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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI CARDINALI E AI COLLABORATORI ECCLESIASTICI
E LAICI DELLA SANTA SEDE

Aula Paolo VI, 22 dicembre 1981

 

Signori Cardinali.
Fratelli e figli carissimi.

1. Ringrazio anzitutto il venerato e caro Cardinale Confalonieri, Decano del Sacro Collegio, per le parole di augurio che mi ha rivolte a nome di tutti voi. Questa occasione vede qui riuniti per la prima volta, a Natale, i Signori Cardinali e tutti i collaboratori, ecclesiastici e laici, della Curia Romana, del Vicariato e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. E perciò, secondo l’amabile tradizione, mi è molto caro accogliere e ricambiare i vostri auguri, che l’imminenza della festa rende tanto intimi e gioiosi.

Il Natale

2. “Ecce Dominus veniet cum splendore descendens... visitare populum suum in pace”, abbiamo ripetuto nei responsori della “Liturgia Horarum” del tempo di Avvento.

Ecce Dominus veniet. Egli viene. Viene a noi per nascere nell’intimo dei nostri cuori che attendono la sua seconda Venuta, come, nella prima Venuta, “si è incarnato per opera dello Spirito Santo, da Maria Vergine, e si è fatto uomo”. L’anno che si chiude lascia nel nostro cuore il dolcissimo ricordo delle celebrazioni del sedicesimo secolo dal Concilio Costantinopolitano Primo, e del 1550° anniversario del Concilio di Efeso, da me volute con la “Epistula” del 25 marzo. È stato l’anno per eccellenza pneumatologico e mariano, che ha permesso di porre in più vivida luce l’azione divinizzatrice dello Spirito Santo, “che è Signore e dà la vita”, nonché la continua irradiazione del mondo della Maternità di Maria, la “Theotokos”, che è anche Madre della Chiesa e dell’umanità.

Le cerimonie commemorative dei due Concili, che hanno visto a Roma, nelle Basiliche di san Pietro e di santa Maria Maggiore, le rappresentanze degli Episcopati del mondo intero, hanno avuto il loro coronamento nella recente solennità dell’Immacolata Concezione, con l’atto, da me rinnovato, di affidamento di tutta la Chiesa a Maria, Madre di Dio, Sposa e Tempio dello Spirito Santo. Il Congresso pneumatologico, che si terrà nella prossima primavera, approfondirà ulteriormente questa sublime realtà della presenza e dell’opera del Paraclito nella Chiesa, come della sua azione in Maria, iniziata nel momento sublime dell’Incarnazione, “dum medium silentium tenerent omnia”. In quel momento che culmina nell’adorando Mistero della Natività, il Figlio di Dio diviene uno di noi, per elevarci fino a Sé, per santificarci e donarci la vita. Nel commentare l’Annunciazione, san Pier Crisologo scrive ben a ragione: “Avete udito che con mistero incomprensibile Dio è collocato in terra e l’uomo in Cielo. Avete udito come in modo inusitato si unisce in un sol corpo Dio e l’uomo” (S. Pier Crisologo, Sermo 142: PL 52,579). Ci stiamo preparando a rivivere il Mistero di questo “admirabile commercium”. Di qui la nostra gioia, trepida e intensa, che inconfondibilmente si rinnova ogni anno. “Ecce Dominus veniet cum splendore”. Sì, fratelli: il Natale di quest’anno è immerso totalmente in questo splendore del Verbo, “incarnatus de Spiritu Sancto ex Maria Virgine”.

La Chiesa e il Natale

3. La Chiesa gioisce in modo particolare a Natale, perché sa di essere nata a Betlemme con Cristo, quando ha avuto fra le proprie primizie i Pastori ed i Magi. Sa di esser stata fin da allora, in certo modo, tra le braccia di Maria, che, come ha ben detto il Concilio Vaticano II, è “Colei che generò Cristo concepito di Spirito Santo e nato dalla Vergine appunto per nascere e crescere, mediante la Chiesa, nel cuore dei fedeli” (Lumen Gentium, 65).

La Chiesa prolunga e continua l’Avvento di Cristo, la presenza di Cristo tra gli uomini. Li continua e li estende. Li diffonde con tutti i mezzi a sua disposizione, senza esitazioni, senza timori, senza indugi. Questa è la sua vocazione, la sua fisionomia, la sua identità. E l’identità dei cristiani sta appunto nel prolungare l’opera del Salvatore tra gli uomini fratelli. Per continuare nel mondo questa sua presenza, Cristo ha affidato alla Chiesa la missione di collaborare con Lui:
- mediante la santificazione delle anime, trasmettendo la grazia che Egli ha portato nel mondo dal seno del Padre;
- mediante la Parola, con cui essa continua a proclamare al mondo il “lieto annunzio” della salvezza attraverso i contatti, il dialogo e soprattutto l’evangelizzazione;
- mediante la testimonianza della vita dei suoi membri nell’organico dispiegarsi di tutti gli stati di vita, che come il lievito permeano l’immensa massa della società.

