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VISITA PASTORALE NEGLI STATI UNITI D'AMERICA
DISCORSO DEL SANTO PADRE
GIOVANNI PAOLO II New York, 2 ottobre 1979
Signor Presidente,
1. Desidero esprimere la mia gratitudine all’illustre Assemblea generale delle
Nazioni Unite, alla quale mi è consentito oggi partecipare e rivolgere la
parola. La mia riconoscenza va in primo luogo al Signor Segretario Generale
dell’ONU, il Dott. Kurt Waldheim, il quale già nell’autunno scorso – poco dopo
la mia elezione alla cattedra di San Pietro – mi rivolse l’invito per questa mia
visita, e, in seguito, lo rinnovò nello scorso maggio durante il nostro incontro
a Roma. Sin dall’inizio, ne fui molto onorato e profondamente obbligato. Ed
oggi, dinanzi ad una così eletta Assemblea, desidero ringraziare Lei, Signor
Presidente, che così gentilmente mi ha accolto e dato la parola.
2. Il motivo formale del mio intervento odierno è indubbiamente il particolare
legame di cooperazione che unisce la Sede Apostolica all’Organizzazione delle
Nazioni Unite, come attesta la presenza stessa della Missione permanente di un
Osservatore della Santa Sede presso questa Organizzazione. Tale legame, che la
Santa Sede tiene in grande considerazione, trova la ragione d’essere nella
sovranità di cui la Sede Apostolica è, da lungo volgere di secoli, rivestita,
sovranità che per l’ambito territoriale è circoscritta al piccolo Stato della
Città del Vaticano, ma che è motivata dalla esigenza che ha il Papato di
esercitare con piena libertà la sua missione, e, per ogni suo possibile
interlocutore, Governo o Organismo internazionale, dì trattare con esso
indipendentemente da altre Sovranità. Naturalmente, la natura e i fini della
missione spirituale propria della Sede Apostolica e della Chiesa fanno sì che la
loro partecipazione ai compiti e alle attività dell’ONU si differenzi
profondamente da quella degli Stati in quanto Comunità in senso
politico-temporale.
3. La Sede Apostolica non soltanto tiene in grande conto la propria
collaborazione con l’ONU, ma fin dalla nascita dell’Organizzazione la sempre
espresso la propria stima e il proprio consenso per lo storico significato di
questo supremo foro della vita internazionale dell’umanità contemporanea. Essa
non cessa anche di appoggiare le sue funzioni ed iniziative, che hanno quale
scopo la pacifica convivenza e la collaborazione fra le Nazioni. Ne abbiamo
molte prove. Negli oltre 30 anni di esistenza dell’ONU, messaggi ed Encicliche
pontificie, documenti dell’Episcopato cattolico, ed anche il Concilio Vaticano
II le hanno prestato grande attenzione. I Pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI
guardavano con fiducia a questa importante istituzione, come a un eloquente e
promettente segno dei nostri tempi. Ed anche colui che ora vi parla, fin dai
primi mesi del proprio pontificato, ha espresso più volte la stessa fiducia e
convinzione che nutrivano i suoi Predecessori.
4. Questa fiducia e convinzione della Sede Apostolica, come dicevo, non
risultano da ragioni puramente politiche, ma dalla stessa natura
religioso-morale della missione della Chiesa Cattolica Romana. Questa, quale
comunità universale che raccoglie in sé fedeli appartenenti a quasi tutti i
paesi e continenti, nazioni, popoli, razze, lingue e culture, è interessata
all’esistenza ed all’attività dell’Organizzazione, la quale – come deduciamo dal
suo nome – unisce e associa Nazioni e Stati. Unisce e associa, e non già divide
e contrappone: essa cerca le vie dell’intesa e della pacifica collaborazione,
tendendo con i mezzi disponibili i metodi possibili ad escludere la guerra, la
divisione, la reciproca distruzione in quella grande famiglia, che è l’umanità
contemporanea.
5. Questo è il motivo vero, il motivo sostanziate della mia presenza tra Voi, e
desidero esprimere gratitudine a così illustre Assemblea, perché ha preso in
considerazione tale motivo, che può rendere, in qualche modo, utile la mia
presenza tra Voi. Ha certamente un rilevante significato che tra i
rappresentanti degli Stati, la cui ragion d’essere è la sovranità dei poteri
legati al territorio e alla popolazione, si trovi oggi anche il rappresentante
della Sede Apostolica e della Chiesa Cattolica. Questa Chiesa è quella di Gesù
Cristo che, davanti al tribunale del giudice romano Pilato, dichiarò di essere
re, ma di un regno che non è di questo mondo (cf. Gv 18,36-37). Interrogato poi
sulla ragion d’essere del suo regno tra gli uomini, egli spiegò: “ Per questo io
sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla
verità” (Gv 18,37). Trovandomi quindi dinanzi ai rappresentanti degli Stati,
desidero non soltanto ringraziare, ma congratularmi in modo particolare, perché
l’invito a dare la voce al Papa nella Vostra Assemblea comprova che
l’Organizzazione delle Nazioni Unite accetta e rispetta la dimensione
religioso-morale di quei problemi umani, dei quali la Chiesa, per il messaggio
di verità e di amore che deve portare al mondo, si occupa. Certamente, per le
questioni che sono oggetto delle vostre funzioni e delle vostre sollecitudini –
attestate dal vastissimo e organico complesso di istituzioni e di attività che
fanno capo all’ONU o con essa collaborano, particolarmente nei settori della
cultura, della sanità, dell’alimentazione, del lavoro, nell’uso pacifico
dell’energia nucleare – è essenziale che ci incontriamo in nome dell’uomo inteso
nella sua integrità, in tutta la pienezza e multiforme ricchezza della sua
esistenza, spirituale e materiale, come ho espresso nell’Enciclica
Redemptor Hominis, la prima del mio pontificato.
