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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN AFRICA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DEL GHANA

Kumasi, 9 maggio 1980


Venerati e cari fratelli nel Signore nostro Gesù Cristo.

1. La mia odierna venuta in mezzo a voi è intimamente legata a Cristo e al suo Vangelo. Sono venuto a dividere con voi e con tutta la Chiesa cattolica nel Ghana la gioia delle vostre celebrazioni centenarie. Al tempo stesso noi lodiamo la grazia di Dio che ha dato inizio ed ha sostenuto l’intero processo di evangelizzazione nel vostro ambiente: missionari furono inviati a predicare la parola di Dio ai vostri antenati; questo popolo ascoltò il messaggio di salvezza, credette e invocò l’aiuto di colui nel quale aveva posto la sua fede, confessando con le sue labbra che Gesù è il Signore e credendo nel suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cf. Rm 10,9). Mediante i sacramenti il vostro popolo venne a partecipare alla morte e risurrezione di Cristo e fu innestato nella vitale unità organica della Chiesa. Generose congregazioni missionarie compresero la necessità di lavoratori nella vigna del Signore, e con l’aiuto della grazia divina vennero operate delle conversioni. Nel 1935 vennero ordinati i primi due sacerdoti del Ghana, e nel 1950 venne stabilita la gerarchia. Oggi si contano due sedi metropolitane e sette diocesi. La Chiesa è pienamente impiantata nel Ghana, ma la sua missione non è ancora completa. A motivo del loro pieno inserimento tra i membri del corpo di Cristo, i cattolici del Ghana sono chiamati ad adoperarsi nell’evangelizzazione, in una Chiesa che, per sua natura, è missionaria nella sua totalità (cf. Ad Gentes, 35). Soltanto accettando le proprie responsabilità per la diffusione del Vangelo i cattolici possono corrispondere alla vocazione alla quale sono stati chiamati.

2. Questa grande realtà ecclesiale di una Chiesa, nel Ghana, che è evangelizzata ed evangelizza spiega la nostra profonda gioia odierna, e viene celebrata in spirito di unità cattolica. È un’unità che appartiene alle vostre singole Chiese locali: sacerdoti, religiosi e laici uniti col Vescovo, che presiede nella carità e nel servizio, e che è chiamato ad essere per ciascuno un esempio di umiltà e di santità di vita. Questa unità cattolica è inoltre manifestata nella solidarietà dei figli e figlie di questa terra con i missionari i quali continuano a prestare il loro servizio fraterno - profondamente apprezzato e molto necessario - a beneficio di ogni Chiesa locale, sotto la direzione di un pastore autoctono.

L’unità di questa celebrazione centenaria è pure unità di tutti i Vescovi di questo paese con l’intero collegio episcopale unito col successore di Pietro, e intento a proclamare l’unico Vangelo di Cristo e ad assicurare l’attuazione della cattolica unità nel sacrificio eucaristico, che è insieme e al tempo stesso espressione di culto di una comunità particolare e della Chiesa universale. È per questo un particolare motivo di gioia per me il celebrare con voi le vostre feste centenarie. Desidero assicurarvi la mia gratitudine per quanto avete fatto, come pastori delle Chiese locali, per mantenere l’unità, voi che al tempo stesso condividete la responsabilità per la Chiesa attraverso il mondo. La vostra fedeltà e il vostro zelo costituiscono essi stessi un’effettivo contributo alla diffusione del regno.

3. Siate certi che tutti i vostri sforzi nel proclamare il Vangelo, direttamente e indirettamente, conferiscono grande onore alla Chiesa. Da parte mia vi sono vicino in tutte le vostre gioie e afflizioni, nelle sfide e nelle speranze del vostro ministero della parola, e nel vostro ministero sacramentale. Vi sono vicino in tutte le vostre iniziative pastorali concrete, in tutto ciò che porta il messaggio di salvezza nelle vite del popolo. Una riflessione sul patrimonio essenziale e costituzionale della fede cattolica, identica per tutti i popoli di tutti i tempi e di tutti i luoghi, è di grande aiuto ai pastori della Chiesa quando riflettono sulle esigenze della “inculturazione” del Vangelo nella vita del popolo. Vi è familiare quanto Paolo VI definì “il compito di assimilare l’essenziale del messaggio evangelico, di trasfonderlo, senza la minima alterazione della sua verità fondamentale, nel linguaggio compreso da questi uomini” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 63). Egli additò come suscettibili di certi adattamenti i settori dell’espressione liturgica, della catechesi, della formulazione teologica, e secondariamente le strutture ecclesiali e i ministeri. Come pastori locali voi siete quanto mai adatti a tale lavoro, essendo figli del popolo al quale siete stati inviati ad annunziare il messaggio della fede; inoltre, nella vostra ordinazione episcopale avete ricevuto il medesimo “Spirito di governo” comunicato a Gesù e, per suo mezzo, agli apostoli per l’edificazione della sua Chiesa. Quest’opera è di Dio: è un’attività del corpo vivo di Cristo; è un’esigenza della Chiesa in quanto veramente è universale mezzo di salvezza.

