 |
DISCORSO DI GIOVANNI
PAOLO II AI VESCOVI NORDAFRICANI IN VISITA "AD LIMINA
APOSTOLORUM"
23 novembre 1981
Cari fratelli nell’Episcopato,
Permettetemi di esprimere la gioia che provo nel ricevervi di
nuovo tutti insieme, riuniti intorno al caro e venerato Cardinale Duval, in
occasione della vostra visita “ad limina”. Questo incontro mi offre l’occasione
di assicurarvi che sono vicino alle vostre preoccupazioni e alla vita delle
vostre diocesi. Il mio desiderio è soprattutto che voi sappiate che il Papa
comprende e apprezza l’impegno spirituale della Chiesa nel Maghreb.
Il numero dei vostri fedeli è oggi molto ridotto rispetto a
quello del passato. Per la maggior parte si tratta di persone, spesso giovani,
venute a lavorare per qualche anno al massimo nel vostro Paese nelle
amministrazioni pubbliche o nel settore privato. Anche se qualche famiglia si è
trasferita stabilmente, voi siete tuttavia, con i sacerdoti e i religiosi, l’elemento
permanente di queste comunità cristiane che raggruppano quasi esclusivamente
stranieri di tutte le nazionalità provenienti da ambienti profondamente
diversi. Il vostro compito è, tra gli altri, quello di assicurare a ciascuno di
loro con l’aiuto di tutti i sacerdoti, per i quali questo è il ministero
primario, l’accompagnamento pastorale necessario perché il loro periodo di
presenza nel vostro Paese sia, per quanto è possibile, occasione per rendere
una testimonianza cristiana autentica tra gli abitanti che li accolgono. Questa
testimonianza si arricchirà senza dubbio della scoperta dell’ambiente
culturale e spirituale del mondo musulmano.
È in effetti una delle caratteristiche essenziali della vita
della Chiesa nel Maghreb quella di essere invitati ad entrare in un costruttivo
dialogo tra cristianità e Islam. Tengo molto ad incoraggiarvi a proseguire su
questa via difficile in cui, anche se le sconfitte possono essere molte, la
speranza è sempre più forte. Per mantenerla occorrono convinzioni cristiane
molto temprate. Più che altro è estremamente augurabile che i cristiani
partecipino, secondo il vostro incoraggiamento, a una catechesi permanente che
integri le ricchezze bibliche o più esattamente ad una lettura della parola di
Dio nella Chiesa con l’aiuto di teologi e di maestri spirituali veramente
competenti. Ma, non lo si dirà mai abbastanza, un simile dialogo è all’inizio
un rapporto d’amicizia: occorre saper dare adesso il tempo necessario per un
approccio e una conoscenza. È necessaria allora una discrezione nutrita dalla
preoccupazione di regolare con discernimento la lenta evoluzione della
mentalità. La serietà dell’impegno in questo dialogo si misura attraverso
una testimonianza vissuta, resa ai valori nei quali si crede, e, per il
cristiano, nella testimonianza di Colui che ne è il fondamento, Gesù Cristo.
Questo è il motivo per cui il cristiano possiede una tensione ideale, nel
rispetto profondo della persona e delle convinzioni dell’interlocutore e nell’incrollabile
attaccamento alla propria fede. Questo dialogo sincero e questa testimonianza
esigente comportano una parte d’abnegazione spirituale: come non proclamare la
speranza che si è ricevuta nel partecipare alla festa delle nozze dell’Agnello
in cui sarà un giorno riunita l’umanità intera? Occorre infine, tra l’altro,
mantenere un tale dialogo nella sua verità e che una tale speranza dimori
intima e ferma, senza cedere alla pusillanimità generata da una dottrina
incerta. Un tale spirito s’incarna all’inizio nel servizio disinteressato
teso ad una partecipazione allo sviluppo di questi Paesi e alle aspirazioni dei
loro popoli. Tengo a sottolineare qui la qualità dell’opera compiuta da tanti
di coloro che operano nella discrezione e nell’abnegazione e da coloro che li
hanno sostenuti.