La vita della Chiesa nel mondo

4. La Chiesa, per sua innata vocazione, non è avulsa dal mondo, anche nelle sue forme di vita più squisitamente interiori e riservate alla sfera del sacro. Essendo formata di uomini, vivendo tra gli uomini, elevandoli al soprannaturale ed educandoli a conoscere Dio (cf. S. Ireneo, Adversus haereses, IV, 5-7: PG 7, 984-993), la Chiesa per ciò stesso incide anche nella sfera del quotidiano, del sociale. Il braccio verticale della Croce di Cristo è saldamente innestato su quello orizzontale, che abbraccia e divinizza il mondo nell’unica oblazione di amore del Figlio di Dio.
Questa divinizzazione dell’uomo, mediata dallo Spirito nella Chiesa, avviene principalmente nella dispensazione dei sacramenti, soprattutto della Eucaristia, che è “sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità” (S. Agostino, In Joann. Ev., Tr. 26,6,13: PL 35,1613), ed è perciò principio di coesione e di fraternità vera anche nella vita sociale del mondo intero, per il quale Cristo si è donato – “pro mundi vita” (Gv 6,51). Ricordo perciò, anzitutto, tra i fatti salienti di quest’anno, il Congresso Eucaristico Internazionale di Lourdes, al quale ho rivolto un mio messaggio in segno di quella partecipazione personale che avrei dovuto avere a quell’avvenimento nello scorso luglio. Rammento inoltre i “segni” che ho voluto dare amministrando personalmente i sacramenti, dalle solenni ordinazioni episcopali e sacerdotali, ai Battesimi, alle Cresime, alla Penitenza. Per la prima volta, poi, nella storia della Chiesa, è avvenuta una Beatificazione nel Continente asiatico, in occasione del mio viaggio in Estremo Oriente quando ho proclamato le virtù eroiche di Lorenzo Ruiz, e dei suoi compagni martiri di altre nazionalità, a Manila il 18 febbraio.

Questo evento, come poi, il 4 ottobre, la Beatificazione qui a Roma di altri cinque uomini e donne che hanno praticato eroicamente l’amore dovuto a Dio e agli uomini, ha proposto davanti agli occhi di tutti l’incidenza che ha la santità per l’elevazione spirituale, morale e sociale del mondo e della società.

Ricordo ancora il Centenario della nascita di Giovanni XXIII, perché esso ha riproposto l’irradiazione della Chiesa in tutti i campi della vita, ricordando l’orma profonda che quel Papa ha lasciato con la sua bontà, il suo ottimismo, la sua apertura, il suo insegnamento, specie con le indimenticabili encicliche Mater et Magistra), e Pacem in Terris.

Vorrei anche menzionare l’azione instancabile e nascosta di tanti missionari e missionarie – presbiteri, religiosi e laici – e l’opera generosa dei sacerdoti in cura d’anime, per rilevare l’influsso che la Chiesa ha, vivendo a contatto diretto con i vari popoli del mondo e con la gente comune, con “l’uomo della strada”, – quello per intenderci, che sostiene il cammino della storia, – in modo da contribuire in prima persona, essa Chiesa, alla elevazione continua della società contemporanea.

L’azione della Chiesa “ad extra”

5. Nessun campo, nessuna branca dell’umana famiglia è estranea alla Chiesa; nessuna le è indifferente, dal momento in cui il Verbo di Dio si è fatto uomo, entrando come membro, a tutti gli effetti, nell’umanità.

In questa luce si colloca l’attività di questa Sede Apostolica, in un contatto sempre più stretto con tutte le espressioni della vita degli uomini. L’anelito che mi spinge, come successore di Pietro che ha una “sollecitudine per tutte le Chiese” (2Cor 11,28), è di giungere a tutte le componenti rappresentative del mondo odierno sulla terra: dalla convivenza internazionale alla pace e cooperazione tra i popoli, dalla vita sociale e politica a quella familiare, dai problemi del lavoro e dell’economia, della cultura e dell’arte ai mezzi di comunicazione.

