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 DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI RELIGIOSI E ALLE RELIGIOSE
 DELLA DIOCESI DI ROMA

Città del Vaticano, 4 Gennaio 1980

Sorelle e fratelli carissimi!

“Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (2Cor 1,2).

1. È una profonda gioia per me potermi incontrare in questo periodo natalizio ed all’inizio del nuovo anno con voi, religiosi e religiose, che vivete e operate in Roma, la diocesi del Papa.

Vorrei, in questo momento, salutare tutti voi, non solo per famiglie religiose, ma anche singolarmente, per dirvi, con grande semplicità ed autentica schiettezza, il mio apprezzamento per le vostre persone e per la scelta fondamentale che avete fatto della vostra esistenza, donandovi totalmente ed incondizionatamente a Dio, a Cristo, alla Chiesa; per esprimervi, altresì, il mio incoraggiamento affinché continuiate ad offrire, con lo stesso impegno e con lo stesso entusiasmo dei primi giorni, la vostra testimonianza di vita religiosa ed evangelica nella società contemporanea, sempre più affamata di Dio ed alla ricerca di dare un senso profondo e vero alle proprie scelte.

Il mio fraterno saluto va a voi, religiosi e religiose, che, unendo, in sintesi feconda la contemplazione e l’azione, dedicate tutte le vostre energie all’annuncio del messaggio evangelico nella catechesi e nella scuola, o alle varie forme di amore verso l’uomo nelle molteplici iniziative caritative, sgorgate dal cuore dei vostri fondatori e delle vostre fondatrici, in particolare ai diversi tipi di assistenza ai bambini, agli anziani, agli ammalati, agli emarginati, ecc... In essi voi, illuminati dalla fede, scorgete l’immagine del Cristo; quel Cristo che voi, rispondendo ad un interiore impulso, avete seguito con generosità sulla strada della croce, della donazione e della sofferenza. Voi avete ben compreso e realizzato le parole di sant’Agostino: “Ille unus quaerendus est, qui et redemit, et liberos fecit, et sanguinem suum ut eos emeret dedit, et servos suos fratres fecit” (Deve esser cercato soltanto colui che ha redento e ha reso liberi ed ha versato il suo sangue per riscattarli ed ha fatto fratelli quelli che erano servi) (Sant’Agostino, Enarr. in Ps. 34,15, Serm. I: PL 36, 333).

Cercando e seguendo il Cristo, in particolare nella castità, nella povertà e nell’obbedienza, voi date al mondo una concreta testimonianza del primato della vita spirituale, come ha efficacemente sottolineato il Concilio Vaticano II: “Coloro che fanno professione dei consigli evangelici, prima di ogni cosa cerchino ed amino Iddio che per primo ci ha amati (cf. 1Gv 4,10), e in tutte le circostanze si sforzino di alimentare la vita nascosta con Cristo in Dio (cf. Col 3,3), donde scaturisce e riceve impulso l’amore del prossimo per la salvezza del mondo e l’edificazione della Chiesa” (Perfectae Caritatis, 6). E date altresì testimonianza della speranza nel Cristo Risorto.

2. In questi giorni voi siete riuniti per un convegno di studio e di orientamento, che ha come tema la presenza e la missione dei religiosi e delle religiose nella diocesi di Roma, al fine di meditare e riflettere insieme sul documento “Mutuae Relationes.” Tale convegno, il primo del genere, è stato suggerito, proposto e voluto da voi. Non posso non esprimere il mio cordiale compiacimento per questa vostra lodevole ed esemplare sensibilità pastorale ed ecclesiale.

Non v’è dubbio che i religiosi e le religiose costituiscano una grande ricchezza ed una forza considerevole per la Chiesa universale e per le Chiese particolari, a motivo, innanzitutto, del bene spirituale immenso che essi hanno fatto e continuano a fare ispirandosi alle specifiche finalità dei loro istituti, ma anche a motivo delle varie opere e strumenti di cui dispongono per il bene delle anime. Tale forza e tale ricchezza possono e debbono essere utilizzate in maniera sempre più efficace per l’apostolato e possono e debbono diventare elementi vivi e vitali nella globalità della pastorale diocesana, a tutti i livelli.