E così con serenità, fiducia e profonda apertura alla Chiesa universale, i Vescovi devono porre in atto l’opera di inculturazione del Vangelo per il bene di ogni popolo, proprio perché Cristo possa essere comunicato ad ogni uomo, donna e fanciullo. In tale processo le culture stesse debbono essere elevate, trasformate e permeate dall’originale messaggio cristiano di divina verità, senza danno di quanto c’è in esse di nobile. Perciò le degne tradizioni africane devono essere conservate. Inoltre, in accordo con la piena verità del Vangelo ed in armonia col magistero della Chiesa, le vive e dinamiche tradizioni cristiane dell’Africa devono venir consolidate.

Attuando tale lavoro in stretta unione con la sede apostolica e con tutta la Chiesa, è per voi fonte di forza sapere che la responsabilità per quest’attività è condivisa anche dai vostri fratelli Vescovi attraverso il mondo. Questa è un’importante conseguenza della dottrina della collegialità, in forza della quale ogni Vescovo partecipa alla responsabilità per il resto della Chiesa; per la stessa ragione la sua Chiesa, nella quale per diritto divino egli esercita la giurisdizione ordinaria, è anche oggetto di una comune responsabilità episcopale nella duplice dimensione dell’incarnazione del Vangelo nella Chiesa locale: 1) preservare inalterato il contenuto della fede cattolica e conservare l’unità della Chiesa nel mondo, e 2) ricavare dalle culture espressioni originali di vita cristiana, di celebrazione e di pensiero, per cui il Vangelo è radicato nel cuore dei popoli e delle loro culture.

Venerabili fratelli, la vostra gente è chiamata ai più alti ideali e alle più nobili virtù. Col suo potere salvifico Cristo è presente nell’umanità africana o, come ho già detto durante la mia visita a questo continente, “Cristo, nelle membra del suo corpo, è egli stesso africano”.

4. Ci sono parecchi singoli aspetti del vostro apostolato che meritano speciale menzione ed appoggio. Di particolare importanza per il futuro delle vostre Chiese locali è ogni sforzo compiuto per incoraggiare le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. I fedeli sono chiamati a condividere la responsabilità per questa dimensione della Chiesa e la esercitano con la stima e il rispetto per tali vocazioni e contribuendo a creare una profonda atmosfera spirituale nella famiglia cristiana e nelle altre comunità in seno alle quali una vocazione può svilupparsi e perseverare. Da parte dei sacerdoti si richiede vigilanza nell’individuare i segni di una vocazione; soprattutto l’efficienza di tutti questi sforzi umani è riposta nella preghiera della Chiesa e nella testimonianza offerta dai preti e dai religiosi.

Quando la gente vede i preti e i religiosi vivere una vita di autentico celibato in intimità con Cristo; quando constata la piena realizzazione umana derivante dalla donazione totale al servizio del Vangelo; quando vede la gioia derivante dalla testimonianza resa a Cristo, allora il sacerdozio e la vita religiosa diventano vocazioni attraenti per il giovane, il quale più facilmente presterà ascolto all’invito personale di Cristo: Vieni, seguimi!

Un’altra dimensione vorrei sottolineare in proposito: la dimensione missionaria della vostra Chiesa nei confronti delle esigenze delle Chiese sorelle del continente africano ed oltre. Comprendo la vostra sollecitudine di fronte al bisogno delle vostre comunità cristiane di essere guidate da sacerdoti scelti da Dio in mezzo al loro stesso popolo. Ma la Chiesa è per sua natura missionaria. E dobbiamo sempre ricordarci che Dio non manca mai di benedire chi dà con generosità. La promozione delle vocazioni missionarie - o nel quadro della formula “Fidei Donum” o aggregandosi agli istituti missionari internazionali - servirà a sua volta a stimolare la comunità locale a una maggiore fiducia nella grazia di Dio e a una più profonda consapevolezza di fede. Aprirà i cuori all’amore di Dio.

