il “Collegio Romano”, provvidenzialmente germinato, oltre quattro secoli fa, dallo zelo apostolico di Sant’Ignazio di Loyola e poi man mano sviluppatosi, fino a raggiungere le dimensioni imponenti dell’attuale complesso universitario, articolato nelle sue varie Facoltà e specializzazioni.

Quale nobile schiera di maestri, spesso di statura decisamente superiore, ha onorato questa vostra Istituzione negli ormai lunghi anni della sua storia! Loro assillo costante fu quello di scrutare con intelligenza ed amore le profondità della Parola rivelata e le ricchezze della Tradizione viva della Chiesa. E ciò fecero – mi piace sottolinearlo come legittimo motivo di vanto per la vostra Università – sorretti da un duplice impegno, di fondamentale importanza per ogni ricerca teologica: quello, innanzitutto, di una costante apertura, leale e docile, alle indicazioni del Magistero, in armonia con lo spirito proprio della Compagnia di Gesù, animatrice di questo Centro di studi: e quello, poi, di un’attenzione sempre viva verso le scienze, che andavano via via presentando possibili collegamenti con la teologia.

È, quest’ultimo, un atteggiamento che merita di essere rilevato. In effetti, la storia della vostra Università mostra che in essa la teologia non è stata mai concepita come una disciplina isolata. Essa è sempre stata inserita in un insieme di insegnamenti, accuratamente determinati dall’antica “Ratio Studiorum”, la quale si proponeva di assicurare così l’integrazione della ricerca e del sapere teologico nel complesso delle conoscenze caratteristiche dell’epoca. Si tendeva in questo modo alla costituzione di quella “Sapienza cristiana”, che la recente Costituzione Apostolica circa le Università e le Facoltà ecclesiastiche descrive come realtà che stimola a “raccogliere le vicende e le attività umane in un’unica sintesi vitale insieme con i valori religiosi, sotto la cui direzione tutte le cose sono tra loro coordinate per la gloria di Dio e per l’integrale sviluppo dell’uomo, sviluppo che comprende i beni del corpo e quelli dello spirito” (Giovanni Paolo II, Sapientia Christiana, Introduzione, I).

3. È un punto su cui mette conto di soffermarsi. La teologia, nella sua storia millenaria, ha sempre ricercato “alleati”, che l’aiutassero a penetrare tutte le ricchezze del piano divino, così come esso si disvela nella storia dell’uomo e si riflette nella magnificenza del cosmo. Questi “alleati” sono stati ravvisati via via nelle scienze e nelle discipline, che andavano emergendo sotto la spinta del desiderio di una conoscenza più profonda del mistero dell’uomo, della sua storia, del suo ambiente di vita.

Di questo si mostrarono consapevoli, fin dagli inizi, i responsabili del Collegio Romano. Chi percorre le vicende di questo Centro di studi rimane stupito nel vedere come vi siano state coltivate, accanto alla teologia, non soltanto la filosofia e le lettere, ma anche le arti, l’archeologia e lo studio dei monumenti antichi e delle più antiche culture, le scienze fisiche e matematiche, l’astronomia e l’astrofisica. Evidentemente si sentiva il bisogno di tenersi in stretto contatto con tutte quelle ricerche che, col passare degli anni, andavano modificando la visione che l’uomo aveva di sé e del mondo che lo circondava. E se dobbiamo riconoscere che gli studiosi del tempo non furono esenti dai condizionamenti culturali dell’ambiente, possiamo anche constatare che non mancarono geniali anticipatori e spiriti più liberi i quali, come San Roberto Bellarmino nel caso di Galileo Galilei, auspicavano che si evitassero inutili tensioni e irrigidimenti dannosi nei rapporti tra fede e scienza.

Le scienze della natura coltivate in quei secoli sono andate specializzandosi sempre più, e parecchie di esse sono uscite dall’ambito della ricerca propria di una Università Ecclesiastica. Rimane valida, però, anche oggi l’istanza fondamentale di tener conto di tutti quei progressi della scienza che toccano l’uomo e il suo ambiente di vita. In questa luce è auspicabile – sia detto per inciso – un rapporto dell’Università Ecclesiastica anche con le Università civili e i Centri di ricerca promossi dalla società moderna. Infatti “il distacco tra fede e cultura costituisce un impedimento all’evangelizzazione, mentre al contrario la cultura informata da spirito cristiano è un valido strumento per la diffusione del Vangelo” (Giovanni Paolo II, Sapientia Christiana, Introduzione, I).

