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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL CILE IN VISITA AD LIMINA APOSTOLORUM 

13 ottobre 1979

 

Signor Cardinale,
Venerabili e cari Fratelli nell’Episcopato.

Provo un’immensa gioia nel ricevervi oggi, Vescovi della Chiesa in Cile. So che con non pochi sacrifici avete intrapreso questo lungo viaggio “Beatorum Apostolorum sepulchra veneraturi” (Codex Iuris Canonici, can. 341,1), come ha così ben esposto il Presidente della vostra Conferenza Episcopale, per confermare la vostra filiale adesione e stretta comunione con il Sommo Pontefice, Pastore della Chiesa romana: “Ad hanc enim Ecclesiam, propter potiorem principalitatem, necesse est omnem convenire Ecclesiam” (S. Ireneo, Adversus haereses, III, 3,2).

Questo non è un incontro sporadico. Il contatto del Pastore della Chiesa universale con i pastori delle Chiese locali è una realtà permanente, grazie al vincolo interiore della preghiera e dell’unità nella fede, nella speranza e carità, come anche attraverso i rappresentanti del Romano Pontefice in ogni nazione e gli organismi della Curia, che operano in suo nome e con la sua autorità per il bene della Chiesa e al servizio dei suoi responsabili (cf. Christus Dominus, 9).

Il ritrovarci qui riuniti personalmente nel nome di Cristo è un momento privilegiato. Mi rallegra molto il fatto che la vostra visita “ad limina” si svolga collettivamente, in certo modo come manifestazione e desiderio di unità delle vostre anime, e mi compiaccio vivamente che possa vedervi dopo la vostra peregrinazione alla Terra Santa, mentre intuisco le impressioni che avete raccolto, visitando in preghiera i luoghi santificati da Gesù, Fondatore della Chiesa.

Conosco bene la vostra generosa ed efficiente opera, l’instancabile sollecitudine della vostra Conferenza Episcopale, ed il piano pastorale su “La condotta umana”, dalla quale, come da radici profonde, sorgono precisi orientamenti per un rinnovamento spirituale e religioso, profondo e completo, del Popolo di Dio a voi affidato.

Come modesto contributo ai vostri incarichi pastorali, alle vostre aspirazioni e ai vostri sforzi, vorrei fare riferimento a due temi che rivestono una importanza particolare nell’esercizio della vostra missione nel momento attuale: l’evangelizzazione e le vocazioni.

L’evangelizzazione è un compito permanente ed essenziale del ministero episcopale. “Per la Chiesa – diceva il nostro amato predecessore Paolo VI – evangelizzare significa portare la Buona Nuova a tutti gli ambienti dell’umanità e, con il suo influsso, trasformare da dentro, rinnovare l’umanità stessa: “Ecco che rendo nuove tutte le cose”” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 18). “Non c’è vera evangelizzazione se non si annunciano il nome, la dottrina, la vita, le promesse, il regno, il mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio” (Ivi, 22).

San Matteo sembra interrompere bruscamente il suo Vangelo per concluderlo con l’invio degli Apostoli al mondo: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra: andate, insegnate a tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io ho comandate a voi. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20).

Raccomando di cuore alla vostra meditazione questo testo. Quanta importanza Cristo attribuisce alla missione degli Apostoli, dato che per realizzarla fa riferimento alla pienezza dei poteri che ha ricevuto su tutto il creato! Egli trasmette a voi, successori degli Apostoli, lo stesso mandato di annunciare lui Salvatore, di provocare la conversione e l’adesione a lui stesso e di incorporare, infine, tutti in una comunità in cui si mantenga e si accresca la presenza di Dio nel mondo.

Il Signore non vuole che l’annuncio rimanga diretto esclusivamente agli intellettuali, come se fosse una dottrina teorica, poiché deve condurre ad una profonda unità di fede e vita nella quotidianità personale e sociale, nazionale ed internazionale. A questo non si giunge senza sacrificio, senza una grande cura per applicare la parola eterna alle circostanze concrete, mostrandovi voi stessi testimoni viventi del messaggio evangelico.

