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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
PRONUNCIATO DAL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI
AI LAVORATORI PROVENIENTI DA TUTTA EUROPA

Venerdì 15 maggio 1981

Nella commemorazione del novantesimo anniversario dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, sua Eminenza Agostino Casaroli ha pronunciato il seguente discorso che il Santo Padre aveva intenzione di rivolgere ai gruppi di lavoratori riuniti per l’occasione in Piazza san Pietro:

Cari fratelli e sorelle!
Liebe Bruder und Schwestern!
Queridos Irmaos e Irmas!
Dierbare Broeders en Zusters!

1. Permettetemi innanzitutto di esprimere la mia grande gioia per questo incontro con voi, carissimi lavoratori. Voi siete qui convenuti da differenti Paesi per testimoniare insieme, in questa Piazza san Pietro, la cattolicità della vostra fede e la vostra fedeltà alla Chiesa. Per questo vi ringrazio con particolare intensità di affetto. In modo speciale saluto innanzitutto voi, provenienti dalla cara Italia e appartenenti a diverse organizzazioni e movimenti di ispirazione cristiana. Sappiate che sono lieto della vostra presenza, perché ogni incontro con i lavoratori ed ogni sosta in mezzo a loro significa sempre per me un’intima gioia. Voi occupate un posto speciale nel mio cuore. Io mi sento interamente uno di voi. E spesse volte ho già avuto modo di dire che cosa rappresenta per me la mia personale esperienza di lavoratore. Perciò mi sono costantemente presenti i diritti ed i bisogni di chi presta il proprio lavoro, come ho sottolineato in diverse occasioni qui a Roma, in altri luoghi d’Italia e anche nei miei pellegrinaggi in vari Paesi e Continenti. Possa anche l’incontro odierno essere una testimonianza dell’amore e della speranza, con i quali il Papa è legato ai lavoratori.

Questo amore e questa speranza derivano dalla profonda convinzione che oggi i valori cristiani del Vangelo trovano un nuovo posto nel mondo del lavoro.

Abbiamo sentito poco fa la lettura biblica tratta dal Genesi, che allude allo stretto rapporto esistente tra la creazione del mondo ad opera di Dio e il conseguente lavoro dell’uomo. Per noi cristiani c’è un intimo intreccio tra le due realtà: da una parte, Dio consegna il mondo all’uomo, alla sua iniziativa e responsabilità, perché lo trasformi e lo migliori sempre più, ponendolo al proprio servizio; dall’altra, l’uomo, così operando, dev’essere consapevole della propria nobiltà di collaboratore alle intenzioni stesse di Dio. E come Dio non vuole agire senza uno specifico apporto umano, così l’uomo non può comportarsi come se egli fosse l’esclusivo sovrano del creato. Una tale frattura sarebbe, come già è stata ed è, il più profondo e deprecabile motivo di ogni ingiustizia, perché squilibrando i rapporti con Dio, si dissestano anche quelli tra gli uomini.

2. Cari lavoratori, siamo qui radunati per celebrare il novantesimo anniversario di un documento del Magistero ecclesiastico in campo sociale, che fu e resta di eccezionale importanza e attualità per la lucidità e il coraggio con cui insegna a guardare i problemi nuovi che il divenire storico pone alla Chiesa e all’umanità. Infatti, esattamente il 15 maggio 1891, il mio predecessore Papa Leone XIII pubblicò quella fondamentale enciclica intitolata Rerum Novarum, che doveva diventare la “magna charta” del pensiero sociale cristiano. La voce di Leone XIII allora si levò alta in difesa degli operai, degli oppressi, dei poveri, degli sfruttati. La sua voce era l’eco chiara e sonora della voce di Cristo stesso, che si faceva carico dei problemi del tempo.

Annunciare il Vangelo al mondo del lavoro: questo fu lo stimolo del Papa Leone XIII, quando emanò la sua profetica enciclica per formulare i principi sociali della Chiesa. Egli volle rimarcare il contributo della fede per la soluzione delle questioni sociali. Analizzò i difficili problemi, che i mutamenti della società avevano suscitato. E così poté anche offrire proposte concrete per rimediare ai mali insorgenti, mettendo pure in rilievo gli elementi positivi che stavano delineandosi.