4. Dal punto di vista istituzionale e organizzativo la vostra Università ha provveduto a questa ricerca costante di “alleati” della teologia con la costituzione successiva di Cattedre nelle diverse discipline emergenti, le quali si sono poi sviluppate in Istituti e Facoltà giuridicamente riconosciute. Di queste la più antica, accanto alla Facoltà di teologia, e contemporanea ad essa, è la Facoltà di filosofia.
Vorrei qui dire una parola specifica sugli studi filosofici in genere, ai quali sono legato per lunga esperienza di insegnamento e di ricerca. È importante che la Filosofia, in una Università Ecclesiastica, adempia il suo mandato tradizionale, investigando metodicamente i problemi suoi propri e cercandone la soluzione, sulla base del patrimonio filosofico perennemente valido, alla luce naturale della ragione (cf. Ivi, Norme Speciali, art. 79 § 1).

Ma è anche importante rilevare che il riferimento al patrimonio del passato non deve essere inteso come preclusione allo studio e alla valorizzazione critica delle correnti moderne e contemporanee.

La parola che ho pronunciato all’inizio del mio ministero pastorale sulla Cattedra di Pietro, gridando a tutti di non aver paura di spalancare le porte a Cristo, dobbiamo poterla ripetere anche ai grandi movimenti di pensiero contemporanei, valorizzando le loro attese e la loro tensione verso la verità tutta intera.

Non v’è tempo ora di passare in rassegna le singole Facoltà, ricordando il momento del loro costituirsi. Non posso fare a meno, però, di annotare come all’origine di ciascuna di esse vi sia la presa di coscienza da parte dei responsabili dell’Università della crescente differenziazione nel campo degli studi religiosi e della necessità di una costante attenzione alle più recenti ricerche sull’uomo. Ogni Facoltà e Istituto si presenta così come una nuova tappa nello sviluppo delle scienze ecclesiastiche attorno alla teologia.

5. Sono lieto di recarvi, stasera, figli carissimi, la mia parola di incoraggiamento a proseguire su questa strada. Lo farete, ovviamente, con la doverosa prudenza e col necessario discernimento. La teologia deve, infatti, scegliere i propri “alleati” secondo i criteri dettati dalla metodologia che le è propria. Vi sono correnti di pensiero che o per la loro impostazione di fondo o per gli sviluppi ad esse impressi dai loro fautori, non presentano i requisiti necessari per entrare utilmente in collaborazione con la ricerca teologica. Sarà indispensabile, in tal caso, dar prova di lucido senso critico nel valutare i contributi offerti dall’uno o dall’altro sistema filosofico o scientifico, e accogliere ciò che può giovare al progresso della conoscenza teologica, rifiutando invece ciò che a tale progresso si oppone. Vale anche qui il precetto di San Paolo: “Omnia probate, quod bonum est tenete” (1Ts 5,21).

Vi sono, infatti, ottiche, visuali, linguaggi filosofici decisamente carenti; vi sono sistemi scientifici così poveri o chiusi da rendere impossibile una traduzione e interpretazione soddisfacente della Parola di Dio. Assumere in modo acritico questi sistemi come alleati, significherebbe per la teologia mortificare se stessa ed esporsi a mutilazioni irreparabili. La storia degli sviluppi devianti seguiti da certi filoni teologici negli ultimi decenni è istruttiva.

È necessario, dunque, coltivare in se stessi la capacità di “discernere”. Si richiede, per questo, una solida formazione teologica, grazie alla quale lo studioso, divenuto padrone del metodo e degli strumenti propri della ricerca teologica, possa scandagliare le ricchezze nascoste della Parola di Dio. Questa diverrà, allora, nelle sue mani “più tagliente di ogni spada a doppio taglio”, capace di “penetrare fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e di scrutare i sentimenti e i pensieri del cuore” (cf. Eb 4,12).

Con tali presupposti, il confronto con le altre discipline si rivelerà veramente fecondo, favorendo uno scambio creativo, senza i rischi di ibride commistioni o di pericolosi travisamenti. Non succederà cioè, per usare il linguaggio di San Paolo, di ritrovarsi nella situazione di “fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore” (Ef 4,14).