La vostra missione è quella di seguire le tracce di Cristo, Buon Pastore. Non siete né un simposio di esperti, né un parlamento di politici, né un congresso di scienziati o tecnici, bensì Pastori della Chiesa ai quali corrisponde, come ho ricordato durante la memorabile riunione dell’Episcopato Latinoamericano a Puebla, l’essere maestri della verità, segni costruttori dell’unità e difensori e promotori della dignità dell’uomo (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio ad Episcopos, in urbe Puebla aperiens III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae, passim). Così potrete contribuire all’instaurazione di un ordine sempre più cristiano e, per ciò stesso, sempre più giusto.

Nei vostri incarichi dovrete dirigervi a tutti gli uomini senza eccezione, tanto a coloro che camminano nella fede, quanto a coloro che ne vivono al di fuori, ai poveri e ai ricchi, agli operai e ai professionisti, ai sani e agli infermi, come fece il Maestro. Per il bene di tutti, specialmente dei più bisognosi, sarà vostra cura sollecita, illuminare coloro che operano nel campo della cultura, della scienza, della tecnica, quanti abbiano una maggior responsabilità per il bene comune, affinché la luce del Vangelo vivificante diriga e promuova questo progresso integrale che, senza di questa, si volge alla fine contro l’uomo.

Per quanto riguarda la salvaguardia della dignità dell’uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri, come già ebbi occasione di dirvi, “i vostri propositi si ispirino ai principi del Vangelo, sotto la guida del Magistero della Chiesa, guardando a Cristo uomo, modello, maestro e redentore dei suoi fratelli”.

Con rinnovata “fiducia e speranza, vi esorto ad un adeguato impegno di illuminazione, soprattutto insistendo sull’amore, indispensabile fondamento della comunione ecclesiale e della convivenza umana, nella prospettiva del fine trascendente dell’uomo, figlio di Dio. In questo modo, persino in questo campo di così grande importanza, la Chiesa apparirà come segno di salvezza e sacramento di unità per tutti” (cf. Lumen Gentium, 48).

Un campo estremamente vitale per le vostre Chiese è quello della pastorale vocazionale. Molte fra le vostre diocesi, a causa della scarsità di sacerdoti, ricorrono ad un aiuto esterno. È un aiuto validissimo ma precario: la comunità diocesana, per la sua maturazione organica, deve generare nel proprio seno le forze vitali che siano adeguatamente sufficienti per il progresso spirituale dei fedeli.

Perciò rendo grazie a Dio e benedico i vostri coraggiosi sforzi in questo settore, e osservo con immensa gioia il promettente incremento in Cile, delle vocazioni sacerdotali: annuncio di una nuova primavera nelle vostre chiese.

Ovviamente il problema va più in là del semplice aumento numerico dei candidati; comprende anche la loro solida preparazione e un ulteriore aiuto durante le loro attività sacerdotali. È necessario chiarire che questo non è un incarico individuale ed isolato di ciascuno di voi, bensì le vocazioni si formano al servizio della Chiesa. Perciò terrete presente il contesto nazionale, le esigenze del presente e quelle del futuro, e dovrete agire in tutto e per tutto di comune accordo con gli altri Prelati, specialmente con quelli della propria Previdenza Ecclesiastica. Presterete anche la debita attenzione ai documenti diffusi dalla Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica, che si riferiscono alla formazione degli aspiranti al sacerdozio: in questi troverete direttive sicure.

Il sacerdote è, inoltre, il Pontefice “preso tra gli uomini, a favore degli uomini ed istituito per le cose che si rivolgono a Dio per offrire offerte e sacrifici per i peccati, affinché possa mostrarsi indulgente verso gli ignoranti e i traviati, in quanto egli stesso è circondato da debolezze, e a causa di queste deve offrire per sé sacrifici per i peccati, come per il popolo” (Eb 5,1-3).

Perciò il sacerdote è l’uomo di preghiera, il liturgista che conduce la comunità a porgere a Dio il culto di tutta la Chiesa, culto degno, universale, di incomparabile bellezza. I seminaristi devono essere formati teoricamente e praticamente, affinché possa essere assicurato per il futuro un genuino rinnovamento liturgico, una delle raccomandazioni più insistenti del Concilio e della Santa Sede.

