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Pakistan, Filippine I, Guam (Stati Uniti II), Giappone, Anchorage (Stati Uniti II)
16-27 febbraio 1981

DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II 
DURANTE L'INCONTRO CON I SACERDOTI E I SEMINARISTI

 

Cebu City, Auditorio del Sacro Cuore, 19 febbraio 1981 

 

Cari sacerdoti e seminaristi

Vi saluto nel Nome di Gesù! È una gioia per me essere con voi e attraverso voi salutare i sacerdoti di tutte le Filippine e benedire e incoraggiare i seminaristi dovunque in questa nazione. 

1. “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace, messaggero di bene, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio!”” (Is 52,7). Queste parole del profeta Isaia subito vengono in mente quando ricordiamo lo zelo apostolico di quei sacerdoti missionari che più di quattro secoli fa incominciarono a predicare il Vangelo della salvezza alla popolazione di queste isole. L’opera misteriosa della grazia di Dio rese i loro cuori ansiosi e mosse i loro piedi, finché pace e salvezza furono annunziate in questa terra. Pensate al sacerdote domenicano Fra Domingo de Salazar. Egli lasciò la nativa Spagna per andare prima in Venezuela, poi nel Messico, brevemente in Florida e infine nelle Filippine. Qui divenne il primo Vescovo di questa terra: a Manila nel 1578; qui predicò la Buona Novella, non solo alla popolazione di queste isole, ma anche ai suoi connazionali, per convincerli che il Vangelo del Signore significa giustizia e non schiavitù per il popolo che erano venuti a colonizzare. Fu ancora lui, il Vescovo Domingo de Salazar che, al suo ritorno in Spagna, raccomandò la fondazione della provincia ecclesiastica della Filippine. 

2. Voi siete gli eredi del compito missionario iniziato da Fra Domingo e dai primi evangelizzatori di queste isole: i sacerdoti agostiniani, francescani, gesuiti e domenicani i cui piedi evangelizzanti saranno per sempre chiamati belli. Rendendo omaggio a quei missionari e a tutti gli altri missionari – a quelli di ogni generazione nelle Filippine, inclusa l’attuale generazione – lodo la grazia di Dio che li ha sostenuti nel loro zelo per il suo Regno. Nel misterioso disegno di Dio siete stati chiamati da Cristo per essere messaggeri di lieti annunzi nella vostra patria. Insieme riflettiamo su questa missione sacerdotale che oggi è vostra, miei fratelli sacerdoti, e per la quale, cari seminaristi, dovete diligentemente prepararvi. 

3. La fede in Gesù Cristo, che è Signore per sempre, e la risposta alla quale Dio invita quando manda la sua parola sulla terra. La fede nel cuore della vocazione del sacerdote anima il suo ministero ed è fondamento della testimonianza della sua vita. Nella lettera ai Romani, san Paolo dice: “Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza... Ora come potranno invocarlo senza aver prima creduto in Lui? E come potranno credere senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?... Come sta scritto: “Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!””.. La fede, dipende, dunque, dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10,9-17). 

4. Predicare la parola di Dio: questa è l’opera di ogni generazione. La “fede che viene dall’ascolto” è una risposta sollecitata da Dio stesso, una risposta che guida gli uomini a confessare con le labbra che Gesù è Signore e a diventare suoi discepoli. La proclamazione della parola e la risposta della fede stabilisce l’incontro iniziale, la comunità fondamentale della Chiesa. È per questo incontro che l’apostolo sacerdote è “mandato” a predicare: “in persona Christi” offre il sacrificio dell’Eucaristia, che riassume l’intera proclamazione della parola e nel quale l’invito stesso di Cristo a credere e ad essere edificati entro la Chiesa e continuamente udito dal suo popolo. Come insegna il Concilio Vaticano: “In virtù della sacra ordinazione e della missione che ricevono dai Vescovi, i presbiteri sono promossi al servizio di Cristo Maestro, Sacerdote e Re. Partecipando al suo ministero per il quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata in Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo” (Presbyterorum Ordinis, 1). 