6. Nel parlare dell’apertura che la teologia deve coltivare nei confronti delle altre discipline, mi viene spontaneo di richiamare un’altra apertura, anche più essenziale: l’apertura ai problemi degli uomini concreti, l’apertura al servizio della comunità ecclesiale.

La teologia è scienza ecclesiale, perché cresce nella Chiesa ed agisce sulla Chiesa; essa, perciò, non è mai un affare privato di uno specialista, isolato in una sorte di torre d’avorio. Essa è a servizio della Chiesa e deve quindi sentirsi dinamicamente inserita nella missione della Chiesa, particolarmente nella sua missione profetica.

Non che la teologia debba sostituirsi alla predicazione; essa, tuttavia, approfondendo ed estendendo l’intelligenza della Rivelazione, presta un aiuto importante alla predicazione ecclesiale e diventa, in certo modo, la base dell’attività liturgica e pastorale. Questa prospettiva pastorale deve stare dinanzi a voi, carissimi, nel vostro lavoro universitario, non per mortificare la serietà degli studi, ma per stimolare anzi la generosità dell’impegno, in vista della rilevanza che la vostra fatica ha per l’attuazione del piano salvifico di Dio. Pensiero teologico ed azione pastorale non si oppongono fra loro, ma si promuovono a vicenda; indagine scientifica ed evangelizzazione camminano insieme: l’una porta e sostiene l’altra.

Carissimi, dobbiamo servire gli uomini e le donne del nostro tempo. Dobbiamo servirli nella loro sete di verità totale, in essi suscitata da Cristo Redentore dell’uomo: sete di diritto e di giustizia, di moralità e di spiritualità; sete di verità ultime e definitive; sete della Parola di Dio; sete di unità fra i cristiani.

Ricordatelo bene, carissimi docenti e studenti, ed anche voi tutti collaboratori dell’Università: le realtà che vengono qui approfondite, il servizio pedagogico e formativo che viene reso, le dottrine che da qui si diffondono, non sono qualcosa di marginale, quasi un lusso rispetto ai problemi reali del nostro mondo. Esse toccano gli aspetti più profondi dell’esistenza, quelli che Cristo stesso è venuto ad illuminare con la sua vita, morte e risurrezione. Sono le realtà di cui ha bisogno ogni uomo e donna del nostro tempo per aprirsi all’amore e alla speranza. Senza questo amore e questa speranza l’umanità non potrà sopravvivere.

7. Ho accennato alla funzione pedagogica e formativa dell’Università. Questo mi porta a rivolgere una parola particolare a voi, studenti e studentesse che venite da ogni parte del mondo. Sento profondamente la vostra presenza come forza viva della Chiesa e colgo in voi come ho scritto nell’Enciclica Redemptor Hominis il desiderio di “avvicinarvi a Cristo e di “appropriarvi” e assimilare tutta la realtà dell’incarnazione e della redenzione per ritrovare voi stessi” (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 10). Confermo anche qui la convinzione che, se voi assecondate tale desiderio e attuate questo profondo processo, allora ciascuno di voi “produrrà frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso” e nascerà in lui “quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo che si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella” (cf. Ivi).

A questo fine è necessario che ciascuno di voi diventi parte attiva del processo conoscitivo, che si compie nella Università, affinché tale “profondo stupore” maturi in voi in riflessione ragionata e in convinzione scientificamente convalidata. Desidero, pertanto, stimolare in tutti voi una partecipazione attiva, piena e cordiale, alla penetrazione del mistero rivelato e delle realtà che vi sono connesse. Vi dovete sentire impegnati a collaborare responsabilmente al processo conoscitivo. Non siete dei semplici assimilatori di nozioni: siete dei ricercatori, chiamati a recare, insieme con i Professori e sotto la loro guida, un vostro contributo al progresso della scienza teologica.

È importante, quindi, che non vi limitiate soltanto a studiare: dovete soprattutto impadronirvi del metodo, secondo cui deve essere condotto lo studio, così da essere in grado di proseguire, a suo tempo, il cammino anche da soli. I gradi accademici vogliono essere il riconoscimento ufficiale della ormai acquisita maturità scientifica. Sono, peraltro, immediatamente evidenti gli utili riflessi che tale maturità avrà anche sul piano pastorale, rendendovi capaci di entrare in dialogo, domani, con la mentalità, le istanze, le attese, il linguaggio dell’uomo del nostro tempo.