Ringrazio il Signore per il dono che mi fa, in particolare, di restare in stretto contatto con tutti i popoli del mondo anzitutto mediante il rapporto diretto con gli Episcopati dei cinque continenti. Ad essi, responsabili del servizio ecclesiale, Pastori delle singole Chiese locali, io rivolgo il mio pensiero grato e affettuoso, il mio incoraggiamento alla speranza e all’azione instancabile, il mio invito a proseguire senza timori nell’opera immane dell’evangelizzazione e del dialogo con tutti gli uomini.

Non posso dimenticare gli incontri tonificanti delle visite “ad limina”, che ho ripreso in ottobre, ricevendo successivamente i Vescovi di Gambia, Liberia e Sierra Leone, di Tanzania, di Angola e Saõ Tomé, del Sudan, del Ghana, della Costa d’Avorio, del Mali, oltre a quelli delle varie regioni d’Italia. Anche nelle udienze mi è dato incontrare quasi ogni giorno Vescovi di ogni parte del mondo. Nell’abbraccio che scambio in queste occasioni è come se abbracciassi tutti i figli e figlie che vivono nella Chiesa, accomunati, pur in diverse situazioni sociologiche e politiche, nello stesso vincolo di unità, di fede, di amore, di servizio a Dio e ai fratelli.

Prima di soffermarmi su particolari aspetti di quest’azione della Chiesa “ad extra”, che forma ogni anno il tema del nostro incontro natalizio, sento il dovere di premettere un cordiale ringraziamento a voi, Signori Cardinali, a voi, Prelati e membri, ecclesiastici e laici, della Curia Romana, che con la vostra cooperazione mi aiutate a svolgere l’opera a me affidata per divino mandato. A tutti sono debitore! Il Signore, che premia quanto vien fatto per amore, non lascerà senza ricompensa un servizio tanto prezioso.

Vorrei dare la priorità assoluta a due problemi cruciali, che incidono sulla sorte dell’uomo di oggi, e ai quali ho dedicato i due più solenni Documenti del mio magistero in quest’anno: il lavoro e la famiglia.

Il lavoro

6. Sono a tutti note le sollecitudini della Chiesa e di questa Santa Sede nell’epoca moderna, a partire da Leone XIII, con l’enciclica Rerum Novarum, che resta un caposaldo dell’insegnamento cristiano in campo sociale per l’applicazione integrale del Vangelo alla soluzione degli sconvolgenti squilibri, portati dall’industrializzazione e dall’urbanesimo.

Nel novantesimo anniversario di quel grande Documento – dopo l’apporto dei miei predecessori – e ormai alle soglie del Terzo Millennio, ecco l’enciclica Laborem Exercens, che avevo preparato fin dallo scorso aprile-maggio, e pubblicata il 14 settembre.

Come ho sottolineato fin dall’inizio dell’enciclica, in linea coerente con la Redemptor Hominis, si doveva mettere in luce la centralità dell’uomo che lavora, verso cui convergono le linee della Rivelazione, a partire dalla Genesi, e le premure della Chiesa: si doveva mettere “in risalto – forse più di quanto sia stato compiuto finora – il fatto che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo” (Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 3). Di qui la trattazione in profondità del lavoro in senso oggettivo e soggettivo, perché sia sempre salvaguardata la dignità degli uomini del lavoro, delle loro famiglie, della società in cui vivono, dei loro diritti e doveri, fino a tracciare gli elementi centrali di quella spiritualità del lavoro, che trova in Cristo, “l’uomo del lavoro”, e nella sua Croce e risurrezione l’unica soluzione possibile delle esigenze, delle fatiche, delle angosce dei lavoratori.

La Chiesa continua oggi a proclamare alta la sua sollecitudine verso il mondo del lavoro. Essa sta dalla parte dei lavoratori!

In tale luce prendono risalto gli incontri da me avuti nel corso dell’anno con varie categorie di lavoratori, e specialmente il viaggio a Terni nell’Umbria, presso i Tecnici e gli Operai in quelle Acciaierie, nella festa di san Giuseppe, il patrono dei lavoratori. E ricordo tuttora con commozione l’udienza a Lech Walesa, il 15 gennaio, e il messaggio rivolto a lui ed ai membri del Sindacato libero polacco “Solidarietà”. Né posso dimenticare che, proprio per ricordare l’enciclica Rerum Novarum, avevo accolto l’invito a recarmi a Ginevra per incontrare il massimo “forum” delle Nazioni Unite, che si occupa del lavoro nel mondo, l’OIT (Office International du Travail). La visita, a Dio piacendo, si farà ancora, proprio per attestare solennemente davanti a tutti i popoli la stima e l’amore che la Chiesa nutre per gli uomini del lavoro.