6. In questo momento, profittando della solenne occasione di un incontro con i
Rappresentanti delle Nazioni del globo, vorrei rivolgere un saluto soprattutto a
tutti gli uomini e le donne viventi sulla nostra terra. Ad ogni uomo, ad ogni
donna, senza eccezione alcuna. Ogni essere umano, infatti, che abita il nostro
pianeta, è membro di una società civile, di una Nazione, numerose delle quali
sono qui rappresentate. Ognuno di Voi, Illustrissimi Signore e Signori, è
rappresentante di singoli Stati: sistemi e strutture politiche, ma soprattutto
di determinate unità umane; Voi tutti siete i rappresentanti degli uomini,
praticamente di quasi tutti gli uomini del globo: uomini concreti, comunità e
popoli, che vivono l’odierna fase della loro storia, ed insieme sono inseriti
nella storia di tutta l’umanità, con la loro soggettività e dignità di persona
umana, con una propria cultura, con esperienze e aspirazioni, tensioni e
sofferenze proprie, e con legittime aspettative. In questo rapporto trova il suo
perché tutta l’attività politica, nazionale e internazionale, la quale – in
ultima analisi – viene “dall’uomo”, si esercita “mediante l’uomo” ed è “per
l’uomo”. Se tale attività si distacca da questa fondamentale relazione e
finalità, se diventa, in certo modo, fine a se stessa, essa perde gran parte
della sua ragion d’essere. Ancor più, può diventare perfino sorgente di una
specifica alienazione; può diventare estranea all’uomo; può cadere in
contraddizione con l’umanità stessa. In realtà, ragion d’essere di ogni politica
è il servizio all’uomo, è l’adesione, piena di sollecitudine e responsabilità,
ai problemi ed ai compiti essenziali della sua esistenza terrena, nella sua
dimensione e portata sociale, dalla quale contemporaneamente dipende anche il
bene di ciascuna persona.
7. Mi scuso di parlare di questioni che a Voi, Illustrissimi Signore e Signori,
sono certamente evidenti. Ma non sembra inutile parlarne, perché ciò che insidia
più spesso le attività umane è l’eventualità che, nel compierle, si possano
perdere di vista le verità più lampanti, i principi più elementari.
Mi sia permesso di augurare che l’Organizzazione delle Nazioni Unite, per il suo
carattere universale, non cessi mai di essere quel “forum”, quell’alta tribuna,
dalla quale si valutano, nella verità e nella giustizia, tutti i problemi
dell’uomo. In nome di questa ispirazione, per questo impulso storico fu firmata
il 26 giugno 1945, verso la fine della terribile seconda guerra mondiale, la
Carta delle Nazioni Unite e prese vita, il 24 ottobre successivo, la vostra
Organizzazione. Poco dopo venne il fondamentale suo documento che fu la
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (10 dicembre 1948), dell’uomo
come individuo concreto e dell’uomo nel suo valore universale. Questo documento
è una pietra miliare posta sul lungo e difficile cammino del genere umano.
Bisogna misurare il progresso dell’umanità non solo col progresso della scienza
e della tecnica, dal quale risalta tutta la singolarità dell’uomo nei confronti
della natura, ma contemporaneamente e ancor più col primato dei valori
spirituali e col progresso della vita morale.
Proprio in questo campo si manifesta il pieno dominio della ragione attraverso
la verità nei comportamenti della persona e della società, ed anche il dominio
sulla natura e trionfa silenziosamente la coscienza umana, secondo l’antico
detto: “Genus humanum arte et ratione vivit”. Proprio quando la tecnica,
nell’unilaterale suo progresso, veniva diretta a scopi bellici, di egemonie e di
conquiste, perché l’uomo uccidesse l’uomo e una nazione distruggesse l’altra
privandola della libertà o del diritto di esistere – e ho sempre davanti alla
mia mente l’immagine della seconda guerra mondiale, iniziata quarant’anni or
sono, il primo settembre 1939, con l’invasione della Polonia, e finita il 9
maggio 1945 – proprio allora è sorta l’Organizzazione delle Nazioni Unite. E tre
anni dopo nacque il documento, che – come ho detto – è da considerare una vera
pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità: la Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo. Governi e Stati del mondo hanno capito che, se
non vogliono aggredirsi e distruggersi reciprocamente, debbono unirsi. La via
reale, la via fondamentale che conduce a questo, passa attraverso ciascun uomo,
attraverso la definizione, il riconoscimento ed il rispetto degli inalienabili
diritti delle persone e delle comunità dei popoli.
