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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL PONTIFICIO CONSIGLIO COR UNUM

27 ottobre 1979

 

È con molto piacere che ricevo, già per la seconda volta, il Pontificio Consiglio “Cor Unum” in occasione della sua Assemblea generale. Avendo potuto seguire più da vicino quest’anno la vostra attività, sono particolarmente felice di questo incontro che mi permette un contatto più approfondito con l’insieme dei membri del vostro Consiglio.

1. Come non evocare con voi, all’inizio, il ricordo di coloro che sono più particolarmente presenti alla vostra memoria e nella vostra preghiera in questi giorni? Ci hanno lasciato, l’uno dopo l’altro, il Padre John Molloy, religioso monfortiano che fu uno di quei collaboratori discreti ma preziosi che assicurano l’efficacia del lavoro. Poi il Cardinale Jean Villot, vostro primo Presidente, così caro a tutti noi. Egli fu strettamente associato nella fondazione e nell’orientamento di “Cor Unum”, e voi tutti sapete quanto egli, malgrado le sue molteplici e così pesanti responsabilità, desiderasse seguire le vostre attività e portarvi tutto il sostegno necessario.

Ed infine il Padre Henri de Riedmatten, domenicano, che ha messo a servizio di “Cor Unum”, cioè al servizio dei più poveri, senza calcolo e fino all’estremo limite delle sue forze, capacità e competenza fuori dal comune, che hanno segnato i primi anni di questa istituzione e di cui voi continuate a beneficiare.

Noi li raccomandiamo al Signore, ansiosi di continuare l’opera della Chiesa a cui essi si sono consacrati, ciascuno per parte propria, con fedeltà.

2. Due prospettive guidarono il mio predecessore, Papa Paolo VI, quando istituì il Pontificio Consiglio “Cor Unum”. Dapprima una visione realista delle cose: i bisogni sono immensi, appelli angosciosi salgono da ogni parte, le risorse sono limitate, l’amore fraterno e il dovere della condivisione cui richiama sono molto spesso raffreddati. Bisogna allora rendere possibile l’aiuto del “prossimo”, organizzarlo, evitare la dispersione delle forze e delle risorse, coordinare le iniziative, grazie alla collaborazione dei differenti organismi votati all’azione caritativa. Ma il secondo aspetto, il più importante, consisteva in una viva coscienza delle implicazioni ecclesiali dell’esigenza evangelica della carità verso tutti gli uomini. Accanto al senso del prossimo, che è naturale ad ogni uomo cosciente della propria natura e della propria dignità, il Vangelo pone un’esigenza supplementare: “Caritas Christi urget nos”, e questa comporta una forma di partecipazione alla vita della Chiesa che è essenziale per dare alla condivisione e all’aiuto fraterno il loro pieno significato che è esprimere la carità di Cristo. Questa prospettiva evangelica, spirituale ed ecclesiale costituisce la più profonda giustificazione dell’esistenza del Consiglio “Cor Unum”. Infatti essa si fonda, in definitiva, sulla coscienza della Chiesa come Corpo mistico di Cristo. Questo orientamento, che il mio grande predecessore Paolo VI ha voluto dare all’insieme delle azioni caritative, io oggi faccio totalmente mio poiché il Signore, chiamandomi alla Sede di Pietro, mi ha effettivamente chiamato a presiedere “alla carità universale”.

3. Da oltre otto anni voi vi sforzate di agire in questo senso. Non voglio, in questi brevi istanti, rilevare come questa prospettiva ecclesiale ha ispirato le vostre continue relazioni con le Conferenze episcopali come pure le vostre relazioni ecumeniche, e allo stesso modo la vostra azione di affronto delle situazioni di difficoltà e delle urgenze, ahimè così numerose, o gli studi che conducete riguardo il modo propriamente cristiano di esaminare i problemi della promozione umana o della salute. Vorrei piuttosto approfittare del nostro incontro di questa mattina per considerare con voi le future prospettive.

