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Pakistan, Filippine I, Guam (Stati Uniti II), Giappone, Anchorage (Stati Uniti II)
16-27 febbraio 1981

DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II 
DURANTE LA VISITA AL CAMPO PROFUGHI DI MORONG 
(FILIPPINE)

21 febbraio 1981

 

Cari fratelli e sorelle

1. Sono lieto di trovarmi oggi con voi, di esprimere la sollecitudine di tutta la Chiesa per voi e per tutti coloro che, a causa di sfortunate circostanze indipendenti dalla propria volontà, sono stati costretti ad abbandonare la propria terra natia. Vorrei che quest’occasione serva come simbolo della solidarietà della Chiesa verso tutti i profughi, come simbolo di quella visita che io vorrei fare, se fosse possibile, ad ogni campo o insediamento di profughi nel mondo. In questo momento della storia, in cui siamo testimoni, con apprensione, del numero sempre crescente di gente costretta ad abbandonare la propria terra, sono grato a Dio per questa occasione di incontrarvi e di assicurarvi, uno per uno, della mia profonda sollecitudine e della mia unione a voi nella preghiera. 

2. Colgo quest’occasione per esprimere la mia ammirazione a tutti coloro che hanno partecipato, attraverso vari organismi, alle varie iniziative di aiuto ai profughi: i governi – incluso quello delle Filippine – che hanno accolto i profughi temporaneamente, gli individui e le organizzazioni che hanno offerto una residenza permanente a queste persone espatriate e che le hanno assistite nel lento e penoso processo di inserire la loro miglior tradizione di vita in una nuova cultura e nuova società. È opportuno anche ricordare il lavoro meritevole dell’Alto Commissariato per i profughi che fa fronte al compito più difficile e che risulta ancora grandemente necessario. Tutti questi sforzi sono certamente encomiabili, poiché essi portano una testimonianza al valore inviolabile ed alla dignità di ogni essere umano. Nello stesso tempo sono un segno di speranza, in quanto indicano una coscienza desta da parte dell’umanità al grido dei poveri e degli indifesi. 

Non posso mancare di far memoria dell’importante contributo che è stato dato dalle Chiese locali in tutto il mondo, un contributo mosso dallo spirito evangelico di carità. In particolare, penso a tutti i volontari che lavorano nei campi e nei centri di raccolta, uomini e donne che hanno offerto ospitalità in circostanze molto dure e difficili. A questi volontari ed alle organizzazioni che essi rappresentano, come anche a coloro che lavorano, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, all’assistenza dei profughi nel processo di adattamento alla loro nuova situazione rivolgo una parola speciale di incoraggiamento e di lode. 

3. Il fatto che la Chiesa compia sforzi notevoli per soccorrere i profughi, specialmente come sta avvenendo in questi anni, non dovrebbe causare sorpresa a nessuno. Infatti, questo é parte integrante della missione della Chiesa nel mondo. La Chiesa è sempre memore che lo stesso Gesù Cristo è stato profugo, quando bambino, ha dovuto fuggire con i suoi genitori dalla sua terra natia, per sottrarsi alla persecuzione. Perciò, in ogni epoca la Chiesa sente che essa è chiamata ad aiutare i profughi. Ed essa continuerà a farlo in tutta l’estensione che i suoi mezzi limitati le consentiranno. 

In questa parte dell’Asia molti sono stati i disastri naturali e le catastrofi umane. Ci sono stati terremoti, tifoni, inondazioni e contese civili, per nominarne solo alcuni. Alle vittime di queste calamità la Chiesa porge una mano fraterna, ed essa cerca di lavorare in stretta collaborazione con quei governi e organizzazioni internazionali che sono impegnati nel medesimo sforzo di soccorso. Ma tra tutte le tragedie umane del nostro tempo, forse la più grande è proprio quella dei profughi. La Chiesa si rivolge soprattutto ad essi, con il desiderio di porsi al loro servizio. 

4. Gesù Cristo ha detto una volta una parabola che amo ricordare in questo momento. Questa parabola è conosciuta anche da quelli che tra voi non condividono la fede cristiana. Si tratta di una parabola che si rivolge ai cuori degli uomini di buona volontà, e non soltanto ai seguaci di Cristo; quella del Buon Samaritano. 

Il Vangelo di Luca riporta la parabola, dicendo come un uomo venne derubato, percosso e lasciato mezzo morto al lato della strada. Secondo il racconto del Vangelo, “un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui.Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno” (Lc 10,33-35). Il Buon Samaritano non si è preoccupato che qualcuno potesse criticarlo per l’aiuto dato a una persona che “tradizionalmente” era considerata suo nemico. E non gli rivolge nessuna domanda: da dove viene, perché egli sta lì, dove sta andando. Non pone alcun quesito. Molto semplicemente, il Buon Samaritano vede la persona ferita nel bisogno e spontaneamente le reca aiuto, la porta in una locanda, e si preoccupa che essa riceva tutto ciò di cui ha bisogno per rimettersi in buona salute. Questa è carità! Una carità che non fa eccezione a causa dell’origine etnica dell’altro, per motivo religioso o preferenza politica, non fa eccezione alcuna; una carità che vede la persona come fratello o sorella in necessità e ha a cuore soltanto una cosa: di essere di aiuto immediato, di farsi prossimo. Possa questa stessa carità muovere tutti noi in un mondo che si avvicina alla fine del secondo millennio! Possa essa ispirarci tutti ad avere compassione per milioni di profughi, che reclamano il nostro aiuto! 

5. Miei fratelli e sorelle qui presenti, e voi tutti profughi che sentirete la mia voce, possiate non perdere mai la fiducia nel resto dell’umanità, possiate pensare che non siete dimenticati. Infatti, non siete stati rigettati da nessuno. Non siete considerati come un fardello che è troppo pesante da portare. In ogni Paese del mondo ci sono uomini e donne di buona volontà che si prendono cura di voi, che si preoccupano del vostro futuro, che vi ricordano ogni giorno nelle loro preghiere. 

6. Infine, chiedo che ognuno si unisca a me in un accorato appello alle nazioni. Alla presenza del Signore della storia e dinanzi al Giudice Supremo del cuore umano, faccio appello a favore di tutte le persone esuli nel mondo intero. Rivolgo un appello, affinché si aumentino gli aiuti in loro favore, in modo che gli sforzi presenti vengano sostenuti, aumentati e rafforzati. 

Rivolgo l’appello, affinché si continui a pregare per tutti i profughi sparsi nel mondo e per una calorosa sollecitudine umana e amore fraterno verso ogni fratello e sorella, che hanno bisogno della nostra solidarietà e del nostro sostegno. 

Che Dio benedica tutti voi! 

 

 

 

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