8. Oggi, a quarant’anni dallo scoppio della seconda guerra mondiale, vorrei
richiamarmi all’insieme delle esperienze degli uomini e delle Nazioni, vissute
da una generazione: in buona parte ancora in vita. Non molto tempo fa, ho avuto
modo di ritornare a riflettere su alcune di quelle esperienze in uno dei luoghi
più dolorosi e più traboccanti di disprezzo per l’uomo e per i suoi fondamentali
diritti: il campo di sterminio di Oswiecim (Auschwitz), che ho visitato durante
il mio pellegrinaggio in Polonia, nel giugno scorso. Questo luogo tristemente
conosciuto, è, purtroppo, soltanto uno dei tanti sparsi sul Continente europeo.
Anche il ricordo di uno solo dovrebbe costituire un segnale di avvertimento
sulle strade dell’umanità contemporanea per fare sparire una volta per sempre
ogni genere di campi di concentramento in ogni luogo della terra. E dovrebbe
sparire per sempre, dalla vita delle Nazioni e degli Stati, tutto ciò che si
richiama a quelle orribili esperienze, ciò che – sotto forme anche diverse, cioè
di ogni genere di tortura e di oppressione, sia fisica sia morale, esercitata
con qualsiasi sistema, in qualunque terra – è la loro continuazione, fenomeno
ancor più doloroso che si effettua col pretesto di “sicurezza” interna e di
necessità di conservare una pace apparente.
9. Gli illustri Presenti mi perdoneranno tale ricordo: ma sarei infedele alla
storia del nostro secolo, non sarei onesto di fronte alla grande causa dell’uomo
che tutti desideriamo servire, se – provenendo da quel Paese, sul cui vivo corpo
è stato costruito, un tempo, “Oswiecim” – io tacessi. Lo ricordo tuttavia,
illustrissimi e cari Signore e Signori, soprattutto al fine di dimostrare da
quali dolorose esperienze e sofferenze di milioni di persone è sorta la
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che è stata posta come
ispirazione di base, come pietra angolare dell’Organizzazione delle Nazioni
Unite. Questa Dichiarazione è costata milioni di nostri Fratelli e Sorelle che
l’hanno pagata con la propria sofferenza e sacrificio, provocati
dall’abbrutimento che aveva reso sorde e ottuse le coscienze umane dei loro
oppressori e degli artefici di un vero genocidio.
Questo prezzo non può essere stato pagato invano! La Dichiarazione Universale
dei diritti dell’uomo – con tutto il corredo di numerose Dichiarazioni e
Convenzioni su aspetti importantissimi dei diritti umani, a favore
dell’infanzia, della donna, dell’uguaglianza tra le razze, e particolarmente i
due Patti internazionali sui diritti economici, sociali e culturali, e sui
diritti civili e politici – deve rimanere nell’Organizzazione delle Nazioni
Unite il valore di base con cui la coscienza dei suoi Membri si confronti e da
cui attinga la sua ispirazione costante. Se le verità e i principi contenuti in
questo documento venissero dimenticati, trascurati, perdendo la genuina evidenza
di cui rifulgevano al momento della nascita dolorosa, allora la nobile finalità
dell’Organizzazione delle Nazioni Unite potrebbe trovarsi di fronte alla
minaccia di una nuova rovina. Ciò avverrebbe se sulla semplice e insieme forte
eloquenza della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo prendesse
decisamente il sopravvento un interesse, che si definisce ingiustamente
“politico”, ma che significa spesso soltanto guadagno e profitto unilaterale a
danno di altri, oppure volontà di potenza che non tiene conto delle esigenze
altrui, tutto ciò quindi che, per sua natura, è contrario allo spirito della
Dichiarazione. “L’interesse politico” così inteso, perdonatemi, Signori, porta
disonore alla nobile e difficile missione che è propria del vostro servizio per
il bene delle vostre Nazioni e di tutta l’umanità.
10. Quattordici anni fa, parlava da questa tribuna il mio grande Predecessore
Papa Paolo VI. Egli ha allora pronunziato alcune parole memorabili che desidero
oggi ripetere:
“Non più la guerra, non più! Mai più gli uni contro gli altri”, e neppure “l’uno
sopra l’altro”, ma sempre, in ogni occasione, “gli uni con gli altri”.
Paolo VI è stato un instancabile servo della causa della pace. Anch’io desidero
seguirlo con tutte le mie forze e continuare tale suo servizio. La Chiesa
cattolica, in tutti i luoghi della terra, proclama un messaggio di pace, prega
per la pace, educa l’uomo alla pace. Questa finalità è condivisa, e per essa si
impegnano anche rappresentanti e seguaci di altre Chiese e Comunità, e di altre
religioni del mondo. E questo lavoro, unito agli sforzi di tutti gli uomini di
buona volontà, porta certamente frutti. Tuttavia sempre ci turbano i conflitti
bellici che ogni tanto scoppiano. Quanto ringraziamo il Signore quando si
riesce, con intervento diretto, a scongiurarne qualcuno, come per esempio la
tensione che minacciava l’anno scorso l’Argentina e il Cile. Quanto auspico che
anche nelle crisi del Medio Oriente ci si possa avvicinare ad una soluzione.