5. So che siete impegnati nella promozione delle donne nella Chiesa e nella società. È questa un’espressione del medesimo impegno nel promuovere le vocazioni femminili alla vita religiosa. Le donne africane sono state volentieri portatrici di vita e custodi dei valori della famiglia. Similmente, la consacrazione delle donne in una radicale donazione al Signore in castità, obbedienza e povertà costituisce un mezzo importante per trasmettere alle vostre Chiese locali la vita di Cristo e una testimonianza di una più ampia comunità umana e di una comunione divina. Indubbiamente ciò esige che siano accuratamente formate, sotto il profilo teologico e spirituale, in modo da assumere il posto che loro spetta come operatrici dell’evangelizzazione, dando esempio del vero significato della vita religiosa in un contesto africano, e così arricchendo l’intera Chiesa.

6. Nella bella cerimonia nello stadio e nel rendere onore ai catechisti ho già espresso la mia stima per essi, come pure il mio pensiero circa il valore di questa istituzione per la Chiesa, il suo valore per il futuro come nel passato. Non mi tratterrò più a lungo su questo punto, se non per ripetere le parole rivolte ai Vescovi nella mia esortazione apostolica: “A questo riguardo, fratelli carissimi, voi avete una missione particolare nelle vostre Chiese: voi siete in esse i primissimi responsabili della catechesi... Siate certi che se la catechesi è fatta bene nelle Chiese locali, tutto il resto si farà più facilmente” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 63).

7. In questo contesto vorrei attirare la vostra attenzione su uno speciale aspetto dell’apostolato: il problema dei media. Dappertutto nel mondo gli strumenti della comunicazione offrono speciali opportunità alla diffusione del Vangelo e per l’utile presentazione di informazione sotto il profilo della carità e della verità. Il Ghana e tutta l’Africa non sono un’eccezione. Con il vostro interessamento e la vostra collaborazione possano gli strumenti della comunicazione adempiere veramente il loro compito provvidenziale a servizio dell’umanità. Per la Chiesa essi costituiscono splendidi strumenti per predicare il messaggio di Cristo, come dai tetti (cf. Mt 10,27). Siate sicuri della mia ammirazione per gli sforzi compiuti per utilizzare il più spesso possibile tali strumenti. Al riguardo, meritate ampia lode per aver dato vita al settimanale “The Standard”, che io prego di assistervi in questo compito di evangelizzazione.

8. Legata all’evangelizzazione è l’azione per lo sviluppo, che deve continuare a progredire in Africa. Sull’esempio di Cristo, che era sensibile all’elevazione dell’umanità in tutti i suoi aspetti, la Chiesa si adopera per il benessere totale dell’uomo. Il laicato ha una parte peculiare da compiere nel settore dello sviluppo; ai laici è dato anche uno speciale carisma per portare la presenza di Cristo servo nel settore degli affari temporali. L’essere umano che chiede di essere sollevato dalla povertà e dal bisogno è lo stesso che deve conseguire la redenzione e la vita eterna. Allo stesso modo tutta la Chiesa deve contribuire allo sviluppo offrendo al mondo la sua visione globale dell’uomo e proclamando incessantemente la preminenza dei valori spirituali (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio ad Nationum Unitarum Legatos, 14, die 2 oct. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II,2 [1979] 532-533). La provvidenza ha dotato le vostre popolazioni di un’innata comprensione di questa realtà. Solo essendo sensibile ad ogni bisogno la Chiesa potrà continuare a rendere ad essa grandi servizi; ma uno dei suoi più efficaci contributi al progresso sarà quello di precisare che lo scopo ultimo dello sviluppo della persona va cercato solo in un umanesimo trascendente, raggiunto soltanto nell’unione con Cristo (cf. Paolo VI, Populorum Progressio, 16).

9. Ci sono molti altri aspetti del vostro ministero pastorale intorno ai quali non possiamo ora parlare. Ma come Vescovi, invitiamo senza posa il nostro popolo alla conversione della vita, e col nostro esempio indichiamo ad esso la via. L’importanza del sacramento della penitenza o riconciliazione e dell’eucaristia non sarà mai sottolineata abbastanza. In essi noi siamo ministri della misericordia di Dio e del suo amore. Al tempo stesso, in quanto Vescovi, noi siamo chiamati a fornire una salda testimonianza a Cristo, sommo sacerdote e pontefice di salvezza, diventando segni di santità nella sua Chiesa. Un discorso difficile? Sì, fratelli. Ma questa è la nostra vocazione, e lo Spirito Santo è sopra di noi. Inoltre la fecondità del nostro ministero pastorale dipende dalla nostra santità di vita. Non abbiamo paura, perché la madre di Gesù è con noi. Essa è in mezzo a noi, oggi e sempre. E noi siamo forti per i meriti della sua preghiera e sicuri perché affidati alle sue cure.

Regina Coeli, laetare, alleluia!

 

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