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VISITA PASTORALE A SUBIACO
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II DURANTE LA VISITA AL SACRO SPECO
28 settembre 1980
Venerabili e carissimi fratelli.
1. Oggi il grande giubileo di san Benedetto ci ha fatto venire a
Subiaco. Vi ha già dato l’occasione di presiedere, nelle vostre patrie, nelle
vostre diocesi, a importanti celebrazioni, non solo per i monaci e le monache,
ma per tutto il Popolo di Dio affidato alle vostre cure, come ho fatto io stesso
a Norcia e a Montecassino. Ma oggi, la scelta del luogo santificato da san
Benedetto - il Sacro Speco - e la composizione della vostra assemblea dà un
rilievo eccezionale a questa celebrazione.
Un millennio e mezzo è trascorso dalla nascita di questo grande
uomo, che ha meritato nel passato il titolo di “patriarca dell’occidente”,
e che e stato chiamato ai nostri giorni, da Papa Paolo VI, il “patrono dell’Europa”.
Già questi titoli testimoniano che la luce della sua persona e della sua opera
ha superato le frontiere del suo paese e non si è limitata solamente alla sua
famiglia benedettina: questa ha del resto conosciuto una magnifica espansione ed
è provenendo da numerosi paesi e continenti, che i suoi figli e le sue figlie
si sono riuniti, una settimana fa, a Montecassino, per venerare la memoria del
loro padre comune e fondatore del monachesimo occidentale.
Oggi, a Subiaco, ci sono i rappresentanti degli episcopati d’Europa
che si ritrovano per testimoniare, in presenza dei Vescovi del mondo intero
riuniti in Sinodo, a quale punto san Benedetto da Norcia sia inserito
profondamente e organicamente nella storia d’Europa, e in particolare quanto
gli sono debitori le società e le Chiese, del nostro continente, e come, nella
nostra epoca critica, esse volgono i loro sguardi verso colui che è stato
designato dalla Chiesa come loro patrono comune.
Consacrando l’abbazia di Montecassino risorta dalle rovine
della guerra, il 2 ottobre 1964, Paolo VI segnalava le due ragioni che fanno
sempre desiderare l’austera e dolce presenza di san Benedetto tra noi: “La
fede cristiana che lui e il suo ordine hanno predicato, specialmente nella
famiglia d’Europa..., e l’unità attraverso la quale il grande monaco
solitario e sociale ci ha insegnato ad essere fratelli e attraverso la quale l’Europa
divenne cristiana”. “È perché questo ideale spirituale dell’Europa fosse
ormai sacro e intangibile” che il mio venerato predecessore proclamava quel
giorno san Benedetto “patrono e protettore dell’Europa”. E il breve e
solenne “pacis nuntius” che consacrava questa decisione, ricordando i meriti
del grande abate, “messaggero di pace, artigiano dell’unità, maestro di
civilizzazione, araldo della religione di Cristo e fondatore della vita
monastica in occidente”, riaffermava che lui e i suoi figli, “con la croce,
il libro e l’aratro”, portarono “il progresso cristiano alle popolazioni
che si stendevano dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure
di Polonia”.
2. San Benedetto fu prima di tutto un uomo di Dio. Egli lo è
diventato seguendo, in modo costante, la via delle virtù indicate nel Vangelo.
Fu un vero pellegrino del regno di Dio. Un vero “homo viator”. E questo
pellegrinaggio è stato accompagnato da una lotta che è durata tutta la sua
vita: una battaglia innanzitutto contro se stesso, per combattere “l’uomo
vecchio” e fare sempre più posto in sé all’“uomo nuovo”. Il Signore ha
permesso che, grazie al santo Spirito, questa trasformazione non rimanesse un
avvenimento per lui solo, ma che divenisse una sorgente di luce, penetrando la
storia degli uomini, penetrando soprattutto la storia d’Europa.
Subiaco fu e rimane una tappa importante di questo percorso. Da
un parte, fu luogo di ritiro per san Benedetto da Norcia, egli vi si ritirò
dall’età di quindici anni per essere più vicino a Dio. E nello stesso tempo
un luogo che ben manifesta ciò che egli è. Tutta la sua storia resterà
segnata da questa esperienza di Subiaco: la solitudine con Dio, l’austerità
di vita, e la separazione di questa vita molto semplice con qualche discepolo,
perché e là che è cominciata una prima organizzazione della vita cenobitica.
E per questo che vengo anch’io in questo alto luogo del Sacro
Speco e del primo monastero.
