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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI VESCOVI DI ABRUZZO E MOLISE
IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

4 dicembre 1981

 

Venerati fratelli

1. Sono veramente lieto di accogliere oggi voi tutti, Arcivescovi e Vescovi della Conferenza Episcopale d’Abruzzo e Molise, convenuti a Roma per pregare insieme sulla Tomba di san Pietro e per incontrarvi col suo successore, in visita “ad limina”.

Nel rivolgervi il mio affettuoso saluto, guardo a voi non solo come a carissimi fratelli nell’Episcopato, ma anche come a guide spirituali di due Regioni italiane note per le loro bellezze naturali e per le profonde ed antiche tradizioni religiose e morali. La mia gioia nel vedervi accanto a me è motivata anche dai cari ricordi personali: non posso dimenticare i miei incontri con le “forti e gentili” popolazioni d’Abruzzo, in occasione della mia visita, in forma privata, durante l’Anno Santo del 1975, al Santuario del Miracolo Eucaristico in Lanciano e nel pellegrinaggio apostolico a l’Aquila per venerare le spoglie mortali di san Bernardino, nel sesto centenario della sua nascita. In quella circostanza ho pregato anche davanti all’urna del mio predecessore san Celestino V, il quale, nato nel Molise, ad Isernia, e vissuto per lo più in Abruzzo, unisce idealmente le due Regioni.

2. Che cosa devo raccomandarvi, venerati fratelli, in questo incontro così importante e significativo? Ho già detto che il popolo abruzzese e molisano è fortemente attaccato alla sua fede cristiana, ereditata da Roma fin dal IV e V secolo. Bisogna fare di tutto per conservare ed onorare tale tradizione religiosa. La devozione verso i santi del luogo: san Gabriele dell’Addolorata, san Camillo de Lellis, san Francesco Caracciolo, san Giovanni da Capestrano – quest’ultimo molto venerato anche in Polonia – è garanzia per la salvaguardia della fede e stimolo a vivere in pienezza le esigenze del Vangelo. Questi esempi domestici di vita eroicamente vissuta per il Regno di Dio vanno debitamente ravvivati mediante una assidua opera di evangelizzazione e di catechesi. È necessario, a questo proposito, un approccio pedagogico della fede, aderente all’esperienza umana, che restituisca al messaggio cristiano il sapore di buona novella e la sua inesausta attrattiva.

Gesù si esprimeva con parabole, che riflettevano la concreta realtà quotidiana, e gli apostoli, a cominciare da san Paolo, hanno cercato di rendere comprensibile a tutte le mentalità l’annunzio della Parola.

Tutto ciò vale anche e soprattutto per quanto riguarda l’impegno che voi, Presuli di due Regioni prevalentemente a carattere agricolo, mettete nella evangelizzazione del mondo rurale. Per assicurare la buona riuscita a quest’opera bisogna anzitutto conoscere con chiarezza le situazioni locali e la loro evoluzione mediante una ricerca specifica delle trasformazioni psicologiche e culturali della gente dei campi. Col progredire dell’istruzione scolastica può manifestarsi un atteggiamento più critico ed esigente nei riguardi del catechista e del sacerdote. Mi ha fatto piacere apprendere dalle vostre relazioni che il sacerdote nei centri rurali è ancora stimato ed ascoltato: questo fatto consente alla parrocchia di raggiungere con la sua azione tutti i componenti della comunità, tuttavia non deve mancare mai l’impegno serio del clero: talvolta l’allontanamento dalla Chiesa della classe contadina ha potuto essere determinato da un atteggiamento un po’ passivo del clero, il quale talora ha privilegiato le classi più colte dei professionisti. Alla luce di queste considerazioni, è necessario incrementare la pastorale delle comunità locali: anche quelle parrocchie, la cui popolazione è ridotta a causa dell’esodo migratorio, non possono essere abbandonate; togliere la presenza del sacerdote è da considerare un provvedimento estremo, perché verrebbe meno un conforto, a cui i rurali rinunciano molto a malincuore. Ne è da dimenticare che proprio dalle popolazioni della campagna proviene la maggior parte delle vocazioni sacerdotali e religiose, le quali germinano da un ambiente ancora profondamente imbevuto di convinzioni religiose sane e feconde. Occorre pertanto studiare la possibilità di lasciare colà sacerdoti preparati, esperti e zelanti che siano in grado di affrontare i complessi e delicati problemi del settore. Occorre assicurare poi che l’annunzio evangelico parta dal presupposto della crescita culturale del rurale: esso deve essere dunque proposto con motivazioni intese a favorire una fede convinta e in grado di resistere in qualsiasi situazione in cui verrà a trovarsi domani, e tenga presenti idee e opinioni che circolano e che possono mettere in discussione verità di fede, un tempo ritenute pacificamente.