La famiglia

7. La sollecitudine della Sede Apostolica e degli Episcopati di tutto il mondo è brillata di luce stupenda nella celebrazione del Sinodo dei Vescovi, nell’ottobre dello scorso anno.

A conclusione di quell’avvenimento, ne ho raccolto e sviluppato ora le “Propositiones”, tenendo anche conto dei suggerimenti emersi dagli scambi delle varie riunioni, alle quali ho partecipato ogni giorno, mediante la recentissima esortazione apostolica Familiaris Consortio, resa pubblica una settimana fa, che vuol essere una “summa” dell’insegnamento della Chiesa sulla vita, i compiti, le responsabilità, la missione del matrimonio e della famiglia nel mondo d’oggi.

In quel documento ho ricordato il disegno primordiale di Dio sul matrimonio, espressione visibile dell’amore sponsale di Dio verso l’umanità, di Cristo verso la Chiesa. La famiglia cristiana, che dal matrimonio deriva, viene vista anzitutto nelle sue singole componenti, con particolare riguardo alla donna; si pone in rilievo il suo imprescrittibile dovere del servizio alla vita, sia come trasmissione della vita stessa, sia come missione educativa. La famiglia deve partecipare intimamente allo sviluppo della società e all’opera della Chiesa, come comunità che crede, che prega, che pronuncia il suo “sì” a Dio nell’adempimento della legge dell’amore. Il documento considera infine i vari aspetti della pastorale familiare, soffermandosi anche su situazioni difficili, tipiche di oggi, le quali, pur nel rispetto dei principi impreteribili, richiedono un’attenzione speciale, piena di delicatezza e di chiarezza insieme, verso le persone in esse coinvolte.

Con tale esortazione, che raccoglie voti ed esperienze degli Episcopati dei cinque Continenti, e come tale è quindi una vera espressione della Collegialità nella Chiesa, è stata data una ulteriore conferma delle sollecitudini, che la Chiesa stessa rivolge all’istituto familiare; inoltre, è stato approfondito ed ampliato il chiaro insegnamento del Concilio Vaticano II su matrimonio e famiglia (cf. Gaudium et Spes, 47-52).

In tale luce è da vedere anche l’istituzione del Pontificio Consiglio per la Famiglia, col Motu Proprio Familia a Deo instituta, del 9 maggio scorso, e la creazione dell’Istituto Internazionale di Studi su matrimonio e famiglia, già in opera. Così ricordo con compiacimento le udienze concesse a gruppi e a istituzioni e organismi – tra cui mi piace citare il Tribunale della Sacra Romana Rota – che mi hanno permesso di portare avanti un discorso articolato sulla famiglia e sugli interrogativi e le sfide che essa pone oggi ai pastori di anime.

Tra queste sfide e interrogativi, fondamentale è la trasmissione e la difesa della vita: la volontà di Dio Creatore ha espressamente affidato questo compito alla coppia umana, fin “dal principio”, ma l’edonismo imperante e narcotizzante di oggi cerca con tutti i mezzi di ottundere la sensibilità e l’imperativo morale delle coscienze, scindendo dal matrimonio l’impegno primario di dare la vita.

Migliaia e migliaia di vittime innocenti e indifese sono sacrificate nel seno della madre! Si sta purtroppo oscurando il senso della vita, e di conseguenza, il rispetto dell’uomo. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E l’avvenire ne riserverà di peggiori, se non si pone rimedio. La Chiesa reagisce a questa mentalità con ogni mezzo, esponendosi e pagando di persona. Così hanno fatto i Vescovi, in tutti i Paesi ove è stata patrocinata in materia una legislazione permissiva. Così ho fatto io, così mi sono esposto io nella scorsa primavera. E nei giorni della mia lunga sofferenza ho pensato molto al significato misterioso, al segno arcano – che mi veniva come dato dal Cielo – della prova che ha messo a repentaglio la mia vita, quasi di un tributo di espiazione per questo rifiuto occulto o palese della vita umana, che si sta espandendo nelle Nazioni più progredite, che corrono, senza volersene avvedere, anzi sembrando fiere della propria autonomia e insofferenza della legge morale, verso un’era di degradazione e di invecchiamento di sé. Avrò forse occasione di tornare espressamente su questa dolorosa realtà. Ma mi premeva di darne almeno un cenno anche oggi, quando ci prepariamo a rivivere una Nascita, quella del Figlio di Dio, che viene nel mondo a portare la vita, a salvare l’uomo, a rivalutare la posizione della donna e del fanciullo.