3. Uomo di Dio, Benedetto lo fu realizzando continuamente il
Vangelo, non solamente allo scopo di conoscerlo, ma anche di tradurlo
interamente in tutta la sua vita. Si potrebbe dire che l’ha riletto in
profondità - con la profondità della sua anima -, e che l’ha riletto nella
sua ampiezza, secondo la dimensione dell’orizzonte che aveva sotto gli occhi.
Questo orizzonte fu quello del mondo antico che era sul punto di morire e quello
del mondo nuovo che era sul punto di nascere. Tanto nella profondità della sua
anima che nell’orizzonte di questo mondo, egli ha affermato tutto il Vangelo:
l’insieme di ciò che costituisce il Vangelo e nello stesso tempo ciascuna
delle sue parti, ciascuno dei passi che la Chiesa rilegge nella sua liturgia, e
anche ciascuna frase.
Sì, l’uomo di Dio - “benedictus”, il benedetto, Benedetto
- si compenetra in tutta la semplicità della verità che vi è contenuta. Ed
egli vive questo Vangelo. E vivendolo, egli evangelizza.
Paolo VI ci ha lasciato in eredità san Benedetto da Norcia come
patrono d’Europa. Cosa voleva dirci con questo? Prima di tutto può essere che
noi dobbiamo innalzarci senza posa alla traduzione del Vangelo, che deve essere
tradotto interamente e in tutta la nostra vita. Che noi dobbiamo rileggerlo con
tutta la profondità della nostra anima e in tutta la sua ampiezza, secondo la
dimensione dell’orizzonte del mondo che noi abbiamo davanti al mondo. Il
Concilio Vaticano II ha posto fermamente la realtà della Chiesa e della sua
missione sull’orizzonte del mondo che giorno dopo giorno le diviene
contemporaneo.
L’Europa costituisce una parte essenziale di questo orizzonte.
In quanto continente nel quale si trovano le nostre patrie, essa è per noi un
dono della provvidenza, che ce l’ha affidata allo stesso tempo come un’opera
da realizzare. Noi, in quanto Chiesa, e in quanto pastori della Chiesa, dobbiamo
rileggere il Vangelo e annunciarlo nella misura dei compiti che sono inerenti
alla nostra epoca. Noi dobbiamo rileggerlo e predicarlo nella misura delle
attese che non smettono di manifestarsi nella vita degli uomini e delle
società, e nello stesso tempo nella misura delle contestazioni che noi
incontriamo nella loro vita. Cristo non smette mai di essere “l’attesa dei
popoli” e nello stesso tempo egli non smette di essere il “segno di
contraddizione”.
Sì, sulle tracce di san Benedetto, il compito dei Vescovi d’Europa
è d’intraprendere l’opera di evangelizzazione nel mondo contemporaneo.
Così facendo, essi si rifanno a ciò che è stato elaborato e costruito
quindici secoli fa, allo spirito che l’ha ispirato, al dinamismo spirituale e
alla speranza che ha segnato questa iniziativa; ma è un’opera da
intraprendere in modo rinnovato, a prezzo di nuovi sforzi, in funzione dell’attuale
contesto.
4. È in questa cornice dell’evangelizzazione che assume tutto
il suo senso la dichiarazione dei Vescovi d’Europa che abbiamo appena letto:
“Responsabilità dei cristiani di fronte all’Europa d’oggi e di domani”.
Questo documento, elaborato in comune, è un apprezzabile frutto della
responsabilità collegiale dei Vescovi di tutto il continente europeo. È senza
dubbio la prima volta che l’iniziativa assume una tale ampiezza. Si tratta di
un documento, in qualche modo, della Chiesa cattolica in Europa, che è
rappresentata, in modo particolare, dai Vescovi come pastori e maestri di fede.
Saluto con gioia questo incoraggiante segno di una responsabilità collegiale
che progredisce in Europa, di una unità meglio consolidata tra gli episcopati.
Questi episcopati si trovano infatti in paesi dalle situazioni molto diverse,
che si tratti dei loro sistemi sociali o economici, dell’ideologia dei loro
stati o della posizione della Chiesa cattolica, che forma a volte una
maggioranza indiscutibile, altre volte una piccola minoranza al fianco di altre
Chiese, o in rapporto a una società molto secolarizzata. Confidando nel
carattere benefico, stimolante, degli scambi e della cooperazione, come ho già
molte volte detto, io incoraggio con tutto il cuore il proseguimento di una tale
collaborazione, che ben si iscrive nella linea del Concilio Vaticano II. Essa
non è d’altra parte estranea alla pratica benedettina e cistercense di una
interdipendenza e di una cooperazione tra i differenti monasteri dispersi
attraverso l’Europa.