5. Questa Chiesa è missionaria per sua natura (cf. Ad Gentes, 2). Tutti i cristiani che credono e sono fatti uno in Cristo condividono lo stesso compito missionario di servizio apostolico al mondo. Ma “udire” la chiamata alla fede – la parola di salvezza – deve essere un costante invito alla conversione e al rinnovamento all’interno della Chiesa stessa ed è così per gli Apostoli e i loro successori nell’Episcopato, insieme ai sacerdoti loro collaboratori, a cui il Signore ha affidato il compito di guidare il suo popolo missionario. Per il disegno stesso di Dio, la Chiesa non può esistere senza questi uomini apostolici “mandati” a predicare, per essere nella Chiesa stessa un segno sacramentale della fondamentale e perenne chiamata a “credere nei nostri cuori” che Gesù è Signore. 

6. Oggi vi sono alcuni che ignorano o fraintendono questa importante dimensione della natura della Chiesa e suggeriscono che solo diminuendo l’importanza del sacerdozio il laicato può avere pienamente il suo posto nella Chiesa. Forse ciò è dovuto a una eccessiva reazione verso quei sacerdoti che, o per umana fragilità o per spirituale cecità, non hanno preso a cuore la profonda lezione data da Gesù quando replicò alla richiesta della madre di Giacomo e Giovanni: “I capi delle Nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse, i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,25-28). 

Nondimeno, un atteggiamento che vede opposizione o rivalità fra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio dei fedeli non riesce a comprendere il disegno di Dio nell’istituire il Sacramento dell’Ordine Sacro nella sua Chiesa. La Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa insegna chiaramente che “quantunque essi differiscano l’uno dall’altro essenzialmente e non solo nel grado, il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico sono tuttavia ordinati l’uno all’altro. Poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo” (Lumen Gentium, 10). Nel sacerdozio ministeriale dell’Ordine Sacro, Dio ha posto nella sua Chiesa un segno visibile, mediante il quale il dialogo divino da Lui iniziato – la parola della salvezza che sollecita la risposta di fede – è sacramentalmente e quindi efficacemente rappresentato. Il sacerdozio è quindi un sacramento la cui “celebrazione” riguarda la Chiesa intera e tutta la Chiesa – laicato e clero ugualmente – deve aver cura che la sua “celebrazione” non sia diminuita attraverso incomprensioni o inopportuno zelo per la moltiplicazione di ministeri intesi come una sostituzione del sacerdozio ministeriale. 

7. Gesù è Signore! Questa proclamazione della parola raggiunse il momento più perfetto nell’Eucaristia: “Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla Sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati... Per questo l’Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” (Presbyterorum Ordinis, 5). 

La celebrazione dell’Eucaristia è il cuore del ministero sacerdotale e della vita cristiana, perché è il servizio dell’amore di Cristo stesso che si immola. Attraverso ogni Eucaristia la Chiesa continua ad essere costruita in forma nuova e a ricevere la sua forma definitiva. Cristo, attraverso il ministero dei suoi sacerdoti, riunisce insieme tutti i suoi discepoli, li unisce nel suo amore e li invia per essere i portatori dell’unità e dell’amore del banchetto eucaristico come esempio e modello di ogni comunità umana e di ogni servizio. 

8. Miei fratelli sacerdoti, questa Chiesa missionaria, questo popolo eucaristico conta su di voi per la proclamazione autentica della Buona Novella. Ma se dovete essere efficaci predicatori della parola, dovete essere uomini di profonda fede, ad un tempo ascoltatori e operatori della parola. Con san Paolo, dobbiamo sempre dire: “Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi siamo i vostri servitori per amore di Gesù” (2Cor 4,5). Per questa ragione non dobbiamo mai cessare di esaminare con cura come viviamo la nostra vita sacerdotale, per evitare che essa diventi una controtestimonianza che sfiguri la presenza sacramentale che il Signore vuole da noi realizzata nella e per la sua Chiesa. 