Va da sé che tale partecipazione attiva al processo conoscitivo, che si svolge nell’Università, debba attuarsi in modo progressivo, adeguandosi alla natura dei diversi cicli secondo cui è ordinato il vostro curriculum di studi. Il primo ciclo, infatti, è destinato a dare un’informazione generale, mediante l’esposizione coordinata di tutte le discipline, insieme con l’introduzione all’uso del metodo scientifico. Nei cicli successivi, invece, si intraprende lo studio di un particolare settore delle discipline e, contemporaneamente, si offre agli studenti un esercizio più compiuto del metodo della ricerca, per arrivare progressivamente alla maturità scientifica (Giovanni Paolo II, Sapientia Christiana, Norme Comuni, art. 40).

Mi preme richiamare, qui, la necessità che “nell’adempiere l’ufficio didattico, specialmente nel ciclo istituzionale, siano anzitutto impartiti quegli insegnamenti, che riguardano il patrimonio acquisito della Chiesa” (Ivi, art. 70). Solo sulla base della responsabile assimilazione di tale patrimonio, infatti, può essere stimolata fra gli studenti la creatività e lo spirito di ricerca, in quella comunione di animi e di intenti, sorretta dalla tensione verso l’unica verità, che deve costituire una delle precipue caratteristiche della vita universitaria.

Si attuerà, così, con il leale apporto di tutti, il grande sforzo conoscitivo, che deve coinvolgere l’Università tutta intera, con ogni sua componente, impegnandola nella penetrazione della verità rivelata, con l’uso di tutti i metodi di ricerca.

8. Chi non vede la fondamentale importanza che tale sforzo ha per la vita della Chiesa e, in particolare, per la sua unità? A questo, del resto, pensava Sant’Ignazio quando pose le basi del Collegio Romano. Egli concepì una “universitas omnium gentium”, la quale, situata a Roma accanto al Vicario di Cristo e strettamente legata a lui con vincolo di fedeltà, fosse a servizio di tutte le Chiese di ogni parte del mondo, per favorire, attraverso una profonda riflessione sulla fede, la retta predicazione del Vangelo con un vivo senso dell’unità cattolica. In questo modo egli contribuì in misura notevole a mantenere l’unità del mondo cristiano, minato all’interno da profonde divisioni.

Da quel tempo, entro le strutture di questo Centro di studi sono vissuti in armoniosa collaborazione professori e studenti di nazioni e culture differenti, qui imparando a conoscersi fra loro e a maturare, sulla base del comune patrimonio di fede, vincoli di permanente unità. È questa unità cattolica che è stata vigorosamente proclamata in tutto il mondo, con la dottrina e con la vita, e più volte col martirio, dai diciannove Santi e dai ventiquattro Beati formati in questa Università. Alla medesima unità cattolica hanno servito i sedici Sommi Pontefici e gli innumerevoli Cardinali, Vescovi, Sacerdoti e, da qualche tempo in numero sempre più grande, le religiose e i laici, che in queste aule hanno approfondito la loro fede.

Alla luce di tanto nobili tradizioni, dico a tutti voi che mi ascoltate: vi attende una grande missione a servizio di tutte le Chiese. Voi qui imparate a stimarvi e a fraternizzare nel lavoro comune e nella ricerca dell’unica Verità. Le conoscenze che qui acquistate e le esperienze che qui fate, voi le utilizzerete a favore delle Chiese di tutto il mondo. È necessario, infatti, che le singole Chiese locali sviluppino le loro forze espressive e sfruttino le ricchezze delle loro proprie tradizioni religiose e culturali. Ma proprio per questo è anche necessario che tali esperienze vengano tra loro confrontate, vagliate, scambiate, in un’atmosfera di comune comprensione e di attenzione reciproca, perché sia conservata la comunione nell’intendere e nel volere.

Ecco qui la funzione importantissima di un Centro come questo, di una “universitas omnium gentium” nel cuore di Roma e vicino al Papa. Essa, giovandosi della sua secolare tradizione di collaborazione sia a livello di studenti che di docenti, tra culture, lingue e mentalità diverse, può e deve contribuire a mantenere e ad accrescere quel senso di fraternità, di mutuo ascolto, di capacità di capirsi, senza il quale non si può salvaguardare l’unità né tendere verso di essa.