Vorrei ora soffermarmi su tre aspetti della vita delle vostre
comunità. Il soggiorno temporaneo nel vostro Paese, nei giovani soprattutto,
può essere essenziale per l’avvenire della loro fede e per l’atteggiamento
che avranno in seguito ritornando nella loro Patria. So quanti sacerdoti si
prodigano per portare loro un aiuto pastorale adatto, guidandoli nella
comprensione dell’Islam e degli abitanti di quel Paese, suscitando in loro una
coscienza rinnovata dell’impegno della vita battesimale nella scelta di uno
stile di vita evangelico. È vero che, come fu il caso di Raymond Lulle e più
recentemente di Charles de Foucauld e Albert Peyriguère e di numerosi altri, l’incontro
con l’Islam può favorire una più profonda interiorizzazione della fede. Non
è raro che la grazia della contemplazione e della preghiera sia presente nella
vita di questi Paesi. Che i vostri sacerdoti, anche se sono spesso stanchi del
rinnovarsi quasi permanente dei membri delle loro comunità, possano avanzare
con la certezza che la grazia di Dio non mancherà di far crescere ciò che essi
hanno seminato!
So anche che, in numerose riprese, nella vostra Conferenza
Episcopale, avete affrontato la situazione spirituale di quelle donne cristiane,
il cui numero va crescendo, che hanno scelto di unirsi con musulmani per fondare
una famiglia. Sì, per ragioni diverse la maggior parte di loro non ha
suggellato questa unione nella Chiesa, tuttavia non è raro che, una volta
inserite nel contesto familiare e sociale musulmano, esse conoscano una specie
di conversione interiore causata dalle esigenze dell’educazione dei loro figli
e dall’atteggiamento da prendere davanti a un modo di vita tutto impregnato di
usanze religiose islamiche. Questo avviene soprattutto quando si tratta dei
Sacramenti, di questioni delicate che voi vi sforzate di risolvere con l’aiuto
dei vostri sacerdoti, in uno spirito di lealtà, nel rispetto delle regole
morali e canoniche. Eventualmente, lo sapete, gli organismi della Curia romana
sono là per recarvi l’aiuto della loro competenza. Occorre che queste persone
sappiano che la sollecitudine della Chiesa è loro vicina e che le comunità
cristiane ne siano ugualmente persuase. La presenza di donne cristiane in seno a
famiglie musulmane, caratterizzata dalla fedeltà e dalla rettitudine,
costituisce malgrado le incomprensioni che possono nascere, un contributo, che
non si deve sottovalutare, allo sviluppo del dialogo di cui parlavo prima. Dite
loro che il Papa prega specialmente per loro!
Vorrei infine dire una parola sulla vita delle religiose. Per
numerosi musulmani la Chiesa sono loro: beati sono coloro che vedono la santità
della Chiesa nei loro tratti! Sovente anziane e inquiete per un cambiamento
problematico – che sembra ritornare qui e là – sono disseminate
dappertutto, in tutti i Paesi, lontane le une dalle altre e dedite al servizio
in scuole e dispensari poveramente equipaggiati. Tuttavia conservano il loro
sorriso per amore di coloro ai quali hanno consacrato la loro esistenza. Voi le
circondate a buon diritto del vostro affetto: esse hanno bisogno in effetti di
un sostegno pastorale regolare e qualificato. In particolare esse devono
partecipare il più frequentemente possibile, malgrado il loro isolamento, all’Eucaristia.
Celebrare così la Messa per due o tre religiose, uniche cristiane in un luogo
solitario, permette al sacerdote di misurare meglio, nel mistero che rinnova
quello di Nazaret, la ricchezza di speranza della Redenzione! Anche a loro dite
che il Papa prega per loro e con loro!
Infine, prima di separarci, voglio incoraggiarvi ancora nel
proseguimento della vostra opera. Numerose volte ho pronunciato la parola
speranza. In effetti per quanto povere di aiuti umani siano le vostre comunità
e per quanto precario possa sembrare, in ragione delle circostanze, il loro
avvenire, esse sono tuttavia forti della libertà spirituale che le anima, della
devozione dei loro membri e soprattutto del loro ruolo privilegiato di
ambasciatori di Cristo e della Chiesa universale accanto ai popoli musulmani in
mezzo ai quali la Divina Provvidenza le ha poste.
Invocando il nome del Signore, voglio benedire voi e, tramite
voi, tutti i membri delle vostre Chiese!
|