La Chiesa del XIX secolo si trovava di fronte ad una sfida decisiva. Per secoli essa era rimasta radicata in una società di tipo agricolo. Ma si scoprì allora annunciatrice del Vangelo ad una nuova forma di società, quella industriale. Le toccò il compito di smascherare le nuove strade dell’egoismo, della cupidigia e della volontà di potenza. Si trattava di difendere dallo sfruttamento il lavoro ed i lavoratori. I grandi profitti dovevano essere posti al servizio del benessere comune. Bisognava risolvere gli insorgenti conflitti mediante l’amore e la giustizia. Ci si doveva opporre a ideologie, che non potevano soddisfare la dimensione globale dell’uomo e dei suoi bisogni. C’era da richiedere il giusto salario, la sicurezza per il sostentamento della famiglia, il diritto di associazione, la protezione dei più deboli ed una legislazione sociale.

3. Anche oggi questi vari imperativi non sono superati; essi vanno sempre ancora ricordati, anche se la situazione sociale di allora è difficilmente confrontabile con quella presente. La storia ha fatto progressi enormi. E così anche la dottrina sociale della Chiesa doveva continuare ad essere scritta: il Papa Pio XI compose l’enciclica Quadragesimo Anno (1931); Pio XII lanciò il messaggio radiofonico del 1° giugno 1941; Giovanni XXIII pubblicò le encicliche Mater et Magistra (1961) e Pacem in Terris (1963), Paolo VI la Populorum Progressio (1968) e la lettera Apostolica Octogesima Adveniens (1971).

È importante, però, che questi Documenti siano conosciuti e soprattutto che la loro ansia pastorale si trasfonda in ciascuno di voi, anzi in ciascun cristiano. È mediante la vita che bisogna verificare la fecondità della Dottrina Sociale Cristiana; ed è mediante l’impegno concreto, la testimonianza sul lavoro, l’azione di promozione, che bisogna irradiare sugli altri la benefica luce del Vangelo. Ai nostri giorni la questione sociale ha assunto una dimensione complessa e universale che ha sempre più bisogno di una norma etica. Così, non è possibile perseguire la giustizia soltanto ad un puro livello economico, quando essa venne poi conculcata sul piano delle libertà individuali o associative o dei bisogni spirituali di ciascuno. Se si vuole promuovere l’uomo, bisogna farlo in maniera integrale, senza mai perdere di vista la pienezza della sua dignità e l’intera sua verità storica. Occorre non perdere mai di vista Cristo, che ha voluto essere conosciuto come il “Figlio del carpentiere” ed essere egli stesso uomo del lavoro. Questo occorre sempre tenere presente, per questo impegnarsi: affinché l’uomo non sia mai umiliato in nessuna delle sue componenti, tra cui quella religiosa è fondamentale perché ne condiziona molte altre.

Il lavoro deve diventare un mezzo efficace per realizzare la propria personalità forte e generosa. Nello stesso tempo esso gli permette anche di stabilire più saldi vincoli con la propria famiglia, che forma lo scopo amoroso delle sue fatiche; per essa, infatti, si spende: per il suo sostentamento e per la sua piena riuscita materiale e spirituale. Perciò, se è vero che il lavoro, con l’ispirazione del Vangelo, aiuta l’uomo a diventare più uomo, allora “non è un bene cercare di spingere la Chiesa e il Vangelo del lavoro “ai margini”. Ne soffre la causa dell’uomo” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad operarios in urbe Terni habita, 6, 19 marzo 1981). Al contrario, dovete inserire profondamente nel mondo del lavoro la vostra viva fede cristiana, ed umanizzarlo anche mediante un costante riferimento ai vostri cari.

Siccome sono presenti numerosi lavoratori di espressione tedesca, permettetemi di rivolgermi ora ad essi nella loro lingua.