Nella dichiarazione resa pubblica oggi e in questo alto luogo,
vi esprimo a giusto titolo la preoccupazione di una unità ecclesiale estesa. L’Europa
è infatti il continente in cui le separazioni ecclesiali hanno avuto la loro
origine e si sono manifestate con forza. Vale a dire che le Chiese in Europa -
quelle sorte dalla Riforma, l’ortodossa e la Chiesa cattolica, che rimangono
legate in modo speciale all’Europa - hanno una responsabilità particolare sul
cammino dell’unità, sul piano della comprensione reciproca, dei lavori
teologici e della preghiera.
Ugualmente, di fronte alle comunità cattoliche degli altri
continenti, qui rappresentate, la Chiesa d’Europa deve caratterizzarsi per l’accoglienza,
il servizio e lo scambio reciproco, per aiutare queste Chiese sorelle a trovare
la loro propria identità, nell’unità della fede, dei sacramenti e della
gerarchia.
Insomma è una testimonianza comune della vostra cura pastorale
che voi date oggi, cari fratelli, che noi diamo oggi, in funzione dei bisogni e
delle attese. Io non ho ripreso qui ciò che è stato abbondantemente esposto in
questo documento comune. Si tratta di tracciare un cammino di evangelizzazione
per l’Europa, e di seguirlo, con i nostri fedeli. È un’opera da continuare
e da riprendere senza posa. Il prossimo “symposium” dei Vescovi d’Europa
non ha per tema “l’autoevangelizzazione dell’Europa?” E questo ci
riporta al grande progetto, all’iniziativa senza pari di san Benedetto, di cui
certe caratteristiche specifiche hanno enormi conseguenze umane, sociali e
spirituali.
5. San Benedetto da Norcia è divenuto patrono spirituale dell’Europa
perché, come il profeta, egli ha fatto del Vangelo il suo nutrimento, e ne ha
gustato in una volta la dolcezza e l’amarezza. Il Vangelo costituisce infatti
la totalità della verità sull’uomo: è insieme la gioiosa novella e nello
stesso tempo la parola della croce. Attraverso esso vediamo rivivere, in maniere
diverse, il problema del ricco e del povero Lazzaro - con il quale la liturgia
di questo giorno ci ha resi familiari - in quanto dramma della storia, in quanto
problema umano e sociale. L’Europa ha inscritto questo problema nella sua
storia; essa l’ha portato ben al di là delle frontiere del suo continente.
Con esso ha seminato l’inquietudine nel mondo intero. Dalla metà del nostro
secolo, questo problema è ritornato, in un certo senso, in Europa; esso si pone
anche nella vita delle sue società. Non manca di essere l’origine delle
tensioni. Non smette di essere l’origine delle minacce.
Di queste minacce, io ho già parlato il primo giorno dell’anno,
facendo allusione a questo grande anniversario di san Benedetto; ricordavo, di
fronte ai pericoli della guerra nucleare che minacciano l’esistenza stessa del
mondo, che “lo spirito benedettino è uno spirito di salvataggio e di
promozione, nato dalla coscienza del piano divino della salvezza ed educato nell’unione
quotidiana della preghiera e del lavoro”. Esso “è agli antipodi di ogni
programma di distruzione”.
Il pellegrinaggio che noi compiamo oggi è dunque ancora un
grande grido e una nuova supplica per la pace in Europa e nel mondo intero. Noi
preghiamo affinché le minacce di autodistruzione che le ultime generazioni
hanno fatto sorgere all’orizzonte della loro vita si allontanino da tutti i
popoli del nostro continente e di tutti gli altri continenti. Noi preghiamo
affinché si allontanino le minacce d’oppressione degli uni da parte degli
altri: la minaccia della distruzione degli uomini e dei popoli che, nel corso
delle loro lotte storiche e a prezzo di tante vittime, hanno acquisito il
diritto morale di essere se stessi e di decidere da se stessi.
6. Che si trattasse del mondo che ai tempi di san Benedetto si
limitava all’antica Europa, o del mondo che, nello stesso tempo, stava per
sorgere, il loro orizzonte passava attraverso la parabola del ricco e del povero
Lazzaro. Al momento in cui il Vangelo, la buona novella del Cristo, entrava nell’antichità,
sopportava i pesi dell’istituzione della schiavitù. Benedetto da Norcia
trovò nell’orizzonte del suo tempo le tradizioni della schiavitù, e nello
stesso tempo rileggeva nel Vangelo una verità sconcertante sulla
riconciliazione definitiva della sorte del ricco e del povero Lazzaro.
Leggeva anche la gioiosa verità sulla fraternità di tutti gli
uomini. Dagli inizi il Vangelo costituirà dunque un richiamo a superare la
schiavitù nel nome dell’eguaglianza degli uomini agli occhi del Creatore e
Padre. Nel nome della croce e della redenzione.