Vari incontri

8. Vi sono poi le varie categorie di uomini e di donne, con cui sono venuto a contatto nel corso dell’anno.

Ricordo anzitutto i giovani di vari Paesi – e tra essi gli universitari e gli sportivi – nei numerosi incontri che ho avuto con loro nel corso dell’anno, in sintonia con l’interesse che l’intera Chiesa ha per la gioventù, alla quale guarda con gioia e con speranza perché sappia affrontare con impegno e serenità la sua preparazione alla vita.

Nella celebrazione dell’Anno dell’handicappato, questa Santa Sede non ha mancato, in un suo Messaggio, di dare indicazioni e di formare auspici per la cura, la tutela e la promozione di questa numerosa e provata porzione dell’umanità: e io stesso, in aprile, ho amministrato la Confermazione ad alcuni di essi, ho ricevuto i partecipanti al Giochi mondiali per handicappati, mi sono rivolto a quelli che si sono recati in pellegrinaggio a Lourdes. E auguro che programmi e propositi, scaturiti dalla celebrazione dell’Anno, approdino a risultati benefici e duraturi per l’utilità spirituale e fisica di questa prediletta categoria di fratelli.

Mi è poi particolarmente caro ricordare gli ammalati, incontrati in visite e in udienze: l’aver conosciuto da vicino e a lungo la sofferenza fisica mi ha fatto sentire “uno di loro”, perché sono vissuto in una comunità di sofferenti, il Policlinico Gemelli, dai quali mi sono staccato con commozione, salutandoli personalmente, come a uno a uno, al momento della mia partenza dall’ospedale.

Mi piace poi menzionare le sollecitudini di questa Sede Apostolica verso gli uomini di scienza e di cultura, e la sua presenza in campo internazionale mediante l’attività e il prestigio dei componenti della Pontificia Accademia delle Scienze: com’è noto, e come ho annunziato domenica 13 dicembre, delegazioni di essa sono state ricevute dalle Alte Autorità degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, della Gran Bretagna e della Francia, nonché dal Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, alle quali hanno presentato i risultati degli studi compiuti dall’Accademia sulle esiziali conseguenze di eventuali deflagrazioni atomiche.

Mi e poi sempre caro, inoltre, rammentare gli incontri che, lungo l’anno, ho con i giornalisti e con i responsabili dei mass media, ai quali è particolarmente rivolto il Messaggio annuale per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. L’importanza degli strumenti di informazione e di formazione riveste per questa Santa Sede un particolare rilievo per la ricorrenza del 50° anniversario di attività della Radio Vaticana: grande è stato l’influsso di questo mirabile mezzo di comunicazione e di affratellamento tra gli uomini, al servizio della Chiesa e della Verità, in un periodo esaltante e cruciale della storia contemporanea.

Vorrei ancora richiamare il Messaggio inviato 1’8 settembre per la XV Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione: quello per la I Giornata Mondiale dell’Alimentazione, del 14 ottobre; come pure l’udienza alla XXI Sessione della Conferenza della FAO, il 13 novembre, nel contesto del sempre drammatico problema della fame nel mondo.

Il dialogo col mondo

9. Ormai al termine dell’anno, benedico con voi il Signore per le possibilità che si sono offerte alla Chiesa e alla Sede Apostolica di intrattenere una rete sempre più fitta di incontri e contatti a livello internazionale, diretti unicamente alla elevazione della società e a favorire la mutua comprensione tra i popoli.

Ricordo in modo particolare gli incontri con i vari Capi di Stato e con le Autorità nel contesto dei viaggi, come delle udienze in Vaticano; e così la presentazione delle Lettere Credenziali da parte degli Ambasciatori (quest’anno: Giappone, Austria, Ghana, Portogallo, Corea, Iran, Brasile, Italia, Argentina, Bolivia, Iugoslavia, Honduras, Ecuador e Repubblica Dominicana), che porta in primo piano questa forma di servizio della Chiesa, la quale, intrattenendo rapporti bilaterali con vari Stati, mira unicamente a salvaguardare i legittimi spazi di azione della Chiesa e il progresso sociale delle rispettive popolazioni.

 

Alcuni temi meritano particolare attenzione.