Il Papa conta su di voi per il proseguimento di questa tradizione di servizio all’unità. Voi, studenti e studentesse, ritornando alle vostre Chiese, dovrete assumere diverse responsabilità di ministero e di servizio. Sappiate portare vivo in tutte le responsabilità e nei vostri contatti quel senso di cattolicità e di apertura universale, che è come il respiro della Chiesa. Siate promotori di unione e di fraternità, fautori di apertura e di dialogo tra le diverse lingue e culture. Recate il vostro contributo alla fusione armoniosa delle caratteristiche individuali di ogni cultura con tutti quegli elementi, che sono fonte permanente di unità cattolica.

9. E a voi, docenti, che lavorate proprio per questo in una situazione che esige particolare sacrificio e un continuo sforzo di attenzione e di apertura a quanto viene da ogni parte del mondo cattolico e dell’intera famiglia umana, dico il mio grazie riconoscente ed esprimo il mio incoraggiamento.

Si richiede da voi una ricerca coraggiosa ed aperta, libera da ogni pregiudizio e particolarismo, con lo sguardo fisso sul mistero centrale che è il Cristo, che opera e si manifesta nella sua Chiesa e che ha voluto porre nella Chiesa di Roma il segno visibile dell’unità del suo Corpo, affidando a Pietro e ai suoi Successori il compito di garantire l’integra proclamazione della verità cattolica, a servizio della Chiesa e di tutta l’umanità.

Cresca in voi, con lo studio, la passione per Cristo, così che il vostro insegnamento possa trasmettere ai giovani un’esperienza viva di lui: non va, infatti, dimenticato che lo scopo fondamentale della vostra fatica resta quello di “formare” dei cristiani e, in particolare, dei sacerdoti, capaci di recare domani un valido contributo all’azione pastorale con la testimonianza della parola e soprattutto della vita.

Carissimi professori, il Papa, che è stato anch’egli un uomo di studio e di Università, comprende molto bene le difficoltà del vostro lavoro, il peso gravoso che esso comporta, le asperità che si oppongono al vostro impegno e al vostro ideale. Non vi lasciate scoraggiare dalle tensioni quotidiane. Sappiate essere ogni giorno creativi, non accontentandovi troppo facilmente di quanto è stato utile per il passato. Abbiate il coraggio di esplorare, pur con prudenza, vie nuove. La Costituzione Apostolica Sapientia Christiana vi riconosce “una giusta libertà di ricerca e di insegnamento, perché si possa avere un autentico progresso nella conoscenza e nella comprensione della verità divina” (Giovanni Paolo II, Sapientia Christiana, Norme Comuni, art. 39 § 1,1).

Vi saranno necessari, proprio per questo, equilibrio interiore, fermezza della mente e dello spirito e, soprattutto, una profonda umiltà del cuore, che vi renda discepoli attenti della verità, in docile ascolto della Parola di Dio, autenticamente interpretata dal Magistero. I superbi, ammonisce San Tommaso, “dum delectantur in propria excellentia, excellentiam veritatis fastidiunt” (S. Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 162, a. 3, ad 1).

10. Carissimi docenti, studenti e collaboratori.

La Provvidenza ci ha dato di attuare questo incontro nel clima soffuso di dolcezza delle ormai prossime festività natalizie. Tra pochi giorni noi rivivremo il mistero ineffabile della nascita nel tempo del Verbo eterno di Dio. All’uomo che lo cerca, Dio si è fatto incontro con i lineamenti, la voce, i gesti di un essere umano. Il Dio invisibile è diventato in Cristo l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Vengono alla mente le parole del Prefazio natalizio: “Nel mistero del Verbo incarnato una nuova luce del tuo fulgore è apparsa agli occhi della nostra mente; perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili”. Non v’è qui, espresso in sintesi, il senso profondo del vostro impegno universitario? Cristo è il vero “méthodos” di ogni ricerca teologica, perché egli è “la via” (cf. Gv 14,6) per la quale Dio è venuto a noi e per la quale noi possiamo giungere a Dio. È lui che sostiene i vostri studi, lui il centro della vostra vita e della vostra preghiera. Camminate con slancio su questa “via”, sorretti dalla fede e dall’amore!

Nell’invocare su di voi e sul vostro lavoro l’abbondanza dei lumi celesti, affido la vostra Università e gli Istituti ad essa consociati alla vigile protezione di Colei che è Madre della Sapienza, perché è Madre di Cristo. Maria vi sia accanto nella vostra quotidiana fatica.

A voi tutti la mia Apostolica Benedizione con gli auguri più cordiali di un gioioso e santo Natale.  

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