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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN BRASILE 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
NELL'INCONTRO CON GLI UOMINI DI CULTURA

Rio de Janeiro, 1° luglio 1980

1. Sono particolarmente lieto di potermi incontrare con voi, eminenti uomini di cultura della nazione brasiliana, e di cuore esprimo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto, il mio sincero apprezzamento e il mio profondo rispetto. Voi ben conoscete quanto e per quali ragioni la Chiesa stimi e promuova, per quanto le compete, ogni autentica forma di cultura e si adoperi per entrare con essa in comunione e in dialogo.

Il luogo d’incontro tra Chiesa e cultura è il mondo, e in esso l’uomo, che è un “essere-nel-mondo”, soggetto di sviluppo per l’una e per l’altra, mediante la parola e la grazia di Dio da parte della Chiesa, mediante l’uomo stesso, con tutte le sue risorse spirituali e materiali, da parte della cultura.

La vera cultura è umanizzazione, mentre la non-cultura e le false culture sono disumanizzanti. Per questo nella scelta della cultura l’uomo gioca il suo destino.

L’umanizzazione, ossia lo sviluppo dell’uomo si compie in tutti i campi della realtà in cui l’uomo è situato e si situa: nella sua spiritualità e corporeità, nel cosmo, nella società umana e divina. Si tratta di uno sviluppo armonioso, in cui tutti i settori cui appartiene l’essere umano si coinvolgono l’uno con l’altro: la cultura non concerne né il solo spirito né il solo corpo, né la sola individualità, né la sola socialità, né la sola cosmicità. La riduzione “ad unum” dà sempre luogo a delle pseudo-culture disumanizzanti, in cui l’uomo è angelicato o è materializzato, è dissociato o è spersonalizzato. La cultura deve coltivare l’uomo e ogni uomo nell’estensione di un umanesimo integrale e plenario, nel quale tutto l’uomo e tutti gli uomini vengono promossi nella pienezza di ogni dimensione umana. La cultura ha il fine essenziale di promuovere l’essere dell’uomo e di procurargli i beni necessari allo sviluppo del suo essere individuale e sociale.

2. Tutte le varie forme della promozione culturale si radicano nella “cultura animi”, secondo l’espressione di Cicerone, la cultura del pensare e dell’amare, per cui l’uomo si eleva alla sua suprema dignità, che è quella del pensiero, e si estrinseca nella sua più sublime donazione, che è quella dell’amore.

L’autentica “cultura animi” è cultura della libertà, che sgorga dalla profondità dello spirito, dalla lucidità del pensiero e dal generoso disinteresse dell’amore. Fuori della libertà non può esserci cultura. La vera cultura di un popolo, la sua piena umanizzazione, non possono svilupparsi in un regime di costrizione: “La cultura - dice la costituzione conciliare “Gaudium et Spes” (Gaudium et Spes, 59) - scaturendo dalla natura ragionevole e sociale dell’uomo, ha un incessante bisogno della giusta libertà per svilupparsi e le si deve riconoscere la legittima possibilità di esercizio autonomo secondo i propri principi”.

La cultura non deve subire alcuna costrizione del potere, né politico né economico, ma dev’essere aiutata dall’uno e dall’altro in tutte quelle forme di pubblica e privata iniziativa che sono conformi al vero umanesimo, alla tradizione e allo spirito autentico di ogni popolo.

La cultura che nasce libera deve inoltre diffondersi in un regime di libertà. L’uomo colto deve proporre la sua cultura, ma non la può imporre. L’imposizione contraddice alla cultura, perché contraddice a quel processo di libera assimilazione personale da parte del pensiero e dell’amore, che è propria della cultura dello spirito. Una cultura imposta non soltanto contrasta con la libertà dell’uomo, ma ostacola il processo formativo della stessa cultura che nella sua complessità, dalla scienza al costume, nasce dalla collaborazione di tutti gli uomini.

La Chiesa rivendica a favore della cultura, e quindi dell’uomo, tanto nel processo dello sviluppo culturale quanto nell’atto della sua proposta, una libertà analoga a quella richiesta nella dichiarazione conciliare “Dignitatis Humanae” per la libertà religiosa, fondata essenzialmente sulla dignità della persona umana, conosciuta sia per mezzo della parola di Dio sia per il tramite della ragione (cf. Dignitatis Humanae, 2).

Nell’atto stesso che rispetta la libertà, la cultura deve promuoverla, deve cioè cercare di corredarla di quelle virtù e di quei costumi che cooperano a formare quella che sant’Agostino chiamava la “libertas maior”, la libertà, cioè, nel suo pieno sviluppo, la libertà in uno stato moralmente adulto, capace di scelte autonome rispetto alle tentazioni provenienti da ogni forma di disordinato amore di sé. La cultura integrale comprende la formazione morale, l’educazione alle virtù della vita individuale, sociale e religiosa. “Non c’è dubbio - dicevo nel mio recente discorso all’Unesco - che il fatto culturale primo e fondamentale è l’uomo spiritualmente maturo, ossia l’uomo pienamente educato, l’uomo capace di educarsi lui stesso e d’educare gli altri. Non c’è dubbio nemmeno che la dimensione prima e fondamentale della cultura è la sana moralità: la cultura morale (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Unesco habita, die 2 iunii 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III,1 [1980] 1645).

3. La cultura, formazione dell’uomo in tutte le sue facoltà ed espressioni, non è soltanto promozione del pensare e del fare, ma è inoltre formazione della coscienza. A motivo dell’educazione imperfetta o nulla della coscienza, la sola conoscenza può dare origine a un orgoglioso umanesimo puramente terrestre: il fare e il godere possono originare false culture di un produttivissimo incontrollato, a vantaggio della potenza nazionale o del consumismo privato, con la conseguenza di infausti pericoli di guerra e di gravissime crisi economiche.