I viaggi apostolici

10. Il dialogo col mondo acquista dimensioni intercontinentali mediante i viaggi che la Provvidenza mi concede di compiere, incontrando sul posto i vari popoli, con le loro singolarità etniche, la ricchezza del loro patrimonio storico e artistico, la profondità del loro sentimento religioso. Agli itinerari finora compiuti si è aggiunta quest’anno la visita in Estremo Oriente e in Alaska, che dal 16 al 27 febbraio, mi ha portato dal Pakistan alle Filippine, a Guam, al Giappone e ad Anchorage in un periplo, sia pur rapidissimo, lungo l’intero orbe terracqueo.

Altri viaggi, come sapete, dovevano seguire, sospesi purtroppo ma non interrotti dall’attentato. È stato, quel viaggio, un’esperienza di grande incidenza, soprattutto per me: dopo Paolo VI, che aveva già visitato le Filippine, è stata la prima volta che il successore di Pietro poneva piede in quelle lontane terre (e sottolineo specialmente l’antica e nobile Nazione giapponese) significando così la continuità del mandato evangelico, che ha sospinto nei secoli gli apostoli, i loro successori, i missionari, a recare a tutti i popoli la lieta novella, secondo il comando di Cristo (cf. Mc 16,15).

Ho potuto rivolgere da Manila, dall’Auditorium di “Radio Veritas”, il 21 febbraio, un messaggio a tutti i popoli dell’Asia, continente sterminato dalle immense risorse di civiltà, di cultura, di lavoro, di spontaneità umana, di gentilezza, che costituiscono un apporto privilegiato alla convivenza internazionale. Quegli stessi popoli avevo consacrato alla Vergine del Perpetuo Soccorso, venerata a Baclaran, il 17 febbraio. Mi è stata così offerta l’opportunità di poter gridare davanti a quel Continente, anzi davanti a tutto il mondo, che la Chiesa gli è vicina, ne conosce i problemi, ne condivide l’ansia di progresso e di pace: “Nei membri della sua Chiesa – ho detto a Manila – Cristo è asiatico. Cristo e la sua Chiesa non possono essere estranei a nessun popolo, nazione o cultura. Il messaggio di Cristo appartiene a tutti ed è rivolto a tutti. La Chiesa non ha mire mondane, non ambizioni politiche, o economiche. Essa desidera essere, in Asia come in ogni altra parte del mondo, il segno dell’amore misericordioso di Dio, nostro Padre comune... La Chiesa non pretende privilegio alcuno; vuole solo essere libera e non ostacolata nel perseguire la propria missione) (Giovanni Paolo II, Allocutio habita ad universae Asiae incolas e Manilensi radiophonica statione “Radio Veritas”, 12-13, 21 febbraio 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV, 1 [1981] 458-459).

La pace

11. Come può la Chiesa disinteressarsi della pace nel mondo, se essa annuncia l’Avvento del Principe della pace? Come può rimanere insensibile a questo bene fondamentale dell’umanità, quando, ogni anno, a Natale, le è dato di riudire il canto degli angeli: “Gloria in altissimis Deo, et super terram pax in hominibus, bonae voluntatis” (Lc 2,13)?

Come trascurare il bene insostituibile, inestimabile della pace, quando, come ho potuto sperimentare con l’animo sgomento a Hiroshima e a Nagasaki, il 25 e il 26 febbraio, le distruzioni recate all’uomo e alle sue città dalla efferatezza della guerra sono tuttora vive nel ricordo, quando le tracce indelebili di quelle ferite rimangono ancora segnate a fondo sul volto, nel corpo, nell’anima di innumerevoli nostri fratelli? Di qui l’appello che mi è sgorgato dal cuore in quelle visite – al Peace Memorial di Hiroshima, all’ospedale di Hill of Mercy di Nagasaki – il cui ricordo ancora mi commuove: “Ricordare il passato ho detto – è impegnarsi per il futuro. Ricordare Hiroshima è aborrire la guerra nucleare. Ricordare Hiroshima è impegnarsi per la pace... Di fronte alla calamità creata dall’uomo che è ogni guerra, dobbiamo affermare e riaffermare, ancora e ancora, che il ricorso alla guerra non è inevitabile o insostituibile. L’umanità non è destinata all’autodistruzione. Le divergenze di ideologie, aspirazioni ed esigenze possono e devono essere appianate e risolte con mezzi che non siano la guerra e la violenza” (Giovanni Paolo II, Allocutio Hirosimae, in viridario “Peace Memorial” habita, 4, 25 febbraio 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV/1 [1981] 535).

Né posso dimenticare la Messa per la Pace, che ho celebrato a Manila, al Quezon Circle, il 19 febbraio.