4. Proseguendo ora, cari fratelli e sorelle, le mie riflessioni nella vostra lingua materna, saluto di cuore voi che avete partecipato al Pellegrinaggio nella Città eterna per il Giubileo del “Movimento cattolico lavoratori”. La nostra commemorazione odierna non è soltanto grata memoria della pubblicazione della grande enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII esattamente novanta anni fa, ma è nello stesso tempo un comune riconoscimento delle sue direttive. Ne facciamo memoria per renderle ancora più decisamente fruttuose per il mondo del lavoro nel nostro tempo in relazione alle successive dichiarazioni del Magistero sull’insegnamento sociale della Chiesa. Proprio ai nostri giorni la questione sociale ha assunto una dimensione complessa e universale. Sicuramente l’impegno della Chiesa in questo secolo ha dato i suoi frutti: si è diffusa una più decisa coscienza sociale; la legislazione sociale è mutata; i programmi del lavoro industriale hanno favorito la solidarietà e la promozione umana.

Ciò nonostante pero non si può certo affermare che ora nel mondo domini la giustizia sociale. Solo come spunto vorrei oggi ricordare alcuni errori, mancanze e necessità ancora presenti.
Vi sono regioni della terra nelle quali il superfluo e il lusso vivono porta a porta con la povertà più degradante e disumana. Una uguale contraddizione si riscontra, forse in modo meno evidente, ma altrettanto scandaloso paragonando fra loro le varie nazioni: un ristretto numero di esse ha accumulato ricchezze mentre altrove interi popoli lottano per la sopravvivenza. L’ingiustizia nei confronti dell’individuo continua ad essere perpetrata attraverso un vero e proprio sfruttamento dell’uomo; manca una sufficiente protezione per le future madri; le condizioni di vita e di lavoro offendono il principio dell’uguaglianza e mutano a seconda della razza e a seconda delle convinzioni religiose e politiche dei lavoratori. Sembra che ci si sia abituati a condizioni di vita subumane nelle periferie delle grandi città, alla massificazione e alla emarginazione di interi strati della popolazione. Le Associazioni sindacali sono allora un diritto dell’uomo. Tuttavia esse vengono spesso usate male politicamente, la forza rappresentativa dei lavoratori organizzati nei Sindacati in molti casi lascia a desiderare. La tutela del lavoro a volte non è seriamente rivendicata, così che si verificano incidenti che potevano essere evitati e avvengono tragedie umane. La disoccupazione aumenta piuttosto che diminuire, e proprio tra la gioventù produce ingiustificabili conseguenze psicologiche e caratteriali. Il problema della automazione fa si che i lavoratori di interi rami dell’industria siano preoccupati per il proprio posto di lavoro; lavoratori qualificati e non rimangono spesso abbandonati ad una grande insicurezza economica. I lavoratori stranieri, costretti dal bisogno, devono sciogliere i legami con la famiglia, con la tradizione e con il Paese natale; si estraneano in molti casi dal loro coniuge; per i loro figli rinunciano ad una educazione adeguata e ad un futuro desiderabile. Secondo il bisogno vengono assunti, sfruttati e licenziati.

Sicuramente un tale sviluppo viene condizionato da complessi problemi di fondo di natura tecnica e anche di economia mondiale. Non può essere compito mio, in quanto Pastore, occuparmi di essi. Ma a motivo del compito etico e religioso della Chiesa le grandi tendenze del nostro sviluppo sociale non possono tuttavia venir trascurate. Esse sono da stigmatizzare nei loro effetti negativi.

L’errore e il raggiro ideologico che esse contengono vanno depurati e denunciati. È da smascherare l’utopia di un messianismo terreno dal quale si lasciano ingannare i fautori del materialismo dialettico e pratico. La Chiesa non può sottrarsi a questo compito.

Il confronto autentico ed impegnato con la questione sociale è senza dubbio nostro compito.

Poiché la Chiesa deve difendere la dignità dell’uomo. Se trascurasse di fare questo, offenderebbe il suo dovere e perderebbe la sua credibilità nell’annuncio del Vangelo e nella preoccupazione per la salvezza eterna. Già nell’Antico Testamento e attraverso i secoli il cristianesimo ha mostrato la più grande considerazione per ogni forma di lavoro sia manuale che spirituale.