La promozione della conoscenza è indispensabile, ma è insufficiente quando non è accompagnata dalla cultura morale.

La “cultura animi” deve promuovere insieme l’istruzione e l’educazione, deve istruire l’uomo nella conoscenza della realtà, ma deve insieme educare l’uomo a essere uomo nella integralità del suo essere e dei suoi rapporti. Ora, l’uomo non può essere pienamente se stesso, non può realizzare totalmente la sua umanità, se non riconosce e non vive la trascendenza del suo proprio essere sul mondo e il suo rapporto con Dio. All’elevazione dell’uomo appartiene non soltanto la promozione della sua umanità, ma anche l’apertura della sua umanità a Dio. Fare cultura è dare all’uomo, a ogni uomo e alla comunità degli uomini, dimensione umana e divina, è offrire e comunicare all’uomo quell’umanità e quella divinità che sgorgano dall’uomo perfetto, dal redentore dell’uomo, Gesù Cristo.

Nell’opera della cultura Dio ha fatto alleanza con l’uomo, si è fatto egli stesso operatore culturale per lo sviluppo dell’uomo. “Dei agricultura estis”, esclama san Paolo! “Voi siete il campo di Dio” (1Cor 3,9). Non abbiate timore, signori, aprite le porte del vostro spirito, della vostra società, delle vostre istituzioni culturali, all’azione di Dio, che è amico dell’uomo e opera nell’uomo e per l’uomo, affinché cresca nella sua umanità e nella sua divinità, nel suo essere e nella sua regalità sul mondo.

Nell’alleanza che mediante la cultura dell’uomo si è stabilita tra Dio e l’uomo, questi deve imitare Dio nel suo infinito amore.

L’opera culturale è opera d’amore, opera che procede da quell’amore sociale, di cui ho richiamato la necessità nella mia prima enciclica “Redemptor Hominis” (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 16). C’è mancanza di amore sociale quando, per difetto di stima verso gli altri, non si rispetta la pluralità delle culture legittime, ma si vuole imporre la propria cultura, che non è né unica né esclusiva, a popolazioni economicamente e politicamente più deboli. Ricordiamo quanto dice il Concilio: “Numerose nazioni economicamente più povere, ma più ricche di sapienza, possono dare un rilevante aiuto alle altre su questo punto”. (Gaudium et Spes, 15).

4. L’unità culturale di un paese geograficamente vasto quanto il vostro, nel quale si sono amalgamate numerose tradizioni e vari processi storici, non nasce da una riduzione all’unicità della cultura, ma da una pluralità unificata dal rispetto vicendevole, dal riconoscimento delle peculiarità culturali, dal dialogo che arricchisce vicendevolmente di valori e di esperienze.

5. Penso di compiere un elementare dovere di giustizia, se ricordo a questo punto l’opera culturale, senza pretese ma esemplare, che fu quella della Chiesa in questo paese.

In questa opera troviamo tutti gli aspetti della cultura fin qui ricordati. In effetti, fin dai primi anni, mediante i suoi missionari, la Chiesa cominciò a trasmettere agli aborigeni, insieme con la rivelazione evangelica, la conoscenza delle cose; non solo con l’alfabetizzazione e l’istruzione, ma anche con lo sforzo di perfezionare gli elementi basilari della cultura indigena, senza deformarli né adulterarli. Lungo i secoli, mediante le missioni tra gli indios e gli abitanti delle parti più interne del paese, mediante scuole e università, mediante ospedali e ricoveri, mediante i suoi mezzi di comunicazione sociale, la Chiesa continua a dare un valido contributo all’opera culturale. In questo campo ritengo importante sottolineare che il messaggio della Chiesa non fu estraneo nemmeno all’armonia e all’equilibrio con cui è proceduto l’amalgama delle più diverse razze.

Considerando la cultura nel suo senso più ampio, dobbiamo dire del Brasile ciò che il documento di Puebla dice dell’America latina: la Chiesa si è trovata storicamente alla radice della cultura di questo paese.

6. Un’opera che rispetta la cultura originaria di un popolo, ne consente lo sviluppo e la diffusione, ne facilita il dialogo con altre culture, è quella della alfabetizzazione. Leggiamo nella “Populorum Progressio”: “Un analfabeta è uno spirito sottoalimentato. Saper leggere e scrivere, acquistare una formazione professionale è riprendere fiducia in se stessi e scoprire che si può progredire insieme con gli altri” (Paolo VI, Populorum Progressio, 35).

Accanto a questa e ad altre forme di sottoalimentazione dello spirito, è doveroso considerare il grave stato di depressione in cui versano intere popolazioni a causa delle loro condizioni economiche. I popoli economicamente più ricchi e industrialmente più sviluppati hanno generato il consumismo, che è all’origine di squilibri sempre più accentuati tra popolazioni di uno stesso Stato. Ne ho parlato nell’enciclica “Redemptor Hominis” (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 16).

A queste situazioni deve portare rimedio l’amore sociale vivificato dalla carità. Costruite insieme, o signori, una civiltà della verità e dell’amore, create una cultura che promuova sempre più l’uomo e ne faciliti l’evangelizzazione, che lo aiuti a crescere nella sua dimensione umana e divina, a riconoscere il valore del suo essere, il senso della sua esistenza, a conoscere e ad amare Cristo, nel quale Dio si è rivelato pienamente a ogni uomo e a ogni popolo.

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