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DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI MEMBRI DELLA FONDAZIONE "LATINITAS"
E AI VINCITORI DEL "CERTAMEN VATICANUM"

30 novembre 1981


Carissimi fratelli e sorelle,

1. Mi rallegro vivamente perché oggi mi è concesso insieme a voi – tra cui saluto particolarmente il Cardinale di Santa Romana Chiesa Pericle Felici, ringraziandolo per le sue deferenti parole – insieme a voi dico, studiosi della lingua latina, di celebrare il grande poeta latino Virgilio, di cui ricorre il bimillenario della morte di questo uomo insigne è stato giustamente commemorato non solo in Europa, alla cui cultura umanistica egli contribuì non poco, ma anche in altre regioni, con pubblicazioni e convegni.

2. Conviene che anche la Chiesa cattolica e la stessa Sede di san Pietro illustri nuovamente la fama di un così grande poeta, per alcuni motivi ben precisi. A dire il vero, qualcosa è già stato fatto: sono stati emessi dalle Poste Vaticane francobolli che ricordano la sua memoria e – fatto di importanza ancora maggiore – grazie all’opera e all’attenzione del Direttore e degli addetti della Biblioteca Vaticana è stata predisposta una mostra dei Codici Vaticani, di diversa bellezza e di valore inestimabile, in modo che i visitatori possano osservarli e ammirarli nel loro insieme.

3. Ho detto che motivi particolari ci spingono a valorizzare Virgilio. Egli consegnò il suo nome all’immortalità e anche da morto continuò, in un certo senso, a parlare e a insegnare non solo presso i romani, ma anche presso i cristiani, che stimarono non solo la sua arte, così illustre, raffinata e discreta, ma giunsero anche al punto di considerare questo poeta quasi come un profeta annunciatore di “un grande nuovo ordine” (cf. P. Virgilio Marone, Bucoliche, 4,5), che in seguito trovò in Cristo Redentore la sua realizzazione. I Padri della Chiesa lo onoravano: su questo tema si è tenuto ieri presso di voi un discorso. Sant’Agostino, per fare un esempio, esaltò Virgilio con parole insigni, e fu sostenitore nella sua epoca della tesi secondo cui era bene che i ragazzi studiassero diligentemente le sue opere; diceva infatti: “I piccoli leggono Virgilio proprio perché è evidente che un grande poeta, il più famoso e tra tutti l’ottimo, non può essere dimenticato facilmente, se assorbito negli anni dell’infanzia” (S. Agostino, De civitate Dei, 1,3).

La Chiesa soprattutto ha il merito di aver fatto in modo, dopo la caduta dell’impero romano, cioè nel Medio Evo, che le opere del sommo poeta latino non andassero disperse: esse vennero conservate diligentemente soprattutto nelle biblioteche dei monasteri e nelle sale di scrittura vennero assiduamente trascritte. Tralasciano ciò che a quei tempi contribuì a deformare, almeno in parte, la vera immagine del poeta di Mantova, non si deve dimenticare che egli deve essere considerato come un esempio di sapienza umana. Non bisogna quindi meravigliarsi che Dante Alighieri, insigne poeta cristiano, lo abbia descritto come sua guida negli inferi e nel purgatorio. Ma da quando rifiorì l’interesse per il pensiero e le arti degli antichi, anche i cristiani, dedicandosi al loro studio ammirarono Virgilio con rinnovato ardore. E nei secoli successivi non cessarono presso di noi la stima e l’ammirazione per lui.

4. D’altra parte non basta ricordare l’“optimus” poeta, ma è utile che ci chiediamo che cosa Virgilio ha da insegnare a noi che viviamo in questa nostra epoca, rimasta per certi aspetti immutata, ma tuttavia esposta a repentini cambiamenti. Basterà occuparsi sommariamente di alcuni degli aspetti che sembrano di maggiore importanza.

