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VISITA PASTORALE A BOLOGNA E IN EMILIA ROMAGNA

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AI DOCENTI UNIVERSITARI A SAN DOMENICO

Domenica, 18 aprile 1982

 

Illustri Signori!

1. È con viva gioia che mi incontro stamani con voi, membri del Corpo Accademico dell’Università di Bologna, nei quali riconosco ed onoro gli eredi della tradizione universitaria più antica del mondo. La mia gioia è accresciuta dalla presenza dei Rettori e dei Professori delle altre Sedi universitarie della Regione: delle Università cioè di Ferrara, di Modena, di Parma e della Facoltà di Agraria di Piacenza.

Saluto cordialmente il Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, professor Carlo Rizzoli, nel cui elevato indirizzo ho colto non soltanto l’espressione dei comuni sentimenti di cordiale deferenza verso la mia persona, ma anche la testimonianza del profondo senso di responsabilità, che anima Autorità accademiche e Docenti nel quotidiano disimpegno del compito educativo, loro affidato. Nel ringraziarla, signor Rettore, per le sue nobili parole, desidero altresì manifestarle la mia riconoscenza per l’invito, da lei gentilmente rivoltomi, a visitare l’attuale sede dell’Università: anche se varie circostanze non hanno consentito di dare attuazione alla proposta, essa mi è giunta molto gradita, perché ha risvegliato nel mio animo il ricordo della visita che ebbi occasione di fare a quell’illustre Centro di studi, nel lontano 1964, in qualità di Gran Cancelliere dell’Università di Cracovia, che celebrava in quell’anno il seicentesimo anniversario della sua fondazione.

Ringrazio altresì l’Onorevole Tesini, Ministro per la Ricerca Scientifica, il quale, recandomi il saluto dell’intera comunità scientifica italiana, ha opportunamente sottolineato le straordinarie possibilità ed i paurosi rischi che accompagnano i progressi della scienza, come soprattutto le vicende di questo secolo hanno messo in evidenza.

Desidero, infine, rivolgere una speciale parola di saluto alle Autorità accademiche ed ai Professori delle altre Sedi universitarie della Regione: la loro presenza in questa circostanza è prova eloquente del vincolo ideale che lega tali Centri con l’“Alma Mater” bolognese e con la primigenia esperienza universitaria, che si sviluppò all’inizio del millennio in questa città. È precisamente per rendere omaggio a quei gloriosi primordi che intendo recarmi tra poco alla sede dell’antichissimo “Arciginnasio”, nel quale ebbe la sua culla l’istituzione universitaria, secondo il modello che venne successivamente diffondendosi in Europa e nel mondo.

Non si può pensare a Bologna, senza per ciò stesso evocare il ruolo caratterizzante in essa svolto, nell’arco di nove secoli, dall’“Alma Mater”, il cui valore come centro di studi ne ha diffuso la fama tanto al di là delle sue mura da richiamare numerosi e valorosi studenti e docenti di ogni nazione, manifestando così la perenne dimensione universale di ogni genuina ricerca del vero. E al modello di questa singolare “Universitas”, comunità di docenti e studenti uniti nell’arte di chi insegna e di chi impara, si sono ispirati in seguito tanti altri atenei, a conferma della validità della scelta culturale compiuta nove secoli fa a Bologna.

Quale glorioso passato è dunque quello di cui è erede la vita universitaria di questa città! Ma tale fatto è responsabilità per il futuro, e voi che vi trovate, oggi, direttamente a confronto con i grandi problemi dell’università moderna, dovete fare appello agli alti valori della vostra tradizione per incarnarli, con rinnovata creatività, in una situazione mutata.

2. Mi si domanderà forse a qual titolo io, rappresentante della Chiesa, mi rivolga oggi a voi con partecipazione così intensa per quelli che sono i vostri compiti specifici. Mi si domanderà se ho, per così dire, il diritto di entrare nel campo delle vostre responsabilità. Vi sono ragioni diverse che mi spingono a farlo.

C’è anzitutto una ragione storica: la Chiesa può affermare di essere stata spesso all’origine dell’istituzione universitaria, con le sue scuole teologiche e giuridiche.

C’è forse anche, permettetemi, una ragione personale, poiché ho dedicato, come sapete, parte non piccola del mio impegno passato all’insegnamento universitario, così da sentirmi veramente onorato di essere vostro collega.