3. Ma l’evangelizzazione non è fine a se stessa; essa tende al Sacramento, come è stato definito in un appropriato documento della Conferenza Episcopale Italiana. Parola e Sacramento rendono attuale ed operante in tutta la sua efficacia la salvezza portata da Cristo. Spesso l’unica occasione di catechesi è la Messa festiva. L’evangelizzazione deve portare alla partecipazione attiva, comunitaria e frequente della celebrazione eucaristica. L’Eucaristia raccoglie i cristiani nell’unità e nella carità e li fa crescere nella loro vita di fede. Nell’Eucaristia tutto il Popolo di Dio trova stimolo e vincolo di quella unità, che fa conoscere al mondo Cristo, secondo la sua preghiera: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

Bisogna far comprendere ai fedeli – e qui il discorso si allarga per tutte le categorie di persone che compongono le vostre comunità diocesane – che l’Eucaristia è il centro della Chiesa e del mondo.

Il mondo è destinato ad essere assunto dal Cristo per il Regno celeste. Dice il Concilio a questo proposito: “Il Signore ha lasciato ai suoi un pegno di questa speranza e un viatico per il cammino in quel Sacramento della fede, nel quale elementi naturali, coltivati dall’uomo, vengono trasmutati nel corpo e nel sangue glorioso di lui, in un banchetto di comunione fraterna che è pregustazione del convito del Cielo” (Gaudium et Spes, 38). Nell’Eucaristia questo processo di trasformazione pasquale di ogni credente è sempre in atto. Gli elementi della natura e l’impegno dell’uomo, che diventano ogni giorno corpo e sangue del Cristo, sono pegno e garanzia della glorificazione finale dell’uomo, ma anche forza e alimento nel cammino della vita, perché Cristo è vita e risurrezione (Gv 11,25).

In questo senso il culmine dell’evangelizzazione si realizza nell’Eucaristia, in essa infatti si raggiunge la piena identificazione dell’uomo con Cristo: “Vivo autem iam non ego, vivit vero in me Christus” (Gal 2,20). Di tutto ciò voi, venerati confratelli, siete ben consapevoli, ne percepite le più intime risonanze e perciò non tralasciate occasione per ravvivare negli animi la devozione verso la divina Eucaristia, che d’altronde è molto sentita tra le Comunità di entrambe le Regioni non solo per la presenza, fin dal secolo VIII, del già menzionato Santuario del Miracolo Eucaristico, ma anche per il ricordo, in tempi assai più vicini, delle solenni manifestazioni popolari in occasione di due Congressi Eucaristici Nazionali celebrati rispettivamente a Teramo nel 1935 ed a Pescara nel 1977, con la presenza di Paolo VI.

Continuate ad adoperarvi perché questa consolante tradizione non venga mai meno nelle vostre popolazioni: siano esse sempre più stimolate a desiderare l’Eucaristia, a riceverla ancora, a farne alimento, gaudio e cardine di un’autentica vita cristiana.

4. In questo quadro di consolante fervore eucaristico che porta innumerevoli fedeli, soprattutto i giovani, ad accostarsi al banchetto divino, voi non vi stancherete anche di illuminare le coscienze sulle dovute disposizioni con cui essi devono ricevere la santa Comunione. Dignità, purità e innocenza sono le principali doti raccomandate da san Paolo alle prime Comunità di Corinto: “Chiunque in modo indegno mangia il pane e beve il calice del Signore sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ciascuno pertanto esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,27-29). Una catechesi sacramentale impostata a dovere non può trascurare un compito così importante. Come voi ben sapete, non è conciliabile con l’insegnamento della Chiesa la teoria secondo la quale l’Eucaristia perdonerebbe il peccato mortale senza che il peccatore ricorra al Sacramento della Penitenza. È vero che il Sacrificio della Messa, da cui proviene alla Chiesa ogni grazia, ottiene al peccatore il dono della conversione, senza cui il perdono non è possibile, ma ciò non significa affatto che coloro che hanno commesso peccato mortale possono accostarsi alla Comunione Eucaristica senza essersi prima riconciliati con Dio mediante il ministero sacerdotale.

