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DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II 
ALL'ASSEMBLEA GENERALE DELLA CEI

18 maggio 1979 

 

Carissimi e venerati Confratelli dell’Episcopato Italiano

Ho desiderato vivamente di incontrarmi ancora con voi al termine della presente Assemblea Generale, non soltanto per il piacere che il rinnovato contatto o – più esattamente – la comunione certamente procura a me ed a voi, ma anche e soprattutto per esprimervi il mio apprezzamento sincero per l’impegno che ognuno di voi ha dimostrato in questi giorni faticosi. Sono appena tornato dalla visita a Montecassino, ed anche questa circostanza, per l’evocazione di fondamentali memorie che toccano congiuntamente la storia del Cristianesimo e la civiltà italica, mi fa sentire più profondamente il vincolo spirituale che mi lega a voi. E voglio anche ringraziarvi per avermi pazientemente atteso, ben sapendo che non pochi di voi avrebbero dovuto far ritorno nelle rispettive sedi per urgenti esigenze di ministero. 

1. Da parte mia, ho procurato di seguire – per quanto m’è stato possibile – i vostri lavori, dei quali ho rilevato con grande soddisfazione la serietà e la lucidità nella doverosa e preminente considerazione che avete dedicato al tema-problema dei “Seminari e Vocazioni Sacerdotali”. Di un tale argomento ho già parlato durante la concelebrazione nella Cappella Sistina, ma la sua intrinseca rilevanza e i qualificati contributi che ad esso han dato gli Eccellentissimi Relatori mi suggeriscono di aggiungere qualche ulteriore considerazione al riguardo. 

Non c’è dubbio che i dati statistici, che sono stati presentati, debbano offrire il necessario punto di riferimento per un’esatta valutazione del problema; ma, come Pastori animati da viva fede e da prudente realismo, dovremo sempre tener presente che il rimedio più efficace, la soluzione adeguata è in una incessante, coraggiosa, fervida iniziativa vocazionale. Non è lecito pensare al problema in termini numerici e burocratici o in chiave di un semplice reclutamento: la vocazione è e resta un dono eletto di Dio, che, lungi dal dispensare dalla collaborazione umana, piuttosto la presuppone e la stimola. Né è lecito pensare alla sua soluzione eliminando o attenuando quelle tipiche caratteristiche del sacerdozio, che ne configurano inscindibilmente la nobiltà e la difficoltà: non si tratta di abbassare la linea perché sia superato l’ostacolo! All’altezza dell’ideale bisogna corrispondere con la generosità della donazione e la capacità di sacrificio. 

Fratelli, voi capite che è necessario un coordinato sforzo pastorale per quel risveglio delle vocazioni, che è nei voti non soltanto di noi qui riuniti, ma dell’intero Popolo di Dio, alla cui evangelizzazione, con l’ausilio indispensabile dei Presbiteri, noi siamo deputati. È a questo sforzo che voi avete dedicato, nel corso della presente Assemblea, rilievi e propositi. Io faccio miei gli uni e gli altri, offrendovi la mia più solidale ed aperta collaborazione. 

2. Ho ascoltato il Comunicato conclusivo, redatto al termine dei vostri lavori; sono lieto di esprimere la mia convinta adesione alle indicazioni, che in esso sono contenute. L’intenzione che vi ha ispirato è stata di esprimere collegialmente, nella ricchezza degli apporti offerti da voi in questi giorni, una linea operativa unitaria. Anche in tal modo – io penso – si rafforza e si accresce la coscienza comunitaria dell’intero Episcopato e la sua capacità, altresì, di indicare con la dovuta ponderazione una chiara posizione che, pur nel riguardo alle diverse circostanze, impegna responsabilmente ciascuno dei membri della Conferenza. In un’ora tanto importante per la vita della Nazione, animati da un alto senso del dovere, voi avete opportunamente sollecitato la dignità e la coerenza della retta coscienza cristiana. E come potrei io non sottolineare l’importanza e la validità di una tale impostazione, che nel mutare degli eventi o nella diversità delle contingenze socio-culturali assume il valore stesso di un principio? È il vostro un appello che, in linea oggettiva, merita di essere condiviso e che auspico sia accolto e seguito. 