Ma c’è una ragione più profonda ed universale: ed è la comune passione, vostra e della Chiesa, per la verità e per l’uomo; meglio ancora: per la verità dell’uomo. Come ho già avuto occasione di dire rivolgendomi alla Conferenza Generale dell’Unesco, l’Università è uno, forse il principale, di quei “banchi di lavoro, presso i quali la vocazione dell’uomo alla conoscenza, come pure il legame costitutivo dell’umanità con la verità come fine della conoscenza, diventano una realtà quotidiana, diventano, in certo senso, il pane quotidiano di tanti maestri, venerati corifei della scienza, e, attorno a loro, dei giovani ricercatori dediti alla scienza e alle sue applicazioni, come pure della moltitudine degli studenti che frequentano questi centri della scienza e della conoscenza. Noi ci troviamo qui sui gradini più alti della scala che l’uomo, fin dal principio, sale verso la conoscenza della realtà del mondo che lo circonda, e verso quella dei misteri della sua umanità” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad eos qui conventui Consilii ab exsecutione internationalis organismi compendiariis litteris UNESCO nuncupati affuere, habita, 19, 2 iun. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 1 [1980] 1650s).

Ora, se quest’uomo, nella piena verità del suo essere personale ed insieme del suo essere comunitario e sociale, è la prima e fondamentale via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della missione affidatale da Cristo (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 14), voi comprenderete perché la vostra quotidiana avventura sulle vie del sapere non può essere ad essa indifferente.

Infatti, se la risposta ultima alla nostra perenne domanda: Chi è l’uomo? noi l’attendiamo da Cristo, l’Uomo nuovo, crocifisso e risorto, questa stessa domanda noi la rivolgiamo anche a voi, perché quanto andate faticosamente conquistando ci interessa, ci è vitalmente necessario. La nostra, infatti, è una “fides quaerens intellectum”, una fede che esige di essere pensata e come sposata dall’intelligenza dell’uomo, di quest’uomo storico concreto. Saremmo dunque infedeli alla nostra stessa missione se pensassimo di poterci esimere da un confronto che è il vostro compito quotidiano. Come ci hanno insegnato le dolorose esperienze storiche del mancato dialogo tra fede e scienza, troppo grande sarebbe il danno se la Chiesa pronunciasse risposte che non incontrano più le domande che oggi si pone l’uomo nella sua consapevole salita lungo la scala della verità. La Chiesa è dunque solidale con l’Università e con i suoi problemi, perché sa di avere bisogno dell’università stessa, affinché la sua fede possa incarnarsi e divenire cultura; e perché la Chiesa afferma che la ricerca della verità fa parte della vocazione stessa dell’uomo, creato da Dio a sua immagine (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio ad Parochos Urbis habita, die 8 mar. 1982: vide supra, pp. 771ss).

3. Ma se quanto ho detto può riferirsi più generalmente al rapporto fra fede e scienza, fede e cultura, desidero ora riferirlo più specificamente al rapporto fra Chiesa e Università. L’Università si trova oggi infatti, in Italia e in molti altri Paesi del mondo, al centro di alcune tensioni che la sfidano nelle sue ragioni d’essere più profonde e la pongono, a novecento anni dal suo nascere, ancora una volta alla ricerca della sua identità.

La prima di tali tensioni è quella fra la specializzazione delle diverse discipline e l’idea dell’universalità del sapere. Il Concilio Vaticano II ha osservato: “Oggi vi è più difficoltà di un tempo nel ridurre a sintesi le varie discipline del sapere e le arti. Mentre infatti aumenta il volume e la diversità degli elementi che costituiscono la cultura, diminuisce nello stesso tempo la capacità per i singoli uomini di percepirli e di organizzarli organicamente, cosicché l’immagine dell’uomo universale diviene sempre più evanescente” (Gaudium et Spes, 61). Ora, è proprio caratteristica dell’università, a differenza di altri centri di studio e di ricerca, coltivare una conoscenza universale, non nel senso che essa debba ospitare il ventaglio completo di tutte le discipline, ma nel senso che in essa ogni scienza dev’essere coltivata in spirito di universalità, cioè con la consapevolezza che ognuna, seppure diversa, è così legata alle altre che non è possibile insegnarla al di fuori del contesto, almeno intenzionale, di tutte le altre. Chiudersi è condannarsi, prima o dopo, alla sterilità, è rischiare di scambiare per norma della verità totale un metodo affinato per analizzare e cogliere una sezione particolare della realtà.

Perciò la visione della verità che l’uomo moderno attinga attraverso l’avventurosa fatica della ragione non può essere che dinamica e dialogica. Poiché la ragione può cogliere l’unità che lega il mondo e la verità alla loro origine solo all’interno di modi parziali di conoscenza, ogni singola scienza – comprese la filosofia e la teologia – rimane un tentativo limitato che può cogliere l’unità complessa della verità unicamente nella diversità, vale a dire all’interno di un intreccio di saperi aperti e complementari (Giovanni Paolo II, Allocutio ad professores et alumnos publicarum Universitatum in Coloniensi metropolitano templo habita, 2, die 15 nov. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III, 2 [1980] 1201s).