Mentre sono pronto ad apprezzare ogni passo o tentativo concreto che si fa per
la composizione del conflitto, ricordo che esso non avrebbe valore se non
rappresentasse davvero la “prima pietra” di una pace generale e globale della
regione. Una pace che, non potendo non fondarsi sull’equo riconoscimento dei
diritti di tutti, non può non includere la considerazione e la giusta soluzione
del problema palestinese. Con esso è connesso anche quello della tranquillità,
dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Libano nella formula che ne
ha fatto esempio di pacifica e mutuamente fruttuosa coesistenza di comunità
distinte e che auspico sia mantenuto nel comune interesse, pur con gli
adeguamenti richiesti dagli sviluppi della situazione. Auspico inoltre uno
statuto speciale che, sotto garanzie internazionali – come ebbe ad indicare il
mio Predecessore Paolo VI – assicuri il rispetto della particolare natura di
Gerusalemme, patrimonio sacro alla venerazione di milioni di credenti delle tre
grandi Religioni monoteistiche, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam.
Non meno ci turbano le informazioni sullo sviluppo degli armamenti, che
oltrepassano mezzi e dimensioni di lotta e distruzione mai finora conosciuti.
Anche qui, incoraggiamo le decisioni e gli accordi che tendono a frenarne la
corsa. Tuttavia la minaccia della distruzione, il rischio che emerge perfino
dall’accettare certe “tranquillizzanti” informazioni, incombono gravemente sulla
vita dell’umanità contemporanea. Anche il resistere a proposte concrete ed
effettive di reale disarmo – come quelle che questa Assemblea ha richiesto, lo
scorso anno, in una Sessione Speciale – testimonia che – con la volontà di pace
dichiarata da tutti e dai più desiderata – coesista, forse nascosto, forse
ipotetico, ma reale, il suo contrario e la sua negazione. I continui preparativi
alla guerra, di cui fa fede la produzione di armi sempre più numerose, più
potenti e sofisticate in vari paesi, testimoniano che si vuole essere pronti
alla guerra, ed essere pronti vuol dire essere in grado di provocarla, vuol dire
anche correre il rischio che in qualche momento, in qualche parte, in qualche
modo qualcuno possa mettere in moto il terribile meccanismo di distruzione
generale.
11. È perciò necessario un continuo, anzi un ancor più energico sforzo, che
tenda a liquidare le stesse possibilità di provocazioni alla guerra, per rendere
impossibili i cataclismi, agendo sugli atteggiamenti, sulle convinzioni, sulle
stesse intenzioni e aspirazioni dei Governi e dei Popoli. Questo compito, sempre
presente all’Organizzazione delle Nazioni Unite e alle sue singole istituzioni,
non può non essere di ogni società, di ogni regime, di ogni Governo. A questo
compito serve certamente ogni iniziativa che abbia come fine la cooperazione
internazionale nel promuovere lo “sviluppo”. Come disse Paolo VI a conclusione
della sua Enciclica
Populorum Progressio: “Se lo sviluppo è il nuovo nome della pace, chi
non vorrebbe cooperarvi con tutte le sue forze?”. Tuttavia a questo compito deve
servire anche una costante riflessione e attività che tenda a scoprire le radici
stesse dell’odio, della distruzione, del disprezzo di tutto ciò che fa nascere
la tentazione della guerra non tanto nel cuore delle nazioni quanto nella
determinazione interiore dei sistemi che sono responsabili della storia di tutte
le società intere. In questo lavoro titanico – vero lavoro di costruzione del
futuro pacifico del nostro pianeta – l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha
indubbiamente un compito chiave e direttivo, per il quale non può non riportarsi
ai giusti ideali contenuti nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.
Questa Dichiarazione ha infatti realmente colpito le molteplici e profonde
radici della guerra, perché lo spirito di guerra, nel suo primitivo e
fondamentale significato, spunta e matura là dove gli inalienabili diritti
dell’uomo vengono violati.
Questa è una nuova visuale, profondamente attuale, più profonda e più radicale,
della causa della pace. È una visuale che vede la genesi della guerra e, in
certo senso, la sua sostanza nelle forme più complesse che promanano
dall’ingiustizia, considerata sotto tutti i suoi vari aspetti, la quale prima
attenta ai diritti dell’uomo e per questi recide l’organicità dell’ordine
sociale, ripercuotendosi in seguito su tutto il sistema dei rapporti
internazionali. L’Enciclica di Giovanni XXIII
Pacem in Terris sintetizza, nel pensiero della Chiesa, il giudizio più
vicino ai fondamenti ideali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Bisogna
conseguentemente basarsi su di esso e attenervisi, con perseveranza e lealtà,
per stabilire cioè la vera “pace sulla terra”.
12. Applicando questo criterio dobbiamo diligentemente esaminare quali tensioni
principali legate ai diritti inalienabili dell’uomo possano far vacillare la
costruzione di questa pace, che tutti desideriamo ardentemente, e che è anche il
fine essenziale degli sforzi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Non è
facile, ma è indispensabile. Nell’intraprenderla ognuno deve situarsi in una
posizione del tutto oggettiva, essere guidato dalla sincerità, dalla
disponibilità nel riconoscere i propri pregiudizi od errori, e perfino dalla
disponibilità nel rinunciare a particolari interessi anche politici. La pace è,
infatti, un bene più grande e più importante di ciascuno di essi. Sacrificando
questi interessi alla causa della pace, li serviamo in modo più giusto.