3. L’ampiezza delle discussioni, la gravità dei temi trattati e la capacità nel decidere, che anche in questi giorni avete dimostrato, sono un segno eloquente del vostro affetto per il popolo che vi è affidato, per questo popolo italiano, a cui – quasi per un naturale impulso – mi sento spinto a rivolgere una doverosa parola di gratitudine e di elogio. Sì, voglio esprimere una pubblica e ben meritata lode al popolo buono e generoso, tenace e laborioso, che alle riconosciute virtù del tempo antico unisce il dinamismo e le realizzazioni geniali dell’età moderna. Questo io pensavo stamane durante il viaggio che mi ha portato presso la Tomba venerata di San Benedetto, patrono ed esempio luminosissimo per l’intera Europa; anche visitando il vicino cimitero che accoglie accanto a quelli di tante altre vittime i resti dei figli della mia Polonia, che versarono il loro sangue in questa Terra, ripensavo alla vicenda dell’Italia che nei momenti di prova ha fatto sempre appello alle sue riposte e mirabili energie, ritrovando in esse il segreto e il coraggio per la ripresa. E ripensavo, insieme col Santo di Norcia, a Francesco d’Assisi e a Caterina da Siena che costituiscono una triade, cui si volge ammirato lo sguardo del mondo non soltanto cristiano. E ripensavo al rapporto, multiforme ed emblematico, che ha segnato nei secoli la storia della Chiesa e dell’Italia, così ricca di ammirate testimonianze della fede cristiana. Fratelli carissimi, questa espressione di lode sgorga spontanea dal mio cuore, e io vi prego di parteciparla ai vostri sacerdoti e ai vostri fedeli quando rientrerete in sede. 

4. Permettete, infine, venerati e cari Fratelli, che adesso io tocchi un altro argomento, il quale riveste un’importanza fondamentale per l’attività stessa della vostra Conferenza. 

a) Già da tempo il Cardinale Antonio Poma, che ormai da dieci anni ricopre la carica di Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha chiesto che fossero accolte le sue dimissioni da questo ufficio. Tale domanda egli aveva deposto già nelle mani di Papa Paolo VI e poi di Papa Giovanni Paolo I; successivamente si è rivolto anche a me, esponendo il medesimo suo desiderio. Io l’ho pregato di voler mantenere ancora l’incarico per un certo tempo. Tutti sappiamo quanto è stata importante per la Comunità Episcopale d’Italia la presidenza del Cardinale Arcivescovo di Bologna durante gli anni che hanno visto l’applicazione fedele e generosa delle norme emanate dalla Sede apostolica in esecuzione delle disposizioni del Concilio Ecumenico Vaticano II: voglio dire qui davanti a tutti voi che il Cardinale Poma mi è stato sempre personalmente molto vicino fin dai tempi del Concilio, durante il quale ho potuto ammirare la sua preparazione, il suo zelo, la sua prudenza, la sua bontà. In questo decennio della sua presidenza si sono altresì delineate sempre più nettamente le strutture, le competenze e i compiti della Conferenza Episcopale Italiana, che ha assunto una dimensione sempre più organica, incisiva ed essenziale, prendendo le opportune iniziative per incrementare la vita spirituale del Paese, in una visione ad un tempo oggettiva e ricca di speranza, critica e stimolante, dei problemi più gravi sul piano della pastorale d’insieme. Ne fa fede, tra l’altro, l’interesse che suscitano nell’opinione pubblica le sue decisioni e i suoi documenti: i meriti del Cardinale Poma, pur avvolti dalla sua modestia, sono certamente molto grandi nel ruolo crescente preso dalla CEI: e sono lieto di dargliene atto oggi, pubblicamente e con profonda gratitudine. 

b) A seguito di queste dimissioni, mi sono trovato di fronte ad un problema che tutti riteniamo molto importante. 

Lo Statuto della CEI prevede all’articolo 25: “In considerazione dei particolari vincoli dell’Episcopato d’Italia con il Papa, Vescovo di Roma, la nomina del Presidente della Conferenza è riservata al Sommo Pontefice”. 

Rendendomi conto che il menzionato principio poneva dinanzi al Papa, che non proviene dalla cerchia dell’Episcopato Italiano, un compito molto difficile e, nello stesso tempo, volendo agire non in contrasto con tale norma, ho ritenuto opportuno – data la necessità di provvedere alla nomina del nuovo Presidente – di ricorrere ai Presidenti delle Conferenze Regionali, chiedendo di esprimere le loro opinioni per assicurare la successione del Cardinale Poma. 

A conclusione di questi contatti, ho deciso di rivolgermi all’Arcivescovo di Torino, Monsignor Anastasio Alberto Ballestrero, proponendogli di accettare la carica di Presidente della CEI, essendo stato egli indicato dalla maggioranza dei Presuli consultati. Poiché Monsignor Ballestrero ha accettato la nomina, desidero ora comunicare a tutti voi qui presenti che da oggi egli è, per il periodo di tre anni – come prevede lo Statuto – il Presidente della CEI. 

A lui vorrei, pertanto, esprimere le mie cordiali congratulazioni e i miei fraterni auguri, sicuro di interpretare i sentimenti di tutti. 

Nello spirito della parola evangelica, che ho voluto già ricordare durante la recente concelebrazione, io rinnovo a voi un forte invito alla fiducia e al coraggio, nella certezza dell’indefettibile assistenza di Dio, nel Cui Nome vi benedico di cuore unitamente ai vostri fedeli. 

  

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