Di qui l’annuale Giornata della Pace, il cui tema è stato quest’anno “Per servire la Pace rispetta la libertà”, mentre ci accingiamo a meditare, il prossimo primo gennaio sulla “Pace, dono di Dio”.

Di qui la sollecitudine per i profughi, che sono le vittime più eloquenti dell’assenza della pace, nel loro tragico sradicamento dall’amata Patria, e nella penosa solitudine in terre straniere, spesso in condizioni di vita subumane, con inimmaginabili conseguenze sui bambini, sulla gioventù, sugli infermi. Nel campo di Morong, nelle Filippine, ho riproposto davanti al mondo questo tragico problema, che pone in crisi l’autosufficienza dell’uomo moderno.

Di qui le esortazioni che, in varie occasioni, ho rivolto a uomini politici di varie nazionalità e tendenze, incoraggiandoli al rispetto della deontologia della loro professione, al servizio della crescita umana e spirituale dei fratelli.

In tale contesto, rifacendomi al mio messaggio personalmente inviato a settembre del 1980 ai Capi di Stato firmatari dell’Atto finale di Helsinki, non posso non ribadire fermamente l’appello al diritto che le persone e i popoli hanno, affinché la libertà di coscienza e di religione sia rispettata in tutta la sua estensione e in ogni sfera sociale.

La libertà religiosa è condizione prima e indispensabile della pace. E non si può dire che la pace sia presente là dove questo fondamentale diritto non sia garantito. È un diritto fondato non solo sulla dignità della persona umana, libera di agire e di esprimersi secondo le proprie scelte interiori, ma anche sulla natura essenzialmente comunitaria delle relazioni interpersonali, nelle quali prende forma esterna e partecipata la libertà religiosa. Io confido che tutti i responsabili dell’umanità sappiano ispirare responsabilmente la loro azione al rispetto di questo inalienabile diritto dei loro popoli. Soltanto così si potrà parlare di pace, vera e duratura.

Ombre sulla pace

12. Vi sono tuttavia ombre funeste, zone di conflitto e di tensione, il cui solo pensiero riempie l’animo di dolore.

Come non rattristarsi alle notizie che provengono da alcuni Paesi del Centro America? Nella Messa che, il 12 dicembre, ho celebrato in san Pietro davanti alla comunità latino-americana di Roma ed a rappresentanze venute appositamente, per il 450° anniversario delle apparizioni della Vergine santissima a Guadalupe, ho ricordato le preoccupazioni che suscitano nel mio animo situazioni penose e drammatiche di quel Continente; e ho fatto voti che, nel rispetto della giustizia e della libertà, come nell’esercizio di una vera socialità che venga incontro a stridenti squilibri economici, si possa giungere finalmente ad una convivenza sociale ove brilli l’armonia, la collaborazione, la fratellanza, la pace.

Ancora una volta, come già ho fatto in questi giorni, supplico che siano risparmiate ulteriori sofferenze alla Polonia, al mio popolo, già tanto provato dagli eventi bellici durante la sua storia tormentata. E affido all’intercessione della Madonna di Jasna Góra la situazione creatasi con la dichiarazione dello stato di assedio. Affido alla Madre dei polacchi la preghiera e l’appello per una soluzione pacifica, nella mutua collaborazione fra Autorità e Cittadini, nel pieno rispetto della identità civile nazionale, spirituale e religiosa del Paese. Verso la Polonia vanno il mio pensiero e l’affetto, le ansie, gli auspici di tutto il mondo, in questo momento drammatico. Continuamente mi giungono gli echi di questa partecipazione fraterna ai destini della mia Patria, e di tanto ringrazio.

Non posso poi, sia pure fugacemente, non accennare alla situazione del Medio Oriente, in particolare del diletto Libano, che permane densa di pericoli e di apprensioni per frequenti spargimenti di sangue. Né dimentico l’amatissima Irlanda del Nord, su cui le azioni terroristiche continuano a gettare la loro ombra funesta. Anche a quelle Nazioni, tanto provate, va il mio forte e solenne augurio di pace, rafforzato dalla costante preghiera.