Nell’interesse politico “di chi può mai essere una nuova guerra?”.
Ogni analisi deve necessariamente partire dalle stesse premesse: che cioè ogni
essere umano possiede una dignità la quale, benché la persona esista sempre in
un contesto sociale e storico concreto, non potrà mai essere sminuita, ferita o
distrutta, ma al contrario dovrà essere rispettata e protetta, se si vuole
realmente costruire la pace.
13. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e gli strumenti giuridici
sia a livello internazionale che nazionale, secondo un movimento che non ci si
può augurare se non progressivo e continuo, cercano di creare una coscienza
generale della dignità dell’uomo, e di definire almeno alcuni dei diritti
inalienabili dell’uomo. Mi sia permesso di enumerarne qualcuno tra i più
importanti e universalmente riconosciuti: il diritto alla vita, alla libertà e
alla sicurezza della persona; il diritto all’alimentazione, all’abbigliamento,
all’alloggio, alla salute, al riposo e agli svaghi; il diritto alla libertà di
espressione, all’educazione e alla cultura; il diritto alla libertà di pensiero,
di coscienza e di religione e il diritto a manifestare la propria religione,
individualmente o in comune, tanto in privato che in pubblico; il diritto di
scegliere il proprio stato di vita, di fondare una famiglia e di godere di tutte
le condizioni necessarie alla vita familiare; il diritto alla proprietà e al
lavoro, a condizioni eque di lavoro e ad un giusto salario; il diritto di
riunione e di associazione; il diritto alla libertà di movimento e alla
migrazione interna ed esterna; il diritto alla nazionalità e alla residenza; il
diritto alla partecipazione politica e il diritto alla libera scelta del sistema
politico del popolo al quale si appartiene. L’insieme dei diritti dell’uomo
corrisponde alla sostanza della dignità dell’essere umano, inteso integralmente,
e non ridotto a una sola dimensione; essi si riferiscono alla soddisfazione dei
bisogni essenziali dell’uomo, all’esercizio delle sue libertà, alle sue
relazioni con altre persone; ma essi si riferiscono sempre e dovunque all’uomo,
alla sua piena dimensione umana.
14. L’uomo vive contemporaneamente nel mondo dei valori materiali e in, quello
dei valori spirituali. Per l’uomo concreto che vive e spera, i bisogni, le
libertà e le relazioni con gli altri non corrispondono mai solamente all’una o
all’altra sfera di valori, ma appartengono ad ambedue le sfere. È lecito
considerare separatamente i beni materiali ed i beni spirituali, ma per meglio
comprendere che nell’uomo concreto essi sono inseparabili, e per vedere altresì
che ogni minaccia ai diritti umani, sia nell’ambito dei beni materiali che in
quello dei beni spirituali, è ugualmente pericolosa per la pace, perché riguarda
sempre l’uomo nella sua integralità.
I miei illustri interlocutori mi consentano di richiamare una regola costante
della storia dell’uomo, già implicitamente contenuta in tutto ciò che è stato
ricordato a proposito dei diritti dell’uomo e dello sviluppo integrale. Questa
regola è basata sulla relazione fra i valori spirituali e quelli materiali o
economici. In tale relazione, il primato spetta ai valori spirituali, per
riguardo alla natura stessa di questi valori come anche per motivi che
riguardano il bene dell’uomo. Il primato dei valori dello spirito definisce il
significato proprio ed il modo di servirsi dei beni terreni e materiali, e si
trova, per questo stesso fatto, alla base della giusta pace. Tale primato dei
valori spirituali, d’altra parte, influisce nel far sì che lo sviluppo
materiale, tecnico e di civilizzazione serva a ciò che costituisce l’uomo, cioè
che renda possibile il pieno accesso alla verità, allo sviluppo morale, alla
totale possibilità di godere i beni della cultura di cui siamo eredi, e a
moltiplicare tali beni a mezzo della nostra creatività. Ecco, è facile costatare
che i beni materiali hanno una capacità non certo illimitata di soddisfare i
bisogni dell’uomo; in sé, non possono essere distribuiti facilmente e, nel
rapporto tra chi li possiede e ne gode e chi ne è privo, provocano tensioni,
dissidi, divisioni, che possono arrivare spesso alla lotta aperta. I beni
spirituali possono essere invece in godimento contemporaneo di molti, senza
limiti e senza diminuzione del bene stesso. Anzi, più grande è il numero degli
uomini che partecipa ad un bene, più se ne gode e ad esso si attinge, più quel
bene dimostra il suo indistruggibile e immortale valore. È una realtà confermata
ad esempio dalle opere della creatività, cioè del pensiero, della poesia, della
musica, delle arti figurative, frutti dello spirito dell’uomo.