Questa verità, questa buona novella dell’eguaglianza e della
fraternità, non è stato san Benedetto che l’ha tradotta in regola di vita?
Egli l’ha tradotta non solamente in regola di vita per le sue comunità
monastiche, ma più ancora, in sistema di vita per gli uomini e per i popoli.
“Ora et labora”. Il lavoro, nell’antichità, era la sorte degli schiavi,
il segno dell’avvilimento. Essere libero significava non lavorare, e dunque
vivere del lavoro degli altri. La rivoluzione benedettina mette il lavoro al
cuore stesso della dignità dell’uomo. L’uguaglianza degli uomini intorno al
lavoro diviene, attraverso il lavoro stesso, come un fondamento della libertà
dei figli di Dio, della libertà grazie al clima di preghiera in cui si vive il
lavoro. Ecco qui una regola e un programma. Un programma che comporta degli
elementi. La dignità del lavoro non può infatti essere tratta unicamente da
criteri materiali, economici. Essa deve maturare nel cuore dell’uomo. E essa
non può maturare nel profondo che mediante la preghiera. Perché è la
preghiera che dice in definitiva all’umanità ciò che è l’uomo del lavoro,
colui che lavora con il sudore della sua fronte e anche con la fatica del suo
spirito e delle sue mani. Essa ci dice che egli non può essere schiavo, ma che
egli è libero. Come afferma san Paolo: “lo schiavo che è stato chiamato dal
Signore, è un libero affrancato dal Signore” (1Cor 7,22). E Paolo, che non ha
creduto indegno di un apostolo di “affaticarsi lavorando con le proprie mani”
(1Cor 4,12) non ha paura di mostrare agli anziani di Efeso le sue proprie mani
che hanno provveduto ai propri bisogni e a quelli dei suoi compagni (cf. At
20,34). È nella fede di Cristo e nella preghiera che il lavoratore scopre la
sua dignità. È ancora san Paolo che precisa: “Dio ha mandato nei nostri
cuori lo Spirito di suo Figlio che grida: “Abbà, Padre!”. Dunque non sei
più schiavo, ma figlio” (Gal 4,6-7).
Non abbiamo visto recentemente uomini che, di fronte a tutta l’Europa
e al mondo intero, univano la proclamazione della dignità del loro lavoro alla
preghiera?
7. Benedetto da Norcia, che per la sua azione profetica ha
cercato di far uscire l’Europa dalle tristi tradizioni della schiavitù,
sembra dunque parlare, dopo quindici secoli, a numerosi uomini e a molteplici
società che bisogna liberare dalle diverse forme contemporanee di oppressione
dell’uomo. La schiavitù pesa su colui che è oppresso, ma anche sull’oppressore.
Non abbiamo conosciuto, nel corso della storia, delle potenze, degli imperi che
hanno oppresso nazioni e popoli in nome della schiavitù ancora più forte della
società degli oppressori? La parola d’ordine “ora et labora” è un
messaggio di libertà.
Di più, questo messaggio benedettino non è oggi all’orizzonte
del nostro mondo, un richiamo a liberarsi dalla schiavitù del consumismo d’un
modo di pensare e di giudicare, di stabilire i nostri programmi e di condurre il
nostro stile di vita unicamente in funzione dell’economia?
In questi programmi scompaiono i valori umani fondamentali. La
dignità della vita è sistematicamente minacciata. La famiglia è minacciata,
vale a dire questo legame essenziale reciproco fondato sulla confidenza delle
generazioni, che trova la sua origine nel mistero della vita e della pienezza di
tutta l’opera dell’educazione. È anche tutto il patrimonio spirituale delle
nazioni e delle patrie che è minacciato.
Siamo in grado noi di frenare tutto questo? Di ricostruire?
Siamo in grado di allontanare dagli oppressi il peso della costrizione? Siamo
capaci di convincere il mondo che l’abuso della libertà è un’altra forma
di costrizione?
8. San Benedetto ci è stato donato come patrono dell’Europa
dei nostri tempi, del nostro secolo, per testimoniare che siamo capaci di fare
tutto questo.
Noi dobbiamo solamente assimilare di nuovo il Vangelo nel più
profondo della nostra anima, nella cornice della nostra attuale epoca. Dobbiamo
accettarlo come un nutrimento. Si riscoprirà allora un po’ alla volta il
cammino della salvezza e della pace come in quei tempi lontani in cui il Signore
dei signori ha posto Benedetto da Norcia, quale lampada sul candelabro, quale
faro sulla strada della storia.
È lui infatti che è il Signore di tutta la storia del mondo,
Gesù Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, al fine di
arricchirci con la sua povertà (cf. 2Cor 8,9).
A lui onore e gloria per i secoli!
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