9. A tale scopo vi offro oggi tre brevi riflessioni su come vivere la vita sacerdotale in conformità al pensiero e al cuore di Cristo. 

In primo luogo, Gesù ha chiamato i sacerdoti a una speciale intimità con Lui. La natura stessa della nostra missione lo richiede. Se dobbiamo predicare Cristo e non noi stessi, dobbiamo conoscerlo intimamente nelle Scritture e nella preghiera. Se dobbiamo guidare gli altri verso l’incontro e la risposta della fede, la nostra propria fede deve essere una testimonianza. Nelle Sacre Scritture, la parola di Dio è sempre dinanzi a noi. Facciamo dunque delle Scritture il nutrimento della nostra preghiera quotidiana e il soggetto del nostro regolare studio teologico. Solo in questo modo ci è dato di possedere la parola di Dio – ed essere posseduti dal Verbo – in quell’intimità riservata a coloro ai quali Gesù disse: “Vi ho chiamati amici” (Gv 15,15). 

La seconda considerazione che desidero offrirvi concerne l’unità del sacerdozio. I Padri del Concilio Vaticano II ci ricordano che “tutti i presbiteri, insieme ai Vescovi, partecipano dello stesso e unico sacerdozio e ministero di Cristo, in modo tale che la stessa unità di consacrazione e di missione esige la comunicazione gerarchica dei presbiteri con l’ordine dei Vescovi” (Presbyterorum Ordinis, 7). Questa unità deve prendere forma concretamente nella presa di coscienza che i sacerdoti, diocesani e religiosi, formano un unico presbiterio intorno al loro Vescovo. La collegialità che descrive l’unione di fede e la partecipazione di responsabilità dell’intero Ordine Episcopale col Vescovo di Roma si riflette per analogia nell’unità dei sacerdoti con il loro Vescovo e fra loro nella comune missione pastorale. Non dobbiamo sottovalutare l’importanza di questa unità del nostro sacerdozio per l’effettiva evangelizzazione del mondo. Il segno sacramentale dello stesso sacerdozio non deve essere frammentato o individualizzato: noi formiamo un sacerdozio per l’effettiva evangelizzazione del mondo. Il segno sacramentale dello stesso sacerdozio non deve essere frammentato o individualizzato: noi formiamo un sacerdozio – il sacerdozio di Cristo – al quale la nostra armonia di vita e il nostro servizio apostolico devono dare testimonianza. La fondamentale unità dell’Eucaristia offerta dalla Chiesa richiede che tale unità sia vissuta come una visibile realtà sacramentale nella vita dei sacerdoti. La notte prima della sua morte, Gesù invocò il suo Padre celeste: “Prego anche per quelli che per la loro parola crederanno in me, perché tutti siano una cosa sola. Come Tu Padre, sei in me e io in Te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che Tu mi hai mandato” (Gv 17,20-21) La nostra unità nel Signore, sacramentalmente visibile al centro dell’unità stessa della Chiesa, è una condizione indispensabile per l’efficacia di tutto ciò che facciamo: la nostra predicazione della fede, il nostro servizio dei poveri come un’opzione preferenziale, i nostri sforzi nella costruzione di basilari comunità cristiane come unità vitali del Regno di Dio, la nostra opera per promuovere la giustizia e la pace di Cristo, tutti i nostri vari apostolati parrocchiali, ogni sforzo per fornire una guida spirituale al nostro popolo, tutto ciò dipende totalmente dalla nostra unione con Gesù Cristo e la sua Chiesa. 