15. Un’analisi critica della nostra civiltà contemporanea mette in luce che
essa, soprattutto durante l’ultimo secolo, ha contribuito, come mai prima, allo
sviluppo dei beni materiali, ma ha anche generato, in teoria e ancor più in
pratica, una serie di atteggiamenti in cui, in misura più o meno rilevante, è
diminuita la sensibilità per la dimensione spirituale dell’esistenza umana, a
causa di certe premesse per cui il senso della vita umana è stato rapportato in
prevalenza ai molteplici condizionamenti materiali ed economici, cioè alle
esigenze della produzione, del mercato, del consumo, delle accumulazioni di
ricchezze, o della burocratizzazione con cui si cercano di regolare i
corrispondenti processi. E questo non è frutto anche dell’aver subordinato
l’uomo ad una sola concezione e sfera di valori?
16. Quale legame ha questa nostra considerazione con la causa della pace e della
guerra? Dato che, come abbiamo già detto in precedenza, i beni materiali, per la
stessa loro natura, sono origine di condizionamenti e di divisioni, la lotta per
conquistarli diventa inevitabile nella storia dell’uomo. Coltivando questa
unilaterale subordinazione umana ai soli beni materiali non saremo capaci di
superare tale stato di necessità. Potremo attenuarlo, scongiurarlo nel caso
particolare, ma non riusciremo ad eliminarlo in modo sistematico e radicale, se
non mettiamo in luce e in onore più largamente, agli occhi di ogni uomo, alla
prospettiva di tutte le società la seconda dimensione dei beni: la dimensione
che non divide gli uomini, ma li fa comunicare tra loro, li associa e li unisce.
Ritengo che il prologo famoso della Carta delle Nazioni Unite, in cui i Popoli
delle Nazioni Unite, “decisi a salvare le future generazioni dal flagello della
guerra”, riaffermavano solennemente “la fede nei diritti fondamentali dell’uomo,
nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti
degli uomini e delle donne, e delle nazioni grandi e piccole” intende dare
evidenza a tale dimensione.
Non si possono infatti combattere i germi delle guerre in modo soltanto
superficiale, “sintomatico”. Bisogna farlo in modo radicale, risalendo alle
cause. Se mi sono permesso di richiamare l’attenzione sulla dimensione dei beni
spirituali, l’ho fatto per sollecitudine per la causa della pace, che si
costruisce con l’unione degli uomini intorno a ciò che è al massimo, e più
profondamente, umano, che eleva gli esseri umani al di sopra del mondo che li
circonda e decide della loro indistruttibile grandezza: indistruttibile
nonostante la morte alla quale ciascuno di questa terra è soggetto. Vorrei
aggiungere che la Chiesa cattolica, e, sento di poter dire, tutta la
cristianità, vedono proprio in questo campo il loro compito particolare. Il
Concilio Vaticano II aiutò a stabilire ciò che la fede cristiana ha in comune in
questa aspirazione, con le diverse religioni non-cristiane. La Chiesa è quindi
grata a tutti coloro che, nei confronti di tale sua missione, si comportano con
rispetto e benvolere, e non la ostacolano o la rendono difficile. L’analisi
della storia dell’uomo, in particolare nella sua epoca attuale, dimostra quanto
rilevante è il dovere di svelare più pienamente la portata di questi beni ai
quali corrisponde la dimensione spirituale dell’esistenza umana. Dimostra quanto
importante è questo compito per la costruzione della pace, e quanto grave sia
ogni minaccia contro i diritti dell’uomo. La loro violazione, anche nella
condizione “di pace”, è una forma di guerra contro l’uomo. Sembra che esistano
due principali minacce nel mondo contemporaneo, che riguardano l’una e l’altra i
diritti dell’uomo nell’ambito dei rapporti internazionali e all’interno dei
singoli Stati o società.
17. Il primo genere di minaccia sistematica contro i diritti dell’uomo è legato,
in un senso globale, alla distribuzione dei beni materiali, spesso ingiusta sia
nelle singole società che nell’intero globo. È noto che questi beni sono dati
all’uomo non soltanto come ricchezze della natura, ma in maggior parte vengono
da lui goduti come frutto della sua molteplice attività, dal più semplice lavoro
manuale e fisico, fino alle più complicate forme della produzione industriale, e
alle ricerche e studi di specializzazioni altamente qualificate. Varie forme di
disuguaglianza nel possesso dei beni materiali, e nel godimento di essi si
spiegano spesso con diverse cause e circostanze di natura storica e culturale.
Ma tali circostanze, se pur possono diminuire la responsabilità morale dei
contemporanei, non impediscono che le situazioni di disuguaglianza siano
contrassegnate dall’ingiustizia e dal danno sociale.
Bisogna quindi prendere coscienza che le tensioni economiche esistenti nei
singoli paesi, nelle relazioni tra gli Stati e perfino tra interi continenti,
portano insiti in se stesse elementi sostanziali che limitano o violano i
diritti dell’uomo, per esempio lo sfruttamento del lavoro, e i molteplici abusi
della dignità dell’uomo. Ne consegue che il criterio fondamentale secondo il
quale si può stabilire un confronto tra i sistemi socio-economico-politici non
è, e non può essere, il criterio di natura egemonico-imperialista, ma può, anzi
deve essere quello di natura umanistica, cioè la misura in cui ognuno di essi
sia veramente capace di ridurre, frenare ed eliminare al massimo le varie forme
di sfruttamento dell’uomo, e di assicurare all’uomo, mediante il lavoro, non
soltanto la giusta distribuzione, dei beni materiali indispensabili, ma anche
una partecipazione corrispondente alla sua dignità, all’intero processo di
produzione e alla stessa vita sociale che, intorno a questo processo, si viene
formando. Non dimentichiamo che l’uomo, benché dipenda per vivere dalle risorse
del mondo materiale, non può esserne lo schiavo, ma il signore. Le parole del
libro della Genesi: “Riempite la terra; soggiogatela” (Gen 1,28) costituiscono
in un certo senso una direttiva primaria ed essenziale nel campo dell’economia e
della politica del lavoro.