5. Per questo la fede cristiana e la Chiesa si sentono particolarmente motivate ad esortare la società: cultura, progresso e benessere dell’uomo sono veramente tali solo quando insieme ad essi progredisce una approfondita coscienza etica. Non è sufficiente porre la sola questione della giustizia sociale in senso stretto. Nessuno può trascurare il fatto che tale questione è connessa con problemi che stanno più al fondo. Giustamente la lotta per la giustizia sociale aveva posto la prospettiva dell’“avere” in rapporto all’“essere”. E oggi è importante scegliere proprio questo punto di vista, poiché l’istanza dell’ora presente e quella della preoccupazione per l’interezza dell’uomo – il volgersi all’intero bisogno della persona. L’uomo non deve più essere visto soltanto come un essere che ha bisogni materiali ma come immagine di Dio; prescelto a porsi al servizio del sorgere di cieli nuovi e terre nuove fino al ritorno di Cristo.

Per una coscienza etica approfondita si delinea quanto segue: industria, produzione e progresso economico sono certamente innanzitutto il prodotto del lavoro e dell’intelligenza umana. Ma nessun uomo da solo può attuare tali realizzazioni. Egli deve rifarsi a quanto gli è stato dato, utilizzare le leggi della natura che regnano nella creazione. Si serve della materia che gli viene offerta. Non comincia dunque in uno spazio vuoto, in nessun modo plasma il suo lavoro dal nulla ma utilizza quanto e già stato creato.

Di ciò dovrebbe essere ben conscio il cristiano nonostante tutte le opinioni contrarie; ed egli dovrebbe rammentarlo a tutti gli uomini non certo per sminuire il progresso umano ma per chiarire a tutti ciò che veramente è importante: il ponte della tua riuscita poggia su due pilastri dei quali solo uno è posto in tuo potere; l’altro cresce in un terreno del quale tu non sei il padrone ma che ti è semplicemente dato.

Perciò se sei un uomo ragionevole, devi nutrire un profondo rispetto per la realtà. Tu sai che la realtà, la creazione, cioè il mondo è posto nelle tue mani; ma tu non hai un illimitato diritto di disporre di esso. Solo il Signore del mondo ha assoluto potere su di esso poiché la vita e il mondo sono usciti dalle sue mani.

Certamente molto abbiamo appreso. Con fervore abbiamo studiato la terra e ce ne serviamo con stupefacente perfezione. Ma non dovremmo aprirci gli occhi reciprocamente di fronte alla genialità dell’ordine della natura che abbiamo scoperto? Possono i nostri simili trascurare a lungo andare entro questo ordine colui che lo ha ordinato? E se gli occhi di molti di loro dovessero essere veramente accecati, allora noi credenti dobbiamo condannare questo atteggiamento affinché il suo nome non venga messo a tacere da un mondo che sempre meno appare una creazione e sempre più porta i segni dell’uomo soltanto.

6. Mi sembra che i tempi siano maturi per parlare di Dio come Creatore. Forse troveremo orecchi attenti presso coloro che cercano di difendersi contro uno sconsiderato sfruttamento della natura, contro la devastazione della nostra madre terra. Forse apparirà chiaro anche ad altri che la gioia per un’opera riuscita è partecipazione alla gioia del Creatore stesso, come viene espresso nel racconto della creazione del mondo prima della caduta dell’uomo con il peccato: “Dio vide quanto aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31).

Oppure ascolteranno coloro la cui fede nel potere dell’uomo è scossa. Senza la corruzione del peccato dell’uomo la creazione sarebbe stata puro riflesso della bontà di Dio. Tuttavia dopo la caduta la creazione, come anche il nuovo mondo del progresso e della tecnica creato dall’uomo, non possiede più la sua chiara ed evidente bontà. Essa “geme e soffre” (Rm 8). Ogni terra afflitta da tribolazioni, lacerata dalla guerra, o devastata dalla tecnica può testimoniare questo: la creazione attende ancora la sua salvezza. In questo senso anche le scoperte scientifiche non sono sempre per la salvezza dell’uomo. Lavoro dell’uomo e progresso presentano due aspetti: se da una parte migliorano le nostre condizioni di vita, possono però anche ripercuotersi sull’uomo con una brutalità insospettata, possono rivelarsi anche come suoi nemici, possono perfino annientare l’uomo. E questo vale anche quando la minaccia all’umanità avviene senza l’enorme violenza di una esplosione! Possono verificarsi anche invasioni nascoste, anche attacchi silenziosi possono provocare sciagure: quando la volontà di progresso si ripercuote quasi come un’arma contro la famiglia e quando questa volontà ci tiene in suo potere suscitando in noi un’avidità di possesso.

