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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DELL'INDONESIA
IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

7 giugno 1980


Venerabili e cari fratelli nel nostro Signore Gesù Cristo.

1. Vi sono molto grato per la vostra visita odierna - grato per i saluti che voi mi portate dalle vostre Chiese locali, grato per il vostro stesso paterno amore in Gesù Cristo, grato per la ecclesiale comunione che noi celebriamo insieme in cattolica unità. Questa comunione ecclesiale - questa cattolica unità - è stata il tema del mio indirizzo di saluto ai vostri fratelli Vescovi della Indonesia quando furono qui meno di due settimane or sono. Ed è ugualmente il fondamento di questa visita “ad limina” e di ogni visita “ad limina” a Roma.

2. Proprio a causa di questa comunione ecclesiale, io personalmente, come successore di Pietro, sperimento profondamente il bisogno di fare ogni sforzo per comprendere più che posso i problemi delle vostre Chiese locali e per assistervi nella soluzione di tali problemi in armonia con ciò che Cristo vuole per la sua Chiesa. I problemi che voi mi avete esposto riguardano il benessere del vostro popolo. Alcuni di essi sollevano questioni che toccano la fede cattolica e la vita cattolica in genere. Tutti implicano preoccupazioni di ordine pastorale che in modi diversi sono oggetto della vostra responsabilità e della mia, questioni che devono essere esaminate con l’assistenza dello Spirito Santo, alla luce del perenne valore della parola di Dio confermata dal magistero della Chiesa, e nel contesto della comunione ecclesiale.

3. Alcuni di questi problemi, e anche altre questioni, hanno bisogno di essere approfonditamente esaminate, il che a sua volta richiede tempo e un fiducioso scambio di vedute tra i Vescovi dell’Indonesia e la sede apostolica. In ogni discussione in tema di bisogni pastorali, deve essere data priorità alla parola di Dio come base di ogni soluzione veramente efficace. L’interpretazione autentica della parola di Dio e le sue implicazioni con la vita di ogni giorno è stata compito della Chiesa per secoli e secoli, e questa interpretazione e queste implicazioni formano parte del patrimonio della vita cattolica oggi.

In questa generazione, il Concilio Vaticano II - un Concilio ecumenico eminentemente pastorale - ha ripetutamente insegnato e stabilito norme che continuano a dirigere tutti i nostri sforzi pastorali e tutte le nostre attività ecclesiali.

4. Per parte mia, farò ogni cosa mi sia possibile per promuovere il bene del vostro popolo e della Chiesa universale. Con l’aiuto di Dio spero di adempiere al mio compito, che è quello di confermarvi nel vostro ministero di annunciatori delle “imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Ef 3,8), di proclamare la salvezza in Gesù Cristo come grande dono dell’amore di Dio, di costruire la Chiesa giorno dopo giorno, anno dopo anno. In particolare, il mio compito in quanto successore di Pietro consiste nel sostenere la fede cattolica dei miei fratelli Vescovi, la quale fede essi professano e insegnano, e che è il fondamento di ogni sforzo pastorale e di tutta quanta la vita cristiana.

5. È nella prospettiva della fede e della parola di Dio che Giovanni XXIII interpretò “i segni dei tempi”. Prima che il Concilio Vaticano Il iniziasse a prendere in esame le molte questioni che aveva di fronte, Papa Giovanni volle insistere sulla natura pastorale di quell’avvenimento. Poiché egli sapeva che un Concilio pastorale - per essere genuinamente efficace, per riflettere veridicamente l’amore pastorale del buon pastore - doveva avere una solida base dottrinale. Per questa ragione, nella sua allocuzione in apertura del Concilio egli dichiarò: “La maggior preoccupazione del Concilio ecumenico è questa: che il sacro deposito della dottrina cristiana possa essere più effettivamente conservato ed insegnato” (Giovanni XXIII, Allocutio in solemni SS. Concilii inauguratione, die 11 oct. 1962). Questa sempre più efficace custodia ed insegnamento della parola di Dio dovrebbe tener conto del modo di presentare la dottrina, e anche dell’intera questione dell’incarnazione della parola di Dio nelle culture locali, ma dovrebbe anche implicare la trasmissione della dottrina nella sua purezza e completezza, dottrina che, attraverso i secoli, nella sua perenne validità è divenuta patrimonio comune di ognuno.

6. In questo spirito, il Concilio stesso più tardi avrebbe sottolineato il ruolo del Vescovo in quanto annunciatore della piena verità del Vangelo e proclamatore “dell’intero mistero di Cristo” (Christus Dominus, 12). Pertanto, nel momento in cui noi affrontiamo i molti problemi pastorali che si trova di fronte il nostro popolo cristiano - molti dei quali sono legati al battesimo con cui sono stati eletti, altri alle particolari circostanze delle loro vite - siamo sempre impegnati a rendere testimonianza della pienezza della fede cattolica. Lo Spirito Santo che ci assiste e ci aiuta a leggere i segni dei tempi è lo stesso Spirito Santo che discese sugli apostoli, lo stesso Spirito Santo che ha assistito il magistero attraverso le epoche e che ha provveduto ai bisogni della Chiesa in ogni secolo, e che ha prodotto frutti di giustizia e di santità in abbondanza nei cuori dei fedeli.