Ma un modo così vivo e perennemente vigile di incarnare l’ideale dell’universalità nella conoscenza può realizzarsi solo in una Università che sia realmente una comunità di ricerca, un luogo di incontro e di confronto spirituale in umiltà e coraggio, dove gli uomini che amano la conoscenza imparano a rispettarsi, a consultarsi, creando un clima culturale e umano che è lontano tanto dalla specializzazione chiusa ed esasperata, quanto dalla genericità e dal relativismo. I punti di vista parziali si potranno fondere non perché costretti entro un disegno predeterminato, ma perché il vicendevole ascolto e l’assidua frequentazione ne lasceranno intravedere la complementarietà.

4. Una seconda tensione deriva dal ruolo sempre più determinante assunto dalla ricerca scientifica nel mondo di oggi, cosicché essa è oggetto di specifico interesse da parte di chi detiene il potere politico ed economico. Nasce perciò l’interrogativo, anche questo fondamentale per l’Università, del rapporto fra il potere pubblico e la sua politica culturale, o altri poteri presenti nella società, e l’autonoma iniziativa delle istituzioni universitarie.

Ora, la comunità universitaria dovrà, certamente, sentire responsabilmente le attese della società civile che la circonda; è finito, infatti, il tempo in cui l’Università si poteva concepire quasi come società chiusa in sé. Tali attese concernono sia gli obiettivi delle ricerche affrontate, sia la preparazione degli studenti affinché possano esercitare adeguatamente una professione nella società. E tuttavia mi sembra doveroso affermare ancora una volta il principio della relativa autonomia dell’istituzione universitaria come garanzia della libertà della ricerca. La libertà, infatti, è da sempre condizione essenziale per lo sviluppo di una scienza che conservi la sua intima dignità di ricerca del vero e non venga ridotta a pura funzione, asservita a strumento di un’ideologia, al soddisfacimento esclusivo di fini immediati, di bisogni sociali materiali o di interessi economici, di visuali del sapere umano unicamente ispirate a criteri unilaterali o parziali, propri di interpretazioni tendenziose, e, per ciò stesso, incomplete della realtà.

La scienza tanto più efficacemente può influire sulla prassi quanto più è libera per la verità!

La scienza è infatti visione totale dell’uomo e della sua storia, è armonia di sintesi unitaria tra le realtà contingenti e la Verità eterna. Come ha detto il Concilio Vaticano II, “la cultura deve mirare alla perfezione integrale della persona umana, al bene della comunità e di tutta la società umana. Perciò è necessario coltivare lo spirito in modo che si sviluppino le facoltà dell’ammirazione, dell’intuizione, della contemplazione, e si diventi capaci di formarsi un giudizio personale, di coltivare il senso religioso, morale e sociale. Infatti la cultura, scaturendo dalla natura ragionevole e sociale dell’uomo, ha un incessante bisogno della giusta libertà per svilupparsi e le si deve riconoscere la legittima possibilità di esercizio autonomo secondo i propri principi” (Gaudium et Spes, 59).

Pertanto, un’interpretazione della scienza e della cultura, che volutamente ignori o addirittura mortifichi l’essenza spirituale dell’uomo, la sua aspirazione alla pienezza dell’essere, la sua sete di verità e di assoluto, gli interrogativi che egli si pone di fronte agli enigmi del dolore e della morte, non può soddisfare le più profonde e autentiche esigenze dell’uomo. Essa si esclude da sé dal regno del sapere, cioè dalla “sapienza”, che è gusto di conoscenza, maturità dello spirito, anelito di libertà vera, esercizio di criterio e discrezione.

Pur nelle sue necessarie specializzazioni, l’Università potrà perciò svolgere il suo ruolo essenziale nella società solo se riuscirà ad armonizzarlo con un certo distacco critico nei riguardi del sistema dei rapporti con le ideologie transitorie, anche se totalizzanti. La tutela del libero spazio della cultura è uno dei segni più chiari della maturità di una società civile, ma tocca anche alla stessa comunità universitaria dimostrarne in modo convincente la necessità presentando il fascino di quell’umanesimo integrale che da sempre ne ispira gli ideali e che certo risponde tuttora a tante attese segrete dei nostri contemporanei.

5. Devo infine soffermarmi ancora su un terzo e forse ancora più evidente aspetto dei problemi dell’Università. L’accesso allargato alla cultura superiore, fenomeno certamente positivo anche nella società italiana, ha investito le strutture delle vostre istituzioni mettendole a dura prova, e ponendo problemi che riguardano non solo l’organizzazione ma anche il livello e la natura stessa dell’insegnamento universitario ed il suo rapporto con la ricerca scientifica.