In terzo luogo desidero riflettere con voi sul valore di una vita di autentico celibato sacerdotale. È difficile sopravvalutare la profonda testimonianza alla fede che un sacerdote dà mediante il celibato. Il sacerdote annunzia la Buona Novella del regno come persona che ha il coraggio di rinunziare alle particolari gioie umane del matrimonio e della vita di famiglia per dare testimonianza alla sua “convinzione riguardo alle cose che non si vedono” (cf. Eb 11,1). La Chiesa ha bisogno della testimonianza del celibato abbracciato volentieri e vissuto con gioia dai suoi sacerdoti per amore del regno. Il celibato non è affatto marginale nella vita del sacerdote: dà testimonianza a una dimensione di amore modellata sull’amore di Cristo stesso. Quest’amore parla chiaramente il linguaggio di ogni amore genuino, il linguaggio del dono di sé per amore del diletto; e il suo perfetto simbolo e per sempre la Croce di Gesù Cristo! 

10. Miei cari seminaristi! Tutto quel che ho già detto ai miei fratelli sacerdoti l’ho detto avendo in mente anche voi. Questo prezioso tempo di formazione in Seminario vi è dato in vista di una solida base per l’opera che vi aspetta come sacerdoti. Potete esser certi che l’intera Chiesa guarda con orante attesa alle vostre persone affinché le parole rivolte a voi dal Signore – “Vieni e seguimi” – vi si radichino sempre di più. E quanto è vero per tutto il Popolo di Dio è tanto più vero per questi sacerdoti dei quali vi preparate ad essere compagni nella predicazione della parola di Dio. I sacerdoti sanno bene quanto lavoro c’è da fare e “hanno pregato il Signore della messe che mandi operai nella sua messe” (Mt 9,37). Essi ora si rallegrano nel vedere in voi una risposta alla loro fervente preghiera. Perciò voi seminaristi siete già uniti con i sacerdoti in questa preghiera per un incremento di vocazioni sacerdotali. A quei giovani nei quali il Signore sta anche ora spargendo i semi nascosti di questa vocazione, voi dovete offrirvi come compagni e guide e dovete essere desiderosi di mostrar loro l’esempio della vostra intima unione con Gesù e del vostro zelante servizio apostolico per il suo popolo. 

Sì, dovete sempre avere Gesù davanti agli occhi. Egli è la vera ragione per cui siete in Seminario: infatti non può mai essere un motivo di carriera o di prestigio, ma solo per prepararvi un ministero di servizio basato sulla Parola del Signore. Gesù vi ha scelti per portare la luce della sua Parola ai vostri fratelli e sorelle. Potete vedere, dunque, come sia importante, per voi personalmente, conoscere la parola di Dio, abbracciarla con tutte le sue sfide di amore e di sacrificio e, come Maria, meditarla nei vostri cuori (cf.Lc 2,51). Il Seminario esiste per prepararvi alla vostra missione di proclamare la santità e la verità dell’incarnata Parola di Dio. Ma, se il Seminario deve effettuare il suo intento a vostro riguardo, voi dovete aprire i vostri cuori in generosità allo Spirito di Dio, affinché Egli possa formare Gesù in voi. 

11. Gesù è Signore! Come ci assicura san Paolo, “Nessuno può dire “Gesù è Signore” se non nello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Abbiamo fiducia nella guida dello Spirito Santo per tutta la Chiesa e nel suo potere che è attivo nel nostro ministero sacerdotale. Con fiducia e instancabile zelo predichiamo la Parola di Cristo, in modo da portare spontaneamente sulle labbra dei nostri fratelli e sorelle la parola del profeta: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annunzia la pace, messaggero di bene, che annunzia la salvezza dice a Sion: “Regna il tuo Dio!””. 

Possa Maria, Regina del Clero, Madre dei sacerdoti e dei seminaristi, aiutarvi a riporre la vostra completa fiducia in quel medesimo Spirito Santo per opera del quale Ella divenne la Madre di Gesù che è Signore per sempre! 

 

 

 

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