Essa assorbe allora tutto lo spirito di un’uomo, il suo tempo, i suoi interessi, le sue energie, e ne soffrono i rapporti con coloro ai quali siamo vicini. Ma la dedizione personale al coniuge, la cura amorosa della madre per i suoi figli non devono venir meno.

Nessuno può condannare il progresso e il benessere. Noi tutti dobbiamo molto ad essi. Ma quando essi diventano idoli, mostrano allora il loro volto demoniaco. Allora ciò che essi ci offrono non ci libera ma ci rende schiavi; allora non ci salva ma ci annienta. Forse libera per un po’, ma un giorno l’uomo scopre che fatiche ed affanni non hanno portato la pienezza sognata. Al suo posto è subentrato un triste vuoto.

Perciò si deve parlare di Dio quando si pensa alla vera salvezza dell’uomo: la salvezza di Dio in Gesù Cristo va celebrata; la sua giustizia per noi uomini va annunziata; e a lui e alla sua volontà va conferito onore – nella parola ma soprattutto nella testimonianza della vita. Questo è il servizio sacerdotale che noi dobbiamo a Cristo Dio.

7. Abbiate allora il coraggio di dare testimonianza della duplice dimensione della vostra esistenza come lavoratori e come cristiani. Contribuite ad arricchire ogni forma di solidarietà con lo spirito della comunione cristiana. Annunciate il nome di Cristo, del carpentiere (cf. Mc 6), del Figlio di Dio, del vero liberatore da tutti i mali che tengono imprigionato l’uomo e che lo minacciano.

Annunciatelo nelle vostre fabbriche, nei vostri posti di lavoro e nelle vostre officine! Fate in modo che tutti i cristiani prendano parte alle necessità e alle gioie, ai problemi ed alle speranze del mondo del lavoro. Prendete posizione anche quando non sempre trovate approvazione; difendete le indicazioni della fede e della Chiesa anche quando esse suscitano opposizione e costringono ad una decisione. Siate lievito e seme di una presenza cristiana dovunque vivono dei lavoratori. Allora crescerà il Regno di Dio e si diffonderanno l’operare cristiano, la fraternità e la solidarietà tra tutti gli uomini. La Chiesa ha fiducia in voi, vi accompagna e vi appoggia, se vi sta a cuore di portare il Vangelo ai lavoratori e così offrire loro una liberazione integrale.

8. E ancora, ai fratelli e sorelle di lingua portoghese: anche a voi, con cordiali saluti, una affettuosa parola di apprezzamento per la vostra presenza e di esortazione: esortazione ad essere fedeli a voi stessi, a ciò che di buono vi identifica come uomini e lavoratori cristiani, con un senso di Dio e di rispetto per il prossimo, sempre e dovunque; fedeli alle vostre patrie radici ed alle loro tradizioni umane, familiari e cristiane, ma con una apertura nei confronti del bene comune, in una corretta visione della sacra dignità di tutti e di ognuno dei membri, della grande famiglia umana.

Portate nei vostri cuori, come memoria di questo incontro con il Papa, la certezza che egli vi stima, vi comprende bene e condivide con voi preoccupazioni ed ansietà, speranze e gioie; la certezza che Cristo, qualora vogliate accorgervi di lui ed accoglierlo, sta dalla vostra parte: Egli – che volle essere un lavoratore – vi comprende meglio di chiunque e, anche per voi, desidera essere sempre Verità e Vita, qualora accettiate di camminare con lui, lungo la via dell’amore, nella ricerca di un mondo sempre più giusto, più umano, e fraterno; la certezza, infine, che in Cristo, Dio vi ama: Egli è nostro Padre e vuole benedirvi sempre, come il Papa vi benedice oggi, di tutto cuore: voi, le vostre famiglie e tutti i vostri amici.

Rivolgo un saluto particolare al Movimento Lavoratori cristiani delle Fiandre, con le sue distinte sezioni per adulti e giovani.