Il Sacramento della Penitenza è la via ordinaria e necessaria per tutti coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave. La sua portata però non si limita solo a cancellare i peccati negli animi pentiti, ma è altresì manifestazione della bontà misericordiosa di Dio e della sua gloria secondo la triplice espressione del grande Vescovo di Ippona: confessio vitae, confessio fidei, confessio laudis. Con questo Sacramento, come dice il rito della Penitenza al n. 7, “la Chiesa proclama la sua fede, rende grazie a Dio per la libertà con cui il Cristo ci ha liberati, offre la sua vita come sacrificio spirituale a lode della gloria di Dio”. Non va perciò dimenticato che la celebrazione della Penitenza è sempre un atto di culto nel quale la Chiesa loda la santità di Dio e “confessa” le meraviglie del suo amore misericordioso, che sana, risuscita e santifica.

La Chiesa esercita il ministero della riconciliazione per mezzo di voi Vescovi e dei vostri presbiteri.

Voi impartite la remissione dei peccati nel nome di Cristo e nella forza dello Spirito Santo: siate giudici saggi, che sanno capire le situazioni personali e suggerire i rimedi più adatti; siate soprattutto padri che rivelano agli uomini il cuore del Padre celeste. Non mancate di promuovere le celebrazioni penitenziali intese a far comprendere ai fedeli il senso cristiano del peccato e della necessaria conversione. Suscitate opportune iniziative destinate a ravvivare nelle comunità cristiane lo spirito di penitenza, soprattutto nei tempi “forti” dell’anno liturgico.

Tali celebrazioni potranno riuscire di particolare utilità per i fanciulli, rendendoli consapevoli della vera liberazione, operata da Gesù; nei giovani, poi, potranno sviluppare il senso della conversione richiamandone l’impegno e facendo vedere in essa il cammino verso la perfetta libertà dei figli di Dio. A questi ultimi, soprattutto, è necessario far comprendere l’importanza di avere un confessore stabile a cui ricorrere abitualmente per ricevere il Sacramento nei momenti difficili di smarrimento, di dubbio, e di incertezza. Il confessore, diventando così anche direttore spirituale, saprà indicare ai singoli la via da seguire per rispondere generosamente alla chiamata alla santità.

Anche per i malati e gli anziani, che non possono recarsi in chiesa sarà di sostegno e di conforto la possibilità di ricevere con una certa frequenza la grazia del Sacramento: sentiranno meno il peso della malattia e della solitudine e sapranno unire con più generosità le loro sofferenze alla passione redentrice del Cristo.

5. Carissimi confratelli, sulla scorta delle vostre relazioni vi ho presentato alcune considerazioni per incoraggiare il vostro lavoro di pastori delle anime. Non mi sono sfuggite le difficoltà ed i problemi a cui il vostro zelo deve far fronte, in un momento in cui le vostre Regioni esperimentano l’urto provocato dalla rapida trasformazione delle vecchie strutture economiche e sociali. Questi mutamenti toccano non solo il volto esteriore delle vostre Comunità diocesane, ma portano altresì squilibri nel costume e nella vita religiosa. Ciò dimostra come sia divenuta oggi più che mai pesante la responsabilità che grava sul Vescovo. Questo dice pure che anche voi avete bisogno di conforto e di esortazione alla fiducia. Certamente non sareste fedeli seguaci del Maestro divino se non trovaste la forza di spingere la vostra fiducia “in spem contra spem” (Rm 4,18), in ogni situazione, anche la più difficile. Fiducia dunque, venerati fratelli! Confidate nel Signore, affidate a lui l’avvenire delle vostre diocesi! Non vi stancate di avvicinare, di amare e di ascoltare il vostro popolo. Siate, per tutti, amici sapienti. Ma siatelo soprattutto per i sacerdoti, vostri collaboratori nel ministero pastorale e per gli aspiranti al sacerdozio: speranze delle vostre Comunità diocesane. Siatelo per i religiosi e le religiose, che con la loro presenza orante ed operante danno un inestimabile contributo all’opera di santificazione delle anime; siate sempre vicini agli appartenenti alla Azione Cattolica e agli altri movimenti ecclesiali che danno vigore alle vostre Chiese locali.

La Vergine santissima tanto venerata e frequentata nei numerosi Santuari a Lei dedicati nell’Abruzzo e nel Molise vi assista sempre nel vostro impegno pastorale. E la mia speciale benedizione scenda su di voi, quale pegno di abbondanti grazie celesti, e in segno della mia particolare benevolenza.

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