È necessario, soprattutto, che già dal seminario i futuri sacerdoti siano formati di modo che abbiano una coscienza molto chiara sulla propria missione specifica, perché la tentazione e l’efficacia non li porti più tardi ad assumere metodi contrastanti con il Vangelo, fondato su principi puramente umani ed orientati a mete meramente temporali.

È chiaro che la formazione del sacerdote si fonda su di una solida ecclesiologia, partendo dalla persona di Cristo così come è presentata nel Vangelo, escludendo le sue consistenti riletture. L’ho detto a Puebla e per la sua importanza desidero ripeterlo a voi oggi: il nostro dovere è quello di proclamare la liberazione nel suo senso integrale e profondo, come la annunciò Gesù Cristo, la liberazione da tutto ciò che opprime l’uomo, ma soprattutto, dal peccato; “se la Chiesa si rende presente nella difesa o nella promozione della dignità dell’uomo, lo fa in linea con la sua missione che, essendo di carattere religioso e non sociale o politico, non può fare a meno di considerare l’uomo nell’integrità del suo essere” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Episcopos, in urbe Puebla aperiens III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae, III, 2).

Molti sforzi importanti realizzati nei seminari si sciupano poi per una negligenza posteriore. Seguite dunque da vicino i vostri sacerdoti con sollecitudine e fiducia, con amore paterno affinché, integrandosi con l’apostolato, possano essere vostri validi fedeli collaboratori.

Questo ampio campo che vi ho ricordato e, più ancora, tutta l’azione pastorale trova in voi, come insegna il Vaticano II, il principio e il fondamento visibile dell’unità della Chiesa particolare (cf. Lumen Gentium, 23).

L’unità delle vostre chiese si costruisce intorno ad ognuno di voi, ed intorno a tutti voi, in comunione con il Successore di Pietro, in risposta alla esortazione e alla preghiera di Cristo (cf. Gv 17,22) seguendo la linea luminosamente tracciata dal Concilio Vaticano II (cf. Lumen Gentium, 23).

Vi incoraggio poi, in modo particolare, affinché questa “visita ad limina”, costituisca un rinnovato impegno a continuare il vostro compito evangelizzatore in piena convergenza non solo di intenti, ma anche di metodi ed azione.

L’unità nella Chiesa non nasce da forme esterne, bensì da una forza interiore che trova le sue radici nella verità e nel bene. Ciò non si ottiene senza una lotta interiore, non si consegue senza la negazione di se stessi, non si raggiunge se non ci si pone in dubbio ogni giorno e non si apprende ad accettare gli altri. “Veritatem autem facientes in caritate, crescite in eo quod est caput Christus” (Ef 4,15): Cristo deve essere l’ispiratore ed il centro dell’unità; così, per ottenerla, ci dona la grazia per realizzarla nella misura in cui egli desidera.

Questa unità ecclesiale, frutto dell’incontro in Cristo, sarà anche la grande forza che vi animerà e sosterrà nella generosa donazione all’opera di pacificazione degli spiriti, al di sopra di qualsiasi limite o barriera. A questo proposito voglio manifestarvi la mia compiacenza per il deciso aiuto che avete prestato alla causa della pace fra il vostro paese e l’Argentina, causa alla quale io ho dedicato e dedico particolare attenzione, come voi sapete.

Continuate con l’esempio, la parola e l’orazione, operando in questa bella missione per la fraternità fra uomini e popoli che si riconoscono figli dello stesso Padre.

A Maria, Madre della Chiesa, raccomandiamo l’unità dei Pastori e dei fedeli; a lei, Madre e Regina del Cile.

Il Signore vi guiderà e sosterrà nella vostra opera. Io, a nome suo, con affetto speciale e come segno di comunione, benedico voi, Vescovi e Pastori del Signore, i vostri sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, i vostri seminaristi e ministri, e tutti i vostri fedeli: per tutti prego, per tutti vivo!

          

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