3. Come è noto, il Concilio Vaticano II, nel trattare della vita religiosa, ha affrontato a varie riprese il problema dell’inserimento e della collaborazione dei religiosi - e quindi analogamente anche delle religiose - nella vita delle singole diocesi. Il Concilio parla esattamente della “necessaria unità e concordia nel lavoro apostolico” (Lumen Gentium, 45); definisce i religiosi-sacerdoti “provvidenziali collaboratori dell’ordine episcopale” (Christus Dominus, 34), ed afferma che “anche gli altri religiosi, tanto gli uomini come le donne, appartengono anch’essi sotto un particolare aspetto alla famiglia diocesana, recano un notevole aiuto alla sacra gerarchia e, nelle accresciute necessità dell’apostolato, lo possono e lo devono recare ancor maggiore per l’avvenire” (Ivi, 34). Questa cooperazione pastorale deve, evidentemente, avvenire nel rispetto dell’indole e delle costituzioni di ciascun istituto religioso.

Tale collaborazione nell’ambito della Chiesa particolare porterà certamente ad un coordinamento di iniziative, che farà evitare duplicati talvolta inutili e costosi in personale ed energie; ma specialmente darà il senso unitario di una finalità coerente da raggiungere “collatis consiliis” e “viribus unitis”. Tutto ciò, non possiamo nascondercelo, potrà anche comportare e richiedere dei sacrifici: la piena disponibilità per la realizzazione di un disegno pastorale più organico e più funzionale, cioè di quella “ratio pastoralis” di cui parla la costituzione apostolica “Vicariae Potestatis” (Paolo VI, Vicariae Potestatis, 2,7); la capacità di rinunciare ad iniziative e a progetti particolari, che forse non si inserirebbero adeguatamente in un disegno di “pastorale d’insieme”. Ma questi sono sacrifici certamente fecondi per il bene autentico delle anime e per l’edificazione della Chiesa.

4. In questi giorni di comune preghiera e di intenso studio, vari specialisti approfondiranno i testi conciliari da me accennati, come pure il citato documento “Mutuae Relationes”, perché nella vasta e complessa diocesi di Roma la presenza numericamente rilevante di religiosi e di religiose costituisca una prova ed un segno di ardore apostolico ed un valido aiuto per affrontare e risolvere, con realismo, gli svariati problemi che emergono dal contesto socio-culturale dell’urbe e che sono analizzati dai vostri gruppi di studio; i problemi della catechesi permanente; della cultura; del mondo del lavoro; della scuola; della politica; dell’assistenza alle borgate; degli istituti educativo-assistenziali; dei centri di preghiera; delle vocazioni sacerdotali e religiose; della droga; delle missioni; e tanti altri, che certamente affioreranno nelle vostre serene e franche discussioni.

Conto molto sulla vostra sperimentata generosità e sul vostro amore alla Chiesa, perché, mediante la vostra solerte ed efficace collaborazione anche ai romani di oggi si possano applicare le parole che san Paolo rivolgeva ai primi cristiani della capitale dell’impero: “Rendo grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo” (Rm 1,8).

Coraggio! Si tratta, ancora una volta, di seguire il Cristo, di camminare con Lui, nonostante gli immancabili sacrifici. Ma ascoltiamo e facciamo tesoro della raccomandazione di sant’Agostino: “Ambula securus in Christo, ambula; ne offendas, ne cadas, ne retro respicias, ne in via emaneas, ne a via recedas” (Cammina sicuro in Cristo, cammina; non inciampare, non cadere, non guardare indietro, non ti fermare per via, non cambiare strada) (Sant’Agostino, Sermo 170,11: PL 38,932).

Con la mia benedizione apostolica.

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