18. Certamente in questo campo l’umanità intera, e le singole nazioni hanno
compiuto, durante l’ultimo secolo, un notevole progresso. Ma non mancano mai in
questo campo le minacce sistematiche e le violazioni dei diritti dell’uomo.
Sussistono spesso come fattori di turbamento le terribili disparità fra gli
uomini e i gruppi eccessivamente ricchi da una parte, e dall’altra parte la
maggioranza numerica dei poveri o addirittura dei miserabili, privi di
nutrimento, di possibilità di lavoro e di istruzione, condannati in gran numero
alla fame e alle malattie. Ma una certa preoccupazione è talvolta suscitata
anche da una radicale separazione del lavoro dalla proprietà, cioè
dall’indifferenza dell’uomo nei confronti dell’impresa di produzione alla quale
lo leghi soltanto un obbligo di lavoro, senza la convinzione di lavorare per un
bene suo o per se stesso.
È comunemente noto che l’abisso tra la minoranza degli eccessivamente ricchi e
la moltitudine dei miseri è un sintomo ben grave nella vita di ogni società. Lo
stesso bisogna ripetere, con insistenza ancora più forte, a proposito
dell’abisso che divide singoli Paesi e regioni del globo terrestre. Può questa
disparità grave, che contrappone aree di sazietà ad aree di fame e di
depressioni, essere colmata in altro modo se non mediante una cooperazione
coordinata di tutte le Nazioni? A ciò è necessaria anzitutto un’unione ispirata
ad una autentica prospettiva di pace. Ma tutto dipenderà dal fatto se quei
dislivelli e contrasti nell’ambito del “possesso” dei beni, saranno ridotti
sistematicamente e con mezzi veramente efficaci; se spariranno dalla carta
economica del nostro globo le zone della fame, della denutrizione, della
miseria, del sottosviluppo, della malattia, dell’analfabetismo; e se la pacifica
cooperazione non porrà condizioni di sfruttamento, di dipendenza economica o
politica, che sarebbero soltanto una forma di neo-colonialismo.
19. Vorrei, ora richiamare l’attenzione sulla seconda specie di minaccia
sistematica, di cui è oggetto, nel mondo contemporaneo, l’uomo nei suoi
intangibili diritti, e che costituisce, non meno della prima, un pericolo alla
causa della pace, ossia le diverse forme di ingiustizia nel campo dello spirito.
Si può infatti ferire l’uomo nella sua interiore relazione alla verità, nella
sua coscienza, nelle sue convinzioni più personali, nella sua concezione del
mondo, nella sua fede religiosa, così come nella sfera delle cosiddette libertà
civili nelle quali è decisiva l’eguaglianza di diritti senza discriminazione a
motivo di origine, razza, sesso, nazionalità, confessione, convinzioni politiche
e simili. L’eguaglianza di diritti vuol dire l’esclusione delle diverse forme di
privilegio degli uni e di discriminazione degli altri, siano individui nati in
una stessa nazione, siano uomini di diversa storia, nazionalità, razza e
pensiero. Lo sforzo della civilizzazione tende da secoli in una direzione, dare
cioè alla vita delle singole società politiche una forma in cui possono essere
pienamente garantiti i diritti obiettivi dello spirito, della coscienza umana,
della creatività umana, inclusa la relazione dell’uomo con Dio. Eppure siamo
sempre testimoni delle minacce e violazioni che in questo campo ritornano,
spesso senza possibilità di ricorsi ed istanze superiori o di rimedi efficaci.
Accanto all’accettazione di formule legali che garantiscono come principio le
libertà dello spirito umano per es. la libertà di pensiero, di espressione, la
libertà religiosa, la libertà di coscienza, esiste spesso una strutturazione
della vita sociale in cui l’esercizio di queste libertà condanna l’uomo, se non
nel senso formale almeno di fatto a divenire un cittadino di seconda o di terza
categoria, a vedere compromesse le proprie possibilità di promozione sociale, di
carriera professionale, o di accesso a certe responsabilità, e a perdere perfino
la possibilità di educare liberamente i propri figli. È questione di massima
importanza che, nella vita sociale interna ed in quella internazionale, tutti
gli uomini in ogni nazione e paese, in ogni regime o sistema politico, possano
godere una effettiva pienezza di diritti.
Soltanto una tale effettiva pienezza di diritti, garantita ad ogni uomo senza
discriminazioni, può assicurare la pace alle stesse sue radici.
20. Per quanto riguarda la libertà religiosa, che a me, come Papa, non può non
stare particolarmente a cuore, anche in relazione proprio alla salvaguardia
della pace, vorrei riportare qui, come contributo ideale al rispetto della
dimensione spirituale dell’uomo, alcuni principi contenuti nella Dichiarazione
Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II.