Credo perciò necessario riaffermare con forza la dimensione comunitaria dell’Università anche per quanto riguarda il rapporto fra docenti e discenti. Benché questo sia reso oggi difficile per l’accresciuto numero degli studenti e per la scarsa frequenza alle lezioni in diverse facoltà, l’incontro umano è imprescindibile per la formazione della personalità e quindi perché l’Università continui ad essere in grado di svolgere una missione educativa. L’esperienza insegna come le figure di veri Maestri siano importanti per comunicare non solo il contenuto delle conoscenze e il metodo dello studio, ma anche l’intima passione del vero, l’impegno morale che anima la ricerca. A tal fine si richiede che i docenti siano essi stessi continuamente in ricerca.

Chi insegna ai giovani senza essere più capace di cercare è come chi vuole saziare la loro sete attingendo acqua da una palude invece che alla sorgente. E si richiede allo stesso tempo che i docenti si conservino sempre in atteggiamento di disponibile servizio: la conoscenza non è stata data ad essi per essere conservata come possesso esclusivo o come mezzo di prestigio personale, ma per essere condivisa e partecipata; ed è esperienza di gioia profonda quella di chi, comunicando un bene spirituale come il sapere, vede che esso non diminuisce né si esaurisce, ma si moltiplica, e guadagna sempre più in quella semplicità e chiarezza che è segno della verità.

6. Certamente, ho dovuto limitarmi all’enunciazione di alcuni problemi fondamentali che toccano le vostre preoccupazioni quotidiane e che si presentano come estremamente complessi. Ma troppo grande è la tradizione e l’idea di cui voi siete eredi e troppo grande è la posta in gioco per l’Università e la società in cui essa vive, perché possiate fermarvi di fronte alle difficoltà. Voi oggi, con fantasia e coraggio, come i costruttori delle antiche università, non potete rinunciare al compito di unire dinamicamente ancora una volta, in modo nuovo e adeguato ai tempi moderni, l’approfondimento delle diverse discipline e la tensione verso l’universalità del sapere, l’autonomia necessaria alla libera ricerca e il servizio della società, la ricerca personale e collettiva e l’insegnamento alle giovani generazioni.

In questo compito difficile la Chiesa intende essere presente e collaborare lealmente, nel solo interesse dell’uomo. In passato Pontefici romani e altri insigni ecclesiastici si sono segnalati per le loro benemerenze verso l’Ateneo bolognese; basti ricordare il nome del grande Papa Lambertini e il supporto da lui dato al rinnovamento degli studi superiori in questa città nel XVIII secolo. Oggi è la comunità ecclesiale nel suo insieme che, nello spirito del Concilio Vaticano II, si sente corresponsabile della promozione dei valori umani ed evangelici nella vita della vostra Università. Dall’impegno concreto per l’accoglienza degli studenti provenienti da fuori città, alla animazione di centri e luoghi di incontro e di dialogo culturale - come quello in cui ci troviamo in questo momento presso l’antico convento domenicano -, vi è tutta una gamma di iniziative già esistenti e possibili con cui la comunità cristiana può contribuire ad affrontare i problemi dell’università. C’è soprattutto l’attiva presenza in atteggiamento di ricerca, di dialogo e di testimonianza, dei cristiani, studenti e docenti, che operano nell’Università stessa. Che il loro apporto sia una ricchezza all’interno della comunità di ricerca che voi costituite, cosicché ogni intelligenza aperta riconosca che non è nel vero interesse di nessuno che nelle fucine della cultura manchi il contributo di quella tradizione cattolica che tanta parte ha avuto ed ha nella storia di questo Paese.

E in fondo, nel cuore stesso di quella dinamica che mira alla conoscenza universale e che ispira il vostro lavoro, non nascono forse proprio oggi sempre più frequentemente domande sul senso ultimo della vita e dell’operare umano? Non sono i giovani migliori, che vengono a voi assetati di conoscere, ad interrogarvi sulla legittimità e sul fine della scienza, sui valori morali e spirituali che permetteranno loro di credere nuovamente nella scienza, nella ragione e nel suo buon uso?

Se la fede cristiana è una “fides quaerens intellectum”, l’intelletto umano è un “intellectus quaerens fidem”, un intelletto che per ritrovare la retta fiducia in se stesso deve aprirsi fiducioso ad una verità più grande di se stesso. Questa verità fatta umana, e quindi non più estranea ad ogni vero umanesimo, è Gesù, il Cristo, la Parola della Verità eterna, che la Chiesa vi annuncia come il suo ultimo contributo per raggiungere il vostro ideale: la conoscenza della verità nella sua intera misura. 

                                     

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