In questo contesto sento il dovere di levare la voce contro il grave e tuttora irrisolto fenomeno del terrorismo internazionale, che costituisce una permanente minaccia alla pace interna e internazionale dei popoli. Ne è caduto vittima il Presidente Sadat, valoroso promotore di intese internazionali e di elevazione del suo popolo, antico, nobile e forte. Innumerevoli sono state le altre vittime, in tutto il mondo, mietute nel compimento del dovere e fatte oggetto di inqualificabili atti di viltà, che sono vere e proprie azioni di guerra omicida, coperte dall’omertà di pochi e dall’anonimato delle città che si disumanizzano e disgregano. A uno di questi tentativi è sfuggito anche il Presidente degli Stati Uniti d’America. Né posso dimenticare la mia vicenda personale, in quel pomeriggio di piazza san Pietro del 13 maggio, quando sono sfuggito alla morte per evidente protezione del Signore, concessami per intercessione della Vergine santissima, nel giorno anniversario della sua apparizione a Fatima. Misericordiae Domini quia non sumus consumpti (Lam 3,22) ripeto anche oggi. La ragione si turba e si confonde nella ricerca di un perché di tali gesti, che nascono da radici sconosciute, sì, ma sempre riconducibili all’odio, alla confusione ideologica, al tentativo di seminare incertezza e paura nella vita internazionale. Il perdurare di tale grave pericolo per il futuro dell’umanità, e l’esser passato io stesso attraverso il crogiolo di una così tremenda prova, mi fa ancora una volta elevare la voce accorata per scongiurare i terribili strumenti di questa folle tattica destabilizzatrice, che non ha sbocchi né giustificazioni, affinché desistano dai loro sterili propositi di morte e cerchino, insieme con gli altri, la soluzione dei problemi che travagliano la società, non nella violenza ma nella cooperazione fattiva, nello sforzo di un miglioramento generale, che può essere realizzato soltanto nel rispetto dei valori umani e spirituali.

Trionfi alfine la “civiltà dell’amore” per aiutare l’uomo a trasformare il mondo, e a ritrovare la giustizia, il progresso e la pace!

13. Al termine ormai di questo nostro incontro il mio pensiero si dirige verso i santi Cirillo e Metodio, che con la lettera apostolica Egregiae virtutis, del 31 dicembre dello scorso anno, ho proclamato Patroni d’Europa, validi intercessori per il progresso spirituale del nostro vecchio e glorioso continente. Essi gli appartengono! Essi gli camminano davanti come modelli suadenti di civiltà e di fede, insieme con il grande san Benedetto, le cui celebrazioni centenarie ho voluto idealmente concludere con la Messa celebrata nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, il 21 marzo. A questi grandi campioni di umanità, irradiata dalla grazia, che ha fatto brillare di nuova luce l’annuncio cristiano per l’unificazione di popoli tanto diversi nel vincolo della fede, e per la salvaguardia dei valori autentici della civiltà di Oriente e di Occidente, io affido in questo momento l’Europa e il mondo. Che essi intercedano per i governanti, per gli artefici della politica, della cultura, dell’arte, per i lavoratori, per i costruttori della pace nella vita quotidiana delle singole persone e Nazioni, affinché trionfi sempre il bene sul male, l’amore sull’odio, la ragione sull’assurdo. Li guidino ancora e sempre sulle vie della civiltà e della pace.

Con questa rinnovata speranza, affrontiamo il nuovo anno. La Chiesa continuerà come sempre nel servizio dell’uomo. Essa è certa di contribuirvi in modo determinante proprio perché è opera di Dio e cerca la gloria di Dio, il cui riflesso è ciò che, solo, fa grandeggiare l’uomo e lo rende degno di rispetto e d’amore. Promuovendo la gloria di Dio, la Chiesa promuove la gloria dell’uomo. E come bene osserva san Anselmo “chi indirizza la propria tensione alla riconquista del regno della vita si sforza di dipendere in tutto da Dio e di fissare in Lui tutta la propria fiducia con incrollabile fermezza d’animo... Prendendo la pazienza a sostegno egli canta gioiosamente col Salmista. Magna est gloria Domini. Questa gloria egli gusta nel pellegrinaggio... e vi trova la propria consolazione nel cammino del mondo” (San Anselmo, cf. Vita auct. Eadmero, II, 32: PL 158,95).

Continuiamo così, con questa gioia, con questa fiducia, con questa perseveranza. Magna est gloria Domini. Maria santissima, che per opera dello Spirito Santo ha racchiuso nel suo grembo immacolato, e dato al mondo il Verbo del Padre, collaborando a manifestarne la gloria nella sua umile “diakonia” materna (cf. Gv 2,11), ci sostiene nel cammino, ci aiuta a non perdere il passo, ci indica la meta a cui tende il ritmo dei giorni e del nostro lavoro quotidiano: Magna est gloria Domini. La gloria di Dio e la pace agli uomini, secondo il messaggio del Natale.

In questa luce e in questa attesa tutti vi benedico di cuore.

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