4. Secondo la linea or ora ricordata, “Cor Unum” ha giustamente messo al primo posto delle sue preoccupazioni la cura di una collaborazione sempre più attiva e più estesa con le Conferenze episcopali, sia quelle dei paesi che danno un aiuto materiale sia quelle dei paesi che lo ricevono. Non si tratta solamente, lo ripeto, di efficacia nelle relazioni, ma della stessa concezione della Chiesa, che, nell’esercizio della carità materiale, deve esprimere la carità spirituale che la anima e che è frutto dello Spirito Santo. Vi incoraggio dunque a continuare in questa linea, augurandovi che “Cor Unum” divenga sempre di più, in particolare nelle occasioni delle visite “ad limina”, un luogo dove si condivida, nella prospettiva che vi è propria, “la preoccupazione per tutte le Chiese”. Non possiamo augurarci che i Vescovi trovino normale venire alla sede di “Cor Unum”, come vanno anche nei diversi organismi della Curia, e come i rappresentanti di “Cor Unum” visitano essi stessi queste Conferenze quando vanno in missione?

5. Del resto, so quanto voi stessi, responsabili di agenzie di aiuto locali, e tutti coloro che lavorano con voi, siate preoccupati dall’obbligo di affrontare, giorno dopo giorno, le urgenze di ogni genere che vi assillano. Dovete tuttavia essere ancor di più attenti alla autenticità propriamente ecclesiale della vostra azione. L’uomo non vive di solo pane, questo pane che manca a una così grande parte dell’umanità; vive anche di verità, vive della parola di Dio. Se il ruolo delle agenzie di aiuto e delle istituzioni caritative è di agire, occorre che questa azione si ispiri sempre al Vangelo. Sebbene distinte, la missione propriamente evangelica della Chiesa e la sua azione caritativa, derivano dalla stessa sorgente, l’amore di Cristo Redentore, che rivela pienamente l’uomo a se stesso (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 10). Esse non devono dunque mai dare l’impressione di prendere la loro ispirazione da sorgenti diverse. Questo dice la necessità della vostra collaborazione con le Conferenze episcopali di tutti i paesi interessati. Nel Corpo mistico di Cristo, ciascuno dà e ciascuno riceve secondo ciò che il Signore ha distribuito ad ognuno, ma non ci sono mai scambi a senso unico. Questo dice anche l’esigenza di un’analisi propriamente cristiana, evangelica, degli avvenimenti: questa fonda la dottrina sociale della Chiesa nella sua specificità e nella sua ampiezza; guida la sua azione caritativa ben al di là delle prospettive propriamente tecniche o politiche che troppo spesso nel mondo determinano la valutazione dei bisogni e il modo di rispondervi.

6. Il ruolo di coordinamento che, sull’esempio di Papa Paolo VI, desidero vedere assolvere, dal vostro organismo, si pone in queste prospettive. Dal Vicario di Cristo, che il Pontificio Consiglio tiene informato dei problemi concreti, voi ricevete l’animazione e lo stimolo che garantiscono questa prospettiva evangelica che non bisogna mai lasciar indebolire o snaturare. Questa giustifica e ispira l’opera che vi è affidata. Essa deve anche ispirare il reciproco coordinamento di tutti gli organismi membri, grazie a uno scambio di informazioni e di consultazioni sull’opportunità della azioni da intraprendere.

Nessuno tema che l’efficacia tecnica e materiale, che il sollievo delle sofferenze umane, che sono il vostro scopo, possano trovarsi diminuite. Ma al contrario, la gratuità dei figli di Dio, la carità stessa di Cristo, brilleranno molto di più agli occhi degli uomini. Sì, attraverso l’azione di tutte le opere caritative, si manifesti la compassione del Signore per tutte le folle sofferenti.

7. Con questi sentimenti vi invio i miei vivi incoraggiamenti ad approfondire continuamente le intuizioni che hanno portato il mio venerato predecessore a fondare il Pontificio Consiglio “Cor Unum”. Riprendete e meditate i documenti che sono la “carta” della vostra Istituzione”.

Ringraziandovi per tutto ciò che fate, imparto di gran cuore la Benedizione Apostolica a voi e a tutti coloro che collaborano con voi e che voi rappresentate.

 

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