In questioni morali come in questioni dottrinali dobbiamo continuare a proclamare l’insegnamento della Chiesa “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2Tm 4,2). Pertanto noi sollecitiamo la nostra gente a tenere per fermo una sola misura dell’amore cristiano: amare gli altri come Cristo ci ha amati (cf. Gv 13,34); ed assegnamo anche alla nostra gente il compito di rendere costante testimonianza della giustizia di Cristo e della sua verità.

7. Nel nostro ministero a servizio della vita noi siamo chiamati a testimoniare della pienezza della verità che portiamo con noi, così che tutti possano venire a conoscere che la Chiesa cattolica si fonda sulla assoluta inviolabilità della vita umana dal momento del concepimento. Pertanto noi proclamiamo con profonda convinzione che ogni distruzione della vita umana tramite l’aborto procurato, per qualunque ragione, non è in accordo con il comandamento di Dio, ed è completamente al di fuori della giurisdizione di ogni persona o gruppo, e che non può militare a favore del vero progresso umano.

8. Nella questione dell’insegnamento della Chiesa riguardo alla regolazione delle nascite, siamo chiamati a professare in unione con l’intera Chiesa l’esigente ma irrinunciabile insegnamento sancito dall’enciclica “Humanae Vitae”, che il mio predecessore Paolo VI emanò “in virtù del mandato a noi assegnato da Cristo” (Paolo VI, Humanae Vitae: AAS 60 [1968] 485). In particolare a questo riguardo dobbiamo essere consci del fatto che la saggezza di Dio supera i calcoli umani e che la sua grazia è potente nella vita delle persone. È importante per noi renderci conto della diretta influenza di Cristo sulle membra del suo corpo in tutti gli ambiti in cui si pongono dei problemi morali. In occasione della visita “ad limina” di un altro gruppo di Vescovi ho fatto riferimento a questo principio, che ha molte applicazioni, dicendo: “Non dobbiamo mai pensare che l’impegno che si pone sia troppo pesante per la nostra gente: essa è stata redenta dal sangue prezioso di Cristo; la nostra gente costituisce il suo popolo. Attraverso lo Spirito Santo, Gesù Cristo rivendica a sé la responsabilità ultima per quanto attiene all’accettazione della sua parola e alla crescita della sua Chiesa. È lui, Gesù Cristo, che continua a dare la grazia al suo popolo perché possa adempiere ai precetti che derivano dalla sua parola, nonostante tutte le difficoltà e nonostante tutte le debolezze. Ed è compito nostro continuare a proclamare il messaggio di salvezza nella sua interezza e purezza, con pazienza, compassione e con la convinzione che ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio. Noi stessi siamo solo una parte di una generazione nella storia della salvezza, mentre “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8). Egli è anche capace di sostenerci quando noi riconosciamo la forza della sua grazia, il potere della sua parola e l’efficacia dei suoi meriti” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad sacros Praesules Papuae Novae Guineae atque Insularum Salomoniarum, occasione oblata eorum ipsorum visitationis “ad limina”, die 23 oct. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II,2, [1979] 835).

9. La grazia di Cristo non elimina il bisogno di una comprensione compassionevole e di un sempre maggiore sforzo pastorale da parte nostra ma richiama il fatto che, in ultima analisi, ogni cosa dipende da Cristo. È la parola di Cristo che noi pronunciamo; è la sua Chiesa che noi costruiamo giorno dopo giorno, secondo il suo criterio. Gesù Cristo ha stabilito la sua Chiesa sul fondamento degli apostoli e dei profeti (cf. Ef 2,20) e in special modo su Pietro (cf. Mt 16,18). Ma essa rimane la sua Chiesa, la Chiesa di Cristo: “...e su questa pietra io costruirò la mia Chiesa”. La nostra gente è nostra, soltanto perché essa è, soprattutto, sua. Gesù Cristo è il buon pastore, l’autore della nostra fede, la speranza del mondo.

È importante per noi riflettere sul mistero dell’essere Cristo capo della sua Chiesa. Attraverso il suo Spirito Santo, Gesù Cristo dà la grazia e la forza al suo popolo e invita tutti a seguirlo. Di volta in volta, cominciando da Pietro, Cristo chiama i suoi a seguirlo, come egli stesso spiega, dove essi non vorrebbero andare (cf. Gv 21,18).

10. Venerabili fratelli: le mie recenti visite pastorali confermano qualcosa che abbiamo tutti sperimentato. La nostra gente si volge costantemente a noi attendendo e supplicando: che noi proclamiamo loro la parola di Cristo; parlaci di Cristo. La loro richiesta è un’eco della domanda ripresa da san Giovanni e rivolta dall’apostolo Filippo: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21).

Davvero il mondo ci sollecita a parlare di Cristo. È lui che darà forma a nuovi cieli e nuova terra. È lui che con la sua parola di verità delinea e controlla i destini della nostra gente.

Con rinnovato amore e zelo pastorale, proclamiamo la sua parola di salvezza al mondo. Contando sull’aiuto di Maria, Madre del Verbo incarnato affidiamo insieme la nostra gente e il nostro ministero a lui che solo ha “le parole di vita eterna” (Gv 6,68).

Con questi sentimenti ricambio i saluti a tutti i membri delle vostre Chiese locali, e specialmente a tutte le famiglie cristiane. Offro il mio incoraggiamento e la mia gratitudine ai preti e ai religiosi e a tutti coloro che collaborano con voi nella causa del Vangelo. Ai malati e ai sofferenti vada la mia speciale benedizione, e ad ognuno l’espressione del mio amore nel nostro Salvatore Gesù Cristo.

 

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