Voi del Movimento Lavoratori cristiani celebrate quest’anno il sessantesimo anniversario del movimento – sessanta anni al servizio della Cristianità e del progresso sociale del lavoro nel vostro Paese.

Un saluto particolare va anche ai giovani del movimento di Cardjin nelle Fiandre: continuate ad esaminare sempre tutti gli aspetti della vita a partire dal Vangelo valutando secondo lo spirito del vostro Fondatore, per poi poter agire in questo spirito nel servizio dei movimenti di adulti nel vostro Paese.

Sono lieto di salutare tutti i rappresentanti del mondo del lavoro qui presenti per celebrare con noi il novantesimo anniversario dell’enciclica Rerum Novarum e desidero con loro che ovunque nel mondo il lavoro sia sempre più compiuto in condizioni di giustizia e di dignità che assicurino la fioritura dell’umano, la santificazione della persona, la sicurezza delle famiglie, il progresso e la pace della società.

Cari Lavoratori italiani, mi rivolgo ancora a voi per esortarvi ad arricchire ogni forma di solidarietà con lo spirito della comunione cristiana. Annunciate il nome di Cristo nelle vostre famiglie, nelle vostre fabbriche, sui vostri posti di lavoro. Prendete posizione, anche quando non sempre trovate approvazione. Siate lievito e seme di una presenza cristiana, dovunque vivono dei lavoratori. La Chiesa ha fiducia in voi, vi accompagna e vi appoggia, se vi sta a cuore di portare il Vangelo ai lavoratori e così offrire loro una liberazione integrale.

La vostra opera di lavoratori cristiani si inserisce perfettamente in quella missione tipica, che il Concilio Vaticano II ha riconosciuto e richiesto ai laici. Infatti, “ai laici tocca assumere l’instaurazione dell’ordine temporale come compito proprio e, in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente e in modo concreto” (Apostolicam Actuositatem, 7). Il mondo del lavoro fa pienamente parte di queste responsabilità laicali, ed al cristiano spetta di fare il possibile per riscattarvi ogni conseguenza del peccato, cioè le varie forme di egoismo, che si traducono in ingiustizie, sopraffazioni, violenze, o anche disinteresse e disimpegno. Il lavoro manuale, infatti, è una condizione importante, determinante, della nostra società; e oserei dire che il buon funzionamento di questo ambiente e specchio fedele e condizione necessaria per la pace e il progresso dell’intera società umana. Ebbene, in questo compito i lavoratori cristiani hanno una parte primaria.

Sappiate, quindi, assumervi le vostre responsabilità ed essere coerenti con i vostri principi, così da potere trasformare luminosamente la realtà nella quale operate ogni giorno con fatica e con dedizione.

Amici e fratelli! Sì, vi chiamo volutamente fratelli, poiché condividiamo lo stesso pane. Vi chiamo fratelli, poiché tutti noi vogliamo che il pane, diventato tale per il lavoro e l’impegno spirituale degli uomini, sia un pane giustamente ripartito. Insieme tendiamo a far sì che siano appagati i bisogni di tutti gli uomini, di tutti i popoli e nazioni.

Ma noi siamo fratelli anche in un modo più profondo e radicale: perché condividiamo il Pane eucaristico, il Pane e il Vino, che diventano Corpo e Sangue del Signore. Solo questo Pane è il vero garante di una pace e di una giustizia, fondate su di un amore infinito. Questo Pane è pegno per “i cieli nuovi e la terra nuova” (2Pt 3,13). Questo Pane salva la configurazione umana del mondo e completa il senso, che esso ha nel quadro dell’ordinamento divino.

Carissimi, tutti voi raccomando all’intercessione di Maria, la donna forte del Vangelo, la benedetta del Magnificat. In Lei Dio ha fatto cose meravigliose, respingendo i superbi ed i potenti, i ricchi e gli ostinati, ma innalzando gli umili ed i poveri.

A tutti i lavoratori qui raccolti, alle loro famiglie, a tutti coloro che ascoltano queste parole e sono con noi collegati, a tutti i lavoratori del mondo, imparto di cuore la mia benedizione apostolica.

 

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