Secondo la testimonianza degli antichi egli fu un uomo pio, semplice, discreto, amabile, dolce, pacifico e pronto ad offrire il suo aiuto. Ma anche nelle stesse sue opere traspare il suo ingegno puro e integerrimo; conviene a questo proposito ricordare ciò che egli provava a riguardo di una madre di famiglia e, di conseguenza, del vincolo familiare; si affacciano alla mente le parole con cui egli descrive la donna che adempie fedelmente ai compiti domestici, “per mantenere casto il talamo nuziale e educare i piccoli nati” (P. Virgilio Marone, Eneide, 8, 412-413). Egli è sicuramente la testimonianza che l’animo dell’uomo è “naturalmente cristiano”.

Il nostro tempo manca, tra l’altro, soprattutto di quei valori, nei quali sappiamo che Virgilio eccelleva, e che impedivano che il consesso sociale venisse annientato e distrutto dalla sfrenata volontà di dominio, dalla noncuranza per la dignità e i diritti dell’uomo, dal disprezzo per la vita altrui, dalla cieca cupidigia.

5. Virgilio fu poeta fornito di un altissimo senso di umanità. Chi non ricorda quelle famose parole, testimonianza di un animo commosso e addolorato, tanto brevi, concise ma significative che difficilmente si possono tradurre con parole nostre: “Sunt lacrimae rerum”? L’uomo non piange solo per l’avversa fortuna, ma anche le cose stesse quasi piangono e conoscono le lacrime.
Dopo le guerre e le stragi che avevano sconvolto la repubblica romana – Virgilio era bambino quando Catilina guidava le folle – egli odiò la guerra e amò la pace. Ascoltiamolo quando dice: “Infuria l’amore per le armi e la scellerata pazzia della guerra” (Ivi, 7,461); “E vengano lodati i benefici della buona pace” (Ciris, 356). Non è forse l’amore per la pace, di cui egli era compreso, ciò che deve essere ricercato al massimo in questo nostro secolo sconvolto?

6. Virgilio fu poeta anche della natura; con quale sincero e sereno amore, con che soave modularsi di versi ha cantato i pascoli e i campi, i fiori e gli alberi, gli animali grandi e piccoli! E sicuramente utile che questo richiamo scuota le menti degli uomini che vivono nel nostro tempo, nel quale vengono inferti gravi danni alla natura da parte della industria moderna e di tante invenzioni dell’ingegno umano, mentre si devono dedicare particolarissime attenzioni per difenderla.

7. Virgilio, come sicuramente sapete, con la sua egregia opera le “Georgiche”, celebrò anche il lavoro manuale, “l’improbo “lavoro”, che si manifesta con evidenza “nel sudore del volto”, come è scritto nelle prime pagine della Sacra Scrittura. Esalta infatti l’umile lavoro dei campi e perciò la dignità del lavoro e di colui che lo pratica.

Capita quindi opportunamente che in quest’anno, dedicato alla memoria del poeta di Mantova, sia stata pubblicata la lettera enciclica che inizia con le parole Laborem Exercens, in cui viene affrontato questo argomento, che abbraccia tutta l’azione dell’uomo e che, nella nostra epoca, è di grande importanza e richiede risposte sicure.

8. Infine il termine “cultura”, che è ricorso in diversi discorsi da noi tenuti, è una parola sicuramente latina, derivata dalla coltivazione del campo e che e passata con significato traslato, la cultura umana.

Voi che vi occupate della cultura dell’anima latina, senza dubbio verrete confermati da queste solennità virgiliane nello studio della lingua che fu il linguaggio paterno di questo poeta e che la Chiesa ha ricevuto quasi come eredità e ha fatto sua, e anzi il vostro studio ne riceverà un nuovo impulso, sebbene i nostri tempi sembrino sfavorire questa lingua. Il “Certamen Vaticanum”, istituito dalla Sede Apostolica, sia come una palestra, in cui docenti e discepoli, amanti della lingua latina, si esercitino incessantemente, attenti nello stesso tempo a che – conviene ripetere le parole di sant’Agostino – “il grande poeta, il più famoso e tra tutti l’ottimo” non possa essere dimenticato.

Dio, che ha scelto la città di Roma come il luogo da cui si diffondesse dovunque la religione cristiana e in cui si stabilisse la Sede principale della Chiesa, aiuti i vostri studi e i vostri progetti. Con questo desiderio nell’animo, con gioia imparto a voi personalmente e a tutti i vostri cari, la benedizione apostolica.

 

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