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 DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II 
AL COMITATO DEI GIORNALISTI EUROPEI 
PER I DIRITTI DEL FANCIULLO

Sabato, 13 gennaio 1979

Signore, Signori. 

Sono felice di ricevere oggi il “Comitato dei giornalisti europei per il diritto del fanciullo”, accompagnato dai rappresentanti della Commissione nazionale italiana del Fanciullo: sotto il patronato di quest’ultima si svolge il vostro primo incontro qui, a Roma. Vi ringrazio di questa visita e della fiducia che esprime. Nel quadro dell’Anno internazionale del Fanciullo voi avete voluto prendere l’iniziativa di studiare per conto vostro la situazione di certi gruppi di bambini meno favoriti, allo scopo, penso, di sensibilizzare poi i vostri lettori a questi problemi. 

La Santa Sede non si contenta di guardare con interesse e simpatia le iniziative valide che saranno avviate quest’anno. È pronta a incoraggiare quanto sarà progettato e realizzato per il vero bene dei fanciulli: si tratta di una popolazione immensa, di una parte notevole dell’umanità, che ha bisogno di protezione e promozioni particolari, giacché è ben nota la precarietà della sua sorte. 

Fortunatamente, la Chiesa non è l’unica istituzione che affronti tali problemi; è vero però che essa ha sempre considerato parte importante della sua missione l’aiuto materiale, affettivo, educativo e spirituale all’infanzia. E che abbia agito così, dipende dal fatto che, pur senza adoperare l’espressione più recente di “diritti del fanciullo”, tuttavia la Chiesa, di fatto, considerava il bambino non come individuo da utilizzare né come oggetto, bensì come soggetto di diritti inalienabili, personalità nascente da far sbocciare, avente valore per se stessa e dotata di un destino singolare. Non si finirebbe mai di elencare le opere suscitate per questo scopo dal cristianesimo: ed è assai logico, giacché il Cristo stesso ha posto il fanciullo al centro del Regno di Dio: “Lasciate venire a me i bambini: il Regno dei cieli è di coloro che ad essi assomigliano” (Mt 19,14). E non valgono forse particolarmente in favore del fanciullo indifeso quelle parole pronunziate dal Cristo in riferimento ai bisognosi e che tutti ci giudicheranno: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare...; ero nudo e mi avete vestito..; ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,35-36)? Fame di pane, fame di affetto, fame di istruzione... Sì, la Chiesa desidera partecipare sempre più a questa attività a favore dell’infanzia, e suscitarla più largamente. 

Ma la Chiesa desidera altrettanto contribuire a formare la coscienza degli uomini, a sensibilizzare l’opinione pubblica verso i diritti essenziali del bambino, diritti che voi cercate di promuovere. Già la “Dichiarazione dei diritti del Fanciullo”, adottata circa venti anni fa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, esprime un consenso apprezzabile su un certo numero di principi assai importanti, che però sono ancora lungi dal trovare ovunque applicazione. 

La Santa Sede pensa che si può parlare anche dei diritti del bambino fin dal suo concepimento, e soprattutto del diritto alla vita: l’esperienza mostra sempre più che il bambino avrebbe bisogno d’una protezione speciale, di fatto e di diritto, fin dal periodo anteriore alla nascita. 

Si potrebbe anche insistere sul diritto del bambino a nascere in una vera famiglia: è di importanza capitale che egli goda fin dall’inizio dell’apporto congiunto del padre e della madre uniti in un matrimonio indissolubile. 

Parimenti, il fanciullo deve crescere e venir educato nella sua famiglia: i genitori restano i suoi “primi e principali educatori”, funzione che “se manca, può difficilmente esser supplita” (Gravissimum Educationis, 3). È questa un’esigenza dell’atmosfera di affetto e di sicurezza materiale e morale voluta dalla psicologia del bambino; e bisogna aggiungere che la procreazione fonda questo diritto naturale, che è anche “un grave obbligo” (Ivi, 3). Anche l’esistenza di legami familiari più larghi, con fratelli e sorelle, con nonni e altri parenti prossimi, è un elemento importante per l’armonico equilibrio del bambino: ma oggi si tende a trascurarlo. 

Nell’educazione cui, con i genitori, contribuiscono scuola e altri organismi della società il fanciullo deve trovare i mezzi “per svilupparsi in maniera sana e normale sul piano fisico, intellettuale, morale, spirituale e sociale, e in condizioni di libertà e dignità”. Così suona il secondo principio della Dichiarazione dei diritti del Fanciullo. A tal riguardo, il bambino ha ugualmente diritto alla verità, in un insegnamento che tenga conto dei valori etici fondamentali e che renda possibile un’educazione spirituale in armonia con l’appartenenza religiosa del soggetto, con l’orientamento voluto legittimamente dai suoi genitori e con le esigenze di una ben compresa libertà di coscienza: a questa deve venir preparato e formato il giovane durante l’infanzia e l’adolescenza. E su questo punto è normale che la Chiesa possa far valere le proprie responsabilità. 

Veramente, parlare dei diritti del fanciullo è parlare dei doveri dei genitori e degli educatori, che sono al servizio del bambino e del suo superiore interesse. Ma il bambino che cresce deve partecipare lui stesso al suo proprio sviluppo, con responsabilità che corrispondano alle sue capacità: e non si deve davvero trascurare di parlargli dei suoi doveri verso gli altri e verso la società. 

Queste sono alcune riflessioni che mi date occasione di esprimere riguardo agli obiettivi che vi proponete. Questo è l’ideale verso cui tendere per il bene più profondo dei fanciulli, per l’onore della nostra civiltà. So che prestate prioritaria attenzione ai bambini di cui non sono soddisfatti neppure i diritti elementari, sia nei vostri paesi sia negli altri continenti. Giornalisti europei, non esitate dunque a portare il vostro sguardo anche verso le regioni meno favorite dell’Europa! Io prego Dio di illuminare e rafforzare il vostro interessamento per quei bambini. 

                   

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