“A motivo della loro dignità, tutti gli esseri umani, in quanto sono persone
dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale
responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a
cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure
tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro
vita secondo le sue esigenze” (Dignitatis
Humanae, 1,2).
“Infatti l’esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto
in atti interni volontari e liberi, con i quali l’essere umano si dirige
immediatamente verso Dio: i quali atti da un’autorità meramente umana non
possono essere né comandati, né proibiti. Però la stessa natura sociale
dell’essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di
religione, comunichi con altri in materia religiosa, professi la propria
religione in modo comunitario” (Ivi, 1,3).
Queste parole toccano la sostanza del problema. Dimostrano anche in che modo lo
stesso confronto tra la concezione religiosa del mondo e quella agnostica o
anche ateistica, che è uno dei “segni dei tempi” della nostra epoca, potrebbe
conservare leali e rispettose dimensioni umane senza violare gli essenziali
diritti della coscienza di nessun uomo o donna che vivono sulla terra.
Lo stesso rispetto della dignità della persona umana sembra richiedere che,
quando sia discusso o stabilito, in vista di leggi nazionali o di convenzioni
internazionali, il giusto tenore dell’esercizio della libertà religiosa, siano
coinvolte anche le istituzioni, che per loro natura servono la vita religiosa.
Trascurando tale partecipazione, si rischia di imporre delle norme o delle
restrizioni in un campo tanto intimo della vita dell’uomo, che sono contrarie ai
suoi veri bisogni religiosi.
21. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha proclamato l’anno 1979 l’anno del
Fanciullo. Desidero quindi, in presenza dei rappresentanti qui riuniti di tante
nazioni del globo, esprimere la gioia che per ognuno di noi costituiscono i
bambini, primavera della vita, anticipo della storia futura di ognuna delle
presenti patrie terrestri. Nessun paese del mondo, nessun sistema politico può
pensare al proprio avvenire diversamente se non tramite l’immagine di queste
nuove generazioni che dai loro genitori assumeranno il molteplice patrimonio dei
valori, dei doveri, delle aspirazioni della nazione alla quale appartengono
insieme con quello di tutta la famiglia umana. La sollecitudine per il bambino,
ancora prima della sua nascita, dal primo momento della concezione e, in
seguito, negli anni dell’infanzia e della giovinezza è la prima e fondamentale
verifica della relazione dell’uomo all’uomo.
E perciò, che cosa di più si potrebbe augurare a ogni nazione e a tutta
l’umanità, a tutti i bambini del mondo se non quel migliore futuro in cui il
rispetto dei Diritti dell’Uomo diventi una piena realtà nelle dimensioni del
Duemila che s’avvicina?
22. Ma in tale prospettiva dobbiamo chiederci se continuerà ad accumularsi sul
capo di questa nuova generazione di bambini la minaccia del comune sterminio i
cui mezzi si trovano nelle mani degli Stati contemporanei, e particolarmente
delle maggiori Potenze della terra. Dovranno forse ereditare da noi, come un
patrimonio indispensabile, la corsa agli armamenti? Con che cosa possiamo
spiegare questa corsa sfrenata? Gli antichi solevano dire: “si vis pacem, para
bellum”. Ma la nostra epoca può credere ancora che la vertiginosa spirale degli
armamenti serva alla pace del mondo? Adducendo la minaccia di un nemico
potenziale si pensa invece a riservarsi a propria volta un mezzo di minaccia per
ottenere, con l’aiuto del proprio arsenale di distruzione, il sopravvento? Anche
qui è la dimensione umana della pace che tende a svanire in favore di eventuali,
sempre nuovi imperialismi.
Bisogna dunque augurare qui, in modo solenne, ai nostri bambini, ai bambini di
tutte le nazioni della terra che non si arrivi mai a tale punto. E per ciò non
cesso di supplicare ogni giorno Iddio che ci preservi, con la sua misericordia,
da un simile giorno terribile.
23. Alla fine di questo discorso, desidero esprimere ancora una volta davanti a
tutti gli Alti Rappresentanti degli Stati qui presenti un pensiero di stima e di
profondo amore per tutti i popoli, per tutte le nazioni della terra, per tutte
le comunità di uomini. Ognuna di esse ha la propria storia e cultura: auguro che
possano vivere e svilupparsi nella libertà e nella verità della propria storia.
Poiché tale è la misura del bene comune di ognuna di esse. Auguro che ciascuno
possa vivere e fortificarsi con la forza morale di questa comunità, che forma i
suoi membri come cittadini. Auguro che le autorità statali, rispettando i giusti
diritti di ciascun cittadino, possano godere, per il bene comune, la fiducia di
tutti.
Auguro che tutte le Nazioni, anche le più piccole, anche quelle che non ancora
godono della piena sovranità e quelle alle quali è stata forzatamente tolta,
possano ritrovarsi in piena uguaglianza con le altre nell’Organizzazione delle
Nazioni Unite.
Auguro che l’Organizzazione delle Nazioni Unite rimanga sempre il supremo foro
della pace e della giustizia: autentica sede della libertà dei popoli e degli
uomini nella loro aspirazione a un futuro migliore.
*Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. II/2 p. 522-540
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